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mercoledì 2 ottobre 2024

Da Venezia a Roma. Parte 1: Nonostante, Mon inséparable, Peacock, Leur enfants après eux

E anche quest'anno noi che viviamo a Roma e che alla Mostra del cinema di Venezia non ci andiamo attendiamo con ansia la settimana delle anteprime di Venezia a Roma. Ho letto che si è trattato di un Festival di Venezia un po' mainstream e non all'altezza di altri anni, però personalmente non posso perdere l'occasione di vedere film che chissà se e quando arriveranno in sala.

In circa una settimana di full immersion riesco a vedere ben sette film. Qui i primi quattro. 

(La seconda parte delle recensioni è qui)

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Nonostante 

Devo essere sincera: del primo film di Mastandrea da regista, Ride, che pure avevo visto, non ricordavo praticamente nulla. Dopo la visione di quest'ultimo film, sono andata a rileggermi il post che avevo scritto a suo tempo, e ci ho ritrovato alcune delle sensazioni provate anche durante la visione di Nonostante.

Innanzitutto va detto che Mastandrea deve avere una specie di ossessione per la morte, visto che entrambi i film ruotano intorno a questo evento, e quest'ultimo è dedicato al padre Alberto, morto nel 2014.

Come ci spiegano Mastandrea e il cosceneggiatore Audenino, questo è un film immaginifico, non realistico, e per trattare di un tema così concreto come la morte sceglie di mettere al centro della narrazione coloro che sono tra la vita e la morte, ossia in uno stato di coma, facendoli interagire tra loro e con il mondo circostante.

Sarebbe un peccato dire di più della trama di questo film che in parte punta sulla scoperta progressiva dell'universo narrativo da parte dello spettatore. E va detto che sicuramente l'idea di fondo è davvero molto buona ed è un modo estremamente originale di riflettere sulla vita stessa, che in fondo è una parentesi tra due oblii, quello precedente alla nascita e quello successivo alla morte, oblii attenuati solo dal tenue e caduco ricordo di chi ci ha conosciuti e amati.

Non vi immaginate però un film tetro e angosciante, perché Mastandrea - con la complicità di gente come Lino Musella e Laura Morante - sa introdurre ironia e leggerezza in questa storia, sia grazie alla sceneggiatura che grazie alla recitazione.

Date per acquisite le cose che mi sono piaciute, devo però dire che il film non mi è sembrato pienamente riuscito da molteplici punti di vista: alcuni passaggi narrativi, come ad esempio la storia d'amore, mi sono sembrati un po' forzati; in generale la meccanica del film non risulta totalmente fluida e oliata, e alcune cose appaiono un po' didascaliche. Anche la colonna sonora - pur gradevole - mi è risultata un po' appiccicata da un lato, e un po' troppo parlante e convenzionale dall'altro. La protagonista femminile, Dolores Fonzi, non mi è sembrata particolarmente convincente, soprattutto nell'interazione con Mastandrea. Alla fine, fatte salve le ottime intenzioni, l'idea molto originale e alcune trovate molto carine, personalmente ho trovato questa prova registica ancora un po' acerba.

Voto: 3/5

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Mon inséparable

Avevo già avuto modo di ammirare il talento di Laure Calamy in un altro film francese, Full time - Al cento per cento, che avevo apprezzato particolarmente e che ora, dopo la visione del film di Anne-Sophie Bailly, mi è sembrato quasi un ideale prequel di quest'ultimo.

In Mon inséparable Laure Calamy ancora una volta interpreta una madre single, Mona, ma questa volta al centro c'è il rapporto con un figlio grande, circa 30 anni, con un ritardo cognitivo, Joel (Charles Peccia), cui la donna ha evidentemente dedicato tutta la propria esistenza, barcamenandosi tra il lavoro, la gestione della casa e le necessità del figlio. I due sono inevitabilmente legati a doppio filo, in maniera tenera e forte al contempo.

Questo legame viene sconvolto dalla notizia - del tutto inaspettata per Mona - che Joel ha messo incinta Océane (Julie Froger), una giovane donna con disabilità che frequenta lo stesso centro dove lavora Joel.

A partire da questa notizia si innesca una serie di reazioni che riguardano molte persone (tra cui ad esempio i genitori di Océane), ma soprattutto è il rapporto tra Mona e Joel a essere in qualche modo messo in discussione, come sempre accade nei rapporti di co-dipendenza, quando una delle due persone produce uno strappo. In questo caso, di mezzo c'è anche la disabilità di Joel, la difficoltà ad accettare le sue scelte, in generale la tendenza a infantilizzare e a non considerare capaci di decisioni autonome e responsabilità le persone con disabilità, e ovviamente il senso di tradimento e di abbandono di Mona, che in parte ha rinunciato a costruirsi una propria vita per occuparsi del figlio.

E tutto questo viene reso in maniera estremamente realistica (grazie a una regia attenta, a un'ottima direzione di attori e a una sceneggiatura molto ben scritta) e proprio per questo arriva in maniera forte allo spettatore dal punto di vista emotivo. Oltre a Laure Calamy, ho apprezzato particolarmente gli attori che interpretano Joel e Océane, che sono effettivamente persone con disabilità (come raramente si vede al cinema anche nei ruoli di personaggi con queste caratteristiche) per le quali il film si è avvalso di una figura di accessibility coordination manager, Margault Algudo-Brzostek, che si è occupata di creare le condizioni di lavoro giuste per questi attori (bella l'intervista in cui spiega alcuni aspetti del lavoro per questo film).

Un film su una tematica che si sarebbe prestata a tanta retorica e ad altrettanto melodramma riesce invece ad essere asciutto, teso, diretto e anche a suo modo ironico. Per me è un sì.

Voto: 3,5/5



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Peacock

L'opera prima del giovane regista austriaco Bernhard Wenger ha come protagonista Matthias (il bravo Albrecht Schuch), un giovane che lavora in un'agenzia che noleggia esseri umani che dovranno interpretare un ruolo secondo le esigenze e le finalità del cliente: un fidanzato colto e raffinato, un figlio devoto e di successo, un padre pilota di aereo, un amico di vecchia data. 

All'interno dello staff di questa agenzia, Matthias è il più bravo e il più richiesto, quello che ottiene sempre le recensioni più positive dai clienti, quello in grado di controllare ogni dettaglio della sua "performance", però - man mano che il suo lavoro procede e la sua capacità mimetica migliora - il confine tra  il sé stesso vero e quello che di volta in volta finge di essere si fa sempre più labile, e la capacità di avere propri punti di vista, opinioni, pensieri va svanendo.

Quando la sua fidanzata lo lascia, abbandonando la bellissima, ma asettica casa nella quale vivono insieme (anch'essa senz'anima e fatta per piacere solo agli altri), e successivamente il marito di una cliente comincia a perseguitarlo perché la moglie lo ha lasciato dopo aver fruito dei servizi dell'agenzia, nella vita controllatissima di Matthias cominciano a manifestarsi delle crepe che si allargano sempre di più, producendo una crisi che l'uomo non sa nemmeno come gestire, se non utilizzando gli stessi strumenti che usa per lavoro.

Lo sguardo di Wenger però non è solo concentrato sul suo personaggio, ma si allarga a una società intera che vive sempre più di apparenze e di performance, che finge le emozioni ed è incapace di provarne di vere, che fa fatica a gestire l'imprevisto e la variabilità.

Il tono del film - che sicuramente ha come punto di riferimento il cinema di Östlund, e che in alcuni passaggi lo omaggia persino - oscilla tra l'angosciante e il grottesco: si ride molto di fronte alle avventure e disavventure di Matthias, ma si prova anche un'angoscia crescente o quantomeno un senso di turbamento profondo che - a differenza che verso alcuni personaggi di Östlund - muove anche una empatia e una pietas non scontate.

Una bella prima prova che a questo punto fa venire curiosità sul prosieguo del lavoro di questo cineasta.

Voto: 3,5/5

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Leur enfants après eux = E i figli dopo di loro

Tratto dal romanzo di Nicholas Mathieu, tradotto in Italia con il titolo E i figli dopo di loro (che a questo punto mi è venuta curiosità di leggere), il film dei fratelli Ludovic e Zoran Boukherma, per me assolutamente sconosciuti anche se pare siano al quarto lungometraggio, ma al primo non di genere, è ambientato negli anni Novanta in una piccola cittadina immaginaria della Lorena, dove una grande fabbrica che ha dato lavoro a molte persone è ormai in dismissione e la maggior parte delle famiglie che hanno vissuto grazie al lavoro nella fabbrica si trovano a barcamenarsi con lavori temporanei e a fare i conti con difficoltà economiche.

In questo contesto si muove Anthony (Paul Kircher, vincitore a Venezia del Premio Mastroianni per l'attore emergente, e che io avevo già apprezzato ne Le Lycéen), che nell'estate del 1992 ha quattordici anni e, insieme al cugino coetaneo, gira in bici per il paese e i suoi dintorni in cerca di diversivi e per sfuggire alla noia. In questa estate molte cose segneranno il futuro di Anthony: la conoscenza di Steph, che diventerà la sua ossessione amorosa per molti anni a venire, la festa per andare alla quale il ragazzo prende di nascosto la moto del padre, il furto della moto da parte di Hacine, un giovane immigrato marocchino che vive con suo padre alla periferia del paese insieme ad altri immigrati, e tutte le conseguenze che questo comporterà. Seguiremo poi l'andamento della vita di Anthony in quattro estati successive, nel 1994, nel 1996 e nel 1998, accompagnati dalla musica di quegli anni che ha un posto centrale (diegetica ed extradiegetica) in questo film. Anthony crescerà, così come Steph, Hacine, e gli altri giovani che vivono nel paese, dentro un mondo dalle prospettive incerte, mentre intanto i loro genitori invecchiano annaspando in vite spesso costellate di sconfitte e fallimenti.

Alla fine non ci saranno vincitori, ma solo perdenti in varie gradazioni, perché la vera protagonista del film dei Boukherma è la microprovincia postindustriale in cui tutto si compone (anche le tragedie), ma anche tutto soffoca nella frustrazione e nell'assenza di prospettive.

Il film è interessante e, nonostante la durata non breve, si segue con passione. Mi pare però si faccia troppo "manierista" nell'inseguimento di alcuni stilemi e strutture narrative, e alla fine ciò che veramente illumina lo schermo è la straordinaria faccia da schiaffi di Paul Kircher, un cattivo ragazzo di provincia che però non può non ispirare tenerezza ed empatia.

Voto: 3/5


lunedì 22 luglio 2019

Ride

Il ricco programma delle arene estive romane come ogni anno mi dà la possibilità di recuperare alcuni film che avrei voluto vedere e che invece avevo perso. Così accolgo volentieri l'invito di F. di andare a vedere all'Isola del cinema Ride, il primo lungometraggio di Valerio Mastandrea, per la cui proiezione saranno presenti il regista, la protagonista Chiara Martegiani, nonché Daniele Silvestri, autore della colonna sonora. In realtà la presenza di Daniele Silvestri si giustifica anche perché prima del film viene proiettato sul grande schermo il videoclip della sua canzone Scusate se non piango, la cui regia è ancora una volta di Mastandrea e a cui hanno partecipato molti amici, anche per sostenere la causa dell'Angelo Mai, il centro sociale più volte sgomberato negli ultimi mesi.

Il videoclip è molto divertente, così come lo scambio di battute sul palco tra gli ospiti e i presentatori della serata. Al già folto gruppo si unisce infine Lillo, che è protagonista della coreografia vista nel videoclip e di cui ci offre un saggio dal vivo.

Il film di Mastandrea ci riporta poi invece a un'atmosfera certamente meno allegra e spensierata, sebbene non rinunci a stemperare il dramma con una vena sottilmente ironica e surreale.

La protagonista, Carolina, ha appena perso il marito, Mauro, morto in un incidente sul luogo di lavoro. La attendono funerali pubblici, in cui è prevista anche la presenza della televisione, e si trova a fare i conti da un lato con la gestione interiore del lutto, dall'altro con l'aspettativa sociale in merito. Parallelamente anche il figlio Bruno (Arturo Marchetti) e il suocero (Renato Carpentieri) si confrontano con la perdita e con ciò ch'essa comporta. Ognuno di loro reagisce in maniera diversa e non scontata: Carolina è bloccata, incapace di piangere, assorbita nell'inerzia di una vita che comunque va avanti; Bruno si prepara insieme al compagno di giochi per l'intervista che sicuramente la televisione gli farà il giorno del funerale e ne vuole fare l'occasione per conquistare la ragazzina che gli piace; il padre di Mauro sente la responsabilità dell'eredità lasciata al figlio Mauro (che ne ha seguito le orme in fabbrica) e cerca di sfuggire al senso di colpa inevitabile, che gli sarà rinfacciato dall'altro figlio, quello scapestrato e con cui è in conflitto (Stefano Dionisi).

I tre assi narrativi proseguono parallelamente e in maniera quasi indipendente fino a quando ciascuno di essi giunge allo scioglimento in modo inaspettato, ovvero per effetto di decisioni individuali o fattori esterni.

Il film di Mastandrea è girato bene e può contare su un'idea di fondo molto buona: raccontare la soggettività del dolore e quanto c'è di surreale, assurdo e quasi ridicolo nella sua messinscena sociale e nei rituali collettivi che lo caratterizzano, nonché riconoscere il diritto che ognuno ha di vivere il dolore come si sente senza che questo comporti un giudizio. E da questo punto di vista il film di Mastandrea è sicuramente efficace, e non a caso dà il meglio di sé attraverso le figure di Carolina e di Bruno.

Quando invece la riflessione sul dolore punta ad allargarsi a temi più ampi, e a invadere il campo delle questioni sociali, come nella sottotrama che riguarda il padre di Bruno, la forza emotiva del film scema e i suoi linguaggi fanno fatica a fondersi, creando quasi la sensazione di assistere a film diversi.

La prima prova registica di Mastandrea è dunque certamente coraggiosa nell'affrontare un tema complesso e intimo ma si fa forse troppo ambiziosa e si sfilaccia nel tentativo di inquadrarlo all'interno di questioni più ampie di carattere sociale e relazionale.

Voto: 3/5

mercoledì 21 novembre 2018

Euforia

Nel suo ultimo film Valeria Golino ci racconta la storia di due fratelli, Matteo (Riccardo Scamarcio) ed Ettore (Valerio Mastandrea), che – come spesso accade tra fratelli – non potrebbero essere più diversi nel carattere e nelle scelte di vita.

Matteo vive a Roma in un attico bellissimo, fa il creativo e l’imprenditore, è pieno di soldi, è omosessuale; la sua vita è divisa tra il lavoro, in cui è molto serio ma altrettanto cinico, e un tempo libero occupato dagli amici, dalla cocaina (e non solo), dagli amanti. Ettore, invece, vive ancora nel piccolo paese di provincia dal quale entrambi provengono, insegna alle scuole medie, è sposato e ha un figlio, ma il suo matrimonio è in crisi perché si è innamorato di un’altra donna.

Le loro vite non si incrociano nemmeno per caso fino a quando un giorno Matteo scopre che suo fratello ha delle metastasi al cervello e non gli resta molto da vivere. Decide di non dirgli la verità, ma lo ospita a casa per consentirgli di farsi curare a Roma.

Se il percorso di Ettore è verso la progressiva consapevolezza della propria malattia e della morte che lo attende, quello di Matteo - che è il vero protagonista del film - consisterà nel fare i conti col suo tentativo ininterrotto di anestetizzarsi e di esorcizzare il dolore e la banalità della vita per vivere sempre – anche aiutato dai soldi - in uno stato di artificiale euforia, la stessa che cerca di applicare anche alla vita di suo fratello controllando e manipolando la realtà.

L’esito di questo percorso lo porterà a rendersi conto della propria solitudine affettiva, conseguenza della non accettazione di una vita che non può essere vissuta sempre alla massima intensità e che spesso nasconde la felicità nella banalità del quotidiano, nonché della propria impotenza di fronte al dolore proprio e altrui e alla morte che la ricchezza non può evitare.

Quando Matteo si concederà il lusso della sconfitta sciogliendosi nel pianto, il riavvicinamento a suo fratello potrà dirsi compiuto, così come la risalita dalle ovattate profondità del mare a una superficie della vita in cui si può respirare ma dove si è anche esposti alle incontrollabili intemperie.

Un film ben costruito (a parte la parentesi per me poco credibile e in fondo poco integrata col resto della gita a Madjugorie), ben recitato (e va dato merito a Scamarcio di essere enormemente cresciuto come attore negli anni), e con una bella colonna sonora di Nicola Tescari in cui tra le musiche non originali spicca il leitmotiv di In a manner of speaking, prima nella cover dei Nouvelle Vague (già presente e usata in modo significativo nel film di Zanasi La felicità è un sistema complesso) e poi sui titoli di coda nella versione originale dei Tuxedomoon.

Voto: 3,5/5


mercoledì 25 luglio 2018

Tito e gli alieni

Grazie alle rassegne estive e in compagnia di mio nipote in visita a Roma, ho recuperato Tito e gli alieni che era uscito nell'ultima parte della stagione cinematografica e avevo perso.

La storia è molto semplice.

Siamo alla fine degli anni Settanta. Tito e Anita, due fratelli napoletani, il primo di 7 anni e l'altra adolescente, già orfani di madre, rimangono soli dopo la morte del padre. Quest'ultimo prima di morire ha deciso - comunicandoglielo solo a cose fatte - di affidare i figli al fratello (Valerio Mastandrea), uno scienziato che vive negli Stati Uniti, a un passo dall'Area 51, dove conduce un esperimento per conto del governo americano.

In realtà, il professore passa metà del suo tempo a realizzare strani e buffi oggetti con materiali di scarto e l'altra metà a dormire su un divano, in quanto dopo la morte della moglie ha praticamente accantonato il suo esperimento e si limita a sopravvivere, riducendo al minimo i suoi contatti col mondo, solo nel suo bislacco mondo in cui sembra avere interesse solo a continuare ad alimentare il ricordo e il dolore. L'arrivo dei due ragazzi metterà fine alla sua mesta quotidianità e al suo isolamento, costringendolo a fare i conti non più solo con il proprio dolore, ma anche con quello di Tito e Anita, a loro volta costretti a elaborare un lutto pesante a migliaia di chilometri da casa, sperduti nel deserto del Nevada, ma al contempo desiderosi di incontrare la vita che li aspetta.

Determinante sarà il ruolo di Stella (Clémence Poésy), una giovane donna che organizza "matrimoni spaziali" nella zona e per hobby si occupa di manicure, e che è una dei numerosi personaggi borderline che vivono esiliati da se stessi nei camper che compongono il paesino di Rachel, il punto "urbanizzato" più vicino a dove vive il professore.

La forza della vita che pretende di andare avanti, senza per questo lasciar scomparire i ricordi, farà irruzione nella quotidianità del professore grazie a Tito e Anita i quali - pur dovendo fare i conti con la solitudine - portano con sé l'inevitabile vitalità della loro età, la necessità di conoscere la vita, il desiderio di avventura, l'ansia della scoperta, la fiammella della ribellione, il bisogno di amare e di essere amati.

In un'atmosfera sempre più grottesca e surreale il professore si vedrà costretto - per il bene dei suoi nipoti - a uscire dalla propria condizione catatonica e infine a riprendere il suo esperimento, trovando negli esiti dello stesso la risposta al proprio dolore e a quello di Tito e Anita.

Quello di Paola Randi è un film di pochi mezzi (forse utilizzati in gran parte per girare negli splendidi e un po' inquietanti paesaggi lunari del cuore dell'America) che si regge fondamentalmente su alcuni elementi: una bella fotografia, una trascinante colonna sonora (che diventa a tratti intradiegetica), un uso moderno della cinepresa e del linguaggio cinematografico (vedi i cambiamenti di formato dello schermo di dolaniana memoria e qui anche ben utilizzati a rappresentare l'apertura al mondo e alla vita del professore), infine - e non ultima - la forza di un'idea semplice. Raccontare cosa vuol dire fare i conti con il passato e ricominciare a guardare avanti, lasciandosi nuovamente andare al flusso potente della vita.

E lo fa all'interno di questa cornice a metà strada tra la fantascienza e il surreale, dentro un mondo alla deriva dello spazio e del tempo, abitato da oggetti e da persone che in un qualche momento sono stati scartati o sono rimasti indietro. Ma, come nel piccolo mondo del professore non c'è oggetto scartato che la creatività non possa riciclare a nuova vita, così nel grande mondo in cui viviamo non c'è persona che non abbia possibilità di riscatto e che non possa trovare il senso della propria esistenza per quanto originale e poco comprensibile.

Voto: 3/5

giovedì 14 dicembre 2017

The place

Dopo il successo di Perfetti sconosciuti (una sorpresa positiva anche per me), Paolo Genovese torna al grande schermo con un nuovo film su cui si sono create inevitabilmente molte aspettative da parte del pubblico.

Genovese si è fatto affascinare da una serie TV americana, A booth at the end, e ne ha realizzato la versione italiana in forma di lungometraggio. The place - come è annunciato già dal titolo - è un film con un impianto fortemente teatrale: tutta l'azione avviene all'interno di un caffè, dove a un tavolino siede un uomo con un'agenda (Valerio Mastandrea). A quel tavolino si siedono nel corso delle giornate molte persone che con quest'uomo stringono veri e propri "patti col diavolo": in cambio della realizzazione di un desiderio (la guarigione di un figlio o di un marito, una rinnovata bellezza, un ritorno di fiamma, il recupero della vista, una notte con una modella ecc.) l'uomo - guardando sulla sua agenda - assegna a ciascuno dei compiti (mettere una bomba in un locale, uccidere una bambina, fare una rapina ecc.) al termine dei quali il desiderio sarà realizzato.

A osservare questo andirivieni la cameriera del bar (Sabrina Ferilli) che è incuriosita e affascinata da quest'uomo e cerca di saperne di più, fino a diventare il personaggio chiave dell'enigmatico finale.

Il tema di fondo del film non è nuovo ed è riassunto dalla frase di lancio della serie TV nonché del film: "cosa siete disposti a fare per realizzare i vostri desideri?", che è come dire "quanto del vostro lato oscuro siete disponibili a tirare fuori per ottenere quello che volete?".

Lo sviluppo del film - in cui le storie dei singoli personaggi, per caso o per volontà dell'uomo che regge le fila dei loro destini, si intrecciano - mostra l'impatto di queste richieste apparentemente impossibili sulle persone e la catena di conseguenze che le loro azioni determinano non solo sugli altri, ma anche su loro stessi.

Personalmente ho interpretato il film come una riflessione su quello spazio delle nostre esistenze che si colloca tra le cose che non possiamo cambiare (perché non dipendono da noi) - e che dunque possiamo solo accettare - e invece la responsabilità individuale che sta a fondamento delle scelte verso di noi e gli altri.

La cosiddetta "preghiera della serenità" recita: "Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza". Evidentemente, uno dei grandi conflitti interiori dell'essere umano da sempre sta proprio nel riconoscere questa differenza e nel comportarsi di conseguenza.

C'è dunque della materia interessante di riflessione in questo film; devo però dire che il risultato mi è sembrato meno riuscito che in Perfetti sconosciuti.

Innanzitutto, la staticità e la ripetitività dell'impianto narrativo dopo un po' risultano stucchevoli (come ha commentato ironicamente un signore alle mie spalle al cinema "Un po' troppo dinamico per i miei gusti!"). Inoltre alcune sequenze tra un "nero" e un altro sono brevissime, caratterizzate da poche battute quasi apodittiche: in un film di questo genere - a parte la recitazione degli attori - è la sceneggiatura che fa la differenza, e qui secondo me la sceneggiatura risulta pretenziosa e didascalica allo stesso tempo. Molte battute sembrano essere state messe lì quasi appositamente per essere profonde e farci riflettere e interrogare, ma alla fine per gran parte comunicano delle sostanziali banalità.

Tutto resta piuttosto in superficie, una galleria di personaggi che raramente acquistano spessore e che si configurano solo come tante facce della stessa medaglia. E - devo ammettere - il finale continua per me a non avere una spiegazione del tutto logica e plausibile.

Voto: 3/5

mercoledì 22 febbraio 2017

Migliore / Mattia Torre. Teatro Ambra Jovinelli, 19 febbraio 2017

Con Migliore si chiude il bellissimo speciale dedicato quest'anno dal Teatro Ambra Jovinelli a Mattia Torre.

A differenza che per Qui e ora e 456, conoscevo già questo testo, che avevo letto nel volumetto In mezzo al mare, contenente cinque atti comici dell'autore. Dunque in parte sapevo cosa mi aspettava, eppure devo dire che lo spettacolo ha avuto comunque la capacità di sorprendermi positivamente.

In spettacoli come questo ci sono due centri che devono fondersi per realizzare la massima riuscita: il testo e l'attore. E in questo caso la magia si può dire perfettamente riuscita.

Iniziamo dal testo.

Migliore racconta la storia di Alfredo, un bravo ragazzo che lavora al servizio clienti di una grande azienda che offre servizi di alto profilo per clienti con elevate disponibilità finanziarie.

Alfredo è un perdente, uno sfigato: il suo posto di lavoro è a rischio, la figlia del capo lo tratta come uno schiavo, i suoi vicini lo sbeffeggiano, la figlia della signora delle pulizie non si dà neppure la pena di salutarlo e gli operatori del camion dell'immondizia suonano da anni al suo campanello per farsi aprire, anche se lui a quell'ora potrebbe dormire. I suoi unici "amici" sono i componenti - un po' presuntuosi e un po' sfigati - di un'associazione con un approccio un po' alternativo e un po' new age.

Fino a quando un giorno, nel tentativo di portare al secondo piano la signora in sedia a rotelle perché l'ascensore del palazzo è rotto, Alfredo scivola e la signora muore. Nella lunga causa che seguirà, grazie all'intervento di un avvocato senza scrupoli, Alfredo viene completamente scagionato da qualunque accusa e può tornare alla sua vita.

Dentro di lui però qualcosa ha fatto clic. Il nuovo Alfredo - che è scampato a quella che sulle prime avrebbe concepito come una giusta punizione - non è più disposto a subire, a comprendere, a essere generoso con gli altri. Nuovi comportamenti - meno remissivi - si affacciano al suo orizzonte, prima per caso, poi sempre più volontariamente perseguiti. E man mano il mondo prima così ostile, umiliante e aggressivo, diventa dominabile e l'attenzione verso di lui cresce insieme alla sua capacità di concentrarsi su se stesso e di manipolare gli altri.

Ancora una volta - come già avevo notato in Qui e ora e in 456 - il testo di Mattia Torre utilizza un registro comico e chiama ripetutamente il pubblico alla risata; però, ad ogni risata sentiamo crescere il sapore amaro che accompagna la trasformazione di Alfredo da sconfitto di buon cuore a vincente sicuro di sé, ma anche cinico e sprezzante.

Le esperienze della vita ci cambiano, ci fanno crescere, ci consentono di superare i nostri limiti; e però nella metafora di Mattia Torre è inevitabile chiedersi che cosa ci perdiamo per strada. L'Alfredo perdente lo compatiamo e ne comprendiamo il dramma che lo ha reso tale e di cui in qualche modo non ha colpa; al contempo ci è insopportabile nella sua incapacità di ribellarsi alle angherie. Ma l'Alfredo "migliore", se da un lato ci trascina in un liberatorio percorso di riscatto, dall'altro ci mette di fronte al significato perverso di ciò che nella nostra società significa essere "migliori" e ci costringe a domandarci perché i vincenti ci piacciono, anche quando sono senza scrupoli.

L'altro centro di questa commedia è Valerio Mastandrea, un Alfredo personificato, eccezionale, capace di rappresentarne tutte le sfumature e le anime, di interpretarne il percorso e la trasformazione, nonché di incarnare - con tante voci diverse - tutti i suoi interlocutori, che sembrano quasi provenire dall'interno del corpo di Alfredo, risuonare nelle sue orecchie, entità immateriali che acquistano corpo solo nelle reazioni del protagonista.

Un'ora di grande teatro, che poi è quello che ti fa alzare dalla poltrona con sentimenti confusi, perché sembra averti preso in giro facendoti ridere su qualcosa che in realtà non è per niente divertente.

Voto: 4/5

sabato 9 luglio 2016

Fiore

Claudio Giovannesi accende la telecamera su qualche mese della vita di Daphne (la non professionista Daphne Scoccia), una ragazza di forse 17 anni che vive di piccoli furti e per questo finisce in un carcere minorile di Roma.

Di Daphne non sappiamo quasi niente; man mano che il tempo passa alcuni dettagli della sua vita emergono: Daphne ha un padre, Ascanio (Valerio Mastandrea), che è ai domiciliari dopo 7 anni di carcere e che faticosamente sta cercando di farsi una nuova vita insieme a Stefania, una rumena con un figlio di 11-12 anni. Al termine del film molte domande resteranno però senza risposta: perché suo padre è stato in carcere? Dov'è la madre di Daphne se è ancora viva?

Questo perché il film di Giovannesi appare costruito mantenendo al minimo la sovrastruttura cinematografica, mostrandoci quello che accade mentre accade ed evitando tutto ciò che possa collocare lo spettatore in una posizione di superiorità rispetto alla protagonista. Anzi, lo spettatore di Fiore è in una posizione di sostanziale minorità perché Daphne ha un passato e un percorso emotivo che non ci viene né mostrato né raccontato.

Quello che vediamo è solo il presente di un'adolescente che condivide con gli altri adolescenti il bisogno di ribellione, il desiderio di libertà, la necessità di amare e di essere amata, ma che certamente prima degli altri ha conosciuto la durezza della vita e l'arte di arrangiarsi, e in quello stato di privazione di libertà che è il carcere mostra entrambi questi aspetti di sé.

Daphne appare dunque sicura di sé, a tratti fin troppo adulta per la sua età, avvolta in una corazza inscalfibile, ma durante l'esperienza del carcere tutto il suo mondo emotivo di adolescente viene fuori in varie circostanze, non solo nella storia d'amore con Josh (Josciua Algeri), ma anche nelle amicizie, nei conflitti, nella solitudine.

La telecamera sta incollata addosso ai personaggi, in particolare alla protagonista, e anche fisicamente ci dà la sensazione dell'orizzonte ristretto nel quale si muove.

Quello però che ne viene fuori è il ritratto sincero e al contempo affettuoso di un'umanità ai margini nella quale nessuno è veramente cattivo: ognuno dei protagonisti del film fa quello che può per conquistarsi una vita "normale", sebbene le sabbie mobili di un contesto e di un passato devianti continuamente li trascinano a fondo. Persino le compagne di galera, nonostante alcune forme di bullismo, alla prova dei fatti mostrano tutta la loro fragilità, così come le guardie e le assistenti sociali quando si fanno rigide e punitive sembrano esserlo solo perché il carcere è un posto in cui senza la disciplina le situazioni degenerano facilmente. Il carcere appare così il posto di un esperimento sociale nel quale inscenare una sorta di lotta per la sopravvivenza, che ne supera però i confini per estendersi anche alle vite di queste persone fuori dalle sue mura. Però ci ricorda che l'umanità potentemente si affaccia in qualunque circostanza, come un fiore nel deserto.

Non sappiamo dove andranno le vite di Daphne e di Josh, né quella di Ascanio e degli altri, perché la telecamera come si è accesa a mostrarci questo mondo così si spegne a un certo punto senza gettare uno sguardo sul futuro o aprire una prospettiva. Lo spettatore ne esce un po' accartocciato su se stesso, con la voglia fortissima di scrivere un futuro di riscatto sapendo che nella realtà quasi certamente non ci sarà. 

Voto: 3/5