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mercoledì 1 ottobre 2025

Da Venezia a Roma. Parte 2: A house of dynamite; Father, mother, sister, brother; A pied d’oeuvre;

Per la prima parte delle recensioni vedi qui.

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A house of dynamite

Kathryn Bigelow mancava all’appuntamento con il cinema da diversi anni e, almeno per quanto mi riguarda, Detroit mi era passato praticamente inosservato, mentre avevo visto e apprezzato The hurt locker e Zero Dark Thirty.

Con A house of dynamite la regista statunitense torna alle atmosfere proprio di quei film, raccontando con grandissima perizia registica e appoggiandosi a una sceneggiatura di tutto rispetto, un inizio di giornata nel quale gli Stati Uniti si accorgono che un missile – forse nucleare – partito dal Pacifico sta sorvolando il territorio statunitense e la sua traiettoria punta su Chicago.

Il pochissimo tempo che passa tra i minuti prima di questa scoperta e la durata del volo del missile è raccontato più volte, in una struttura narrativa ciclica e ricorsiva, dal punto di vista di diversi protagonisti che ruotano intorno alla Casa Bianca e agli apparati di sicurezza degli Stati Uniti.

Il ritmo è adrenalinico, sia nel tentativo di abbattere il missile mediante altri missili inviati da terra, sia nel processo decisionale che si muove intorno a questo evento e che coinvolge numerose persone, ma che alla fine converge su colui a cui spetta l’ultima parola, il Presidente, investito della scelta di contrattaccare senza avere la certezza che effettivamente l’evento sia un attacco né chi lo stia sferrando, o di attendere esponendosi all’opinione pubblica e alle conseguenze a livello globale dopo il disastro dell’impatto.

Non è la fine della storia che interessa alla Bigelow, ma – come le poche scritte all’inizio del film ci ricordano – la situazione di incertezza mondiale in cui il mondo intero è ricaduto quando la scelta di abbandonare i programmi atomici per un mondo più sicuro è stata messa da parte e il mondo è tornato a essere una “casa piena di dinamite”, pronta a esplodere in qualunque momento e non necessariamente per ragioni sensate.

Si esce col fiato corto dal film della Bigelow, con la testa piena di domande e il cuore pieno di paure, soprattutto perché sappiamo che in questo momento in molte parti del mondo molti dei leader che devono prendere le decisioni di fronte a situazioni di potenziale pericolo sono persone irresponsabili e prive di quella statura umana e morale che, tanto più in un momento delicato come questo, sarebbe necessaria.

Un film intrinsecamente e profondamente americano, che non piacerà a chi non ama questo stile, ma che dal mio punto di vista coglie nel segno, anche nella scelta del linguaggio.

Voto: 3,5/5



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Father, mother, sister, brother

Tre luoghi: il New Jersey, Dublino e Parigi. Tre famiglie: due figli (Adam Driver e Mayim Bialik) che vanno a trovare il padre (Tom Waits) il quale abita in una casa isolata che si affaccia su un laghetto tra i boschi; due figlie (Cate Blanchett e Vicky Krieps) che si ritrovano una volta all’anno per il te pomeridiano alla casa della madre (Charlotte Rampling); una sorella e un fratello gemelli (Indya Moore e Luka Sabbat) che, dopo la morte dei genitori, tornano insieme nella casa che avevano abitato insieme a loro e che nel frattempo è stata svuotata.

L’ultimo film di Jim Jarmusch, che ha vinto il Leone d’oro all’ultimo festival del cinema di Venezia, è strutturato dunque in tre episodi, in cui ci sono alcuni elementi che ricorrono (uno su tutti, la presenza di skaters che a un certo punto attraversano le strade percorse dai protagonisti, ma anche i brindisi con l’acqua, i colori degli abiti e altri dettagli), ma che sono narrativamente indipendenti l’uno dall’altro, sebbene con un tema di fondo comune: la famiglia, o – per essere più precisi – la negazione del luogo comune che i tuoi familiari sono quelli che ti conoscono meglio di tutti.

Perché la verità – sembra dirci Jarmusch, e io sono d’accordo con lui – è che in nessun contesto più che nella famiglia i rapporti tra le persone sono falsati dalle aspettative, dal pregiudizio, dall’immagine che ciascuno si è costruito dell’altro e che è difficile smontare senza mettere in discussione equilibri già fragili.

E tutto questo Jarmusch ce lo racconta con pennellate leggere, com’è nel suo stile, attraverso dialoghi il cui obiettivo non è quello di farci conoscere i dettagli, di spiegare, bensì solo di farci intuire, pensare, sorridere, sviluppare una forma di empatia.

Un film in sordina, dunque, che non so se è all’altezza del Leone d’oro, ma che merita di essere visto.

Voto: 3,5/5




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A pied d’oeuvre

Tratto dall’omonimo romanzo di Franck Courtès, il nuovo film di Valérie Donzelli, regista francese che ha già molti film all’attivo anche se personalmente non ne ho visti tanti, racconta la storia di Paul (il bravissimo Bastien Bouillon), ex fotografo di successo, con ex moglie e due figli, che ha deciso di abbandonare la professione di fotografo per fare lo scrittore e ha già pubblicato alcuni libri.

Pur ben accolti dalla critica, i libri però non gli garantiscono un introito sufficiente per una vita dignitosa; così Paul si iscrive su una piattaforma in cui domanda di lavoro e offerta si incontrano sul principio di chi offre di meno per svolgere il medesimo compito.

Paul si ritrova così a fare tanti lavoretti (smontare un soppalco, fare giardinaggio, svuotare una cantina, accompagnare in macchina qualcuno all’aeroporto), spesso faticosi fisicamente, ma che comunque non gli danno il sostentamento sufficiente e lo conducono sulla china della povertà, circondato da parenti e amici che non capiscono le sue scelte e non le condividono.

Nonostante tutto, e forse dopo aver toccato il fondo, riuscirà a scrivere un nuovo romanzo, A pied d’oeuvre appunto, che lo riporterà alla ribalta, ma nella consapevolezza ormai acquisita che nel mondo odierno non si vive di scrittura e forse non si vive nemmeno dei lavoretti che la società postcapitalista lascia cadere come briciole dalla sua tavola a vantaggio di un branco di cani affamati.

C’è una componente parzialmente consolatoria nella parte finale del film, che è quella che mi ha fatto scendere anche una lacrimuccia ma che forse ho anche trovato la parte meno appropriata.

Nondimeno il film di Valérie Donzelli (e il libro da cui è tratto) affronta con precisione e grazia il tema del lavoro nella società contemporanea, le storture di un sistema in cui – come dice il protagonista – il padrone non deve più preoccuparsi degli operai, perché ci sono molti altri meccanismi, ben più anonimi, che tengono questi ultimi in posizione di minorità e inferiorità. E così, il lavoro creativo torna a essere un lusso che, come in altre epoche storiche, solo pochissimi possono permettersi, a meno di non essere disponibili a un calvario come quello del protagonista di questo film.

Bravi i francesi che sanno ancora raccontare la nostra società in questo modo così brillante e chirurgico al contempo.

Voto: 3,5/5



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No other choice

Non sono una cultrice di Park Chan-Wook fin dalle origini, e ho perso alcuni dei suoi capolavori, quelli che hanno segnato un’epoca e l’inizio di un vero e proprio genere.

Da quando, dunque, lo seguo, mi sono trovata di fronte a versioni del suo cinema molto diverse le une dalle altre, da Mademoiselle a Decision to leave (quest’ultimo per me molto bello), e ora a questo No other choice, con cui si torna ai canoni del suo cinema più proprio.

Man-su (Byung-Hun Lee), il protagonista di questo racconto, ha una bella casa (la sua d’infanzia che ha riacquistato e ristrutturato), una moglie bella e fedele, un figliastro adolescente, una figlia più piccola con un talento per il violoncello, due labrador, e soprattutto un lavoro di caporeparto in un’azienda che produce carta, lavoro che ama molto e in cui ha raggiunto livelli di specializzazione elevati.

Tutto questo crolla in un sol colpo quando Man-su viene licenziato e la ricerca di un nuovo lavoro che possa valorizzare la sua specializzazione si rivela ben più difficile di quello che immagina.

Di fronte al rischio di vendere la casa e di perdere i suoi affetti, Man-su decide di giocarsi il tutto per tutto, eliminando a uno a uno i suoi più diretti concorrenti nella competizione per il nuovo lavoro.

No other choice è tratto dal libro The ax di Donald E. Westlake del 1997, quindi un romanzo che – soprattutto in riferimento al mondo del lavoro che è quello su cui si focalizza – si potrebbe considerare ormai datato e che però Park Chan-Wook riesce a mantenere in bilico tra temi universali e senza tempo e affondi nel presente della società sudcoreana e più in generale del mondo occidentale.

Ovviamente lo fa a suo modo, scegliendo il linguaggio del grottesco, del pulp, dell’ironia, del nonsense, dell’accumulazione, il che produce un film a tratti strabordante, che ci rimanda indietro un mondo che in parte ci appare un po’ estraneo, ma che per altri versi ci restituisce – sebbene esasperati – i tratti della nostra realtà e della nostra contemporaneità.

Non esattamente il mio genere di film, ma un film che non passa e non passerà inosservato.

Voto: 3,5/5




domenica 28 settembre 2025

Da Venezia a Roma. Parte 1: A sad and beautiful world; Memory; Toni, mio padre; Human resource

Ed eccomi all’ormai classico appuntamento delle anteprime dei film del Festival di Venezia a Roma, atteso ogni anno con grande trepidazione. Anche quest’anno faccio una bella abbuffata di film, da cui esco molto contenta per aver visto opere importanti e meno importanti, che però quasi tutte mi hanno lasciato qualcosa dentro. Guerre e mondo del lavoro mi sono sembrati i temi trasversali alla rassegna, almeno per quanto riguarda i film che ho visto io; il cinema si conferma ancora mezzo immerso nella realtà e capace di raccontare con complessità i nostri tempi difficili.

(La seconda parte delle recensioni è qui)

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A sad and beautiful world

Il regista libanese Cyril Aris, classe 1987, ci propone una storia d’amore dall’impianto piuttosto classico: Nino (Hassan Akil) e Yasmina (Mounia Akl) nascono lo stesso giorno a pochi minuti di distanza l'uno dall'altro, in una Beirut che è attraversata dalla guerra civile e che già vive sotto i bombardamenti. Il loro è un destino segnato: frequentano la scuola insieme, diventano amici e “fidanzati”, si fanno delle promesse, ma a seguito della separazione dei suoi genitori, Yasmina è costretta a seguire la madre e ad allontanarsi dal padre e da Nino. Si rincontrano da adulti a causa di un incidente. Nel frattempo Nino ha aperto un ristorante in cui rivisita la cucina libanese in un’ottica internazionale, Yasmina è una donna in carriera. Torneranno insieme, faranno una figlia, ma la loro vita oscillerà sempre tra momenti di felicità e leggerezza – anche grazie al carattere giocoso di Nino – e momenti di difficoltà e paura per il futuro.

Il film di Aris si presenta formalmente ineccepibile (molto bella la fotografia e i due attori bravi e magnetici), ma piuttosto convenzionale nello sviluppo narrativo e anche sostanzialmente prevedibile. È evidente però che Nino e Yasmina sono per il regista soltanto l’occasione di parlare del Libano e nello specifico di Beirut, che è il vero oggetto d’amore di questa storia.

Avevo da poco letto il graphic novel Un’educazione orientale, anch’esso incentrato sulla città di Beirut, e in A sad and beautiful world ho ritrovato lo stesso afflato, un rapporto viscerale con la città, che spesso è anche la causa dei conflitti familiari – come nel caso di Nino e Yasmina - tra chi manifesta un attaccamento che va al di là dei conflitti, della situazione economica, delle distruzioni, e chi invece non ce la fa più e vorrebbe andare via, pur con la morte nel cuore.

Non un film memorabile, ma che in qualche modo ci aiuta a entrare nel vissuto e nei sentimenti contraddittori dei libanesi che anelano semplicemente a una vita normale.

Voto: 3/5



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Memory

Presentato a Venezia nell’ambito delle Giornate degli autori, il film Memory della regista ucraina Vladena Sandu attinge alla propria autobiografia e ai propri ricordi per raccontare la storia di una bambina la cui esistenza è divisa tra la terra di nascita, la Crimea, allora facente parte dell’URSS, e quella dove ha vissuto parte della propria infanzia e adolescenza, ossia la Cecenia.

La scelta della regista è quella di mescolare un approccio propriamente documentaristico, che utilizza materiale fotografico e audiovisivo proveniente dal suo archivio personale e da quello della sua famiglia,  con un girato di finzione che ha come protagonista un’attrice bambina. La narrazione è realizzata, oltre che dalle immagini che scorrono sullo schermo, dal voice over della stessa regista che racconta e, in un certo senso, spiega le immagini che vediamo passare sullo schermo.

Ne viene fuori un interessante pastiche di generi, che a tratti sconfina in vera e propria installazione multimediale, in alcuni casi sorprendente, in altri casi spiazzante. Attraverso questa scelta piuttosto originale, attraversiamo la storia di territori che, dopo essere stati per lunghissimo tempo parte dell’URSS, a seguito dello sfaldamento di quest’ultima dichiararono la propria indipendenza, nel caso specifico l’Ucraina e la Cecenia. Se quest’ultima, dopo la guerra di indipendenza (1994-1996), fu subito oggetto di riconquista russa attraverso una lunga e sanguinosa guerra durata dal 1999 al 2009, la vicenda ucraina è sotto gli occhi di tutti, ma la Crimea nello specifico è un territorio conteso che nel 2014 la Russia ha riannesso.

Il racconto di Vladena Sandu registra la grande storia, ma non è quella l’oggetto della narrazione, bensì il punto di vista di una bambina che cerca di interpretare una realtà che non comprende, che si trova trascinata in dispute e conflitti, che a poco a poco scopre verità, e soprattutto riconosce una spirale di violenza, una ricorsività della sopraffazione che non colpisce solo i popoli, ma mette gli individui gli uni contro gli altri e lascia i segni sulle vite individuali.

Una visione quella di Memory faticosa, soprattutto a causa del voice over piuttosto monotonale, che a tratti culla come una ninna nanna, ma che apre squarci di verità e “bellezza” su mondi di cui ci arriva l’eco ma che facciamo fatica a comprendere fino in fondo.

Voto: 3/5



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Toni, mio padre

La mia due giorni al Cinema Farnese per le Giornate degli autori si conclude con il documentario Toni, mio padre che Anna Negri ha realizzato negli anni prima della morte di suo padre, Toni Negri (scomparso nel 2023) e presentato a Venezia quest’anno.

Il documentario racconta la storia di Toni Negri, giovane e brillante professore di filosofia all’Università di Padova, che fu tra i teorici della sinistra extraparlamentare italiana tra gli anni Sessanta e Settanta e nel 1979 venne arrestato come teorico delle Brigate rosse, accusa dalla quale venne infine prosciolto, ma che lo costrinse a una lunga carcerazione e successivamente all’esilio in Francia.

Ma nel film della figlia Anna, in sala per il Q&A, pur essendo presente la vicenda umana e politica del padre, inscindibile del resto dalla sua persona, c’è soprattutto la dialettica tra un padre e una figlia, tra una generazione e un’altra, tra un approccio alla vita e un altro, dialettica che spesso si trasforma in conflitto, in tentativo – non sempre riuscito – di comprendersi, in riconoscimento degli errori e delle contraddizioni umane e politiche.

Il documentario di Anna Negri, la cui ossatura di fondo è fatta delle interviste e dei dialoghi della regista con suo padre negli ultimi anni della sua vita a Venezia, si arricchisce di altro girato realizzato dalla stessa Anna ragazzina e poi giovane donna, nonché di foto, documenti, che vengono sia dagli archivi personali della famiglia che dagli archivi collettivi.

La bellezza di questo racconto sta nella sua capacità di non nascondere fragilità e contraddizioni, cosicché la figura di Toni Negri, pur emergendo in tutta la sua statura intellettuale e nella forza delle sue convinzioni, non diventa in nessun modo un santino, bensì l’elemento destabilizzante della vita di Anna, e non solo.

L’acqua, che fa da fil rouge di tutta la narrazione – non solo quella veneziana, ma anche quella protagonista di altre sequenze filmate di diversa provenienza –, è il liquido amniotico nel quale una figlia cerca indefessamente di trovare uno spazio nell’universo non di una madre (pur presentissima nel film, Paola), ma di un padre, il cui universo è dichiaratamente comunitario, per quanto non immune da forme di individualismo.

Non so se Anna sia riuscita con questo film a fare pace con questa figura così ingombrante; quel che è certo che questa ricerca così personale si è fatta opera cinematografica di grandissimo livello.

Voto: 4/5



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Human resource

La mia kermesse veneziana a Roma prosegue con il film del regista thailandese dal cognome impronunciabile, Nawapol Thamrongrattanarit, che racconta la storia di Fren (Prapamonton Eiamchan), una giovane donna che scopre di essere incinta di un mese. Questa notizia, che – scopriremo più avanti – non dovrebbe essere particolarmente sconvolgente perché lei e suo marito stanno cercando di avere un figlio da due anni – produce in Fren un profondo subbuglio interiore. Complice lo scombussolamento ormonale che la gravidanza porta con sé, Fren comincia a diventare particolarmente sensibile sia alle notizie negative che i media riversano ogni giorno su di lei, dalla situazione dell’economia thailandese al cambiamento climatico, dai rischi dell’inquinamento sulla salute umana a un mondo del lavoro sempre più individualista e competitivo, sia a quello che accade nella sua vita di tutti i giorni.

In un silenzio quasi inquietante, Fren osserva il mondo intorno a sé con occhi diversi: la sua azienda, nella quale fa parte del team delle risorse umane che sta cercando una nuova unità di personale che sia disposta ad accettare una prospettiva lavorativa molto stressante e di grande impatto sulla vita personale; il proprio compagno che mentre giudica i comportamenti altrui non si fa scrupoli a fare affari con personaggi poco trasparenti, in quanto ossessionato dal mantenimento di uno stile di vita elevato; in generale il mondo intorno che sembra non curarsi della china lungo la quale sta scendendo e che nel farlo non si fa problemi a lasciare qualcuno sul campo.

Il film di Thamrongrattanarit mi ha inevitabilmente fatto pensare ai film di Bong Joon-ho, nel rappresentare una società fatta di profonde disuguaglianze e di altissima competitività, dove la lotta per l’affermazione di sé e la ricerca della propria ricchezza personale è sempre più violenta e senza scrupoli. Nella poetica del regista thailandese, però, a differenza che in quella del sudcoreano, tutto avviene nella testa della protagonista, in un crescendo di tensione che fa temere il peggio man mano che la narrazione va avanti, ma che non giunge mai a un punto di rottura, non deflagra, rimane soffocato dentro il personaggio di Fren, come nelle sequenze altamente evocative in cui lei è chiusa nella sua auto mentre attraversa l’autolavaggio, circondata da schiuma, acqua e rumore, ma protetta dall’abitacolo.

Bellissimo lavoro, di grande impatto emotivo.

Voto: 3,5/5


venerdì 4 ottobre 2024

Da Venezia a Roma. Parte 2: Youth, Ainda estou aqui, Love

Per la prima parte delle recensioni vedi qui.

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Youth - Homecoming

La visione di questo documentario di circa due ore e mezza di Wang Bing - che leggo essere il terzo di una trilogia dedicata agli operai dei laboratori tessili cinesi di Zhili (capitale mondiale nella produzione di abbigliamento per bambini) e frutto di cinque anni di girato al seguito di questi lavoratori - è un'esperienza che non mi sentirei di consigliare a chiunque, ma che personalmente ho trovato molto forte sul piano sensoriale e conoscitivo.

In questo terzo capitolo della trilogia il regista segue le storie di alcuni lavoratori di età compresa tra i 16 e i 30 anni, originari di alcune zone rurali della Cina, tra cui lo Yunnan e non solo, durante il periodo del Capodanno cinese, periodo nel quale chi riesce a ottenere la paga torna a casa dalle proprie famiglie.

Assistiamo dunque a lunghi viaggi in condizioni piuttosto difficili (vagoni di treni strapieni di persone, pulmini e mezzi di fortuna che percorrono strade sterrate e ghiacciate sui costoni di montagne), e poi a scene di vita familiare all'interno di case povere e a volte fatiscenti in cui vivono famiglie allargate con bambini molto piccoli e persone molto anziane, a occasioni di vita collettiva all'interno di questi villaggi (matrimoni, processioni, e altri eventi), ma anche alla vita di questi lavoratori una volta che rientrano nei loro laboratori a Zhili, dove lavorano a cottimo con macchinari vetusti e vivono in cubicoli di cemento senza finestre all'interno di edifici fatiscenti.

Lo squallore, il degrado e la bruttezza degli ambienti e dei luoghi dove questi giovani trascorrono gran parte delle loro giovani vite è angosciante e aberrante, ma devo dire che più ancora degli ambienti di lavoro mi hanno colpito i luoghi dai quali provengono. Per noi il concetto di ruralità è spesso collegato a povertà, ma comunque a una qualità estetica e a una natura piacevole: in questo caso ci troviamo di fronte a orrori ambientali e interventi umani deteriori che per queste popolazioni sono la normalità e l'orizzonte nel quale si muovono. Mi sono chiesta più volte, durante la visione del film, come si può diventare crescendo in un ambiente non solo povero e arretrato e igienicamente molto discutibile, ma anche privi di qualunque esposizione alla bellezza e alla cura. Per me - e questa non è la prima volta che lo penso leggendo o vedendo prodotti culturali cinesi - la Cina rappresenta quanto di più misterioso e lontano culturalmente da me ci possa essere, e certamente questo mi rende difficile se non impossibile comprendere appieno e produce sicuramente pregiudizi.

Devo infatti anche riconoscere che questo film ha il merito di avermi fatto riflettere sul fatto che, nonostante questo contesto che a me ha lasciato un senso di angoscia e degrado, i giovani protagonisti di queste piccole storie e di queste difficili vite sono pieni di vitalità, di energia, anche di ironia, e per molti versi - pur vivendo situazioni non paragonabili ai loro coetanei in altre parti del mondo - non sono molto diversi da quello che ci si aspetterebbe da ragazzi di queste età.

Infine, una notazione tecnica: non andate a vedere questo film se soffrite la telecamera a mano, perché qui il cameraman letteralmente segue e insegue i suoi protagonisti, a piedi e nei mezzi di trasporti, e il mal di mare e la nausea del movimento della macchina sono decisamente importanti, per quanto funzionali anch'essi allo scopo.

Voto: 3,5/5



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Ainda estou aqui = Sono ancora qui

Il film brasiliano di Walter Salles, tratto dal romanzo omonimo di Marcelo Rubens Paiva, dedicato alla storia della sua famiglia, racconta un periodo difficile della storia brasiliana, gli anni della dittatura militare.

Il regista ha voluto farlo attraverso la storia dei Paiva, famiglia che ha conosciuto direttamente e di cui ha frequentato la casa (da cui era molto ammirato). Il capofamiglia Rubens (Selton Mello) è un ex deputato che ha abbandonato la politica dopo il colpo di stato e svolge la professione di ingegnere. Vive in una casa a Rio de Janeiro insieme alla moglie Eunice (la bravissima Fernanda Torres) e ai suoi cinque figli, quattro femmine Veroca, Eliana, Nalu, Babiu, e un maschio, il più piccolo, Marcelo. Rubens e sua moglie hanno acquistato un terreno dove progettano di realizzare una nuova casa, quando la loro vita viene sconvolta dall'arresto di Rubens e dalla sua successiva sparizione; anche Eunice ed Eliana saranno interrogate, ma poi rilasciate. Da questo momento in poi per Eunice ci saranno due obiettivi su tutti: scoprire la verità sulla sorte di Rubens e portarla a conoscenza di tutto il paese, e occuparsi della sua famiglia consentendo ai suoi figli di sopravvivere e portare avanti i loro percorsi.

È una storia nel suo complesso non nuova, ma ha il pregio di gettare luce sul periodo della dittatura brasiliana e sulle uccisioni e sparizioni che l'hanno caratterizzata (forse meno noti delle vicende simili avvenute in altri paesi dell'America Latina), nonché di raccontare una storia familiare vera con al centro un personaggio eccezionale come Eunice, di cui nel film avremo modo - seppure in maniera sintetica - anche di conoscere la storia successiva alla fine della dittatura (la laurea in legge, le battaglie politiche, la malattia). Quello di Salles è un film decisamente riuscito, emotivamente potente grazie soprattutto alla modalità in cui è narrata la dimensione familiare e i rapporti tra i componenti di questa famiglia, nonché esteticamente davvero godibile: la ricostruzione degli anni Settanta realizzata con grande cura, i filmini in Super 8 girati dalla figlia Veroca, l'effetto visivo della grana e le scelte di gradienti di colori diversi a seconda del mood e del momento narrativo. A me è arrivato dritto e potente, e un film del genere questo deve fare.

Voto: 3,5/5



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Kjӕrlighet = Love

L'ultimo film che riesco a vedere della rassegna Da Venezia a Roma è Love (Kjӕrlighet) del regista norvegese Dag Johan Haugerud che con questo film chiude la sua personale trilogia, i cui capitoli precedenti erano Sesso e Sogni.

Siamo a Oslo, città che - insieme ai personaggi in carne e ossa - è certamente protagonista di questo film, in quanto non fa solo da sfondo indifferente, ma in qualche modo partecipa con la sua identità alla narrazione, al punto che ne esce quasi un vero e proprio spot per la città. Tra l'altro, uno dei personaggi, Heidi, è una dipendente del Comune di Oslo che deve presentare un progetto per il centenario della città e attraverso di lei vengono fuori alcuni caratteristiche tipiche delle politiche urbane.

I due personaggi principali sono però Marianne (Andrea Bræin Hovig), una dottoressa che lavora nel reparto di urologia oncologica dell'ospedale, e Tor (Tayo Cittadella Jacobsen) che è infermiere dello stesso reparto. La prima è single e, se da un lato cerca una relazione stabile, dall'altro non vuole essere ingabbiata in modelli relazionali troppo rigidi, cosicché dopo aver conosciuto Ole, separato con figlie, con il quale avvia una relazione, si concede l'avventura di una notte con uno sconosciuto incontrato sul traghetto. Tor è omosessuale e ha una vita affettiva e sessuale molto libera: incontra uomini con Grindr, ma senza esserne ossessionato.

Mentre dunque Marianne e Tor proseguono le loro vite professionali che si incrociano con le storie di pazienti a cui spesso viene data una diagnosi di cancro, i due parlano tra loro e con le persone che stabilmente ovvero occasionalmente popolano il loro mondo, riflettendo su sé stessi, sui propri desideri, su quello che è giusto e che non lo è, sui modelli relazionali e affettivi.

Non che il film di Haugerud voglia dare delle risposte su un tema su cui l'umanità si interroga da sempre, però non c'è dubbio che il suo film manifesti un'urgenza di discutere di questo tema, l'amore, e soprattutto come va evolvendosi all'interno di contesti sociali sempre più liberi e fluidi.

Ne viene fuori un film un po' schematico e piuttosto verboso, non sgradevole, ma che dal mio punto di vista non aggiunge moltissimo a quanto su questo tema è già stato detto più o meno recentemente da altri film e libri.

Apprezzo la delicatezza dell'impianto complessivo, ma temo che il film non sia destinato a rimanere nella storia del cinema.

Voto: 2,5/5



mercoledì 2 ottobre 2024

Da Venezia a Roma. Parte 1: Nonostante, Mon inséparable, Peacock, Leur enfants après eux

E anche quest'anno noi che viviamo a Roma e che alla Mostra del cinema di Venezia non ci andiamo attendiamo con ansia la settimana delle anteprime di Venezia a Roma. Ho letto che si è trattato di un Festival di Venezia un po' mainstream e non all'altezza di altri anni, però personalmente non posso perdere l'occasione di vedere film che chissà se e quando arriveranno in sala.

In circa una settimana di full immersion riesco a vedere ben sette film. Qui i primi quattro. 

(La seconda parte delle recensioni è qui)

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Nonostante 

Devo essere sincera: del primo film di Mastandrea da regista, Ride, che pure avevo visto, non ricordavo praticamente nulla. Dopo la visione di quest'ultimo film, sono andata a rileggermi il post che avevo scritto a suo tempo, e ci ho ritrovato alcune delle sensazioni provate anche durante la visione di Nonostante.

Innanzitutto va detto che Mastandrea deve avere una specie di ossessione per la morte, visto che entrambi i film ruotano intorno a questo evento, e quest'ultimo è dedicato al padre Alberto, morto nel 2014.

Come ci spiegano Mastandrea e il cosceneggiatore Audenino, questo è un film immaginifico, non realistico, e per trattare di un tema così concreto come la morte sceglie di mettere al centro della narrazione coloro che sono tra la vita e la morte, ossia in uno stato di coma, facendoli interagire tra loro e con il mondo circostante.

Sarebbe un peccato dire di più della trama di questo film che in parte punta sulla scoperta progressiva dell'universo narrativo da parte dello spettatore. E va detto che sicuramente l'idea di fondo è davvero molto buona ed è un modo estremamente originale di riflettere sulla vita stessa, che in fondo è una parentesi tra due oblii, quello precedente alla nascita e quello successivo alla morte, oblii attenuati solo dal tenue e caduco ricordo di chi ci ha conosciuti e amati.

Non vi immaginate però un film tetro e angosciante, perché Mastandrea - con la complicità di gente come Lino Musella e Laura Morante - sa introdurre ironia e leggerezza in questa storia, sia grazie alla sceneggiatura che grazie alla recitazione.

Date per acquisite le cose che mi sono piaciute, devo però dire che il film non mi è sembrato pienamente riuscito da molteplici punti di vista: alcuni passaggi narrativi, come ad esempio la storia d'amore, mi sono sembrati un po' forzati; in generale la meccanica del film non risulta totalmente fluida e oliata, e alcune cose appaiono un po' didascaliche. Anche la colonna sonora - pur gradevole - mi è risultata un po' appiccicata da un lato, e un po' troppo parlante e convenzionale dall'altro. La protagonista femminile, Dolores Fonzi, non mi è sembrata particolarmente convincente, soprattutto nell'interazione con Mastandrea. Alla fine, fatte salve le ottime intenzioni, l'idea molto originale e alcune trovate molto carine, personalmente ho trovato questa prova registica ancora un po' acerba.

Voto: 3/5

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Mon inséparable

Avevo già avuto modo di ammirare il talento di Laure Calamy in un altro film francese, Full time - Al cento per cento, che avevo apprezzato particolarmente e che ora, dopo la visione del film di Anne-Sophie Bailly, mi è sembrato quasi un ideale prequel di quest'ultimo.

In Mon inséparable Laure Calamy ancora una volta interpreta una madre single, Mona, ma questa volta al centro c'è il rapporto con un figlio grande, circa 30 anni, con un ritardo cognitivo, Joel (Charles Peccia), cui la donna ha evidentemente dedicato tutta la propria esistenza, barcamenandosi tra il lavoro, la gestione della casa e le necessità del figlio. I due sono inevitabilmente legati a doppio filo, in maniera tenera e forte al contempo.

Questo legame viene sconvolto dalla notizia - del tutto inaspettata per Mona - che Joel ha messo incinta Océane (Julie Froger), una giovane donna con disabilità che frequenta lo stesso centro dove lavora Joel.

A partire da questa notizia si innesca una serie di reazioni che riguardano molte persone (tra cui ad esempio i genitori di Océane), ma soprattutto è il rapporto tra Mona e Joel a essere in qualche modo messo in discussione, come sempre accade nei rapporti di co-dipendenza, quando una delle due persone produce uno strappo. In questo caso, di mezzo c'è anche la disabilità di Joel, la difficoltà ad accettare le sue scelte, in generale la tendenza a infantilizzare e a non considerare capaci di decisioni autonome e responsabilità le persone con disabilità, e ovviamente il senso di tradimento e di abbandono di Mona, che in parte ha rinunciato a costruirsi una propria vita per occuparsi del figlio.

E tutto questo viene reso in maniera estremamente realistica (grazie a una regia attenta, a un'ottima direzione di attori e a una sceneggiatura molto ben scritta) e proprio per questo arriva in maniera forte allo spettatore dal punto di vista emotivo. Oltre a Laure Calamy, ho apprezzato particolarmente gli attori che interpretano Joel e Océane, che sono effettivamente persone con disabilità (come raramente si vede al cinema anche nei ruoli di personaggi con queste caratteristiche) per le quali il film si è avvalso di una figura di accessibility coordination manager, Margault Algudo-Brzostek, che si è occupata di creare le condizioni di lavoro giuste per questi attori (bella l'intervista in cui spiega alcuni aspetti del lavoro per questo film).

Un film su una tematica che si sarebbe prestata a tanta retorica e ad altrettanto melodramma riesce invece ad essere asciutto, teso, diretto e anche a suo modo ironico. Per me è un sì.

Voto: 3,5/5



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Peacock

L'opera prima del giovane regista austriaco Bernhard Wenger ha come protagonista Matthias (il bravo Albrecht Schuch), un giovane che lavora in un'agenzia che noleggia esseri umani che dovranno interpretare un ruolo secondo le esigenze e le finalità del cliente: un fidanzato colto e raffinato, un figlio devoto e di successo, un padre pilota di aereo, un amico di vecchia data. 

All'interno dello staff di questa agenzia, Matthias è il più bravo e il più richiesto, quello che ottiene sempre le recensioni più positive dai clienti, quello in grado di controllare ogni dettaglio della sua "performance", però - man mano che il suo lavoro procede e la sua capacità mimetica migliora - il confine tra  il sé stesso vero e quello che di volta in volta finge di essere si fa sempre più labile, e la capacità di avere propri punti di vista, opinioni, pensieri va svanendo.

Quando la sua fidanzata lo lascia, abbandonando la bellissima, ma asettica casa nella quale vivono insieme (anch'essa senz'anima e fatta per piacere solo agli altri), e successivamente il marito di una cliente comincia a perseguitarlo perché la moglie lo ha lasciato dopo aver fruito dei servizi dell'agenzia, nella vita controllatissima di Matthias cominciano a manifestarsi delle crepe che si allargano sempre di più, producendo una crisi che l'uomo non sa nemmeno come gestire, se non utilizzando gli stessi strumenti che usa per lavoro.

Lo sguardo di Wenger però non è solo concentrato sul suo personaggio, ma si allarga a una società intera che vive sempre più di apparenze e di performance, che finge le emozioni ed è incapace di provarne di vere, che fa fatica a gestire l'imprevisto e la variabilità.

Il tono del film - che sicuramente ha come punto di riferimento il cinema di Östlund, e che in alcuni passaggi lo omaggia persino - oscilla tra l'angosciante e il grottesco: si ride molto di fronte alle avventure e disavventure di Matthias, ma si prova anche un'angoscia crescente o quantomeno un senso di turbamento profondo che - a differenza che verso alcuni personaggi di Östlund - muove anche una empatia e una pietas non scontate.

Una bella prima prova che a questo punto fa venire curiosità sul prosieguo del lavoro di questo cineasta.

Voto: 3,5/5

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Leur enfants après eux = E i figli dopo di loro

Tratto dal romanzo di Nicholas Mathieu, tradotto in Italia con il titolo E i figli dopo di loro (che a questo punto mi è venuta curiosità di leggere), il film dei fratelli Ludovic e Zoran Boukherma, per me assolutamente sconosciuti anche se pare siano al quarto lungometraggio, ma al primo non di genere, è ambientato negli anni Novanta in una piccola cittadina immaginaria della Lorena, dove una grande fabbrica che ha dato lavoro a molte persone è ormai in dismissione e la maggior parte delle famiglie che hanno vissuto grazie al lavoro nella fabbrica si trovano a barcamenarsi con lavori temporanei e a fare i conti con difficoltà economiche.

In questo contesto si muove Anthony (Paul Kircher, vincitore a Venezia del Premio Mastroianni per l'attore emergente, e che io avevo già apprezzato ne Le Lycéen), che nell'estate del 1992 ha quattordici anni e, insieme al cugino coetaneo, gira in bici per il paese e i suoi dintorni in cerca di diversivi e per sfuggire alla noia. In questa estate molte cose segneranno il futuro di Anthony: la conoscenza di Steph, che diventerà la sua ossessione amorosa per molti anni a venire, la festa per andare alla quale il ragazzo prende di nascosto la moto del padre, il furto della moto da parte di Hacine, un giovane immigrato marocchino che vive con suo padre alla periferia del paese insieme ad altri immigrati, e tutte le conseguenze che questo comporterà. Seguiremo poi l'andamento della vita di Anthony in quattro estati successive, nel 1994, nel 1996 e nel 1998, accompagnati dalla musica di quegli anni che ha un posto centrale (diegetica ed extradiegetica) in questo film. Anthony crescerà, così come Steph, Hacine, e gli altri giovani che vivono nel paese, dentro un mondo dalle prospettive incerte, mentre intanto i loro genitori invecchiano annaspando in vite spesso costellate di sconfitte e fallimenti.

Alla fine non ci saranno vincitori, ma solo perdenti in varie gradazioni, perché la vera protagonista del film dei Boukherma è la microprovincia postindustriale in cui tutto si compone (anche le tragedie), ma anche tutto soffoca nella frustrazione e nell'assenza di prospettive.

Il film è interessante e, nonostante la durata non breve, si segue con passione. Mi pare però si faccia troppo "manierista" nell'inseguimento di alcuni stilemi e strutture narrative, e alla fine ciò che veramente illumina lo schermo è la straordinaria faccia da schiaffi di Paul Kircher, un cattivo ragazzo di provincia che però non può non ispirare tenerezza ed empatia.

Voto: 3/5


mercoledì 18 ottobre 2023

Hit Man

Richard Linklater è un regista imprevedibile, capace di passare con nonchalance da film che indagano con finezza e senza retorica sui sentimenti (che poi sono i miei preferiti della sua filmografia) a film divertiti e divertenti, che non vogliono veicolare chissà quali messaggi.

In questo caso, con il film Hit Man, co-sceneggiato insieme all'attore principale Glen Powell (pratica abbastanza tipica del modo di lavorare di Linklater), siamo nell'ambito del puro divertissement, come si capisce anche dalla visione di quello che viene presentato come trailer ufficiale del film e che inserisco in calce. Ebbene, il trailer è una pura invenzione, e non ha niente a che vedere con i contenuti effettivi del film, ed è dunque l'ennesimo gioco che il regista innesca con lo spettatore, creando un'aspettativa fasulla, come fasullo è il sicario protagonista del film.

L'ultimo film di Linklater presentato alla Mostra del cinema di Venezia è parzialmente ispirato a una storia vera, quella di un professore universitario di filosofia del Texas che per anni ha collaborato con la polizia, impersonando - anche attraverso dei travestimenti - il ruolo di un sicario, al fine di agganciare potenziali omicidi e poterli far arrestare e processare prima che venga commesso il crimine.

Su questa storia - invero abbastanza incredibile - Linklater e il suo attore protagonista Glen Powell costruiscono una narrazione avvincente, che si fa di volta in volta film d'azione, storia d'amore, noir, gangster movie, romanzo di formazione e commedia, dentro un ritmo che non ha un minimo di cedimento.

Buona parte della riuscita del film sta nella prova di Glen Powell nel personaggio di Gary Johnson, sicario per hobby, camaleontico nelle sue trasformazioni temporanee e anche nella sua evoluzione personale da timido e anonimo professore a fascinoso uomo d'azione, ma altrettanto contano le spalle di Powell, rappresentate da Adria Arjona nel personaggio di Maddy (dolce e indifesa giovane sposa capace di infondere nel suo personaggio una adeguata dose di ambiguità) e Austin Amelio nel personaggio di Jasper, collega rimpiazzato da Gary che si dimostrerà ben più intelligente di quanto non appaia.

Alcune sequenze del film e alcuni passaggi della sceneggiatura sono davvero notevoli, da far scattare l'applauso in sala, cosa cui raramente si assiste al cinema. Una per tutte: la visita di Gary con microfono addosso a casa di Maddy, in cui - senza dire ad alta voce le cose come stanno - deve convincere e aiutare quest'ultima a recitare una parte che scagionerà entrambi. Forse poco credibile, ma altamente godibile.

Insomma, se volete vedere una storia parzialmente vera che ha dell'incredibile, e volete trascorrere un paio d'ore di puro e divertito godimento cinematografico non perdete l'ultimo film di Linklater. Per me lui rimane quello della trilogia del Before e di Boyhood, ma non dimentichiamoci che nella sua filmografia ha anche titoli come School of rock.

E poi da un regista che ha ormai 63 anni e che ha fatto cose pregevoli mi aspetto che sia ormai nella fase in cui voglia principalmente divertirsi con il suo lavoro, e del resto se lo fa così bene e facendo divertire e appassionare anche il pubblico ben venga.

Voto: 3,5/5



lunedì 16 ottobre 2023

Memory

Presentato al Festival del cinema di Venezia, il film di Michel Franco, regista messicano che ha un curioso nome francese, si è portato a casa un premio per la migliore interpretazione maschile di Peter Sarsgaard nel ruolo di Saul, un uomo che è affetto da una forma di demenza precoce.

Insieme a lui è protagonista di questo film Sylvia (Jessica Chastain), una madre single dell'adolescente Anne, che esce da un passato di abusi e alcolismo e lavora in un centro diurno per persone con disabilità.

A una festa di ex studenti del liceo frequentato da Sylvia e da sua sorella Olivia, Saul si avvicina a Sylvia, la quale spaventata va via dalla festa, seguita a distanza da Saul che poi attende tutta la notte sotto la sua finestra. È così che Sylvia si rende conto della malattia di Saul ed entra nella sua vita, con tutto quello che ne conseguirà.

Il film di Franco si apre con la scena in cui due personaggi collaterali iniziano a parlare in una riunione degli alcolisti anonimi dicendo "I remember", a mettere un suggello sul fatto che il tema del film è la memoria: quella sempre più evanescente e sconnessa di Saul e quella dolorosa e persistente di Sylvia. Intorno alle memorie dei due personaggi principali del film si aggrumano i complicati rapporti di tutti gli altri personaggi con il passato (negato, rimosso, rivendicato, manipolato), rapporti che proiettano la loro lunga ombra sul presente.

Memory però è soprattutto una storia d'amore che nasce dall'incontro di due fragilità in fondo diverse e complementari: Sylvia ha faticosamente superato il suo passato, ma porta con sé il terrore di quello che può accadere a sé e a sua figlia Anne e dunque non si fida di nessuno, Saul ha una fragilità oggettiva che lo costringe a fidarsi degli altri e ne amplifica un'emotività tenera e dolorosa. Saul è dunque l'unico che Sylvia non percepisce come una minaccia, e Sylvia è per Saul la donna da cui ricevere attenzioni e affetto come persona e non come malato.

Ma è evidente che l'incontro tra Sylvia e Saul risulti incomprensibile al mondo circostante, in primis alle famiglie da cui provengono, tutte concentrate a difendere i propri equilibri, per quanto egoistici, disfunzionali o patologici.

Ne viene fuori un film che riesce a essere durissimo e tenerissimo al contempo, che non calca la mano sul melodramma, bensì si nutre della forza interpretativa dei suoi protagonisti, in particolare lo splendido Sarsgaard.

Voto: 3,5/5

venerdì 13 ottobre 2023

An explanation for everything = Una spiegazione per tutto

Altra anteprima di Venezia a Roma. Questa volta si tratta del film del regista ungherese Gábor Reisz che racconta il suo paese a partire da una vicenda tutto sommato piccola, ma capace - come un sasso nello stagno - di produrre cerchi concentrici via via più ampi.

Siamo a Budapest ai giorni nostri. Al centro Abel (il bravissimo Adonyi-Walsh Gáspár), un giovane che si sta preparando per l'esame di maturità, ma che vive un momento di crisi perché innamorato della compagna di classe e amica Janka (Lilla Kizlinger), la quale però gli confessa di essere innamorata del professore di storia, Jakab (András Rusznák). Quest'ultimo, di fronte alla confessione della ragazza, ha preso le distanze ricordandole di essere il suo professore e di avere moglie e figli. Il professore è noto per le sue idee liberali ed è fortemente frustrato per l'attuale condizione politica dell'Ungheria, tanto che in passato ha avuto un battibecco con il padre di Abel, György (István Znamenák), che è invece un elettore di Fidesz, il partito di Viktor Orbàn

La reazione a catena si innesca quando Abel si presenta all'esame di maturità facendo scena muta e - più o meno inconsapevolmente - con la coccarda tricolore (che gli ungheresi indossano il 15 marzo, giorno della festa nazionale, ma che negli ultimi anni al di fuori di quella data è diventata un segno distintivo dei nazionalisti). Il fatto che Jakab chieda il perché della coccarda e la successiva bocciatura di Abel (fatti di per sé non correlati) innescano - anche a causa del comportamento ambiguo di Abel - una serie di conseguenze che fanno dell'evento un caso nazionale, contrapponendo non solo le persone coinvolte, ma le parti opposte di un'intera società.

Il film di Gábor Reisz segue gli sviluppi della vicenda nell'arco temporale di una settimana circa, dal giorno prima dell'esame fino al momento in cui l'esame viene ripetuto. Nella prima parte vengono mostrati gli eventi della giornata di lunedì dai diversi punti di vista, quello di Abel, di György, di Janka e di Jakab, così rivediamo alcuni dei momenti topici della giornata assumendo il punto di vista di diversi personaggi. Questa modalità narrativa ci consente di entrare empaticamente nel mondo di ciascun di loro e di costruirci un quadro tridimensionale degli eventi e delle loro motivazioni, evitando il rischio - che è lo stesso che vivono i protagonisti del film - di dare una lettura aprioristica e puramente ideologica della situazione, e anche di prendere le parti di uno dei personaggi per vicinanza di idee.

Lo spettatore è in una posizione di vantaggio rispetto a ciascuno dei protagonisti e ciò gli impedisce di partecipare al gioco della polarizzazione, che ormai è una tendenza pervasiva della nostra società - amplificata dai media e dai social - e che ha fortemente informato di sé la politica, terreno di scontro continuo senza alcuna possibilità di confronto.

In realtà - sembra dirci Reisz - c'è una spiegazione per tutto se indaghiamo nelle motivazioni e nei sentimenti profondi delle persone e se non trasformiamo tutto in contrapposizione di matrice ideologica, soprattutto in un caso come questo in cui al centro c'è un ragazzo insicuro che proprio questa vicenda farà maturare e aprire alla vita adulta.

Nonostante le due ore e mezza di film non si vive un momento di stanchezza e il regista riesce persino a far crescere la tensione man mano che la narrazione va avanti. Ma - per quanto mi riguarda - ho trovato soprattutto mirabile il fatto che, in un film che "contrappone" un sostenitore di Orbàn e un professore progressista, Reisz sia riuscito a non farmi odiare nessuno e in qualche modo a farmi comprendere limiti e qualità di ognuno, pur essendo io idealmente più vicina a Jakab.

Fantastico esperimento sociale. E per me riuscito.

Voto: 4/5



venerdì 14 ottobre 2022

Da Venezia a Roma: The Whale; Tàr; Saint Omer

Approfitto della tradizionale rassegna romana dedicata ai Grandi festival per andare a vedere un po' di anteprime dei film presentati a Venezia (anche se prima o poi dovrò togliermi questo desiderio di fare direttamente la maratona veneziana!). Qui un piccolo resoconto.

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The Whale


Il film di Aronofsky è tratto dalla pièce teatrale di Samuel D. Hunter, anche autore della sceneggiatura. Non a caso il film si sviluppa in un'assoluta unità di luogo (vediamo solo l'interno della casa del protagonista e qualche inquadratura esterna) e in una parziale unità di tempo (la narrazione occupa le ultime 3-4 giornate della vita del protagonista).

Charlie (Brendan Fraser) è un uomo fortemente obeso: ha una compulsione per il cibo (seguita al trauma della perdita del suo compagno) e vive recluso nella sua casa, guadagnando grazie a delle lezioni online di scrittura, durante le quali tiene la telecamera spenta. L'unica che lo va costantemente a visitare è Liz (Hong Chau), un'amica infermiera che scopriremo più avanti essere legata a Charlie da un motivo molto preciso. In questa vita ritirata, e tra l'altro nel momento in cui Charlie ha un attacco di cuore, entra Thomas (Ty Simpinks), un giovanissimo missionario di una delle tante chiese (per non dire sette) americane che si mette in testa di dover salvare l'anima di quest'uomo.

Mentre Liz comunica a Charlie che la situazione della sua salute è seria e che probabilmente gli mancano pochi giorni, Charlie ha l'occasione di recuperare il rapporto con la figlia Ellie (Sadie Sink) che non vede da quando si è separato da sua moglie per mettersi con un uomo.

La casa di Charlie diventa così un vero e proprio palco teatrale dove si consumano i suoi ultimi giorni nel tentativo di dare un senso alla propria esistenza.

Il titolo del film di Aronofsky fa riferimento alla balena protagonista del romanzo di Melville, in quanto Charlie è ossessionato da una tesina in cui se ne parla (scopriremo più avanti chi ha scritto questa tesina), ma ovviamente fa riferimento anche alle dimensioni e al corpo di Charlie, impedito persino nei movimenti più semplici. Il regista sembra focalizzare l'attenzione sul tema del senso di colpa e della redenzione - sebbene in un'ottica laica - e a questo affianca il tema della scrittura come strumento di espressione di sé e in qualche modo di cura, ma lo fa con un carico retorico così importante da rendere il film a tratti un po' indigeribile (termine non casuale).

Oltre al fatto che, a parte la splendida Hong Chau il cui personaggio di Liz ho trovato davvero sincero e sentito, tutti gli altri personaggi, compreso lo stesso Charlie, li ho vissuti come un po' estremi e sopra le righe. Ma magari sono io.

Certo è che le giovani spettatrici dietro di me verso la fine del film singhiozzavano rumorosamente, cosicché io mi sono sentita piuttosto senza cuore. Resto però dell'opinione che The whale è un film in cui Aronofsky non è (ancora una volta?) riuscito a non calcare eccessivamente la mano.

Voto: 3/5

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Tàr


Per un po' sono stata convinta che Tàr fosse un vero e proprio biopic, dedicato a una figura realmente esistente o esistita, salvo realizzare a un certo punto che la prima direttrice della Berliner Philarmoniker Lydia Tàr è un personaggio nato dalla fantasia di Todd Field, regista e sceneggiatore di questo film lungo e complesso, la cui unica e vera grande mattatrice è una straordinaria Cate Blanchett, non a caso vincitrice della Coppa Volpi a Venezia.

Il film racconta la parabola (invero la fase discendente della parabola) di Lydia Tàr, giunta ai vertici di un mondo estremamente competitivo e molto maschilista come quello dei direttori d’orchestra, vezzeggiata e ricercata ovunque, con una vita personale apparentemente soddisfacente (una compagna, che è anche il primo violino della sua orchestra, e una figlia con cui vive). Il film si apre con una lunga intervista in un teatro pieno di gente in cui un giornalista del New Yorker ripercorre tutta la sua carriera ed esalta la straordinarietà di questa donna. A fronte di questo ritratto luminoso, le successive due ore del film sono invece il tentativo di far emergere a poco a poco tutti i lati oscuri della donna, utilizzando una narrazione che si fa a tratti ambigua e misteriosa, anche grazie all’uso di alcuni tecnicismi di ambiente musicale con cui i più potrebbero non essere a proprio agio.

Nel film confluiscono e deflagrano due nuclei tematici importanti: da un lato il ruolo della donna e la fatica doppia che le è richiesta in un ambiente fortemente maschile, dall’altro le dinamiche di potere nella loro sostanziale indipendenza dal sesso di chi lo detiene. Lydia Tàr è vittima di una forma di delirio di onnipotenza (che più spesso siamo abituati a riconoscere in figure maschili) che la rende persino spudorata e da cui pensa di uscire indenne, ma che pagherà a caro prezzo.

Todd Field ci prepara a quello che ci aspetta proponendoci i titoli di coda (quelli sui quali tutti si alzano dai loro posti per uscire dal cinema) praticamente all’inizio del film e subito dopo ci stende con la lunghissima e statica intervista, cosicché il regista è il primo a esercitare una forma di potere cui lo spettatore non può sottrarsi, quasi a metterlo alla prova rispetto a quello che verrà.

Un film decisamente ambizioso, in cui Cate Blanchett è al contempo adorabile e detestabile, come solo lei sa fare. E del resto – come ha dichiarato il regista – il film è stato scritto pensando a lei come attrice sin dal principio e senza di lei non si sarebbe fatto.

Voto: 3,5/5



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Saint Omer


Arrivo al film di Alice Diop, vincitrice del Premio della giuria e di quello come miglior opera prima a Venezia, con grandi aspettative. Si tratta di un film di ambiente giudiziario, che però utilizza gli stilemi di questo genere come strumento e occasione per scavare nella psiche umana. 
Il film si sviluppa lungo due assi narrativi: uno è quello che vede protagonista Rama (Kayije Kagame), un’insegnante nera di letteratura francese che sta scrivendo un libro sul mito di Medea ed è ai primi mesi di gravidanza; l’altro è quello di Laurence Coly (Guslagie Malanga), una giovane donna di origine senegalese che è a processo in quanto infanticida, crimine del quale si è dichiarata colpevole pur non essendo del tutto consapevole dei motivi che l’hanno condotta a questo gesto. 
Rama segue il processo stando tra gli spettatori e, man mano che ascolta la storia di Laurence attraverso la sua testimonianza e quella delle altre persone che si succedono come testimoni, è profondamente scossa dai dettagli complessi e non scontati di questa vicenda e si rispecchia dolorosamente nella storia della donna. 
Nel film di Alice Diop – che ho trovato visivamente molto interessante, soprattutto nelle scene dell’aula di tribunale dove c’è una scelta di consonanza di colori tra le persone e l’ambiente che non può certo essere casuale – ci sono molti temi che si intrecciano: la questione femminile, il tema della maternità e il complesso rapporto madre/figlia, la questione razziale e la difficile integrazione della comunità senegalese, nonché le differenze culturali che mettono duramente alla prova la capacità di comprensione reciproca.
La regista sceglie di non spiegare tutto e di ammantare la vicenda narrata di un alone di mistero che non si scioglie nemmeno con l’arringa finale dell’avvocata che difende Laurence. Le motivazioni che hanno condotto la giovane donna ad ammazzare la figlia restano in parte oscure, probabilmente per lei stessa per prima, mentre in questo rispecchiamento Rama elabora la propria maternità e contestualmente rivaluta il rapporto con la propria madre, da cui si è sempre sentita distante e che ha fatto fatica a capire durante tutta la vita.

Un esordio interessante, quasi documentaristico, che resta però piuttosto statico, e dal mio personale punto di vista - forse troppo razionale - lascia aperte troppe domande.

Voto: 3/5



lunedì 5 ottobre 2020

The disciple

Il film di Chaitanya Tamhane che ha vinto il Premio per la miglior sceneggiatura e il Premio FIPRESCI a Venezia è la storia di Sharad Nerulkar, che fin da bambino ha sviluppato la passione per la musica classica indiana e coltiva il sogno di diventarne un grande interprete.

Il film si sviluppa su tre piani temporali, Sharad bambino che apprende dal padre i rudimenti della musica classica e ne eredita la passione, Sharad giovane che si mette al seguito di un anziano guru con l'obiettivo di eccellere nella musica indostan, Sharan uomo di mezza età che deve fare i conti con le disillusioni rispetto ai propri sogni.

Il regista sceglie di muoversi liberamente tra questi piani temporali, andando avanti e indietro nel tempo e rivelando in maniera originale l'evoluzione del suo protagonista, ossessionato dal perseguimento dell'obiettivo, concentrato quasi onanisticamente sulla realizzazione del suo sogno a scapito di ogni altro aspetto della vita, ma costretto a poco a poco a prendere atto dei limiti suoi e del contesto.

Sharad - anche attraverso le critiche del suo maestro, nei confronti del quale mantiene un rapporto di deferenza filiale - comprende e accetta che impegno e volontà non sono sufficienti per realizzare i sogni, perché altrettanto importanti e determinanti sono il talento e le condizioni esterne. 

Da un lato una società che trasforma anche raffinate voci classiche in popstar dei programmi televisivi, dall'altro lo standard altissimo che Sharad si impone fanno sì che, arrivato alla mezza età, il nostro protagonista decida di spostare parte delle sue energie sulla costruzione di una famiglia e di trasformare il suo amore per la musica indostan in azione di preservazione di questa tradizione attraverso la promozione delle opere dei maestri più celebri e acclamati.

Il film di Tamhane è originale e coraggioso, e certamente getta luce su qualcosa di molto lontano dalla nostra cultura, ossia la musica classica indiana, ma soprattutto su un approccio individuale e sociale al raggiungimento dei propri obiettivi che non sentiamo del tutto nostro.

Nonostante le lunghe sequenze di musica e canto indostan che personalmente non hanno contribuito a tenere desta la mia attenzione, The disciple riesce ad andare al di là dello specifico sociale e culturale e a parlare anche a chi, pur appartenendo ad altre culture, ha vissuto nella vita l'esperienza di perseguire con grande volontà un sogno ma ha dovuto a un certo punto rinunciarvi o cambiare almeno parzialmente obiettivo.

Voto: 3/5


martedì 29 settembre 2020

Nowhere special

Personalmente trovo che Still life sia uno dei film più belli degli ultimi anni, e quindi quello che arriva da Uberto Pasolini lo considero imperdibile a prescindere.

Così, approfitto della tradizionale rassegna Da Venezia a Roma (che per fortuna anche quest’anno incredibilmente possiamo gustare in sala) per andare a vedere il suo ultimo film, Nowhere special, presentato appunto all’ultima mostra del cinema di Venezia.

La storia è quella di John (James Norton) e di suo figlio di quattro anni, Michael (lo straordinario Daniel Lamont). Siamo a Belfast: John fa il lavavetri, e fin dalla prima inquadratura del film - un vetro insaponato e poi risciacquato – queste superfici che riflettono la propria immagine o lasciano vedere ma non toccare quello che sta al di là sono assolute protagoniste della narrazione.

Possiamo dire che per John il figlio Michael è la sua immagine riflessa, quel sé stesso bambino che non ha avuto una madre e che ha dovuto affrontare l’abbandono del padre, e la sua vita da lavavetri è la metafora di un destino crudele che condannandolo a morte a 34 anni per un male incurabile lo costringerà dietro il “vetro” della morte.

La più grande missione di Michael diventa dunque quella di preparare il futuro migliore possibile per suo figlio, cercandogli una famiglia ed evitandogli gli orfanotrofi che hanno popolato la sua infanzia. Con l’aiuto degli assistenti sociali, si susseguono le visite a coppie o single che si sono resi disponibili per adottare un bambino, mentre le giornate procedono tra il lavoro di lavavetri e il tempo trascorso con il figlio: i pasti, i giochi, le letture a letto, il bagno, l’asilo, la spesa, le arrabbiature, i momenti di tenerezza.

Ancora una volta al centro delle riflessioni di Pasolini c’è il rapporto con la morte, sebbene in questo caso virato in chiave fortemente melò. Di fronte al rapporto tra un giovane padre e un figlio innamorati l’uno dell’altro e destinati a essere divisi da un destino atroce è difficile rimanere indifferenti e il regista non si sottrae al dramma sentimentale, anzi ci offre alcuni quadretti familiari indimenticabili che stringono il cuore per la loro tenerezza e bellezza. Si pensi alla scena del bagnetto, ovvero a quella del pigiama, o ancora a quella del divano letto e della coperta.

Pasolini però dimostra di non puntare al melodrammatico come fine ultimo della narrazione, bensì utilizza questo linguaggio per parlarci ancora una volta della complessità del nostro rapporto con la morte e ancora una volta ne cerca il senso nei ricordi di chi resta. John inizialmente vorrebbe trovare una famiglia per suo figlio senza lasciare traccia di sé cosicché Michael in futuro non debba neanche ricordare di aver avuto un padre che l’ha abbandonato troppo piccolo, né vuole spiegare al bambino cosa succederà. Il rapporto con Michael in questo ultimo scorcio della sua vita gli insegnerà che non si può risparmiare a nessuno la necessità di fare i conti con la morte e che questa necessità è l’unica condizione per poter imparare a vivere.

John e Michael cresceranno insieme in questo percorso di consapevolezza e di amore reciproco fino a scambiarsi idealmente il testimone durante il giorno gioiosamente trascorso insieme alle giostre, dove nella casa degli specchi deformanti potranno finalmente vedere il futuro: John piccolo e Michael cresciuto a dismisura. Bisogna dunque avere uno specchio deformante e guardare al di là della realtà riflessa e di quella che si mostra al di là dei vetri per cogliere il mistero del futuro dopo di noi, un mistero troppo grande e fuori portata rispetto agli esseri umani.

Un film stilisticamente lontanissimo da Still life, ma che comunque arriva al cuore per altre strade più dirette. Per una persona razionale come me che di fronte al melò non può fare a meno di sentirsi un po’ ingannata (o meglio tirata per la collottola) questa strada risulta meno convincente. Ma Pasolini è bravo e sarà dunque difficile dimenticare John e Michael, come lo era stato per l’altro John interpretato dal grande Eddie Marsan.

Voto: 3,5/5