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domenica 22 marzo 2026

Nouvelle Vague

Non essendo io una vera cinefila da sempre e soprattutto non particolarmente interessata al recupero del passato, so poco e niente della Nouvelle Vague. O meglio so di cosa si tratta, conosco i nomi dei registi che sono legati a questa rivoluzione cinematografica, ma ho visto pochissimi dei loro film.

Però Linklater mi piace moltissimo, soprattutto sono ossessionata come lui dal rapporto con il “tempo”, e ho amato molto alcuni dei suoi lavori, in particolare quelli che cercano di mettere in comunicazione i film con il tempo che passa.

Lui però è un vero cinefilo, e dunque ha tutti gli strumenti per un’operazione ardita come quella del suo ultimo film Nouvelle Vague, che racconta il “making of” di uno dei film più rappresentativi del movimento, À bout de souffle (Fino all'ultimo respiro), primo e immortale film di Jean-Luc Godard (qui interpretato da Guillaume Marbeck).

Di Godard so poco e niente, come già avevo dichiarato nella recensione a un altro film a lui dedicato Le redoutable (in italiano Il mio Godard) di Michel Hazanavicius, film che nel suo approccio ludico e irriverente avevo apprezzato molto.

Il film di Linklater, pur adottando esso stesso un approccio da commedia brillante e pur scegliendo di evitare qualunque agiografia del suo protagonista, è però molto più “rispettoso” del genio di Godard e, mentre ne mette in evidenza l’irrinunciabile narcisismo e le geniali stranezze, ne riconosce anche la grandezza e la visionarietà che hanno trasformato per sempre il mondo del cinema.

Nouvelle Vague è un film su Godard e sulla fase in cui, tra sfuriate del suo produttore Georges de Beauregard e insofferenze di Jean Seberg (Zoey Deutch, unico volto davvero noto del film), in 21 giorni gira un film che avrebbe fatto la storia, e lo fa con mezzi “di fortuna” e con un cast che, a parte la Seberg, era fatto da attori sconosciuti (tra cui un Jean-Paul Belmondo praticamente alla prima vera uscita cinematografica) e da comparse ignare o reclutate nella cerchia di amici di Godard e di lavoranti del film. Però, è anche un film su un gruppo di giovani che ruotavano intorno ai Cahiers du cinéma, non solo Godard, Truffaut, Chabrol, ma anche Schiffman, Rivette, Rohmer, Varda e moltissimi altri. Come ci viene ricordato sui titoli di coda, negli anni successivi all’uscita di À bout de souffle oltre 160 giovani registi francesi realizzarono la loro opera prima, a dimostrazione dell’impatto enorme che questo movimento ebbe sul cinema francese e mondiale, e di cui secondo me il cinema francese ancora beneficia.

Il fatto che un regista statunitense decida di realizzare una pellicola in francese dedicata a quel momento storico così ricco di conseguenze è la conferma non solo della portata di quella rivoluzione, ma anche del fatto che la Nouvelle Vague è un patrimonio collettivo che non teme letture anche fuori dalla madrepatria.

Per quanto mi riguarda, il film di Linklater ribadisce per me un’istintiva antipatia verso Godard: mentre seguo le fasi e i modi di realizzazione del suo film non posso non riconoscerne la genialità, ma evidentemente il suo modo di essere è talmente lontano dal mio che non riesco a empatizzare con lui in alcun modo. E, del resto, le situazioni poi raccontate da Hazanavicius a partire dal libro scritto dalla ex moglie confermano la deriva un po’ folle che personalità come queste portano con sé.

Se questo gruppo di ragazzi e ragazze, scanzonati e sopra le righe, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, portano una boccata di novità ed energia nel paludato mondo del cinema e dunque fanno quello che i giovani dovrebbero sempre fare, soprattutto se dotati di idee e cultura, col passare del tempo inevitabilmente sono destinati essi stessi a deragliare ovvero a rientrare nei ranghi. Ma è la storia dell’esistenza umana. E alla fine la cosa più importante è l’eredità che si lascia, e loro ne hanno lasciata una importante.

Voto: 3,5/5


mercoledì 18 ottobre 2023

Hit Man

Richard Linklater è un regista imprevedibile, capace di passare con nonchalance da film che indagano con finezza e senza retorica sui sentimenti (che poi sono i miei preferiti della sua filmografia) a film divertiti e divertenti, che non vogliono veicolare chissà quali messaggi.

In questo caso, con il film Hit Man, co-sceneggiato insieme all'attore principale Glen Powell (pratica abbastanza tipica del modo di lavorare di Linklater), siamo nell'ambito del puro divertissement, come si capisce anche dalla visione di quello che viene presentato come trailer ufficiale del film e che inserisco in calce. Ebbene, il trailer è una pura invenzione, e non ha niente a che vedere con i contenuti effettivi del film, ed è dunque l'ennesimo gioco che il regista innesca con lo spettatore, creando un'aspettativa fasulla, come fasullo è il sicario protagonista del film.

L'ultimo film di Linklater presentato alla Mostra del cinema di Venezia è parzialmente ispirato a una storia vera, quella di un professore universitario di filosofia del Texas che per anni ha collaborato con la polizia, impersonando - anche attraverso dei travestimenti - il ruolo di un sicario, al fine di agganciare potenziali omicidi e poterli far arrestare e processare prima che venga commesso il crimine.

Su questa storia - invero abbastanza incredibile - Linklater e il suo attore protagonista Glen Powell costruiscono una narrazione avvincente, che si fa di volta in volta film d'azione, storia d'amore, noir, gangster movie, romanzo di formazione e commedia, dentro un ritmo che non ha un minimo di cedimento.

Buona parte della riuscita del film sta nella prova di Glen Powell nel personaggio di Gary Johnson, sicario per hobby, camaleontico nelle sue trasformazioni temporanee e anche nella sua evoluzione personale da timido e anonimo professore a fascinoso uomo d'azione, ma altrettanto contano le spalle di Powell, rappresentate da Adria Arjona nel personaggio di Maddy (dolce e indifesa giovane sposa capace di infondere nel suo personaggio una adeguata dose di ambiguità) e Austin Amelio nel personaggio di Jasper, collega rimpiazzato da Gary che si dimostrerà ben più intelligente di quanto non appaia.

Alcune sequenze del film e alcuni passaggi della sceneggiatura sono davvero notevoli, da far scattare l'applauso in sala, cosa cui raramente si assiste al cinema. Una per tutte: la visita di Gary con microfono addosso a casa di Maddy, in cui - senza dire ad alta voce le cose come stanno - deve convincere e aiutare quest'ultima a recitare una parte che scagionerà entrambi. Forse poco credibile, ma altamente godibile.

Insomma, se volete vedere una storia parzialmente vera che ha dell'incredibile, e volete trascorrere un paio d'ore di puro e divertito godimento cinematografico non perdete l'ultimo film di Linklater. Per me lui rimane quello della trilogia del Before e di Boyhood, ma non dimentichiamoci che nella sua filmografia ha anche titoli come School of rock.

E poi da un regista che ha ormai 63 anni e che ha fatto cose pregevoli mi aspetto che sia ormai nella fase in cui voglia principalmente divertirsi con il suo lavoro, e del resto se lo fa così bene e facendo divertire e appassionare anche il pubblico ben venga.

Voto: 3,5/5



domenica 9 novembre 2014

Boyhood

Boyhood racconta la storia di Mason (Ellar Coltrane) dal 2002 (quando ha sei anni) al 2013 (quando ne ha 18) e lo fa utilizzando lo stesso gruppo di attori per dodici anni, supportato da poche riprese con cui la macchina da presa diventa testimone vera del tempo che passa, per il giovane protagonista, che da bambino diventa quasi adulto, e per i genitori (i bravissimi Patricia Arquette e Ethan Hawke) che invecchiano e si imbolsiscono.

In Boyhood non si vuole comunicare nessuna verità universale, non ci sono morali, non ci sono neppure eventi eclatanti. Quelle di Mason sono un'infanzia e un'adolescenza come quelle di molti altri ragazzi americani (e non solo) tra il 2002 e il 2013. Il rapporto con i genitori divorziati, in particolare con una madre forte e determinata che però spesso si accompagna agli uomini sbagliati, e un padre che sembra non voler crescere mai; i numerosi traslochi, le nuove amicizie, la necessità di adattarsi a situazioni diverse; il confronto con la sorella più grande (Lorelei Linklater, la figlia del regista); i giochi, i successi, gli insuccessi, i primi amori, le piccole passioni, l'apatia, le delusioni, la preoccupazione del futuro; i compleanni, le feste, i fine settimana dai nonni.

La vita scorre sullo schermo, punteggiata da una sceneggiatura ridondante ed essenziale al contempo.

Due passaggi di questa sceneggiatura mi hanno colpita in modo particolare.

In una conversazione tra Mason e la sua ragazza del liceo, Sheena, quest'ultima fa riferimento al detto "Cogli l'attimo" e commenta che ha invece la sensazione che nella vita sia l'attimo a cogliere noi.

La madre di Mason - quando quest'ultimo, che è il suo figlio più piccolo, sta per lasciare casa per andare al college - ha una crisi di pianto e dice che - guardando indietro ai tanti obiettivi che ha inseguito e ai tanti sacrifici che ha fatto per realizzarli - si sarebbe aspettata altro, e invece in fondo nella vita non c'è molto più di questo.


E tutto questo mentre sullo sfondo passa la storia americana di quegli anni (il post 11 settembre, la guerra in Iraq, le elezioni presidenziali in cui si contrapposero McCain e Obama) e il mondo cambia (i videogiochi diventano sempre più sofisticati, compaiono i primi cellulari, poi è la volta degli smartphone, quindi la pervasività dei social networks); a supporto del tutto scorre la colonna sonora di quegli anni (a partire da Yellow dei Coldplay con cui si apre il film e che non avrei mai detto che fosse dei primi anni Duemila! Come passa il tempo!). E il bello è che tutto questo non è ricostruito attraverso la memoria e riprodotto sullo schermo a posteriori, bensì è perfettamente contemporaneo al girato, cosicché il punto di discrimine tra il documentario e la ricostruzione cinematografica è imprevedibile.

Quello di Richard Linklater è un esperimento cinematografico originale e coraggioso, che in qualche modo indaga il confine tra realtà e finzione e lo assottiglia ancora di più, rendendolo permeabile e facendo transitare pezzi dell'uno nell'altra (ad esempio, la compilation The black Beatles che il padre regala a Mason è effettivamente un regalo che Ethan Hawke aveva preparato per la figlia).

A mio modesto modo di vedere, l'orizzonte futuro del cinema si sostanzierà di rapporti sempre più originali tra il cinema di finzione e il documentario.

Di fronte a questo spazio fluido che Linklater ci mette davanti ognuno può trovare il proprio posto, agganciare i propri ricordi, cogliere i propri significati, soffermarsi su quello cui è sensibile, con il risultato che anche agli occhi degli spettatori si produce un mosaico scomposto e sfaccettato. Esattamente come la vita.

Voto: 3,5/5