giovedì 23 aprile 2026

Lo straniero = L’étranger

François Ozon è un regista che seguo da tempo, ed essendo molto prolifico ho visto tanto ma non tutto. Soprattutto c'è stato un momento in cui, dopo un inizio di carriera secondo me scoppiettante, aveva avuto una fase di minore creatività. Pur restando un po' discontinuo come tutti i registi che girano molti film, negli ultimi anni mi pare che viva una nuova fase interessante.

In questa fase si inserisce la scelta ambiziosa di adattare per il grande schermo il romanzo Lo straniero di Albert Camus, uno di quei mostri sacri che anche solo pensare di rileggere con un linguaggio diverso è rischioso.

E invece Ozon colpisce nel segno, realizzando un film che è visivamente di grandissimo impatto - anche grazie a un bianco e nero molto elegante - e che rimane fedele all'originale, ma senza perdere un'impronta autoriale significativa.

L'aggiunta, rispetto al romanzo, dell'introduzione, che in qualche modo contestualizza il luogo e il periodo storico, e della conclusione, in cui scopriamo il nome dell'arabo, contribuisce a introdurre elementi di lettura e di complessità al racconto.

Benjamin Voisin è eccezionale nella sua interpretazione del protagonista, un giovane francese raffinato e di bell'aspetto, senza altro obiettivo che quello di mettere le giornate una dietro l'altra, nonché insostenibile nella sua apatia, che non è cinismo in senso stretto, ma impossibilità di riconoscere un senso alla vita umana, per quanto importanti o gravi possano essere gli accadimenti della quotidianità.

Quest'assenza di senso non sfocia in tracotanza, né in fuga dalle responsabilità, anzi Meursault non si sottrae alla conseguenze delle sue azioni, né cerca consolazione nella religione, bensì attraversa le cose per come sono o quantomeno per come le vive lui soggettivamente, ossia come irrilevanti in una più ampia visione della vita umana.

Ovviamente, come per tutti i classici, ognuno può leggere ne Lo straniero di Camus e nella sua versione cinematografica quello che risuona con sé stesso e la propria vita. Senza dubbio la storia di Meursault è programmaticamente scritta per non suscitare empatia, e poi forse anche per non essere naturalistica o realistica, bensì per suscitare riflessioni di carattere più propriamente filosofico.

Ritengo che Ozon attraverso uno strumento visivo molto ben utilizzato riesca in qualche modo a rendere il racconto più contemporaneo (Meursault fa pensare, sebbene in una forma esasperata, ad alcune delle caratteristiche dei giovani a noi contemporanei), senza toglierne la componente più universale.

Voto: 3,5/5


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