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giovedì 23 aprile 2026

Lo straniero = L’étranger

François Ozon è un regista che seguo da tempo, ed essendo molto prolifico ho visto tanto ma non tutto. Soprattutto c'è stato un momento in cui, dopo un inizio di carriera secondo me scoppiettante, aveva avuto una fase di minore creatività. Pur restando un po' discontinuo come tutti i registi che girano molti film, negli ultimi anni mi pare che viva una nuova fase interessante.

In questa fase si inserisce la scelta ambiziosa di adattare per il grande schermo il romanzo Lo straniero di Albert Camus, uno di quei mostri sacri che anche solo pensare di rileggere con un linguaggio diverso è rischioso.

E invece Ozon colpisce nel segno, realizzando un film che è visivamente di grandissimo impatto - anche grazie a un bianco e nero molto elegante - e che rimane fedele all'originale, ma senza perdere un'impronta autoriale significativa.

L'aggiunta, rispetto al romanzo, dell'introduzione, che in qualche modo contestualizza il luogo e il periodo storico, e della conclusione, in cui scopriamo il nome dell'arabo, contribuisce a introdurre elementi di lettura e di complessità al racconto.

Benjamin Voisin è eccezionale nella sua interpretazione del protagonista, un giovane francese raffinato e di bell'aspetto, senza altro obiettivo che quello di mettere le giornate una dietro l'altra, nonché insostenibile nella sua apatia, che non è cinismo in senso stretto, ma impossibilità di riconoscere un senso alla vita umana, per quanto importanti o gravi possano essere gli accadimenti della quotidianità.

Quest'assenza di senso non sfocia in tracotanza, né in fuga dalle responsabilità, anzi Meursault non si sottrae alla conseguenze delle sue azioni, né cerca consolazione nella religione, bensì attraversa le cose per come sono o quantomeno per come le vive lui soggettivamente, ossia come irrilevanti in una più ampia visione della vita umana.

Ovviamente, come per tutti i classici, ognuno può leggere ne Lo straniero di Camus e nella sua versione cinematografica quello che risuona con sé stesso e la propria vita. Senza dubbio la storia di Meursault è programmaticamente scritta per non suscitare empatia, e poi forse anche per non essere naturalistica o realistica, bensì per suscitare riflessioni di carattere più propriamente filosofico.

Ritengo che Ozon attraverso uno strumento visivo molto ben utilizzato riesca in qualche modo a rendere il racconto più contemporaneo (Meursault fa pensare, sebbene in una forma esasperata, ad alcune delle caratteristiche dei giovani a noi contemporanei), senza toglierne la componente più universale.

Voto: 3,5/5


giovedì 8 maggio 2025

Rendez-vous: festival del nuovo cinema francese. Nuovo Sacher, 2-6 aprile 2025

Ed eccoci alla nuova edizione del Rendez-vous, il festival del nuovo cinema francese che nasce dall’iniziativa dell’Ambasciata di Francia in Italia, è realizzato dall’Institut français Italia, co-organizzato con Unifrance, e ospitato da anni dal Cinema Nuovo Sacher. Peccato che quest’anno Nanni Moretti non possa essere presente, essendo purtroppo ricoverato in ospedale, ma in più occasioni alla presenza dei registi e degli attori manda un saluto telefonicamente.

Non so se in questa edizione del festival sia stata fatta una specifica scelta, o caso ha voluto che io abbia fatto praticamente una selezione a tema, ma tutti i film che ho visto ruotavano intorno al tema del rapporto genitori-figli, affrontando questa relazione nei contesti e nelle maniere più varie. Interessante anche che alcuni dei film in programma fossero ambientati in luoghi diversi dalla Francia, pur avendo protagonisti francesi, ma inseriti in contesti altri rispetto a quello di origine.

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Quand vient l’automne = Sotto le foglie

Quand vient l’automne è l’ultimo film di François Ozon, uscito anche nelle sale italiane con il titolo Sotto le foglie.

Il regista francese, particolarmente prolifico negli ultimi anni, prende spunto da un episodio della sua infanzia (o almeno questo ci riferisce il distributore italiano) per un racconto familiare che vira verso il noir.

Siamo in un paesino rurale della Borgogna: in una bella casa con un grande giardino abita Michelle (Hélène Vincent), una ex prostituta che trascorre le sue giornate dividendosi tra le funzioni religiose, la cura del giardino, la raccolta dei funghi e le chiacchiere con l’amica ed ex prostituta Marie-Claude (Josiane Balasko).

Michelle ha una figlia Valérie (Ludivine Sagnier, ospite al festival) che vive a Parigi con il figlioletto Lucas e si sta separando dal marito; Marie-Claude ha un figlio, Vincent (Pierre Lottin), che è appena uscito dal carcere.

Un’intossicazione da funghi di Valérie durante una visita dalla madre innesca una serie di eventi, non necessariamente concatenati in maniera causale, visto che Ozon sceglie di lasciare dei buchi nella narrazione per affidare allo spettatore il compito di riempirli secondo la propria sensibilità e punto di vista.

Dentro il film di Ozon – in cui non manca nemmeno l’elemento onirico – ci sono molte tematiche diverse, ma tutte ruotano intorno a due temi principali: le dinamiche tipiche delle piccole comunità rurali che accolgono e stigmatizzano al contempo, e la complessità delle relazioni familiari che spesso vanno al di là dei legami propriamente di sangue.

Come altri hanno fatto notare, alcune atmosfere e ambiguità del film di Ozon richiamano il recente L’uomo nel bosco di Alain Guiraudie, anche nell’uso del registro noir e per l’attenzione alle dinamiche familiari in un contesto piccolo e rurale, ma ciascun regista ci mette del proprio e fa virare la narrazione nelle direzioni più congeniali alla propria sensibilità.

Voto: 3/5




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Le royaume

Il regista Julienne Colonna, ospite al festival, decide di ambientare il suo film Le royaume in Corsica, una terra che è a suo modo estranea alla Francia per storia, tradizioni e lingua. Al centro del racconto, che si svolge a metà anni Novanta, il rapporto tra una figlia, Lesia (Ghjuvanna Benedetti) e suo padre, Pierre Paul (Saveriu Santucci). Nella classica estate del passaggio dall’infanzia all’età adulta, Lesia, che vive con gli zii, partecipa ai lavori in campagna, alla cura degli animali e alla caccia, mentre vive i suoi primi amori. Un giorno viene prelevata da casa degli zii e portata nel luogo dove suo padre è latitante, circondato dai suoi uomini. Da questo momento, Lesia si troverà da un lato a condividere del tempo con suo padre e ad avere la possibilità di conoscerlo e rafforzare il legame con lui, dall’altro a essere coinvolta nella brutale guerra di mafia che metterà l’uno contro l’altro i clan mafiosi dell’isola.

Il film di Colonna, pur mescolando generi diversi, riserva un’attenzione particolare alla componente intima del racconto, e dunque all’aspetto della relazione padre-figlia e anche alle dinamiche proprie del romanzo di formazione in cui Lesia è completamente immersa. Come ci dice il regista, il film prende spunto da una memoria individuale – una vacanza passata con suo padre in un camping in Corsica per poi scoprire che in quel momento il padre era latitante – per diventare una narrazione che va al di là dello spazio e del tempo.

Il film è molto ben scritto (come molti film francesi), ottimamente interpretato da attori non professionisti e corsi doc, e tiene alta la tensione fino all’ultima scena.

Voto: 3,5/5



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Hiver à Sokcho

A Sokcho, una piccola cittadina portuale della Corea del Sud, quasi al confine con la Corea del Nord, vive con la madre la giovane Soo-Ha (Bella Kim), franco-coreana, ma che non è mai stata in Europa e non ha mai conosciuto suo padre. Lavorando in una piccola pensione della città, la ragazza conosce un misterioso disegnatore di fumetti (Roschdy Zem) arrivato dalla Normandia in Corea alla ricerca di ispirazione per il suo lavoro. Questo incontro attiva nella ragazza una serie di sentimenti rimossi che la spingono da un lato a ricercare la verità su suo padre, dall’altro a rimettere in discussione le sue scelte di vita e le prospettive per il futuro. Anche in questo caso siamo di fronte alle dinamiche scatenate dall’assenza di un rapporto padre-figlia, che si riversano sull’interazione tra il fumettista, completamente concentrato su sé stesso e sui propri obiettivi, e la ragazza che deve a un certo punto lasciar andare il passato per guardare avanti.

Il film di Koya Kamura è ispirato all’omonimo romanzo di Elisa Shua Dusapin, a sua volta in parte autobiografico, ed è impreziosito da alcune sequenze animate realizzate da Agnès Patron. Dentro il film molti altri elementi: la difficoltà di essere meticci in una società come quella coreana, il rapporto con il proprio corpo, la dinamica tra città e provincia, la storia passata della Corea del Sud, il rapporto con l’Occidente e con la Corea del Nord. Non sono sicura che tutti questi elementi si amalgamino bene, ma certamente Hivér à Sokcho è un interessante occasione per gettare lo sguardo su un mondo che conosciamo poco o che conosciamo solo nelle sue manifestazioni più evidenti ed esportate.

Voto: 3/5



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Une part manquante = Ritrovarsi a Tokyo

Il festival del nuovo cinema francese si chiude con questo film di Guillaume Senez (presente in sala), che racconta ancora una volta la storia di un padre e di una figlia. In questo caso siamo in Giappone, dove Jay (Romain Duris) vive da molti anni e fa il tassista, sperando da ormai nove anni di poter incontrare la figlia Lily (Mei Cirne-Masuki) di cui dopo la separazione dalla moglie giapponese ha perso le tracce. Un giorno, inaspettatamente, sale sul suo taxi una ragazzina con le stampelle che Jay riconosce come sua figlia. Da qui in poi il suo tentativo di aprire un canale di dialogo con la figlia e creare le condizioni per un rapporto duraturo. Il film di Senez parla ancora di figli meticci, con genitori provenienti da mondi e culture differenti, ma soprattutto parla di una società giapponese che non prevede l’affido condiviso dei figli nel caso di divorzio dei genitori, con l’inevitabile innescarsi di guerre che spesso allontanano un genitore dal figlio fino alla maggiore età e trasformano la vita di queste persone in un incubo, con conseguenze sulla salute mentale e sulla situazione economica. Questa condizione può ovviamente riguardare anche genitori entrambi giapponesi, ma assume risvolti ancora più drammatici nel caso in cui uno dei genitori non sia giapponese, come nel caso di Jay. Tra l’altro, nel film il personaggio di Jessica (Judith Chemla) fa da specchio del protagonista, in quanto pur trovandosi nella stessa situazione rispetto al proprio figlio, non intende rassegnarsi in alcun modo alla situazione né assecondare i modi imposti dalla società giapponese, come Jay che invece è più giapponese dei giapponesi, eppure resta uno straniero emarginato e non integrato veramente.

Il film di Senez, magnificamente interpretato da Romain Duris che dimostra anche di saper parlare un perfetto giapponese, si focalizza sul rapporto tra padre e figlia, su quanto sia necessario per entrambi e impossibile da rimuovere forzatamente, ma parla anche dell’essere stranieri anche quando si accettano completamente le regole del paese che ci ospita e porta all’evidenza un tratto davvero disumano della società giapponese che personalmente non conoscevo. Anche grazie a una colonna sonora di grande impatto, il film riesce a far leva sulle emozioni dello spettatore, senza essere mai melodrammatico.

Voto: 4/5


lunedì 24 gennaio 2022

È andato tutto bene

Pur considerando François Ozon uno dei registi più importanti della sua generazione, sinceramente non avrei pensato – soprattutto dopo alcuni dei suoi ultimi lavori - che fosse capace di realizzare un film asciutto e misurato come questo. Vero è che il regista francese ci ha abituati a un percorso decisamente poco prevedibile e a una varietà di approcci tale da non farci più meravigliare di niente (cosa che secondo me appartiene solo ai grandi registi).

Però in questo caso secondo me c’è qualcosa di più. Sapevo che il film è tratto dal romanzo autobiografico di Emmanuèle Bernheim, ma non sapevo che quest’ultima fosse una delle collaboratrici più strette di Ozon e che fosse morta pochi anni fa.

Penso dunque che questo film, presentato all’ultimo festival di Cannes, sia consapevolmente e totalmente un omaggio del regista a questa donna come professionista e amica, e che in questo omaggio Ozon abbia scelto di tararsi sul registro narrativo del romanzo (che intendo leggere a breve), spogliandosi dei propri stilemi e mettendosi al servizio della storia e dei suoi protagonisti.

Al centro del racconto c’è Emmanuelle (una straordinaria Sophie Marceau, che noi continuiamo ad associare alla ragazzina con gli shorts de Il tempo delle mele, e invece è attrice gigantesca capace di far passare attraverso il suo volto pensieri e sentimenti all’interno di una gamma amplissima). Un giorno la donna riceve una telefonata che le annuncia che suo padre André (l’altrettanto strepitoso André Dussolier) è stato colpito da un ictus ed è in ospedale.

Inizia qui un percorso che vede Emmanuèle, insieme alla sorella Pascale (Géraldine Pailhas), fare i conti con la volontà del padre di morire e la sua richiesta di aiuto nel realizzare questa volontà.

Siamo in un ambiente intellettualmente elevato (ad altissima intensità artistica: André è un collezionista d'arte, Emmanuèle una scrittrice, sua sorella Pascale una musicista, e la madre una scultrice) ed economicamente benestante, non condizionato da convincimenti religiosi né da impedimenti di altro genere.

Eppure la strada è tutta in salita: perché le leggi francesi non consentono l’eutanasia e dunque, anche scegliendo la Svizzera come luogo dove attuare la volontà del padre, il rischio di complicità per le due donne è alto; perché André è un vecchio testardo ed egocentrico che suscita tenerezza ma anche una profonda rabbia; perché dentro il rapporto tra André ed Emmanuèle (e Pascale) confluiscono tutti i nodi irrisolti del passato, i rancori, gli odi, le paure, le competizioni, i ricordi belli e quelli terribili; perché l’amore verso l’altra persona è l’ostacolo più grosso nell’accettare la volontà di morire della persona amata.

A questo punto si potrebbe pensare che il film di Ozon sia un racconto drammatico incentrato sul tema della morte. Sorprenderà dunque sapere e soprattutto constatare durante la visione che È andato tutto bene è un film pieno di vita e di amore per la vita, oltre che di ironia e di capacità di ridere e sorridere dell’esistenza anche nei momenti più drammatici. André è un uomo curioso, pieno di passioni, che ha scelto sempre la vita e ha vissuto pienamente, e forse proprio per questo di fronte al declino inevitabile preferisce mettere un punto.

Come ci dice Mina Welby nel dibattito che segue la proiezione del film, la scelta di morire è qualcosa di profondamente soggettivo e imprevedibile. Ci sono persone in condizioni disperate ed estreme che vogliono vivere fino all’ultimo istante che la vita gli concede, e persone che – come André – pur sapendo che la vita può regalargli ancora qualcosa di bello, vogliono poter decidere – tutto sommato senza drammi – di mettere fine all’esistenza.

È decisamente un tema non facile quello trattato nel film di Ozon, che non a caso sceglie di rimanere in un certo senso spettatore di un racconto che appartiene a un’altra persona, e che con questa scelta non pretende in alcun modo di fornire risposte universali, ma solo di tradurre in racconto cinematografico una testimonianza. Ma proprio questa scelta, che affida agli attori il compito principale di realizzare l’empatia con gli spettatori e dunque di far comprendere gli stati d’animo di ciascuno, si rivela vincente, e capace di far arrivare nel cuore di chi guarda molto più di quello che potrebbe fare un film a tema.

Da vedere assolutamente in lingua originale. Se poi, come me, avrete anche la possibilità dopo il film di ascoltare chi ha vissuto in prima persona un percorso di questo tipo, come Mina Welby, l’emozione sarà totale e soverchiante.

Voto: 4/5



mercoledì 28 ottobre 2020

Festa del cinema di Roma, 15-25 ottobre 2020 - Seconda parte

(Per la prima e la terza parte delle recensioni si veda qui e qui)

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Été 85

Fino a qualche anno fa consideravo Ozon uno dei registi più interessanti della sua generazione. E ancora oggi alcuni dei suoi film mi fanno pensare di non essermi sbagliata. Il regista francese è però imprevedibile e inquieto, e il risultato è una cinematografia difficilmente classificabile e molto altalenante, con sprazzi di genialità e cadute irrimediabili.

Nel caso di Été 85 ad esempio siamo di fronte a un pastiche cinematografico, in cui a partire da un romanzo young adults, Dance on my grave di Aidan Chambers, Ozon costruisce un film che mescola i generi: thriller, romantico, erotico, giovanilistico, commedia.

La storia inizia con il giovane Alexis che è stato portato in commissariato per un crimine che ha commesso e che ha a che fare con la morte di un ragazzo, David.

Da qui inizia in flashback il racconto - che scopriremo essere un testo scritto dal protagonista su invito del suo insegnante - dell'estate dell'85, quella in cui Alexis, sedicenne ombroso e insoddisfatto, dopo un incidente in barca, viene salvato da David, affascinante diciottenne che fin da subito lo conquista con i suoi modi spontanei ai limiti dello sfrontato.

David ha una madre fragile e protettiva con cui gestisce il negozio di articoli di pesca che era del padre morto.

Fin da subito tra i due ragazzi nasce un'amicizia che ben presto evolve in una storia d'amore fino al tragico momento che spariglia tutte le carte in tavola.

Dentro il film c'è un po' di tutto: una citazione de Il tempo delle mele, la fascinazione della morte da parte di Alexis, il grottesco e il macabro, la voglia di vivere, l'amore, la gelosia... e tutto questo in modo un po' spiazzante e a volte per me alquanto disturbante.

Tra l'altro l'aspettativa che Ozon crea fin dalla prima sequenza del film è destinata dal mio punto di vista a essere delusa da un'evoluzione narrativa che non convince del tutto.

Per me un film con alcuni elementi molto interessanti, ma nel complesso riuscito solo in parte. Evidentemente però sono in minoranza visto che il film ha vinto il Premio del Pubblico BNL.

Voto: 2,5/5



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After love

Questo film - non so bene per quale motivo - era finito nella mia lista dei "forse" e alla fine avevo preso il biglietto quasi per sbaglio.

Ma come a volte capita nella vita per le cose che non abbiamo scelto razionalmente, questo film mi ha fatto innamorare e, sebbene mentre scrivo questa recensione il mio festival è ancora lungo e ho ancora molti film da vedere, sono ragionevolmente sicura che After love rimarrà uno dei miei preferiti.

In sala al MAXXI ci sono il giovane regista Aleem Khan e il produttore e durante l'intervista ci raccontano che la vicenda del film è ispirata alla storia vera della madre di Khan.

After love racconta di Mary, che quando si è sposata con Ahmed si è convertita all'islamismo e ha preso il nome di Fahima. Da allora vive all'interno e secondo le regole della comunità pakistana di Dover, avendo imparato a parlare l'urdu e a cucinare i piatti tradizionali. Una sera, tornati a casa dopo una festa, Ahmed si siede in poltrona e non si sveglia più.

Per Mary è uno shock. Nei giorni seguenti la donna deve affrontare tutto il dolore e la tristezza della morte improvvisa di suo marito, ma soprattutto si trova a fare i conti con una verità sconvolgente che per tanti anni Ahmed le ha tenuto nascosta.

Non sarebbe giusto nei confronti dei lettori rivelare oltre della trama del film.

Quello che però possiamo dire è che After love è la storia dell'incontro tra due donne e tra due modi di vivere la mancanza.

Come ci dice il regista, è un film che punta non tanto sulle parole e sul dialogo, quanto sui sentimenti che passano attraverso il volto delle protagoniste. E sono sentimenti potentissimi, che Khan sceglie di rappresentare in maniera semplice e diretta puntando molto sull'empatia delle sue attrici e arrivando diritto al cuore dello spettatore.

Pur trattandosi di una situazione non certamente comune, per me l'immedesimazione in tutti i protagonisti è stata trascinante ed è rimasta viva anche nei giorni a seguire.

Voto: 4/5



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I carry you with me - Te Llevo Conmigo

Arrivo a questo film completamente impreparata. Devo aver letto la trama molto velocemente e so solo che è un film messicano. Per cui mi lascio completamente andare al racconto, che poi personalmente è la cosa per me più bella del cinema.

Il film di Heidi Ewing si ispira a una storia vera. I protagonisti sono Iván e Gerardo. Il primo è un aspirante chef, padre di un bambino, perché pur essendo gay si è sposato in quanto costretto dalle convenzioni sociali a nascondere il suo orientamento sessuale. Gerardo viene invece da una famiglia benestante, ma anche nella sua infanzia ci sono episodi dolorosi legati alla non accettazione da parte della famiglia, in particolare del padre, delle sue tendenze omosessuali.

Iván e Gerardo si innamorano, ma Iván non riesce a mantenere la sua famiglia e a realizzare il suo sogno di diventare chef, così decide di emigrare illegalmente negli Stati Uniti. Dopo un anno, Gerardo, non riuscendo a partire legalmente, decide anche lui di attraversare illegalmente per raggiungere Iván.

Dopo moltissima gavetta e fatica, la loro vita riuscirà a decollare, ma Iván pur avendo realizzato il suo sogno soffrirà della lontananza dal figlio e dell'impossibilità di rivederlo.

La regista decide di raccontare questa storia in maniera non lineare, partendo dalla fine, ossia dai tormenti di Iván, per poi procedere avanti e indietro nel tempo, con flashback che risalgono non solo alla gioventù dei due uomini in Messico ma anche alla loro infanzia. Ma questa non linearità non va a beneficio del film, che a mio modesto avviso risulta a tratti un po' confuso dal punto di vista narrativo.

La storia d'amore tra questi due uomini è molto bella, soprattutto perché si inserisce dentro il quadro complesso dei rapporti tra Messico e Stati Uniti e delle assurde politiche statunitensi (e non solo) nei confronti degli immigrati. Ultimamente è un tema che per motivi diversi si è imposto alla mia attenzione, aiutandomi a capire tante cose su cui fino a qualche tempo fa sapevo poco e su cui non avevo riflettuto adeguatamente.

Un film dunque lodevole su più fronti, ma dal mio punto di vista non del tutto riuscito.

Voto: 3/5



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Le discours

La commedia francese di Laurent Tirard ha come mattatore assoluto l'attore Benjamin Lavernhe, che interpreta il protagonista.

Adrien è a una cena di famiglia insieme ai suoi genitori e a sua sorella che presto convolerà a nozze con il suo fidanzato. È proprio quest'ultimo a chiedere ad Adrien di tenere un discorso il giorno del matrimonio. Tutto ciò avviene dopo che Sonia, la compagna di Adrien, ha deciso di prendersi una pausa del rapporto.

Sul discorso che dovrà tenere si concentrano così tutte le ansie e le idiosincrasie del protagonista, che - rivolgendosi direttamente e continuamente a noi spettatori - racconta aneddoti, situazioni, vicende che vanno dal patetico all'esilarante.

Il risultato dovrebbe essere una commedia brillante e divertente sulla nostra inadeguatezza rispetto all'amore e alla vita di coppia, ma a me la scelta del dialogo diretto con lo spettatore dopo un po' infastidisce e per di più il protagonista mi risulta tendenzialmente antipatico, al punto che finisco per sperare che Sonia lo molli definitivamente.

Voto: 2/5



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Druk - Another round

Thomas Vinterberg è uno dei fondatori di Dogma 95, di cui ha scritto il manifesto insieme a Lars Von Trier. Il suo nome è stato infatti per molti anni legato al suo film Festen, che di Dogma 95 è una delle espressioni più significative.

Nel corso degli anni però Vinterberg si è allontanato dai dettami di Dogma spostandosi verso un cinema più "leggero" ma non per questo superficiale o frivolo.

In questo ultimo film protagonista è Martin (Mads Mikkelsen), sposato, due figli, insegnante di storia in un liceo.

Martin è entrato in una routine che gli ha tolto verve e gioia di vivere, con conseguenze negative sulla dinamica familiare e sui rapporti con i suoi studenti. Quando un amico e collega gli parla di una teoria secondo la quale nasciamo con un deficit dello 0,05% di alcol nel sangue e che colmare giornalmente questo deficit migliorerebbe umore e prestazioni, Martin e i suoi tre amici come lui frustrati dalla quotidianità decidono di fare questo esperimento. Sulle prime la strategia funziona ma ben presto la cosa sfugge loro di mano con conseguenze più o meno tragiche, parzialmente compensate da un finale ottimista e frizzante.

Il film di Vinterberg mi ha fatto pensare alle riflessioni fatte durante il mio viaggio in Danimarca, la nazione più felice del mondo come si autodefinisce. La sensazione, confermata da questo film, è che i paesi nordici, fors'anche per la loro matrice luterana e calvinista, vivano con difficoltà una specie di pressione sociale alla felicità e alla realizzazione di sé e facciano fatica ad accettare fallimenti, debolezze e quotidianità noiosa. Il loro rimedio a tutto ciò è nell'alcol che tra l'altro contribuisce ad allentare quelle rigidità sociali e umane che caratterizzano questi popoli.

L'alcolismo è un problema sociale enorme in alcuni di questi paesi (vedi ad esempio la Svezia), e per questo il film di Vinterberg si muove su un terreno molto scivoloso e che rischia a tratti di essere politicamente molto scorretto, salvo riprendersi tutte le volte in corner.

Certamente è un po' riduttivo dire che Another round parli solo di alcune realtà geografiche e culturali, visto che in realtà fa i conti con un tema ben più universale, che è quello della tensione tutta umana tra il bisogno di stabilità e conformismo e la spinta verso la novità e il cambiamento, un tema che come recita già il titolo di questo blog mi è molto caro.

Però personalmente non sono riuscita a entrare in sintonia con i quattro amici protagonisti del film, che in buona parte ho trovato patetici, mentre il finale mi ha dato l'idea di essere consolatorio senza affrontare il cuore del problema.

Voto: 2,5/5



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Ammonite

L'ammonite - come recita Wikipedia - è un esemplare di un gruppo di molluschi cefalopodi estinti che risalgono a 400 milioni di anni fa.

Mary Anning - la protagonista di questo film - è un personaggio storico: nata a Lyme Regis nel Dorset nel 1799, aveva una passione per la paleontologia e, nonostante fosse povera e poco istruita, scoprì e studiò numerosi esemplari di fossili preistorici, alcuni dei quali attirarono l'attenzione della comunità scientifica, formata a quel tempo quasi esclusivamente da uomini di classe sociale elevata.

È a partire da questo personaggio storico al contempo oscuro e affascinante che prende le mosse il racconto che Francis Lee ci propone nel suo ultimo film, in cui il ruolo della donna è affidato alla sempre eccellente Kate Winslet.

Sulla verità storica il regista innesta una vicenda privata frutto di invenzione narrativa, ossia l'incontro di Mary con la giovane Charlotte (la altrettanto brava e bella Saoirse Ronan), moglie di un aspirante paleontologo giunto a Lyme per apprendere i segreti della Anning.

La giovane attraversa una depressione dovuta a una tragedia personale, cosicché il marito decide di lasciarla in Dorset per beneficiare dell'aria di mare e trovare nuovi stimoli.

Mary è una donna introversa e silenziosa, scostante, rigida nella postura e negli atteggiamenti, completamente rinchiusa nel suo bozzolo, dedita esclusivamente alla madre malata e alle sue ricerche di fossili. Inizialmente Mary vede Charlotte come un'intrusa ma quando la ragazza si ammala e dovrà occuparsene un flebile sentimento di affezione si accende in lei. Dopo la guarigione la ritrovata esuberanza da parte di Charlotte scardinerà a poco a poco l'armatura che Mary si è costruita facendo sbocciare fatalmente l'amore tra queste due donne così diverse, eppure così complementari.

Il ritorno a casa di Charlotte e la morte della madre di Mary metteranno quest'ultima di fronte alla necessità di una scelta non facile e non scontata.

Il film di Francis Lee si avvale di una ricostruzione di grande effetto e di un paesaggio di notevole impatto dentro il quale si muovono due attrici che regalano sfumature e intensità a questa relazione. L'erotismo e la passione si fanno largo attraverso abiti ingombranti e stratificati, allentano anche metaforicamente quei lacci che costringono i corpi delle donne dell'800.

La Winslet è notevole nel trasmettere l'idea di sentimenti trattenuti da cui però ogni tanto sfuggono piccoli segnali di disgelo: un accenno di sorriso, l'addolcirsi dello sguardo, un movimento della mano. La Ronan invece fiorisce a poco a poco mettendo a nudo una spontaneità e una istintività nei sentimenti, e anche una dolcissima malizia da cui non si può che rimanere conquistati (ma io sono di parte).

La chimica tra le due funziona abbastanza bene. E se anche Kate Winslet e Saoirse Ronan possono interpretare due donne innamorate, allora forse il mondo sta proprio cambiando.

Voto: 3,5/5

giovedì 23 aprile 2015

Una nuova amica

Il nuovo film di François Ozon è liberamente ispirato a una novella di Ruth Rendell (che a questo punto - tra l'altro - mi incuriosisce non poco!).

Personalmente, trovo che Ozon sia un maestro nel rappresentare l'ambiguità e la complessità dei sentimenti, del desiderio e della sessualità, ed è forse uno dei pochi in grado di farlo in maniera al contempo diretta e delicata, sotterranea ed esplicita.

In Una nuova amica il regista francese gioca con lo spettatore spiazzandolo a tutti i livelli, a partire dal titolo del film. Ci aspettiamo infatti che protagonista di questa narrazione sia David (Romain Duris, l'attore feticcio di Cédric Klapisch), il giovane marito e padre che - persa la moglie Laura (Isild Le Besco) per una malattia - esplora la propria identità femminile travestendosi da Virginia. Il personaggio di David/Virginia appare in prima battuta quello più spiazzante, nonché quello chiamato a turbare il mondo ordinato dello spettatore.

Ma in realtà la vera protagonista di questa storia è Claire (Anaïs Demoustier), fin da bambina amica di Laura, con la quale - sulla base di un vero e proprio patto di sangue - ha condiviso i giochi, le vacanze, i primi amori, seguendola dappresso in tutti i passi della vita.

Ora, dopo la morte di Laura, Claire - faccia pulita da brava ragazza, sposata con Gilles - vorrebbe mantenere la promessa di occuparsi del marito dell'amica e di sua figlia, ma la scoperta casuale dei travestimenti di David e del suo desiderio di esplorare la sua identità femminile innesca un processo i cui esiti non sono per nulla scontati.

Claire, che in un primo momento sembra rifuggire spaventata di fronte all'ambiguità di David/Virginia, viene a poco a poco conquistata da questo gioco di slittamento continuo dell'identità che si fa sempre più pericoloso e, soprattutto, sempre più personale.

I confini del maschile e del femminile si fanno confusi e si mescolano in modi imprevedibili, così come il desiderio ne travalica i confini facendosi imprevedibile. Il nostro innato bisogno di attribuire persone e sentimenti a delle categorie, magari anche originali e inaspettate, però certamente riconoscibili, viene continuamente sovvertito da Ozon, con una costruzione della narrazione che essa stessa oscilla - e spesso mescola - il cupo e il giocoso.

Certo, Ozon - che qui si ritaglia persino un cameo giocando pure lui sull'ambiguità - non è un regista misurato, e ogni tanto anche in questo film il suo addentrarsi nei meandri dell'identità e dei sentimenti sembra slabbrarsi e perdere di solidità. Nel complesso però questo scavo psicologico resta potente e delicato, e costringe lo spettatore ad accettare e, in qualche misura, ad anticipare insieme al regista qualunque esito. Al punto tale che di fronte all'epilogo l'interpretazione più immediata non è - nemmeno quella! - l'unica possibile.

Voto: 3,5/5

giovedì 21 novembre 2013

Giovane e bella


Tralasciando il fatto che il trailer di questo film è una sua perfetta sintesi al punto tale da togliere buona parte della sorpresa della sua visione (cosa che già di per sé mi indispone non poco), devo dire che per una volta non tesserò le lodi di Ozon, che pure è un regista che amo particolarmente.

Il nuovo film del regista francese è infatti certamente un ottimo prodotto cinematografico, però personalmente non lo considero una tappa essenziale nel percorso di questo regista.

Giovane e bella racconta un anno della vita di Isabelle (la bellissima Marine Vacht), precisamente i suoi 17 anni, che iniziano l'estate della sua prima esperienza sessuale con un ragazzo tedesco poco più grande di lei conosciuto in vacanza. Da lì Isabelle deciderà di mettere la sua bellezza alla prova di uomini molto più grandi di lei, prostituendosi e chiedendo cifre sempre più alte, fino all'incidente di percorso che metterà lei e la sua famiglia di fronte a interrogativi non semplici.

Il personaggio di Isabelle è certamente affascinante ed enigmatico, e rende perfettamente la difficoltà di un'età confusa in cui non si è più bambini e dunque con quel fondo di ingenuità che caratterizza per esempio suo fratello, ma neanche adulti e dunque pienamente responsabili delle proprie azioni e consapevoli - nel bene e nel male - delle proprie scelte a volte anche discutibili, come sua madre e il suo patrigno.

Isabelle invece è smarrita e introversa e l'assenza del padre non sembra una motivazione sufficiente a farci comprendere il perché dei suoi comportamenti.

Lo sguardo del regista non è certamente giudicante, semmai è interrogativo come quello dello spettatore che di fronte a questa giovane donna così bella e così malinconica non può che prendere atto, senza essere in grado di capire in profondità.

I 17 anni sono certamente un'età difficile, e lo sono stati per ognuno di noi seppure in modi differenti. Probabilmente oggi lo sono ancora di più. Il rapporto con il proprio corpo, la dimensione delle relazioni, la dinamica familiare si amplificano a dismisura senza trovare una collocazione sensata e senza che si abbia la consapevolezza che presto o tardi tutto si comporrà.

Però non mi pare che questa volta Ozon riesca a dirci molto altro.

Voto: 2,5/5

mercoledì 22 maggio 2013

Nella casa


A me Ozon piace. C’è poco da fare. Persino i suoi film meno riusciti o che hanno avuto accoglienze meno calorose, come ad esempio Cinqueperdue oppure Angel, mi sono piaciuti, o meglio mi hanno fatto apprezzare l’eclettismo di questo regista che sa continuamente reinventarsi.

Ozon è uno di quelli, insieme ad esempio a Baz Luhrmann, che può pure prendere delle cantonate, ma non passa inosservato e che fa discutere. Personalmente – e credo di averlo già detto – li considero tra i migliori registi della loro generazione.

Fatta questa sviolinata, devo dire che Nella casa non è forse il film migliore di Ozon, e però è un film godibile e che si fa apprezzare per la sua costruzione e l’originalità del suo intento.

Il film comincia in modo molto realistico. Il professor Germain (Fabrice Luchini) insegna al liceo Gustave Flaubert ed è mediamente piuttosto deluso e scontento dei risultati dei suoi allievi. Un giorno, dopo aver assegnato un tema in cui i ragazzi sono invitati a descrivere il loro fine settimana, resta colpito dal lavoro di Claude Garcia (Ernst Umhauer), che racconta di come sia diventato amico di Rapha per intrufolarsi nella sua casa e poter osservare da vicino la sua famiglia.

Il professore incoraggia l’allievo a coltivare questo suo talento e a proseguire la scrittura che ha cominciato. A dire la verità, è lo stesso Claude a suscitare curiosità nel professore scrivendo in fondo al suo tema la parola “continua” e dunque suggerendo il prosieguo della storia.

La vicenda sembra virare rapidamente verso il noir e quasi verso il thriller man mano che i racconti di Claude sulla famiglia di Rapha, in particolare su sua madre (Emmanuelle Seigner), proseguono, ma ben presto il piano del racconto e quello della realtà che, fino a un certo punto sono rimasti chiaramente distinti, tendono a sovrapporsi e a confondersi spiazzando lo spettatore e allo stesso tempo coinvolgendolo in un gioco di riscrittura del reale sempre più insistito, in cui gli stili della narrazione cambiano in continuazione disegnando praticamente tutta la gamma possibile. A un certo punto la manipolazione della realtà diventa palese, al punto tale che la sua stessa rappresentazione visiva vira verso il surreale.

Le parole scritte e le immagini si rincorrono in una dinamica sempre più inestricabile in cui lo spettatore è continuamente sfidato a discernere il vero dal verosimile. Alla fine non sappiamo più se quello che stiamo vedendo è realmente quanto sta accadendo al professore ovvero è il risultato dei numerosi tentativi di Claude di cercare una conclusione degna alla sua storia.

Di fronte alle finestre illuminate di un grande palazzo professore e allievo guardano le vite degli altri e ciascuno dà la propria lettura dei gesti e delle espressioni delle persone che vede, raccontando la propria storia in una infinita riscrittura del reale. In questo gioco di specchi, narratore, spettatore, lettore, protagonisti si scambiano continuamente i ruoli e confondono le loro identità in una costante ricerca di senso che è l’unico vero motore di una perdurante curiosità del mondo e degli altri.

Ozon racchiude in un solo film molti film e molti generi letterari e cinematografici, dimostrandoci che la ricchezza del reale sta solo negli occhi di chi guarda.

Voto: 3,5/5