Non essendo io una vera cinefila da sempre e soprattutto non particolarmente interessata al recupero del passato, so poco e niente della Nouvelle Vague. O meglio so di cosa si tratta, conosco i nomi dei registi che sono legati a questa rivoluzione cinematografica, ma ho visto pochissimi dei loro film.
Però Linklater mi piace moltissimo, soprattutto sono ossessionata come lui dal rapporto con il “tempo”, e ho amato molto alcuni dei suoi lavori, in particolare quelli che cercano di mettere in comunicazione i film con il tempo che passa.
Lui però è un vero cinefilo, e dunque ha tutti gli strumenti per un’operazione ardita come quella del suo ultimo film Nouvelle Vague, che racconta il “making of” di uno dei film più rappresentativi del movimento, À bout de souffle (Fino all'ultimo respiro), primo e immortale film di Jean-Luc Godard (qui interpretato da Guillaume Marbeck).
Di Godard so poco e niente, come già avevo dichiarato nella recensione a un altro film a lui dedicato Le redoutable (in italiano Il mio Godard) di Michel Hazanavicius, film che nel suo approccio ludico e irriverente avevo apprezzato molto.
Il film di Linklater, pur adottando esso stesso un approccio da commedia brillante e pur scegliendo di evitare qualunque agiografia del suo protagonista, è però molto più “rispettoso” del genio di Godard e, mentre ne mette in evidenza l’irrinunciabile narcisismo e le geniali stranezze, ne riconosce anche la grandezza e la visionarietà che hanno trasformato per sempre il mondo del cinema.
Nouvelle Vague è un film su Godard e sulla fase in cui, tra sfuriate del suo produttore Georges de Beauregard e insofferenze di Jean Seberg (Zoey Deutch, unico volto davvero noto del film), in 21 giorni gira un film che avrebbe fatto la storia, e lo fa con mezzi “di fortuna” e con un cast che, a parte la Seberg, era fatto da attori sconosciuti (tra cui un Jean-Paul Belmondo praticamente alla prima vera uscita cinematografica) e da comparse ignare o reclutate nella cerchia di amici di Godard e di lavoranti del film. Però, è anche un film su un gruppo di giovani che ruotavano intorno ai Cahiers du cinéma, non solo Godard, Truffaut, Chabrol, ma anche Schiffman, Rivette, Rohmer, Varda e moltissimi altri. Come ci viene ricordato sui titoli di coda, negli anni successivi all’uscita di À bout de souffle oltre 160 giovani registi francesi realizzarono la loro opera prima, a dimostrazione dell’impatto enorme che questo movimento ebbe sul cinema francese e mondiale, e di cui secondo me il cinema francese ancora beneficia.
Il fatto che un regista statunitense decida di realizzare una pellicola in francese dedicata a quel momento storico così ricco di conseguenze è la conferma non solo della portata di quella rivoluzione, ma anche del fatto che la Nouvelle Vague è un patrimonio collettivo che non teme letture anche fuori dalla madrepatria.
Per quanto mi riguarda, il film di Linklater ribadisce per me un’istintiva antipatia verso Godard: mentre seguo le fasi e i modi di realizzazione del suo film non posso non riconoscerne la genialità, ma evidentemente il suo modo di essere è talmente lontano dal mio che non riesco a empatizzare con lui in alcun modo. E, del resto, le situazioni poi raccontate da Hazanavicius a partire dal libro scritto dalla ex moglie confermano la deriva un po’ folle che personalità come queste portano con sé.
Se questo gruppo di ragazzi e ragazze, scanzonati e sopra le righe, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, portano una boccata di novità ed energia nel paludato mondo del cinema e dunque fanno quello che i giovani dovrebbero sempre fare, soprattutto se dotati di idee e cultura, col passare del tempo inevitabilmente sono destinati essi stessi a deragliare ovvero a rientrare nei ranghi. Ma è la storia dell’esistenza umana. E alla fine la cosa più importante è l’eredità che si lascia, e loro ne hanno lasciata una importante.
Voto: 3,5/5
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domenica 22 marzo 2026
lunedì 19 giugno 2017
Le redoutable
Ed eccomi alla tradizionale rassegna Da Cannes a Roma, che porta in anteprima nei cinema romani (e quest'anno anche in regione) una selezione dei film presentati all'ultimo festival di Cannes.
Il mio primo film di quest'anno è Le redoutable, il nuovo lavoro di Michel Hazanavicius, di cui personalmente avevo molto apprezzato The artist. Dunque scelgo il film a scatola quasi chiusa, confidando nel nome del regista.
Le redoutable racconta una fase della vita del regista francese Jean-Luc Godard (magistralmente interpretato da Louis Garrel), per la precisione il periodo che va dal momento in cui sta girando il film La chinoise di cui è interprete la giovanissima Anne Wiazemsky (Stacy Martin), che diventerà sua moglie, alla fondazione del Gruppo Dziga Vertov. Il tutto guardato dagli occhi di Anne, autrice del libro autobiografico Un an après da cui è tratta la sceneggiatura del film.
Il titolo del film fa riferimento al nome del sottomarino nucleare francese che nel 1967 ebbe il battesimo del mare alla presenza del generale De Gaulle e di cui Godard e la moglie sentono parlare un giorno alla radio. La frase con cui si conclude il servizio radiofonico "Ainsi va la vie à bord du Redoutable" diventerà per la coppia una specie di messaggio in codice che i due amanti si lanceranno in momenti topici della loro relazione.
Come al solito, mi sento completamente impreparata a un film di questo tipo, da cui trasudano linguaggio meta cinematografico, cinefilia e uso ironico del mezzo. Conosco Godard solo di nome - anche se so che è l'iniziatore nonché il maggior interprete della Nouvelle Vague francese - e dei suoi film conosco solo Fino all'ultimo respiro (A bout de souffle) che pure non ho visto.
Mi dico che i veri intenditori avrebbero più elementi di me per cogliere i riferimenti, il gioco con lo spettatore e l'ironia del regista. Ma al contempo man mano che il film si dispiega davanti ai miei occhi mi rendo conto che in fondo anche la naiveté con cui mi ci accosto può essere un punto di forza, in quanto mi sottrae all'inevitabile rispetto quasi reverenziale di cui chi conosce l'opera di Godard è certamente vittima e il probabile senso di fastidio rispetto alla quasi "ridicolizzazione" del protagonista, che forse non rende merito all'artista.
Jean-Luc viene rappresentato come un regista dall'ego smisurato, anticonformista a prescindere, un po' misantropo, sicuro di sé, ma al contempo fragile, testardo e rigido, ma insieme manipolabile, a tratti ingenuo fino appunto a sfiorare il ridicolo.
Anne si innamora del Godard che ha cambiato il cinema, ma si trova di fronte un uomo affascinato dal maoismo e dagli ideali della rivoluzione, che a un certo punto gli sembrano sul punto di realizzarsi durante le manifestazioni imponenti del maggio francese cui parteciperà in prima persona. Jean-Luc non avrà però in questa circostanza la lucidità per accorgersi che la rivoluzione non porterà da nessuna parte se non al punto di partenza, e andrà avanti cocciutamente per la sua strada alienandosi amici e colleghi del mondo del cinema per inseguire il sogno di un cinema realizzato in maniera comunitaria e collettiva, democraticamente e senza gerarchie. In questa parabola si alienerà anche l'amore di sua moglie Anne, da cui è profondamente dipendente sul piano emotivo.
Ma il racconto di Hazanavicius non è una ricostruzione seriosa e drammatica, bensì una specie di commedia frizzante, piena di invenzioni e di giochi di pura cinematografia, in parte ispirati allo stesso cinema di Godard (uso del bianco e nero alternato al colore, uso della pellicola in negativo, battute pronunciate rivolgendosi alla camera), cui si aggiungono esilaranti momenti di metacinematografia (come nella scena in macchina in cui si parla male del Festival di Cannes in un film in competizione per la Palma d'oro, o quando il protagonista dice di essere talmente lontano da "Godard" da sentirsi un attore che lo interpreta, o quando in un dialogo con la moglie, mentre sono nudi prima di andare a dormire, i due parlano delle inutili scene di nudo di alcuni film ecc.).
L'immagine di Godard che ne viene fuori è macchiettistica (e volutamente tale per alcune scelte di regia e sceneggiatura, ad esempio la situazione ricorrente per cui ogni volta che Godard partecipa a una manifestazione cade o viene travolto e gli si rompono gli occhiali, nonché l'articolazione del film in capitoli introdotti da titoli che sono in parte riletture di titoli di suoi film); e certamente non rende merito alla complessità e alla molteplicità delle sfaccettature di un personaggio del mondo del cinema che non si può ridurre a quest'unica dimensione.
Ma d'altronde fin dal principio è chiaro che questo film parla di un periodo della sua vita e lo fa da un punto di vista molto particolare, quello della moglie da cui si è poi separato.
Quello di Hazanavicius è un film irriverente e anticonformista, o forse - strizzando l'occhio allo spettatore con il suo tono ludico e le sue invenzioni - è in realtà un film molto meno dirompente e originale di quanto non voglia apparire. Ma non è forse questo il medesimo paradosso che il regista vuole mettere in evidenza del suo protagonista?
Voto: 4/5
Il mio primo film di quest'anno è Le redoutable, il nuovo lavoro di Michel Hazanavicius, di cui personalmente avevo molto apprezzato The artist. Dunque scelgo il film a scatola quasi chiusa, confidando nel nome del regista.
Le redoutable racconta una fase della vita del regista francese Jean-Luc Godard (magistralmente interpretato da Louis Garrel), per la precisione il periodo che va dal momento in cui sta girando il film La chinoise di cui è interprete la giovanissima Anne Wiazemsky (Stacy Martin), che diventerà sua moglie, alla fondazione del Gruppo Dziga Vertov. Il tutto guardato dagli occhi di Anne, autrice del libro autobiografico Un an après da cui è tratta la sceneggiatura del film.
Il titolo del film fa riferimento al nome del sottomarino nucleare francese che nel 1967 ebbe il battesimo del mare alla presenza del generale De Gaulle e di cui Godard e la moglie sentono parlare un giorno alla radio. La frase con cui si conclude il servizio radiofonico "Ainsi va la vie à bord du Redoutable" diventerà per la coppia una specie di messaggio in codice che i due amanti si lanceranno in momenti topici della loro relazione.
Come al solito, mi sento completamente impreparata a un film di questo tipo, da cui trasudano linguaggio meta cinematografico, cinefilia e uso ironico del mezzo. Conosco Godard solo di nome - anche se so che è l'iniziatore nonché il maggior interprete della Nouvelle Vague francese - e dei suoi film conosco solo Fino all'ultimo respiro (A bout de souffle) che pure non ho visto.
Mi dico che i veri intenditori avrebbero più elementi di me per cogliere i riferimenti, il gioco con lo spettatore e l'ironia del regista. Ma al contempo man mano che il film si dispiega davanti ai miei occhi mi rendo conto che in fondo anche la naiveté con cui mi ci accosto può essere un punto di forza, in quanto mi sottrae all'inevitabile rispetto quasi reverenziale di cui chi conosce l'opera di Godard è certamente vittima e il probabile senso di fastidio rispetto alla quasi "ridicolizzazione" del protagonista, che forse non rende merito all'artista.
Jean-Luc viene rappresentato come un regista dall'ego smisurato, anticonformista a prescindere, un po' misantropo, sicuro di sé, ma al contempo fragile, testardo e rigido, ma insieme manipolabile, a tratti ingenuo fino appunto a sfiorare il ridicolo.
Anne si innamora del Godard che ha cambiato il cinema, ma si trova di fronte un uomo affascinato dal maoismo e dagli ideali della rivoluzione, che a un certo punto gli sembrano sul punto di realizzarsi durante le manifestazioni imponenti del maggio francese cui parteciperà in prima persona. Jean-Luc non avrà però in questa circostanza la lucidità per accorgersi che la rivoluzione non porterà da nessuna parte se non al punto di partenza, e andrà avanti cocciutamente per la sua strada alienandosi amici e colleghi del mondo del cinema per inseguire il sogno di un cinema realizzato in maniera comunitaria e collettiva, democraticamente e senza gerarchie. In questa parabola si alienerà anche l'amore di sua moglie Anne, da cui è profondamente dipendente sul piano emotivo.
Ma il racconto di Hazanavicius non è una ricostruzione seriosa e drammatica, bensì una specie di commedia frizzante, piena di invenzioni e di giochi di pura cinematografia, in parte ispirati allo stesso cinema di Godard (uso del bianco e nero alternato al colore, uso della pellicola in negativo, battute pronunciate rivolgendosi alla camera), cui si aggiungono esilaranti momenti di metacinematografia (come nella scena in macchina in cui si parla male del Festival di Cannes in un film in competizione per la Palma d'oro, o quando il protagonista dice di essere talmente lontano da "Godard" da sentirsi un attore che lo interpreta, o quando in un dialogo con la moglie, mentre sono nudi prima di andare a dormire, i due parlano delle inutili scene di nudo di alcuni film ecc.).
L'immagine di Godard che ne viene fuori è macchiettistica (e volutamente tale per alcune scelte di regia e sceneggiatura, ad esempio la situazione ricorrente per cui ogni volta che Godard partecipa a una manifestazione cade o viene travolto e gli si rompono gli occhiali, nonché l'articolazione del film in capitoli introdotti da titoli che sono in parte riletture di titoli di suoi film); e certamente non rende merito alla complessità e alla molteplicità delle sfaccettature di un personaggio del mondo del cinema che non si può ridurre a quest'unica dimensione.
Ma d'altronde fin dal principio è chiaro che questo film parla di un periodo della sua vita e lo fa da un punto di vista molto particolare, quello della moglie da cui si è poi separato.
Quello di Hazanavicius è un film irriverente e anticonformista, o forse - strizzando l'occhio allo spettatore con il suo tono ludico e le sue invenzioni - è in realtà un film molto meno dirompente e originale di quanto non voglia apparire. Ma non è forse questo il medesimo paradosso che il regista vuole mettere in evidenza del suo protagonista?
Voto: 4/5
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