Ed eccomi all’ormai tradizionale appuntamento con le anteprime romane dei film presentati alla Mostra internazionale del cinema di Venezia. Quest’anno la scelta è molto dolorosa, perché il tempo a disposizione è poco, l’energia pure, mentre invece l’offerta è molto interessante. Alla fine riesco a vedere quattro film, tra cui il vincitore della rassegna.
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Look back
Negli ultimi tempi, un po’ perché i cinema italiani hanno proposto la sua retrospettiva, un po’ perché è diventato particolarmente prolifico, sono completamente immersa nel mondo del regista giapponese Hirokazu Kore’eda. Al Festival di Venezia il regista ha presentato il suo ultimo film, tratto dall’omonimo graphic novel di Tatsuki Fujimoto, che io avevo letto qualche anno fa dopo averne sentito parlare.
Mi pare che il film di Kore’eda sia molto fedele al fumetto, sia dal punto di vista narrativo che da quello visivo. La storia è quella di due ragazze, Fujino e Kyomoto, entrambe appassionate di disegno e di manga. La prima è volitiva e determinata, la seconda ha una forma di timidezza patologica che le impedisce di andare a scuola. Dopo un primo momento in cui Fujino si sente minacciata dalla bravura di Kyomoto, le due ragazze diventano inseparabili e iniziano a coltivare il loro sogno di realizzare un manga tutto loro. Le loro storie e i loro personaggi le porteranno al successo, ma le loro strade si divideranno quando Kyomoto deciderà di andare all’Accademia di Belle Arti, mentre Fujino andrà avanti nella carriera di mangaka fino ad avere la possibilità di realizzare un anime. Un evento tragico dà avvio a una seconda parte del racconto, che probabilmente si svolge tutta nella testa di Fujino la quale visualizza modi alternativi in cui sarebbero potute andare le cose.
Il fumetto a suo tempo mi aveva lasciata un po’ perplessa, soprattutto in questa seconda parte un po’ onirica, a cui faticosamente e un po’ inutilmente avevo cercato una interpretazione strettamente razionale.
Nella fedeltà assoluta alla fonte, un effetto simile mi ha fatto il film di Kore’eda, anche se la trasformazione del fumetto in live action e poi di quest’ultimo in cartone animato mi hanno reso paradossalmente meno straniante la svolta fantastica della storia e hanno certamente accresciuto l’empatia verso le due protagoniste, anche grazie a due interpreti molto in parte e adeguate e alla sempre delicata e profonda capacità di Kore’eda di dirigere attori bambini o giovanissimi.
Dunque, pur essendomi piuttosto estranei il mondo dei mangaka e in generale quello del disegno, Kore’eda è riuscito a farmi sentire questi due personaggi, sia nella fase adolescenziale degli entusiasmi assoluti e delle passioni divoranti, sia nella fase che porta all’età adulta e che è fatta di dubbi e scelte talvolta dolorose.
Voto: 3,5/5
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Woman unknown
Woman unknown della regista di origine egiziana ma di formazione danese, May el-Toukhy, è il film che un po’ inaspettatamente ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia e la cui protagonista, Mathilde Arcel, ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.
Sono dunque molto curiosa di vederlo in anteprima.
Siamo nell’immediato secondo dopoguerra in Danimarca. Nelle strade regnano entusiasmo ma anche caos, perché la resistenza danese sta regolando i conti con i collaborazionisti o presunti tali. Marie (Mathilde Arcel) fa la cameriera e la bambinaia nella casa di un ricco vedovo, Christian (Carsten Bjørnlund), e sta per diventare sua moglie. Dentro casa il rigore e l’ordine sono quasi maniacali, ma il caos esterno presto si farà strada nella vita di Marie, riportando a poco a poco alla luce segreti del suo passato che potrebbero far naufragare tutti i suoi progetti futuri.
Il film di May el-Toukhy (di cui mi sono accorta di aver visto un altro film nel 2017!!) è di una compostezza formale e di una perfezione estetica notevoli: forme, colori, inquadrature, sono tutti studiati e proposti con grandissima accuratezza. E già questo fa metà della qualità del film.
L’altra metà la fa l’interpretazione trattenuta e sofferta della Arcel, perfetta nell’incarnare la paura e al contempo la spregiudicatezza della vittima per sopravvivere, ma anche l’inevitabile tormento interiore che determina.
Nel film della el-Toukhi ci sono tanti temi: le conseguenze della guerra e dei suoi orrori, la vendetta feroce dei vincitori, il difficile discrimine tra buoni e cattivi, il peso dell’appartenenza di classe e della ricchezza, ma soprattutto c’è il corpo delle donne come terreno sul quale si giocano tutte le partite sopra citate.
Corpi sfregiati, umiliati, oggettificati, usati, annullando volontà, arbitrio e desideri delle donne che li abitano, corpi di cui gli uomini possono disporre a piacimento e fare quello che vogliono, mentre se sono le donne a usare i loro corpi come strumenti di difesa o di azione finiscono inevitabilmente stigmatizzate e soffocate.
Un film intenso che non si sottrae alla complessità e che lascia molto da metabolizzare agli occhi e alle menti degli spettatori. Non so se fosse il film migliore di Venezia, ma certamente un ottimo film.
Voto: 3,5/5
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Possible love
“Non desiderare la roba d’altri” è la prima cosa che compare sullo schermo quando in sala si spengono le luci, e al termine del film diventa esplicito il riferimento di Possible love a Decalogo 10 di Krzysztof Kieślowski, rafforzato dalla presenza tra i produttori esecutivi del film di Krzysztof Piesiewicz, sceneggiatore di tutti i film che compongono il decalogo.
Questa rilettura sudcoreana, pur omaggiando l’originale, affonda profondamente le sue radici nella cinematografia di Lee Chang-dong, di cui io ho visto soltanto Burning – L’amore brucia, che mi era piaciuto parecchio.
Vero è che ormai, tra film e serie TV, siamo tutti piuttosto adusi alla cinematografia coreana, che – come mi pare di aver già avuto modo di dire in passato – è tra le più interessanti nel panorama attuale del cinema e non a caso ha ampiamente - e ormai da tempo - superato i confini nazionali.
Il film di Lee Chang-dong racconta l’intrecciarsi delle vicende di due coppie, quella formata da Ho-seok e sua moglie Mi-ok, e quella formata da Ye-ji e e suo marito Sang-woo. Il quinto personaggio è il figlio decenne della prima coppia, Cheol, osservatore silenzioso – e invero un po’ inquietante - di quanto accade.
La prima è una coppia proletaria: Ho-seok è stato licenziato, insieme a molti altri operai, dalla fabbrica dove lavorava e ha partecipato a un grande sciopero che è stato represso brutalmente dal governo. Da allora soffre pesantemente di depressione, mentre sua moglie cerca di convincerlo a farsi aiutare.
La seconda è una coppia benestante: Ye-ji è una regista di documentari e sta realizzando un lavoro proprio sul caso degli operai licenziati e sullo sciopero che ne seguì, mentre suo marito è un imprenditore che lavora nel settore delle Big Tech.
Le strade di queste due coppie si incrociano al funerale di un operaio che si è suicidato dopo che è stato licenziato: al funerale partecipano Ho-seok e Mi-ok, ma nel luogo dove si svolge c’è anche Ye-ji che sta facendo delle riprese. Dopo questo primo incontro Mi-ok accetta di partecipare alle riprese e di parlare della propria storia e di quella della sua famiglia e a poco a poco il rapporto tra queste due coppie si fa sempre più stretto fino a una vacanza insieme nella bellissima casa di famiglia di Sang-woo, con spiaggia privata, dove le dinamiche emotive intrecciate tra questi personaggi giungono al culmine.
Nel film di Lee Chang-dong ci sono moltissimi temi: un contesto socio-economico sempre più difficile in cui l’evoluzione tecnologica e le derive del capitalismo stanno mettendo a rischio il lavoro, un mondo – quello sudcoreano - quasi patologicamente incentrato sul lavoro e sul successo individuale, e dunque sulla competizione (come abbiamo visto anche nel recente No other choice), un governo nazionale che sembra avere nel suo DNA una tendenza autoritaria e alla repressione (non può non tornarmi in mente Atti umani di Han Kang), una società che l’ultraliberismo ha reso profondamente disuguale, in cui le classi proletarie sono sempre più distanti da quelle ricche e l’invidia sociale è fortissima, la necessità di raccontare questa realtà per mezzo delle immagini, ma anche l’inevitabilità del voyerismo e dell’irriducibilità tra chi guarda (quasi sempre proveniente dalle classi sociali più agiate) e il soggetto del racconto.
Quest’ultimo aspetto è forse quello che mi ha in qualche modo colpito di più, fors’anche perché il mio interesse per la fotografia, e soprattutto per la fotografia di strada e di reportage, mi hanno fatto risuonare queste riflessioni. Le storie non esistono se non vengono raccontate, ma fino a che punto chi sta dietro l’obiettivo ha la capacità e il diritto di raccontarle, quanto lo fa per un bisogno egotico prima che per dare uno spazio ai soggetti del racconto?
Cheol, il bambino che fa in qualche modo da testimone muto di questa vicenda, è forse proprio il tentativo da parte del regista di dichiarare un senso di difficoltà e di estraneità di fronte a queste dinamiche, che però inevitabilmente è senza soluzione.
Il film uscirà purtroppo solo su Netflix e non al cinema. Personalmente sono ben contenta di averlo visto sul grande schermo, perché due ore e quaranta di film coreano sullo schermo di casa per me non sarebbero sostenibili.
Voto: 4/5
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La ragazza con la Leica
Non ho letto il romanzo omonimo della scrittrice italo-tedesca Helena Janeczek che nel 2018 vinse il Premio Strega. Non so bene perché ne sono attirata ma anche respinta. Ma, ora che la regista Alina Marazzi ha deciso di trarne un film, non posso più sottrarmi a questa storia che vede al centro la figura di Gerda Taro, fotoreporter morta a soli 27 anni durante la guerra civile spagnola, il cui nome è spesso messo in relazione a quello di un altro grande reporter di guerra, Robert Capa.
Dall’intervista alla regista che segue la visione del film capisco che il libro, pur essendo un romanzo, si basa su solide ricerche documentarie ed archivistiche e mescola storia e finzione, cosa che probabilmente è stata la molla principale che ha titillato l’interesse della Marazzi e l’ha portata a farne un film.
Da sempre infatti la Marazzi è interessata a questo mix e spesso nei suoi film confluisce materiale audiovisivo di archivio. In questa produzione italo-tedesca la sfida si fa particolarmente interessante, perché si tratta di raccontare un periodo storico particolare: quegli anni Trenta durante i quali l’ascesa del nazismo spinse molti giovani a lasciare la Germania, l’Ungheria, la Polonia per andare in paesi in quel momento più sicuri, come la Francia. Molti di questi – e non fanno eccezione Gerda Taro, Robert Capa e i loro amici – si unirono anche alle forze repubblicane spagnole che combattevano contro il generale Franco e i militari.
È dunque il racconto di una generazione di giovani animati da ideali politici, ma sradicati dai loro paesi di origine, che fanno gruppo per affrontare questa realtà, e che spesso utilizzano l’arte – la fotografia in primis – come strumento di espressione personale e di battaglia politica.
Però La ragazza con la Leica è anche il racconto della vita di una giovane donna a suo modo eccezionale per la sua epoca: Gerda era libera dalle convenzioni, insofferente a tutti i dettami sociali, desiderosa di divertirsi, dotata di una energia vitale straordinaria, ma anche animata da ideali forti e dalla ferma volontà di lottare per questi ideali. Alla sua figura di donna e di fotografa la Janeczek prima e la Marazzi poi restituiscono quello che probabilmente la storia e la sua breve vita hanno tolto: il suo ruolo centrale nel gruppo degli esuli, l’intuizione determinante che segnò l’inizio del successo della carriera di Capa, la varietà e la potenza della sua opera fotografica, perduta e dimenticata a lungo, poi in parte riscoperta dopo il 1997, ma che probabilmente è in parte anche stata attribuita a Capa, in un processo – che ben conosciamo – di ridimensionamento, se non cancellazione delle figure femminili in molti ambiti creativi, non ultima la fotografia.
Il film lavora molto bene – come è nello stile della Marazzi – nel far dialogare i documenti audiovisivi di archivio, le fotografie, gli spezzoni dei film dell’epoca con il girato, giocando tra la dimensione del passato e del presente, con sequenze volutamente anacronistiche che in qualche modo richiamano la forza contemporanea di alcuni elementi di questa vicenda. Gli attori, in particolare la bravissima Emilia Schüle nei panni di Gerda, reggono bene il tono composito e per certi veri ondivago del film.
Probabilmente c’è qualcosa che non funziona perfettamente nel tentativo della Marazzi, ma nel complesso per quanto mi riguarda ho trovato l’operazione ambiziosa e almeno in parte riuscita.
Voto: 3/5
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domenica 11 ottobre 2026
mercoledì 18 febbraio 2026
Silent friend
Ho visto Silent friend, il film di Ildikó Enyedi presentato alla Biennale 2025 di Venezia, il giorno dopo Marty Supreme, e la proiezione - in anteprima rispetto all'uscita in sala - è stata preceduta dal saluto garbato e umile di Tony Leung Chiu-wai, che ci ha predisposti al meglio alla visione.
Dopo il caos, il rumore, la frenesia di Marty Supreme, storia di un giovane ossessionato dalla sua ambizione, Silent friend è stato per me un toccasana, il film perfetto per lasciare il giusto tempo e il giusto spazio a godere visivamente delle immagini e a pensare, riportando l’essere umano al giusto posto nell’equilibrio dell’universo.
Siamo in Germania, a Marburg, sede di un’università che risale al Medioevo ma che ha saputo tenersi al passo con i tempi, senza rinnegare il passato, come dimostra la sua architettura in cui ben si armonizzano gli edifici antichi con la modernissima struttura della biblioteca centrale.
Qui arriva da Hong Kong un neuroscienziato (Tony Leung Chiu-Wai) per tenere una conferenza sulla ricerca che sta svolgendo sul cervello dei bambini. Ma è l’inizio del 2020 e il professore resta bloccato a Marburg a causa della pandemia e trascorre un periodo presso la residenza universitaria in cui è ospitato. In questo periodo frequenta il giardino botanico che circonda l’università, dove c’è un enorme gingko biloba, risalente al 1832, che presto attrae la sua attenzione e su cui decide di condurre una ricerca.
Questo grande albero era lì anche quando, nel 1908, entrò all’università la prima studentessa di sesso femminile, Grete, (Luna Wedler), una giovane curiosa e appassionata che, in un universo totalmente maschile, fu costretta a lottare per essere riconosciuta come ricercatrice prima che come donna. Studiosa di botanica, fotografa per necessità e poi per passione, Grete non si stancò mai di andare alla ricerca degli elementi di continuità tra esseri viventi, e in particolare tra piante ed esseri umani.
Nella stessa università, nel 1972 Hannes (Enzo Brumm) studia letteratura: l’incontro con Gundula (Marlene Burow), una studentessa di botanica che sta conducendo un esperimento sulle “reazioni” di un geranio che tiene sul davanzale della sua stanza, accende la curiosità di Hannes verso il mondo vegetale e, quando Gundula parte per un viaggio estivo e gli affida la gestione del geranio e del suo giardino, il ragazzo comincia a condurre lui stesso degli esperimenti sulle piante.
Questa umanità curiosa usa gli strumenti della scienza per comprendere la vita di esseri che evidentemente hanno caratteristiche molto diverse dagli esseri umani, ma nondimeno hanno una loro esistenza complessa fatta di relazioni, comunicazione, strategie di sopravvivenza; e mentre osserva, questa umanità è a sua volta osservata dal mondo circostante. Non a caso Ildikó Enyedi sceglie di mostrarci a più riprese il punto di vista proprio del gingko biloba, presenza costante e silenziosa, ma non per questo meno viva e partecipe a ciò che le accade intorno, e con un orizzonte temporale che trascende ampiamente la vita dei singoli.
Il film della Enyedi è un’ode alla complessità del mondo, che porta con sé la necessità di ricollocare l’essere umano all’interno di questa complessità e non al vertice di essa, come spesso tendiamo a pensare.
Ma soprattutto Silent friend parla dell’importanza di costruire legami, superare steccati, favorire incontri: tra uomo e natura, tra oriente e occidente, tra maschi e femmine, tra scienza e umanesimo, tra visioni del mondo e modi di essere differenti. Per farlo l’essere umano ha solo uno strumento: la curiosità e la ricerca, che ci spingono a studiare, sperimentare, confrontare, analizzare, e andare oltre noi stessi e le nostre convinzioni.
Silent friend – oltre ad avermi estasiata sul piano visivo e coccolata con la pacatezza del suo approccio – mi ha fatto pensare a quanto la tradizione culturale europea, così bistrattata da noi stessi europei e schiacciata dalle mode di oltreoceano, dovrebbe invece essere valorizzata: i princìpi su cui si fonda potrebbero così tornare a svolgere un importante ruolo di mediazione tra mondi distanti, cosa quanto mai opportuna – non solo a livello culturale – nel periodo storico che stiamo vivendo.
Voto: 4,5/5
Dopo il caos, il rumore, la frenesia di Marty Supreme, storia di un giovane ossessionato dalla sua ambizione, Silent friend è stato per me un toccasana, il film perfetto per lasciare il giusto tempo e il giusto spazio a godere visivamente delle immagini e a pensare, riportando l’essere umano al giusto posto nell’equilibrio dell’universo.
Siamo in Germania, a Marburg, sede di un’università che risale al Medioevo ma che ha saputo tenersi al passo con i tempi, senza rinnegare il passato, come dimostra la sua architettura in cui ben si armonizzano gli edifici antichi con la modernissima struttura della biblioteca centrale.
Qui arriva da Hong Kong un neuroscienziato (Tony Leung Chiu-Wai) per tenere una conferenza sulla ricerca che sta svolgendo sul cervello dei bambini. Ma è l’inizio del 2020 e il professore resta bloccato a Marburg a causa della pandemia e trascorre un periodo presso la residenza universitaria in cui è ospitato. In questo periodo frequenta il giardino botanico che circonda l’università, dove c’è un enorme gingko biloba, risalente al 1832, che presto attrae la sua attenzione e su cui decide di condurre una ricerca.
Questo grande albero era lì anche quando, nel 1908, entrò all’università la prima studentessa di sesso femminile, Grete, (Luna Wedler), una giovane curiosa e appassionata che, in un universo totalmente maschile, fu costretta a lottare per essere riconosciuta come ricercatrice prima che come donna. Studiosa di botanica, fotografa per necessità e poi per passione, Grete non si stancò mai di andare alla ricerca degli elementi di continuità tra esseri viventi, e in particolare tra piante ed esseri umani.
Nella stessa università, nel 1972 Hannes (Enzo Brumm) studia letteratura: l’incontro con Gundula (Marlene Burow), una studentessa di botanica che sta conducendo un esperimento sulle “reazioni” di un geranio che tiene sul davanzale della sua stanza, accende la curiosità di Hannes verso il mondo vegetale e, quando Gundula parte per un viaggio estivo e gli affida la gestione del geranio e del suo giardino, il ragazzo comincia a condurre lui stesso degli esperimenti sulle piante.
Questa umanità curiosa usa gli strumenti della scienza per comprendere la vita di esseri che evidentemente hanno caratteristiche molto diverse dagli esseri umani, ma nondimeno hanno una loro esistenza complessa fatta di relazioni, comunicazione, strategie di sopravvivenza; e mentre osserva, questa umanità è a sua volta osservata dal mondo circostante. Non a caso Ildikó Enyedi sceglie di mostrarci a più riprese il punto di vista proprio del gingko biloba, presenza costante e silenziosa, ma non per questo meno viva e partecipe a ciò che le accade intorno, e con un orizzonte temporale che trascende ampiamente la vita dei singoli.
Il film della Enyedi è un’ode alla complessità del mondo, che porta con sé la necessità di ricollocare l’essere umano all’interno di questa complessità e non al vertice di essa, come spesso tendiamo a pensare.
Ma soprattutto Silent friend parla dell’importanza di costruire legami, superare steccati, favorire incontri: tra uomo e natura, tra oriente e occidente, tra maschi e femmine, tra scienza e umanesimo, tra visioni del mondo e modi di essere differenti. Per farlo l’essere umano ha solo uno strumento: la curiosità e la ricerca, che ci spingono a studiare, sperimentare, confrontare, analizzare, e andare oltre noi stessi e le nostre convinzioni.
Silent friend – oltre ad avermi estasiata sul piano visivo e coccolata con la pacatezza del suo approccio – mi ha fatto pensare a quanto la tradizione culturale europea, così bistrattata da noi stessi europei e schiacciata dalle mode di oltreoceano, dovrebbe invece essere valorizzata: i princìpi su cui si fonda potrebbero così tornare a svolgere un importante ruolo di mediazione tra mondi distanti, cosa quanto mai opportuna – non solo a livello culturale – nel periodo storico che stiamo vivendo.
Voto: 4,5/5
venerdì 26 dicembre 2025
L’anno nuovo che non arriva
Il film del regista Bogdan Muresanu che ha vinto il Premio Orizzonti al Festival di Venezia del 2024, arriva in sala un po’ in sordina, ma spero possa conquistare una fetta di pubblico significativa.
L’anno nuovo che non arriva è ambientato a Bucarest nelle settimane prima del Natale 1989, mentre nel paese circolano le notizie della repressione sanguinosa da parte del regime di Ceausescu delle proteste e manifestazioni a Timisoara. Attraverso le vicende del regista Stefan che deve sostituire l’attrice dello spettacolo di Capodanno che è fuggita dal paese, dell’attrice Florina chiamata per la sostituzione ma che detesta il dittatore, del figlio del regista che insieme a un amico tenta la fuga a nuoto attraverso il Danubio, dell’agente segreto Ionut che non riesce a convincere la madre ad abbandonare la sua casa che sta per essere demolita, dell’operaio Gelu il cui figlio ha scritto e imbucato una lettera a Babbo Natale in cui chiede per il padre la morte di zio Nicolae, il regista tratteggia, con uguale dose di ironia e dramma, lo stato d’animo di un popolo ormai sfinito e insofferente di fronte alle angherie della dittatura.
Ingabbiati nella rete della paranoia, del controllo, della propaganda, ed esasperati da una situazione economica e sociale ormai del tutto insostenibile, i personaggi di Muresanu ci raccontano un mondo a noi vicino temporalmente e geograficamente, ma che ci appare in realtà lontanissimo (un po’ l’effetto che mi aveva fatto l’Albania raccontata da Lea Ypi), e ci comunicano soprattutto il clima che si respirava in Romania nei giorni immediatamente precedenti alla caduta del regime, avvenuta il 25 dicembre 1989. E lo fa in modo leggero e denso nello stesso tempo, e che per questo, mentre ci fa sorridere, riesce anche a farci riflettere sul modo in cui i rumeni sono vissuti fino a poco meno di quarant’anni fa.
Ho apprezzato anche il modo di fare cinema di Muresanu, modo che, pur essendo per noi riconoscibile e comunicativo, non strizza l’occhio a tutti i costi alla cinematografia occidentale, e resta invece fedele a modelli e atmosfere che appartengono al mondo dal quale proviene e che ci costringe a entrare in un sistema narrativo differente e per questo anche diversamente stimolante.
Voto: 4/5
L’anno nuovo che non arriva è ambientato a Bucarest nelle settimane prima del Natale 1989, mentre nel paese circolano le notizie della repressione sanguinosa da parte del regime di Ceausescu delle proteste e manifestazioni a Timisoara. Attraverso le vicende del regista Stefan che deve sostituire l’attrice dello spettacolo di Capodanno che è fuggita dal paese, dell’attrice Florina chiamata per la sostituzione ma che detesta il dittatore, del figlio del regista che insieme a un amico tenta la fuga a nuoto attraverso il Danubio, dell’agente segreto Ionut che non riesce a convincere la madre ad abbandonare la sua casa che sta per essere demolita, dell’operaio Gelu il cui figlio ha scritto e imbucato una lettera a Babbo Natale in cui chiede per il padre la morte di zio Nicolae, il regista tratteggia, con uguale dose di ironia e dramma, lo stato d’animo di un popolo ormai sfinito e insofferente di fronte alle angherie della dittatura.
Ingabbiati nella rete della paranoia, del controllo, della propaganda, ed esasperati da una situazione economica e sociale ormai del tutto insostenibile, i personaggi di Muresanu ci raccontano un mondo a noi vicino temporalmente e geograficamente, ma che ci appare in realtà lontanissimo (un po’ l’effetto che mi aveva fatto l’Albania raccontata da Lea Ypi), e ci comunicano soprattutto il clima che si respirava in Romania nei giorni immediatamente precedenti alla caduta del regime, avvenuta il 25 dicembre 1989. E lo fa in modo leggero e denso nello stesso tempo, e che per questo, mentre ci fa sorridere, riesce anche a farci riflettere sul modo in cui i rumeni sono vissuti fino a poco meno di quarant’anni fa.
Ho apprezzato anche il modo di fare cinema di Muresanu, modo che, pur essendo per noi riconoscibile e comunicativo, non strizza l’occhio a tutti i costi alla cinematografia occidentale, e resta invece fedele a modelli e atmosfere che appartengono al mondo dal quale proviene e che ci costringe a entrare in un sistema narrativo differente e per questo anche diversamente stimolante.
Voto: 4/5
martedì 7 ottobre 2025
Familiar touch
Vincitore del premio per la miglior regia nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia dello scorso anno, arriva finalmente in sala Familiar touch di Sarah Friedland.
Protagonista di questa storia è Ruth (la bravissima Kathleen Chalfant), una donna avanti con gli anni che – scopriremo presto – comincia a manifestare i primi segnali di una demenza senile. Incontriamo la prima volta Ruth mentre sta preparando la cena nella cucina della sua casa in attesa di Steve, che è suo figlio, anche se Ruth non si ricorda il suo nome e forse non ricorda nemmeno chi è o addirittura pensa che sia un suo spasimante.
Steve è venuto per accompagnare sua madre in una casa di riposo, dove la donna viene affidata alle cure del personale, in particolare l’infermiera Vanessa, e dei medici che operano presso la struttura.
Seguiremo dunque Sarah nelle sue giornate, senza assumerne il punto di vista come nel film The father con Anthony Hopkins, ma osservandola da vicino nelle sue fasi di serenità e in quelli di angoscia, nei brevi momenti di lucidità e in quelli di disconnessione con la realtà, o meglio di realtà alternativa nella quale si muove, come quando pensa di essere in hotel e chiede il menu al cameriere, quando si alza ed entra nella cucina della casa di riposo come se fosse la cucina nella quale lavorava, quando – mentre fa fisioterapia in piscina – rivive un momento dell’infanzia con la madre al mare, quando - assalita da pensieri confusi e paure – scappa dalla casa di riposo per tornare a casa.
Per chi ha vissuto accanto a una persona malata di Alzheimer e ha condiviso con lei le diverse fasi della malattia, questo film, pur nella delicatezza del racconto, è da un lato un pugno nello stomaco, perché fa rivivere quel senso di angoscia che inevitabilmente si trasmette anche ai caregiver, dall’altro un po’ pacifica e riconcilia con una malattia che in un certo senso va vista come un’altra normalità, una specie di normalità alternativa e parallela. Come dice a Ruth l’infermiera Vanessa, la questione è che la verità di Ruth non coincide con la verità del mondo esterno.
In questo senso, nel film della Friedland c’è moltissima verità nella rappresentazione di questa donna, e vogliamo sperare - da persone che non sanno cosa le aspetta nella vecchiaia ammesso che ci arrivino – che anche l’ambiente e le persone a cui questi anziani fragili e difficili da gestire vengono affidati siano attenti e amorevoli come quelli rappresentati nel film.
Non ne sono del tutto sicura, ma apprezzo in ogni caso moltissimo lo sforzo che il cinema sta facendo in questi ultimi anni nel rivolgere il proprio sguardo alla vecchiaia in una rappresentazione che è sempre più attenta e ampia, tenendo conto che si tratta di un’età della vita che riguarda un numero crescente di persone e che, nel corso del tempo, è cambiata in maniera significativa in termini di qualità e benessere, ma che inevitabilmente non è aliena da fragilità importanti con ricadute sul piano individuale e sociale.
Non un capolavoro, ma decisamente un gran film.
Voto: 3,5/5
Protagonista di questa storia è Ruth (la bravissima Kathleen Chalfant), una donna avanti con gli anni che – scopriremo presto – comincia a manifestare i primi segnali di una demenza senile. Incontriamo la prima volta Ruth mentre sta preparando la cena nella cucina della sua casa in attesa di Steve, che è suo figlio, anche se Ruth non si ricorda il suo nome e forse non ricorda nemmeno chi è o addirittura pensa che sia un suo spasimante.
Steve è venuto per accompagnare sua madre in una casa di riposo, dove la donna viene affidata alle cure del personale, in particolare l’infermiera Vanessa, e dei medici che operano presso la struttura.
Seguiremo dunque Sarah nelle sue giornate, senza assumerne il punto di vista come nel film The father con Anthony Hopkins, ma osservandola da vicino nelle sue fasi di serenità e in quelli di angoscia, nei brevi momenti di lucidità e in quelli di disconnessione con la realtà, o meglio di realtà alternativa nella quale si muove, come quando pensa di essere in hotel e chiede il menu al cameriere, quando si alza ed entra nella cucina della casa di riposo come se fosse la cucina nella quale lavorava, quando – mentre fa fisioterapia in piscina – rivive un momento dell’infanzia con la madre al mare, quando - assalita da pensieri confusi e paure – scappa dalla casa di riposo per tornare a casa.
Per chi ha vissuto accanto a una persona malata di Alzheimer e ha condiviso con lei le diverse fasi della malattia, questo film, pur nella delicatezza del racconto, è da un lato un pugno nello stomaco, perché fa rivivere quel senso di angoscia che inevitabilmente si trasmette anche ai caregiver, dall’altro un po’ pacifica e riconcilia con una malattia che in un certo senso va vista come un’altra normalità, una specie di normalità alternativa e parallela. Come dice a Ruth l’infermiera Vanessa, la questione è che la verità di Ruth non coincide con la verità del mondo esterno.
In questo senso, nel film della Friedland c’è moltissima verità nella rappresentazione di questa donna, e vogliamo sperare - da persone che non sanno cosa le aspetta nella vecchiaia ammesso che ci arrivino – che anche l’ambiente e le persone a cui questi anziani fragili e difficili da gestire vengono affidati siano attenti e amorevoli come quelli rappresentati nel film.
Non ne sono del tutto sicura, ma apprezzo in ogni caso moltissimo lo sforzo che il cinema sta facendo in questi ultimi anni nel rivolgere il proprio sguardo alla vecchiaia in una rappresentazione che è sempre più attenta e ampia, tenendo conto che si tratta di un’età della vita che riguarda un numero crescente di persone e che, nel corso del tempo, è cambiata in maniera significativa in termini di qualità e benessere, ma che inevitabilmente non è aliena da fragilità importanti con ricadute sul piano individuale e sociale.
Non un capolavoro, ma decisamente un gran film.
Voto: 3,5/5
sabato 4 ottobre 2025
The voice of Hind Rajab
Ed eccomi al film che ha suscitato scalpore e polemica al Festival del cinema di Venezia, dove per moltissimi avrebbe dovuto vincere il Leone d’oro al posto di quello di Jim Jarmusch; e qualcuno dice che anche all’interno della giuria ci sia stata molta conflittualità in proposito.
Per come la vedo io, i film si possono analizzare e valutare da due punti di vista: uno è quello più strettamente tecnico e cinematografico, l’altro è quello della forza narrativa e del significato. Secondo me, di solito accade che quando queste due cose sono entrambe riuscite e dialogano armonicamente tra di loro, siamo di fronte a un gran film, e – rare volte – a un capolavoro (parola ormai fortemente abusata).
Ci sono poi dei film che vengono realizzati in momenti storici particolari, nei quali il messaggio e la testimonianza del film assumono un significato prevalente, e in questi casi diventa difficile – soprattutto in questi tempi di polarizzazione spinta – esprimere un punto di vista più complessivo e che in parte prescinda dal significato del film. The voice of Hind Rajab si colloca esattamente in questa categoria.
Il film di Kaouther Ben Hania – che ha vinto comunque il Leone d’argento a Venezia – è un prodotto cinematografico che si colloca a metà strada tra un documentario e un film di finzione. Il film ricostruisce quanto avvenuto nella sala di controllo della Mezzaluna rossa (in pratica la Croce rossa palestinese) il 29 gennaio 2024, utilizzando le registrazioni originali degli audio. Prima arriva la telefonata di Liyan Hamada, una quindicenne di Gaza la quale è in macchina con la sua famiglia e la cugina di cinque anni Hind Rajab nel tentativo di spostarsi in un’altra zona della Striscia a seguito dell’ordine israeliano di evacuazione. L’auto subisce l’attacco di un carro armato israeliano che uccide Liyan dopo la prima telefonata; a quel punto è Hind Rajab a rimanere in contatto con gli operatori della Mezzaluna rossa per le successive tre ore, nel difficile tentativo – a causa dei vincoli e delle limitazioni imposti ai movimenti proprio da Israele e dalla conseguente, complessa burocrazia in cui si muovonp soggetti internazionali che operano nella zona - di far arrivare un’ambulanza in prossimità della macchina. Alla fine, sotto il fuoco dell’esercito israeliano non si salveranno né la bambina, né gli operatori dell’ambulanza nel frattempo arrivati sul luogo.
The voice of Hind Rajab, un po’ come il film No other land, è uno straziante documento storico, che rimane a testimonianza imperitura di quello che accade nella Striscia di Gaza, della disumanità e delle atrocità che vi avvengono quotidianamente da tempo, e non solo in questi ultimi mesi. È anche un film a suo modo equilibrato, che non cerca martiri ed eroi a tutti i costi, bensì è attento alla complessità dell’umano.
In questo senso, resta un film importante che tutti dovrebbero vedere, anche se – come già gli eventi hanno dimostrato – in un’epoca come la nostra, chi vuole interpretare questo film in maniera diversa e ricondurlo, in buona o in cattiva fede, alla propria visione del mondo, ci riesce in ogni caso.
Dall’altro punto di vista citato in principio di questa recensione, ossia quello strettamente cinematografico, non posso dire però che il film mi abbia colpito particolarmente. È un ottimo film, ben fatto e ben girato, che fa bene il suo lavoro, e che tiene molto ben in equilibrio documenti e finzione, ma in un modo che per me non è risultato del tutto sorprendente. Da questo punto di vista, avevo trovato No other land molto più dirompente, forse anche e proprio per la sua disomogeneità interna, per la varietà del ritmo e dell’approccio. Si tratta evidentemente di film completamente diversi, tra i quali non ha senso fare confronti. La mia è dunque in questo caso solo una preferenza cinematografica del tutto personale.
Voto: 3,5/5
Per come la vedo io, i film si possono analizzare e valutare da due punti di vista: uno è quello più strettamente tecnico e cinematografico, l’altro è quello della forza narrativa e del significato. Secondo me, di solito accade che quando queste due cose sono entrambe riuscite e dialogano armonicamente tra di loro, siamo di fronte a un gran film, e – rare volte – a un capolavoro (parola ormai fortemente abusata).
Ci sono poi dei film che vengono realizzati in momenti storici particolari, nei quali il messaggio e la testimonianza del film assumono un significato prevalente, e in questi casi diventa difficile – soprattutto in questi tempi di polarizzazione spinta – esprimere un punto di vista più complessivo e che in parte prescinda dal significato del film. The voice of Hind Rajab si colloca esattamente in questa categoria.
Il film di Kaouther Ben Hania – che ha vinto comunque il Leone d’argento a Venezia – è un prodotto cinematografico che si colloca a metà strada tra un documentario e un film di finzione. Il film ricostruisce quanto avvenuto nella sala di controllo della Mezzaluna rossa (in pratica la Croce rossa palestinese) il 29 gennaio 2024, utilizzando le registrazioni originali degli audio. Prima arriva la telefonata di Liyan Hamada, una quindicenne di Gaza la quale è in macchina con la sua famiglia e la cugina di cinque anni Hind Rajab nel tentativo di spostarsi in un’altra zona della Striscia a seguito dell’ordine israeliano di evacuazione. L’auto subisce l’attacco di un carro armato israeliano che uccide Liyan dopo la prima telefonata; a quel punto è Hind Rajab a rimanere in contatto con gli operatori della Mezzaluna rossa per le successive tre ore, nel difficile tentativo – a causa dei vincoli e delle limitazioni imposti ai movimenti proprio da Israele e dalla conseguente, complessa burocrazia in cui si muovonp soggetti internazionali che operano nella zona - di far arrivare un’ambulanza in prossimità della macchina. Alla fine, sotto il fuoco dell’esercito israeliano non si salveranno né la bambina, né gli operatori dell’ambulanza nel frattempo arrivati sul luogo.
The voice of Hind Rajab, un po’ come il film No other land, è uno straziante documento storico, che rimane a testimonianza imperitura di quello che accade nella Striscia di Gaza, della disumanità e delle atrocità che vi avvengono quotidianamente da tempo, e non solo in questi ultimi mesi. È anche un film a suo modo equilibrato, che non cerca martiri ed eroi a tutti i costi, bensì è attento alla complessità dell’umano.
In questo senso, resta un film importante che tutti dovrebbero vedere, anche se – come già gli eventi hanno dimostrato – in un’epoca come la nostra, chi vuole interpretare questo film in maniera diversa e ricondurlo, in buona o in cattiva fede, alla propria visione del mondo, ci riesce in ogni caso.
Dall’altro punto di vista citato in principio di questa recensione, ossia quello strettamente cinematografico, non posso dire però che il film mi abbia colpito particolarmente. È un ottimo film, ben fatto e ben girato, che fa bene il suo lavoro, e che tiene molto ben in equilibrio documenti e finzione, ma in un modo che per me non è risultato del tutto sorprendente. Da questo punto di vista, avevo trovato No other land molto più dirompente, forse anche e proprio per la sua disomogeneità interna, per la varietà del ritmo e dell’approccio. Si tratta evidentemente di film completamente diversi, tra i quali non ha senso fare confronti. La mia è dunque in questo caso solo una preferenza cinematografica del tutto personale.
Voto: 3,5/5
mercoledì 1 ottobre 2025
Da Venezia a Roma. Parte 2: A house of dynamite; Father, mother, sister, brother; A pied d’oeuvre; No other choice
Per la prima parte delle recensioni vedi qui.
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A house of dynamite
Kathryn Bigelow mancava all’appuntamento con il cinema da diversi anni e, almeno per quanto mi riguarda, Detroit mi era passato praticamente inosservato, mentre avevo visto e apprezzato The hurt locker e Zero Dark Thirty.
Con A house of dynamite la regista statunitense torna alle atmosfere proprio di quei film, raccontando con grandissima perizia registica e appoggiandosi a una sceneggiatura di tutto rispetto, un inizio di giornata nel quale gli Stati Uniti si accorgono che un missile – forse nucleare – partito dal Pacifico sta sorvolando il territorio statunitense e la sua traiettoria punta su Chicago.
Il pochissimo tempo che passa tra i minuti prima di questa scoperta e la durata del volo del missile è raccontato più volte, in una struttura narrativa ciclica e ricorsiva, dal punto di vista di diversi protagonisti che ruotano intorno alla Casa Bianca e agli apparati di sicurezza degli Stati Uniti.
Il ritmo è adrenalinico, sia nel tentativo di abbattere il missile mediante altri missili inviati da terra, sia nel processo decisionale che si muove intorno a questo evento e che coinvolge numerose persone, ma che alla fine converge su colui a cui spetta l’ultima parola, il Presidente, investito della scelta di contrattaccare senza avere la certezza che effettivamente l’evento sia un attacco né chi lo stia sferrando, o di attendere esponendosi all’opinione pubblica e alle conseguenze a livello globale dopo il disastro dell’impatto.
Non è la fine della storia che interessa alla Bigelow, ma – come le poche scritte all’inizio del film ci ricordano – la situazione di incertezza mondiale in cui il mondo intero è ricaduto quando la scelta di abbandonare i programmi atomici per un mondo più sicuro è stata messa da parte e il mondo è tornato a essere una “casa piena di dinamite”, pronta a esplodere in qualunque momento e non necessariamente per ragioni sensate.
Si esce col fiato corto dal film della Bigelow, con la testa piena di domande e il cuore pieno di paure, soprattutto perché sappiamo che in questo momento in molte parti del mondo molti dei leader che devono prendere le decisioni di fronte a situazioni di potenziale pericolo sono persone irresponsabili e prive di quella statura umana e morale che, tanto più in un momento delicato come questo, sarebbe necessaria.
Un film intrinsecamente e profondamente americano, che non piacerà a chi non ama questo stile, ma che dal mio punto di vista coglie nel segno, anche nella scelta del linguaggio.
Voto: 3,5/5
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Father, mother, sister, brother
Tre luoghi: il New Jersey, Dublino e Parigi. Tre famiglie: due figli (Adam Driver e Mayim Bialik) che vanno a trovare il padre (Tom Waits) il quale abita in una casa isolata che si affaccia su un laghetto tra i boschi; due figlie (Cate Blanchett e Vicky Krieps) che si ritrovano una volta all’anno per il te pomeridiano alla casa della madre (Charlotte Rampling); una sorella e un fratello gemelli (Indya Moore e Luka Sabbat) che, dopo la morte dei genitori, tornano insieme nella casa che avevano abitato insieme a loro e che nel frattempo è stata svuotata.
L’ultimo film di Jim Jarmusch, che ha vinto il Leone d’oro all’ultimo festival del cinema di Venezia, è strutturato dunque in tre episodi, in cui ci sono alcuni elementi che ricorrono (uno su tutti, la presenza di skaters che a un certo punto attraversano le strade percorse dai protagonisti, ma anche i brindisi con l’acqua, i colori degli abiti e altri dettagli), ma che sono narrativamente indipendenti l’uno dall’altro, sebbene con un tema di fondo comune: la famiglia, o – per essere più precisi – la negazione del luogo comune che i tuoi familiari sono quelli che ti conoscono meglio di tutti.
Perché la verità – sembra dirci Jarmusch, e io sono d’accordo con lui – è che in nessun contesto più che nella famiglia i rapporti tra le persone sono falsati dalle aspettative, dal pregiudizio, dall’immagine che ciascuno si è costruito dell’altro e che è difficile smontare senza mettere in discussione equilibri già fragili.
E tutto questo Jarmusch ce lo racconta con pennellate leggere, com’è nel suo stile, attraverso dialoghi il cui obiettivo non è quello di farci conoscere i dettagli, di spiegare, bensì solo di farci intuire, pensare, sorridere, sviluppare una forma di empatia.
Un film in sordina, dunque, che non so se è all’altezza del Leone d’oro, ma che merita di essere visto.
Voto: 3,5/5
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A pied d’oeuvre
Tratto dall’omonimo romanzo di Franck Courtès, il nuovo film di Valérie Donzelli, regista francese che ha già molti film all’attivo anche se personalmente non ne ho visti tanti, racconta la storia di Paul (il bravissimo Bastien Bouillon), ex fotografo di successo, con ex moglie e due figli, che ha deciso di abbandonare la professione di fotografo per fare lo scrittore e ha già pubblicato alcuni libri.
Pur ben accolti dalla critica, i libri però non gli garantiscono un introito sufficiente per una vita dignitosa; così Paul si iscrive su una piattaforma in cui domanda di lavoro e offerta si incontrano sul principio di chi offre di meno per svolgere il medesimo compito.
Paul si ritrova così a fare tanti lavoretti (smontare un soppalco, fare giardinaggio, svuotare una cantina, accompagnare in macchina qualcuno all’aeroporto), spesso faticosi fisicamente, ma che comunque non gli danno il sostentamento sufficiente e lo conducono sulla china della povertà, circondato da parenti e amici che non capiscono le sue scelte e non le condividono.
Nonostante tutto, e forse dopo aver toccato il fondo, riuscirà a scrivere un nuovo romanzo, A pied d’oeuvre appunto, che lo riporterà alla ribalta, ma nella consapevolezza ormai acquisita che nel mondo odierno non si vive di scrittura e forse non si vive nemmeno dei lavoretti che la società postcapitalista lascia cadere come briciole dalla sua tavola a vantaggio di un branco di cani affamati.
C’è una componente parzialmente consolatoria nella parte finale del film, che è quella che mi ha fatto scendere anche una lacrimuccia ma che forse ho anche trovato la parte meno appropriata.
Nondimeno il film di Valérie Donzelli (e il libro da cui è tratto) affronta con precisione e grazia il tema del lavoro nella società contemporanea, le storture di un sistema in cui – come dice il protagonista – il padrone non deve più preoccuparsi degli operai, perché ci sono molti altri meccanismi, ben più anonimi, che tengono questi ultimi in posizione di minorità e inferiorità. E così, il lavoro creativo torna a essere un lusso che, come in altre epoche storiche, solo pochissimi possono permettersi, a meno di non essere disponibili a un calvario come quello del protagonista di questo film.
Bravi i francesi che sanno ancora raccontare la nostra società in questo modo così brillante e chirurgico al contempo.
Voto: 3,5/5
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No other choice
Non sono una cultrice di Park Chan-Wook fin dalle origini, e ho perso alcuni dei suoi capolavori, quelli che hanno segnato un’epoca e l’inizio di un vero e proprio genere.
Da quando, dunque, lo seguo, mi sono trovata di fronte a versioni del suo cinema molto diverse le une dalle altre, da Mademoiselle a Decision to leave (quest’ultimo per me molto bello), e ora a questo No other choice, con cui si torna ai canoni del suo cinema più proprio.
Man-su (Byung-Hun Lee), il protagonista di questo racconto, ha una bella casa (la sua d’infanzia che ha riacquistato e ristrutturato), una moglie bella e fedele, un figliastro adolescente, una figlia più piccola con un talento per il violoncello, due labrador, e soprattutto un lavoro di caporeparto in un’azienda che produce carta, lavoro che ama molto e in cui ha raggiunto livelli di specializzazione elevati.
Tutto questo crolla in un sol colpo quando Man-su viene licenziato e la ricerca di un nuovo lavoro che possa valorizzare la sua specializzazione si rivela ben più difficile di quello che immagina.
Di fronte al rischio di vendere la casa e di perdere i suoi affetti, Man-su decide di giocarsi il tutto per tutto, eliminando a uno a uno i suoi più diretti concorrenti nella competizione per il nuovo lavoro.
No other choice è tratto dal libro The ax di Donald E. Westlake del 1997, quindi un romanzo che – soprattutto in riferimento al mondo del lavoro che è quello su cui si focalizza – si potrebbe considerare ormai datato e che però Park Chan-Wook riesce a mantenere in bilico tra temi universali e senza tempo e affondi nel presente della società sudcoreana e più in generale del mondo occidentale.
Ovviamente lo fa a suo modo, scegliendo il linguaggio del grottesco, del pulp, dell’ironia, del nonsense, dell’accumulazione, il che produce un film a tratti strabordante, che ci rimanda indietro un mondo che in parte ci appare un po’ estraneo, ma che per altri versi ci restituisce – sebbene esasperati – i tratti della nostra realtà e della nostra contemporaneità.
Non esattamente il mio genere di film, ma un film che non passa e non passerà inosservato.
Voto: 3,5/5
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A house of dynamite Kathryn Bigelow mancava all’appuntamento con il cinema da diversi anni e, almeno per quanto mi riguarda, Detroit mi era passato praticamente inosservato, mentre avevo visto e apprezzato The hurt locker e Zero Dark Thirty.
Con A house of dynamite la regista statunitense torna alle atmosfere proprio di quei film, raccontando con grandissima perizia registica e appoggiandosi a una sceneggiatura di tutto rispetto, un inizio di giornata nel quale gli Stati Uniti si accorgono che un missile – forse nucleare – partito dal Pacifico sta sorvolando il territorio statunitense e la sua traiettoria punta su Chicago.
Il pochissimo tempo che passa tra i minuti prima di questa scoperta e la durata del volo del missile è raccontato più volte, in una struttura narrativa ciclica e ricorsiva, dal punto di vista di diversi protagonisti che ruotano intorno alla Casa Bianca e agli apparati di sicurezza degli Stati Uniti.
Il ritmo è adrenalinico, sia nel tentativo di abbattere il missile mediante altri missili inviati da terra, sia nel processo decisionale che si muove intorno a questo evento e che coinvolge numerose persone, ma che alla fine converge su colui a cui spetta l’ultima parola, il Presidente, investito della scelta di contrattaccare senza avere la certezza che effettivamente l’evento sia un attacco né chi lo stia sferrando, o di attendere esponendosi all’opinione pubblica e alle conseguenze a livello globale dopo il disastro dell’impatto.
Non è la fine della storia che interessa alla Bigelow, ma – come le poche scritte all’inizio del film ci ricordano – la situazione di incertezza mondiale in cui il mondo intero è ricaduto quando la scelta di abbandonare i programmi atomici per un mondo più sicuro è stata messa da parte e il mondo è tornato a essere una “casa piena di dinamite”, pronta a esplodere in qualunque momento e non necessariamente per ragioni sensate.
Si esce col fiato corto dal film della Bigelow, con la testa piena di domande e il cuore pieno di paure, soprattutto perché sappiamo che in questo momento in molte parti del mondo molti dei leader che devono prendere le decisioni di fronte a situazioni di potenziale pericolo sono persone irresponsabili e prive di quella statura umana e morale che, tanto più in un momento delicato come questo, sarebbe necessaria.
Un film intrinsecamente e profondamente americano, che non piacerà a chi non ama questo stile, ma che dal mio punto di vista coglie nel segno, anche nella scelta del linguaggio.
Voto: 3,5/5
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Father, mother, sister, brother Tre luoghi: il New Jersey, Dublino e Parigi. Tre famiglie: due figli (Adam Driver e Mayim Bialik) che vanno a trovare il padre (Tom Waits) il quale abita in una casa isolata che si affaccia su un laghetto tra i boschi; due figlie (Cate Blanchett e Vicky Krieps) che si ritrovano una volta all’anno per il te pomeridiano alla casa della madre (Charlotte Rampling); una sorella e un fratello gemelli (Indya Moore e Luka Sabbat) che, dopo la morte dei genitori, tornano insieme nella casa che avevano abitato insieme a loro e che nel frattempo è stata svuotata.
L’ultimo film di Jim Jarmusch, che ha vinto il Leone d’oro all’ultimo festival del cinema di Venezia, è strutturato dunque in tre episodi, in cui ci sono alcuni elementi che ricorrono (uno su tutti, la presenza di skaters che a un certo punto attraversano le strade percorse dai protagonisti, ma anche i brindisi con l’acqua, i colori degli abiti e altri dettagli), ma che sono narrativamente indipendenti l’uno dall’altro, sebbene con un tema di fondo comune: la famiglia, o – per essere più precisi – la negazione del luogo comune che i tuoi familiari sono quelli che ti conoscono meglio di tutti.
Perché la verità – sembra dirci Jarmusch, e io sono d’accordo con lui – è che in nessun contesto più che nella famiglia i rapporti tra le persone sono falsati dalle aspettative, dal pregiudizio, dall’immagine che ciascuno si è costruito dell’altro e che è difficile smontare senza mettere in discussione equilibri già fragili.
E tutto questo Jarmusch ce lo racconta con pennellate leggere, com’è nel suo stile, attraverso dialoghi il cui obiettivo non è quello di farci conoscere i dettagli, di spiegare, bensì solo di farci intuire, pensare, sorridere, sviluppare una forma di empatia.
Un film in sordina, dunque, che non so se è all’altezza del Leone d’oro, ma che merita di essere visto.
Voto: 3,5/5
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A pied d’oeuvre Tratto dall’omonimo romanzo di Franck Courtès, il nuovo film di Valérie Donzelli, regista francese che ha già molti film all’attivo anche se personalmente non ne ho visti tanti, racconta la storia di Paul (il bravissimo Bastien Bouillon), ex fotografo di successo, con ex moglie e due figli, che ha deciso di abbandonare la professione di fotografo per fare lo scrittore e ha già pubblicato alcuni libri.
Pur ben accolti dalla critica, i libri però non gli garantiscono un introito sufficiente per una vita dignitosa; così Paul si iscrive su una piattaforma in cui domanda di lavoro e offerta si incontrano sul principio di chi offre di meno per svolgere il medesimo compito.
Paul si ritrova così a fare tanti lavoretti (smontare un soppalco, fare giardinaggio, svuotare una cantina, accompagnare in macchina qualcuno all’aeroporto), spesso faticosi fisicamente, ma che comunque non gli danno il sostentamento sufficiente e lo conducono sulla china della povertà, circondato da parenti e amici che non capiscono le sue scelte e non le condividono.
Nonostante tutto, e forse dopo aver toccato il fondo, riuscirà a scrivere un nuovo romanzo, A pied d’oeuvre appunto, che lo riporterà alla ribalta, ma nella consapevolezza ormai acquisita che nel mondo odierno non si vive di scrittura e forse non si vive nemmeno dei lavoretti che la società postcapitalista lascia cadere come briciole dalla sua tavola a vantaggio di un branco di cani affamati.
C’è una componente parzialmente consolatoria nella parte finale del film, che è quella che mi ha fatto scendere anche una lacrimuccia ma che forse ho anche trovato la parte meno appropriata.
Nondimeno il film di Valérie Donzelli (e il libro da cui è tratto) affronta con precisione e grazia il tema del lavoro nella società contemporanea, le storture di un sistema in cui – come dice il protagonista – il padrone non deve più preoccuparsi degli operai, perché ci sono molti altri meccanismi, ben più anonimi, che tengono questi ultimi in posizione di minorità e inferiorità. E così, il lavoro creativo torna a essere un lusso che, come in altre epoche storiche, solo pochissimi possono permettersi, a meno di non essere disponibili a un calvario come quello del protagonista di questo film.
Bravi i francesi che sanno ancora raccontare la nostra società in questo modo così brillante e chirurgico al contempo.
Voto: 3,5/5
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No other choice Non sono una cultrice di Park Chan-Wook fin dalle origini, e ho perso alcuni dei suoi capolavori, quelli che hanno segnato un’epoca e l’inizio di un vero e proprio genere.
Da quando, dunque, lo seguo, mi sono trovata di fronte a versioni del suo cinema molto diverse le une dalle altre, da Mademoiselle a Decision to leave (quest’ultimo per me molto bello), e ora a questo No other choice, con cui si torna ai canoni del suo cinema più proprio.
Man-su (Byung-Hun Lee), il protagonista di questo racconto, ha una bella casa (la sua d’infanzia che ha riacquistato e ristrutturato), una moglie bella e fedele, un figliastro adolescente, una figlia più piccola con un talento per il violoncello, due labrador, e soprattutto un lavoro di caporeparto in un’azienda che produce carta, lavoro che ama molto e in cui ha raggiunto livelli di specializzazione elevati.
Tutto questo crolla in un sol colpo quando Man-su viene licenziato e la ricerca di un nuovo lavoro che possa valorizzare la sua specializzazione si rivela ben più difficile di quello che immagina.
Di fronte al rischio di vendere la casa e di perdere i suoi affetti, Man-su decide di giocarsi il tutto per tutto, eliminando a uno a uno i suoi più diretti concorrenti nella competizione per il nuovo lavoro.
No other choice è tratto dal libro The ax di Donald E. Westlake del 1997, quindi un romanzo che – soprattutto in riferimento al mondo del lavoro che è quello su cui si focalizza – si potrebbe considerare ormai datato e che però Park Chan-Wook riesce a mantenere in bilico tra temi universali e senza tempo e affondi nel presente della società sudcoreana e più in generale del mondo occidentale.
Ovviamente lo fa a suo modo, scegliendo il linguaggio del grottesco, del pulp, dell’ironia, del nonsense, dell’accumulazione, il che produce un film a tratti strabordante, che ci rimanda indietro un mondo che in parte ci appare un po’ estraneo, ma che per altri versi ci restituisce – sebbene esasperati – i tratti della nostra realtà e della nostra contemporaneità.
Non esattamente il mio genere di film, ma un film che non passa e non passerà inosservato.
Voto: 3,5/5
domenica 28 settembre 2025
Da Venezia a Roma. Parte 1: A sad and beautiful world; Memory; Toni, mio padre; Human resource
Ed eccomi all’ormai classico appuntamento delle anteprime dei film del Festival di Venezia a Roma, atteso ogni anno con grande trepidazione. Anche quest’anno faccio una bella abbuffata di film, da cui esco molto contenta per aver visto opere importanti e meno importanti, che però quasi tutte mi hanno lasciato qualcosa dentro. Guerre e mondo del lavoro mi sono sembrati i temi trasversali alla rassegna, almeno per quanto riguarda i film che ho visto io; il cinema si conferma ancora mezzo immerso nella realtà e capace di raccontare con complessità i nostri tempi difficili.
(La seconda parte delle recensioni è qui)
(La seconda parte delle recensioni è qui)
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A sad and beautiful world
Il regista libanese Cyril Aris, classe 1987, ci propone una storia d’amore dall’impianto piuttosto classico: Nino (Hassan Akil) e Yasmina (Mounia Akl) nascono lo stesso giorno a pochi minuti di distanza l'uno dall'altro, in una Beirut che è attraversata dalla guerra civile e che già vive sotto i bombardamenti. Il loro è un destino segnato: frequentano la scuola insieme, diventano amici e “fidanzati”, si fanno delle promesse, ma a seguito della separazione dei suoi genitori, Yasmina è costretta a seguire la madre e ad allontanarsi dal padre e da Nino. Si rincontrano da adulti a causa di un incidente. Nel frattempo Nino ha aperto un ristorante in cui rivisita la cucina libanese in un’ottica internazionale, Yasmina è una donna in carriera. Torneranno insieme, faranno una figlia, ma la loro vita oscillerà sempre tra momenti di felicità e leggerezza – anche grazie al carattere giocoso di Nino – e momenti di difficoltà e paura per il futuro.
Il film di Aris si presenta formalmente ineccepibile (molto bella la fotografia e i due attori bravi e magnetici), ma piuttosto convenzionale nello sviluppo narrativo e anche sostanzialmente prevedibile. È evidente però che Nino e Yasmina sono per il regista soltanto l’occasione di parlare del Libano e nello specifico di Beirut, che è il vero oggetto d’amore di questa storia.
Avevo da poco letto il graphic novel Un’educazione orientale, anch’esso incentrato sulla città di Beirut, e in A sad and beautiful world ho ritrovato lo stesso afflato, un rapporto viscerale con la città, che spesso è anche la causa dei conflitti familiari – come nel caso di Nino e Yasmina - tra chi manifesta un attaccamento che va al di là dei conflitti, della situazione economica, delle distruzioni, e chi invece non ce la fa più e vorrebbe andare via, pur con la morte nel cuore.
Non un film memorabile, ma che in qualche modo ci aiuta a entrare nel vissuto e nei sentimenti contraddittori dei libanesi che anelano semplicemente a una vita normale.
Voto: 3/5
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Memory
Presentato a Venezia nell’ambito delle Giornate degli autori, il film Memory della regista ucraina Vladena Sandu attinge alla propria autobiografia e ai propri ricordi per raccontare la storia di una bambina la cui esistenza è divisa tra la terra di nascita, la Crimea, allora facente parte dell’URSS, e quella dove ha vissuto parte della propria infanzia e adolescenza, ossia la Cecenia.
La scelta della regista è quella di mescolare un approccio propriamente documentaristico, che utilizza materiale fotografico e audiovisivo proveniente dal suo archivio personale e da quello della sua famiglia, con un girato di finzione che ha come protagonista un’attrice bambina. La narrazione è realizzata, oltre che dalle immagini che scorrono sullo schermo, dal voice over della stessa regista che racconta e, in un certo senso, spiega le immagini che vediamo passare sullo schermo.
Ne viene fuori un interessante pastiche di generi, che a tratti sconfina in vera e propria installazione multimediale, in alcuni casi sorprendente, in altri casi spiazzante. Attraverso questa scelta piuttosto originale, attraversiamo la storia di territori che, dopo essere stati per lunghissimo tempo parte dell’URSS, a seguito dello sfaldamento di quest’ultima dichiararono la propria indipendenza, nel caso specifico l’Ucraina e la Cecenia. Se quest’ultima, dopo la guerra di indipendenza (1994-1996), fu subito oggetto di riconquista russa attraverso una lunga e sanguinosa guerra durata dal 1999 al 2009, la vicenda ucraina è sotto gli occhi di tutti, ma la Crimea nello specifico è un territorio conteso che nel 2014 la Russia ha riannesso.
Il racconto di Vladena Sandu registra la grande storia, ma non è quella l’oggetto della narrazione, bensì il punto di vista di una bambina che cerca di interpretare una realtà che non comprende, che si trova trascinata in dispute e conflitti, che a poco a poco scopre verità, e soprattutto riconosce una spirale di violenza, una ricorsività della sopraffazione che non colpisce solo i popoli, ma mette gli individui gli uni contro gli altri e lascia i segni sulle vite individuali.
Una visione quella di Memory faticosa, soprattutto a causa del voice over piuttosto monotonale, che a tratti culla come una ninna nanna, ma che apre squarci di verità e “bellezza” su mondi di cui ci arriva l’eco ma che facciamo fatica a comprendere fino in fondo.
Voto: 3/5
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Toni, mio padre
La mia due giorni al Cinema Farnese per le Giornate degli autori si conclude con il documentario Toni, mio padre che Anna Negri ha realizzato negli anni prima della morte di suo padre, Toni Negri (scomparso nel 2023) e presentato a Venezia quest’anno.
Il documentario racconta la storia di Toni Negri, giovane e brillante professore di filosofia all’Università di Padova, che fu tra i teorici della sinistra extraparlamentare italiana tra gli anni Sessanta e Settanta e nel 1979 venne arrestato come teorico delle Brigate rosse, accusa dalla quale venne infine prosciolto, ma che lo costrinse a una lunga carcerazione e successivamente all’esilio in Francia.
Ma nel film della figlia Anna, in sala per il Q&A, pur essendo presente la vicenda umana e politica del padre, inscindibile del resto dalla sua persona, c’è soprattutto la dialettica tra un padre e una figlia, tra una generazione e un’altra, tra un approccio alla vita e un altro, dialettica che spesso si trasforma in conflitto, in tentativo – non sempre riuscito – di comprendersi, in riconoscimento degli errori e delle contraddizioni umane e politiche.
Il documentario di Anna Negri, la cui ossatura di fondo è fatta delle interviste e dei dialoghi della regista con suo padre negli ultimi anni della sua vita a Venezia, si arricchisce di altro girato realizzato dalla stessa Anna ragazzina e poi giovane donna, nonché di foto, documenti, che vengono sia dagli archivi personali della famiglia che dagli archivi collettivi.
La bellezza di questo racconto sta nella sua capacità di non nascondere fragilità e contraddizioni, cosicché la figura di Toni Negri, pur emergendo in tutta la sua statura intellettuale e nella forza delle sue convinzioni, non diventa in nessun modo un santino, bensì l’elemento destabilizzante della vita di Anna, e non solo.
L’acqua, che fa da fil rouge di tutta la narrazione – non solo quella veneziana, ma anche quella protagonista di altre sequenze filmate di diversa provenienza –, è il liquido amniotico nel quale una figlia cerca indefessamente di trovare uno spazio nell’universo non di una madre (pur presentissima nel film, Paola), ma di un padre, il cui universo è dichiaratamente comunitario, per quanto non immune da forme di individualismo.
Non so se Anna sia riuscita con questo film a fare pace con questa figura così ingombrante; quel che è certo che questa ricerca così personale si è fatta opera cinematografica di grandissimo livello.
Voto: 4/5
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Human resource
La mia kermesse veneziana a Roma prosegue con il film del regista thailandese dal cognome impronunciabile, Nawapol Thamrongrattanarit, che racconta la storia di Fren (Prapamonton Eiamchan), una giovane donna che scopre di essere incinta di un mese. Questa notizia, che – scopriremo più avanti – non dovrebbe essere particolarmente sconvolgente perché lei e suo marito stanno cercando di avere un figlio da due anni – produce in Fren un profondo subbuglio interiore. Complice lo scombussolamento ormonale che la gravidanza porta con sé, Fren comincia a diventare particolarmente sensibile sia alle notizie negative che i media riversano ogni giorno su di lei, dalla situazione dell’economia thailandese al cambiamento climatico, dai rischi dell’inquinamento sulla salute umana a un mondo del lavoro sempre più individualista e competitivo, sia a quello che accade nella sua vita di tutti i giorni.
In un silenzio quasi inquietante, Fren osserva il mondo intorno a sé con occhi diversi: la sua azienda, nella quale fa parte del team delle risorse umane che sta cercando una nuova unità di personale che sia disposta ad accettare una prospettiva lavorativa molto stressante e di grande impatto sulla vita personale; il proprio compagno che mentre giudica i comportamenti altrui non si fa scrupoli a fare affari con personaggi poco trasparenti, in quanto ossessionato dal mantenimento di uno stile di vita elevato; in generale il mondo intorno che sembra non curarsi della china lungo la quale sta scendendo e che nel farlo non si fa problemi a lasciare qualcuno sul campo.
Il film di Thamrongrattanarit mi ha inevitabilmente fatto pensare ai film di Bong Joon-ho, nel rappresentare una società fatta di profonde disuguaglianze e di altissima competitività, dove la lotta per l’affermazione di sé e la ricerca della propria ricchezza personale è sempre più violenta e senza scrupoli. Nella poetica del regista thailandese, però, a differenza che in quella del sudcoreano, tutto avviene nella testa della protagonista, in un crescendo di tensione che fa temere il peggio man mano che la narrazione va avanti, ma che non giunge mai a un punto di rottura, non deflagra, rimane soffocato dentro il personaggio di Fren, come nelle sequenze altamente evocative in cui lei è chiusa nella sua auto mentre attraversa l’autolavaggio, circondata da schiuma, acqua e rumore, ma protetta dall’abitacolo.
Bellissimo lavoro, di grande impatto emotivo.
Voto: 3,5/5
A sad and beautiful world Il regista libanese Cyril Aris, classe 1987, ci propone una storia d’amore dall’impianto piuttosto classico: Nino (Hassan Akil) e Yasmina (Mounia Akl) nascono lo stesso giorno a pochi minuti di distanza l'uno dall'altro, in una Beirut che è attraversata dalla guerra civile e che già vive sotto i bombardamenti. Il loro è un destino segnato: frequentano la scuola insieme, diventano amici e “fidanzati”, si fanno delle promesse, ma a seguito della separazione dei suoi genitori, Yasmina è costretta a seguire la madre e ad allontanarsi dal padre e da Nino. Si rincontrano da adulti a causa di un incidente. Nel frattempo Nino ha aperto un ristorante in cui rivisita la cucina libanese in un’ottica internazionale, Yasmina è una donna in carriera. Torneranno insieme, faranno una figlia, ma la loro vita oscillerà sempre tra momenti di felicità e leggerezza – anche grazie al carattere giocoso di Nino – e momenti di difficoltà e paura per il futuro.
Il film di Aris si presenta formalmente ineccepibile (molto bella la fotografia e i due attori bravi e magnetici), ma piuttosto convenzionale nello sviluppo narrativo e anche sostanzialmente prevedibile. È evidente però che Nino e Yasmina sono per il regista soltanto l’occasione di parlare del Libano e nello specifico di Beirut, che è il vero oggetto d’amore di questa storia.
Avevo da poco letto il graphic novel Un’educazione orientale, anch’esso incentrato sulla città di Beirut, e in A sad and beautiful world ho ritrovato lo stesso afflato, un rapporto viscerale con la città, che spesso è anche la causa dei conflitti familiari – come nel caso di Nino e Yasmina - tra chi manifesta un attaccamento che va al di là dei conflitti, della situazione economica, delle distruzioni, e chi invece non ce la fa più e vorrebbe andare via, pur con la morte nel cuore.
Non un film memorabile, ma che in qualche modo ci aiuta a entrare nel vissuto e nei sentimenti contraddittori dei libanesi che anelano semplicemente a una vita normale.
Voto: 3/5
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Memory Presentato a Venezia nell’ambito delle Giornate degli autori, il film Memory della regista ucraina Vladena Sandu attinge alla propria autobiografia e ai propri ricordi per raccontare la storia di una bambina la cui esistenza è divisa tra la terra di nascita, la Crimea, allora facente parte dell’URSS, e quella dove ha vissuto parte della propria infanzia e adolescenza, ossia la Cecenia.
La scelta della regista è quella di mescolare un approccio propriamente documentaristico, che utilizza materiale fotografico e audiovisivo proveniente dal suo archivio personale e da quello della sua famiglia, con un girato di finzione che ha come protagonista un’attrice bambina. La narrazione è realizzata, oltre che dalle immagini che scorrono sullo schermo, dal voice over della stessa regista che racconta e, in un certo senso, spiega le immagini che vediamo passare sullo schermo.
Ne viene fuori un interessante pastiche di generi, che a tratti sconfina in vera e propria installazione multimediale, in alcuni casi sorprendente, in altri casi spiazzante. Attraverso questa scelta piuttosto originale, attraversiamo la storia di territori che, dopo essere stati per lunghissimo tempo parte dell’URSS, a seguito dello sfaldamento di quest’ultima dichiararono la propria indipendenza, nel caso specifico l’Ucraina e la Cecenia. Se quest’ultima, dopo la guerra di indipendenza (1994-1996), fu subito oggetto di riconquista russa attraverso una lunga e sanguinosa guerra durata dal 1999 al 2009, la vicenda ucraina è sotto gli occhi di tutti, ma la Crimea nello specifico è un territorio conteso che nel 2014 la Russia ha riannesso.
Il racconto di Vladena Sandu registra la grande storia, ma non è quella l’oggetto della narrazione, bensì il punto di vista di una bambina che cerca di interpretare una realtà che non comprende, che si trova trascinata in dispute e conflitti, che a poco a poco scopre verità, e soprattutto riconosce una spirale di violenza, una ricorsività della sopraffazione che non colpisce solo i popoli, ma mette gli individui gli uni contro gli altri e lascia i segni sulle vite individuali.
Una visione quella di Memory faticosa, soprattutto a causa del voice over piuttosto monotonale, che a tratti culla come una ninna nanna, ma che apre squarci di verità e “bellezza” su mondi di cui ci arriva l’eco ma che facciamo fatica a comprendere fino in fondo.
Voto: 3/5
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Toni, mio padre La mia due giorni al Cinema Farnese per le Giornate degli autori si conclude con il documentario Toni, mio padre che Anna Negri ha realizzato negli anni prima della morte di suo padre, Toni Negri (scomparso nel 2023) e presentato a Venezia quest’anno.
Il documentario racconta la storia di Toni Negri, giovane e brillante professore di filosofia all’Università di Padova, che fu tra i teorici della sinistra extraparlamentare italiana tra gli anni Sessanta e Settanta e nel 1979 venne arrestato come teorico delle Brigate rosse, accusa dalla quale venne infine prosciolto, ma che lo costrinse a una lunga carcerazione e successivamente all’esilio in Francia.
Ma nel film della figlia Anna, in sala per il Q&A, pur essendo presente la vicenda umana e politica del padre, inscindibile del resto dalla sua persona, c’è soprattutto la dialettica tra un padre e una figlia, tra una generazione e un’altra, tra un approccio alla vita e un altro, dialettica che spesso si trasforma in conflitto, in tentativo – non sempre riuscito – di comprendersi, in riconoscimento degli errori e delle contraddizioni umane e politiche.
Il documentario di Anna Negri, la cui ossatura di fondo è fatta delle interviste e dei dialoghi della regista con suo padre negli ultimi anni della sua vita a Venezia, si arricchisce di altro girato realizzato dalla stessa Anna ragazzina e poi giovane donna, nonché di foto, documenti, che vengono sia dagli archivi personali della famiglia che dagli archivi collettivi.
La bellezza di questo racconto sta nella sua capacità di non nascondere fragilità e contraddizioni, cosicché la figura di Toni Negri, pur emergendo in tutta la sua statura intellettuale e nella forza delle sue convinzioni, non diventa in nessun modo un santino, bensì l’elemento destabilizzante della vita di Anna, e non solo.
L’acqua, che fa da fil rouge di tutta la narrazione – non solo quella veneziana, ma anche quella protagonista di altre sequenze filmate di diversa provenienza –, è il liquido amniotico nel quale una figlia cerca indefessamente di trovare uno spazio nell’universo non di una madre (pur presentissima nel film, Paola), ma di un padre, il cui universo è dichiaratamente comunitario, per quanto non immune da forme di individualismo.
Non so se Anna sia riuscita con questo film a fare pace con questa figura così ingombrante; quel che è certo che questa ricerca così personale si è fatta opera cinematografica di grandissimo livello.
Voto: 4/5
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Human resource La mia kermesse veneziana a Roma prosegue con il film del regista thailandese dal cognome impronunciabile, Nawapol Thamrongrattanarit, che racconta la storia di Fren (Prapamonton Eiamchan), una giovane donna che scopre di essere incinta di un mese. Questa notizia, che – scopriremo più avanti – non dovrebbe essere particolarmente sconvolgente perché lei e suo marito stanno cercando di avere un figlio da due anni – produce in Fren un profondo subbuglio interiore. Complice lo scombussolamento ormonale che la gravidanza porta con sé, Fren comincia a diventare particolarmente sensibile sia alle notizie negative che i media riversano ogni giorno su di lei, dalla situazione dell’economia thailandese al cambiamento climatico, dai rischi dell’inquinamento sulla salute umana a un mondo del lavoro sempre più individualista e competitivo, sia a quello che accade nella sua vita di tutti i giorni.
In un silenzio quasi inquietante, Fren osserva il mondo intorno a sé con occhi diversi: la sua azienda, nella quale fa parte del team delle risorse umane che sta cercando una nuova unità di personale che sia disposta ad accettare una prospettiva lavorativa molto stressante e di grande impatto sulla vita personale; il proprio compagno che mentre giudica i comportamenti altrui non si fa scrupoli a fare affari con personaggi poco trasparenti, in quanto ossessionato dal mantenimento di uno stile di vita elevato; in generale il mondo intorno che sembra non curarsi della china lungo la quale sta scendendo e che nel farlo non si fa problemi a lasciare qualcuno sul campo.
Il film di Thamrongrattanarit mi ha inevitabilmente fatto pensare ai film di Bong Joon-ho, nel rappresentare una società fatta di profonde disuguaglianze e di altissima competitività, dove la lotta per l’affermazione di sé e la ricerca della propria ricchezza personale è sempre più violenta e senza scrupoli. Nella poetica del regista thailandese, però, a differenza che in quella del sudcoreano, tutto avviene nella testa della protagonista, in un crescendo di tensione che fa temere il peggio man mano che la narrazione va avanti, ma che non giunge mai a un punto di rottura, non deflagra, rimane soffocato dentro il personaggio di Fren, come nelle sequenze altamente evocative in cui lei è chiusa nella sua auto mentre attraversa l’autolavaggio, circondata da schiuma, acqua e rumore, ma protetta dall’abitacolo.
Bellissimo lavoro, di grande impatto emotivo.
Voto: 3,5/5
giovedì 25 settembre 2025
Sotto le nuvole
E niente, non posso che confermare che Gianfranco Rosi fa film che mi piacciono assai, e, dal mio punto di vista, qualunque sia l’aspetto del reale o il contesto su cui si posa il suo sguardo, il regista riesce sempre a conferirgli una poesia che non passa soltanto attraverso una scelta estetica ineccepibile, ma anche attraverso un’attenzione delicata alla componente umana.
Dopo Sacro GRA (con al centro la periferia romana), Notturno (ambientato nei territori di guerra tra Siria, Iraq, Iran, Kurdistan e Libano) e Fuocoammare (incentrato su Lampedusa), Gianfranco Rosi sposta il suo sguardo sul golfo di Napoli, stretto tra l’instabilità della caldera dei Campi Flegrei e la presenza potenzialmente poco rassicurante del Vesuvio, che – come dice la bellissima citazione di apertura di Cocteau – “fabbrica tutte le nuvole del mondo”.
Del resto, nella Napoli di Rosi il sole non c’è mai, che di per sé costituisce una primigenia e programmatica dichiarazione da parte del regista di voler andare in direzione ostinata e contraria a qualunque forma di stereotipo o di cliché sulla città.
Come sempre nei suoi film, Rosi procede per giustapposizione di immagini e di storie, che spesso si srotolano sullo schermo in parallelo, talvolta si intersecano, e che sta all’occhio attento dello spettatore - sulla base degli indizi visivi forniti - far dialogare e inserire in un orizzonte di senso.
Nel caso di Sotto le nuvole seguiamo il lavoro della funzionaria del MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), innamorata delle sue statue, sia quelle che raggiungono la ribalta delle sale, sia quelle che riempiono i magazzini del museo; l’attività degli archeologi dell’Università di Tokyo che da più di vent’anni studiano e portano alla luce la Villa Augustea di Somma Vesuviana; le azioni delle forze dell’ordine e della giustizia per contrastare i furti dei tombaroli che si appropriano delle tracce del passato per lucro, sottraendole alla collettività; il compito delicato della centrale dei vigili del fuoco che deve far fronte alle paure dei cittadini di fronte alle scosse e ad altre emergenze, ma anche a molte altre situazioni della loro quotidianità non sempre facile; la vita dei marinai siriani che lavorano sulle grandi navi che trasportano tonnellate di grano provenienti da Odessa in Ucraina e si fermano per lo scarico a Torre Annunziata; le processioni dei fedeli e le loro manifestazioni di devozione estrema al Santuario della Madonna dell’Arco, piena di ex voto; la pazienza e la gentilezza di Titti, il maestro di strada che nella sua bottega di antiquario fa il doposcuola a bambini e ragazzini; il significato profondamente antropologico della Circumvesuviana, il trenino che attraversa quotidianamente il territorio dell’area metropolitana; le carrozzelle trainate dai cavalli che corrono sulla battigia; i vecchi film in bianco e nero su Pompei e di Ercolano proiettati in una sala cinematografica vuota e cadente.
Senza volersi soffermare sull’aspetto estetico delle immagini, che sono un capolavoro per composizione, cura del bianco e nero, sonoro (quest’ultimo supportato dalle invenzioni di Daniel Blumberg), il film di Rosi è un ricorsivo viaggio nel tempo, avanti e indietro nella storia di questo territorio, senza retorica, senza luoghi comuni, senza pietismi, con profondità, ma anche leggerezza, con gravitas, ma anche umorismo.
Dal film di Rosi ci si lascia cullare, facendoci conquistare minuto dopo minuto, innamorandosi di quello che stiamo guardando e sapendo che, di fronte alla potenza della natura e della storia, nulla può l’essere umano, se non assumersi la responsabilità della custodia del passato e del presente, traghettandolo al futuro. Che poi è quello che Rosi fa con i suoi film, e con questo in particolare.
Meritatissimo Premio speciale della giuria a Venezia.
Voto: 4/5
Dopo Sacro GRA (con al centro la periferia romana), Notturno (ambientato nei territori di guerra tra Siria, Iraq, Iran, Kurdistan e Libano) e Fuocoammare (incentrato su Lampedusa), Gianfranco Rosi sposta il suo sguardo sul golfo di Napoli, stretto tra l’instabilità della caldera dei Campi Flegrei e la presenza potenzialmente poco rassicurante del Vesuvio, che – come dice la bellissima citazione di apertura di Cocteau – “fabbrica tutte le nuvole del mondo”.
Del resto, nella Napoli di Rosi il sole non c’è mai, che di per sé costituisce una primigenia e programmatica dichiarazione da parte del regista di voler andare in direzione ostinata e contraria a qualunque forma di stereotipo o di cliché sulla città.
Come sempre nei suoi film, Rosi procede per giustapposizione di immagini e di storie, che spesso si srotolano sullo schermo in parallelo, talvolta si intersecano, e che sta all’occhio attento dello spettatore - sulla base degli indizi visivi forniti - far dialogare e inserire in un orizzonte di senso.
Nel caso di Sotto le nuvole seguiamo il lavoro della funzionaria del MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), innamorata delle sue statue, sia quelle che raggiungono la ribalta delle sale, sia quelle che riempiono i magazzini del museo; l’attività degli archeologi dell’Università di Tokyo che da più di vent’anni studiano e portano alla luce la Villa Augustea di Somma Vesuviana; le azioni delle forze dell’ordine e della giustizia per contrastare i furti dei tombaroli che si appropriano delle tracce del passato per lucro, sottraendole alla collettività; il compito delicato della centrale dei vigili del fuoco che deve far fronte alle paure dei cittadini di fronte alle scosse e ad altre emergenze, ma anche a molte altre situazioni della loro quotidianità non sempre facile; la vita dei marinai siriani che lavorano sulle grandi navi che trasportano tonnellate di grano provenienti da Odessa in Ucraina e si fermano per lo scarico a Torre Annunziata; le processioni dei fedeli e le loro manifestazioni di devozione estrema al Santuario della Madonna dell’Arco, piena di ex voto; la pazienza e la gentilezza di Titti, il maestro di strada che nella sua bottega di antiquario fa il doposcuola a bambini e ragazzini; il significato profondamente antropologico della Circumvesuviana, il trenino che attraversa quotidianamente il territorio dell’area metropolitana; le carrozzelle trainate dai cavalli che corrono sulla battigia; i vecchi film in bianco e nero su Pompei e di Ercolano proiettati in una sala cinematografica vuota e cadente.
Senza volersi soffermare sull’aspetto estetico delle immagini, che sono un capolavoro per composizione, cura del bianco e nero, sonoro (quest’ultimo supportato dalle invenzioni di Daniel Blumberg), il film di Rosi è un ricorsivo viaggio nel tempo, avanti e indietro nella storia di questo territorio, senza retorica, senza luoghi comuni, senza pietismi, con profondità, ma anche leggerezza, con gravitas, ma anche umorismo.
Dal film di Rosi ci si lascia cullare, facendoci conquistare minuto dopo minuto, innamorandosi di quello che stiamo guardando e sapendo che, di fronte alla potenza della natura e della storia, nulla può l’essere umano, se non assumersi la responsabilità della custodia del passato e del presente, traghettandolo al futuro. Che poi è quello che Rosi fa con i suoi film, e con questo in particolare.
Meritatissimo Premio speciale della giuria a Venezia.
Voto: 4/5
venerdì 27 settembre 2024
Vermiglio
In attesa della settimana full immersion della rassegna Da Venezia a Roma, vado a vedere Vermiglio, il film di Maura Delpero (di cui non avevo visto il precedente Maternal) che ha vinto il Leone d’argento a Venezia, ossia il gran premio della giuria.
Siamo appunto a Vermiglio, un paesino della Val di Sole in Trentino, luogo di origine del padre della regista. È il 1944, la guerra è ancora in corso, ma non la si vede con i propri occhi. Il racconto si incentra sulla famiglia Graziadei, il cui capofamiglia è Cesare, un uomo austero, ma non burbero (Tommaso Ragno), che fa il maestro per i bambini e gli adulti del paese (ancora in gran parte analfabeti o che conoscono solo il dialetto), e che nella sua stanza privata coltiva la sua passione per la musica, e non solo. Cesare vive con la moglie e i numerosi figli: dai più grandi Lucia e Dino, ad Ada (adolescente inquieta), a Flavia, fino ad arrivare ai tre bambini maschi e infine al neonato. Com'era tipico di quei tempi, nonostante la povertà, di figli se ne facevano tanti e qualcuno purtroppo non superava malattie anche piuttosto banali, e anche i Graziadei hanno perso così due bambini molto piccoli.
Intorno ai Graziadei una comunità piccola, che come tutte le comunità piccole è caratterizzata da una grande coesione, ma anche da pregiudizi, arretratezze, ipocrisie e maldicenze.
Il “tranquillo” tran tran di questa comunità viene interrotto dall'arrivo di Pietro, un soldato siciliano che ha disertato insieme ad Attilio, uno dei giovani di Vermiglio che era partito per la guerra e che proprio grazie a Pietro è riuscito a tornare a casa illeso, ma certamente trasformato nell'animo.
Perché nel film della Delpero la guerra non si vede, ma si sente negli sguardi di chi torna e non è più lo stesso, di chi ha perso i propri cari sul fronte, di chi non ne riceve notizie da tempo.
Di Pietro si innamora Lucia, la figlia grande dei Graziadei, ma tutto intorno a questo evento anche gli altri componenti della famiglia fanno i loro percorsi: Dino che si fa adulto e non riesce a fare pace e a sentirsi accolto dal padre, Ada che deve fare i conti con i turbamenti dell’adolescenza e la loro contraddizione con i dettami religiosi tanto da imporsi penitenze sempre più severe, Flavia che è molto brava a scuola e che per questo – oltre che per la chiara predilezione del padre - è destinata (a differenza delle altre figlie) ad andare a studiare in città, i tre bambini più piccoli che non comprendono tutto quello che accade intorno a loro ma si fanno portavoce – a volte in maniera distorta, ingenua e divertente – di quello che sentono dagli adulti.
La fine della guerra, il matrimonio di Pietro e Lucia, il viaggio di Pietro in Sicilia e la nascita della loro bambina Antonia, avranno una serie di conseguenze destinate a cambiare gli equilibri della piccola comunità, e costringeranno ognuno dei protagonisti di questa storia a guardare al futuro con occhi diversi.
Nel segno del cinema di Ermanno Olmi e Giorgio Diritti, Maura Delpero tratteggia con perizia, attenzione e con una chiara vena incantata e poetica una piccola comunità arcaica, che ci sembra lontanissima nel tempo, ma non è (nel mio caso ci ho riconosciuto alcuni racconti dei miei genitori, nati entrambi nel 1939).
Personalmente, la cosa che mi ha colpita di più – e che probabilmente è in un certo senso un tratto caratteristico di quel mondo e forse anche di quel contesto geografico-culturale – è il volume degli eventi. Tutto nel film della Delpero, anche gli eventi più tragici e le situazioni drammatiche o delicate, risultano attutite, quasi smorzate dalla neve che ricopre le montagne circostanti. Tutto è in sordina, perché quella è una società in cui – anche se tutti sanno tutto – tutto resta sotto traccia: niente è urlato, tutto intuito. Cosicché anche quanto emerge chiaramente in merito alla condizione femminile non viene rappresentato in modo da suscitare una reazione indignata nello spettatore, bensì una riflessione pacata, ma non meno netta. Non ci sono buoni e cattivi nel film della Delpero: il capofamiglia non è senza difetti ed è un chiaro prodotto di una società patriarcale, ma non è detestabile e a tratti dimostra una finezza di pensiero; la moglie e madre, pur inevitabilmente sottomessa, non è una figura scialba e inesistente, ma emerge con tutta la propria forza; e così ciascuno dei figli, soprattutto i più grandi, da Lucia a Flavia, cercano ognuno il proprio posto nel mondo facendo i conti con una società in cui sembra non esserci posto per chi devia dal cammino tracciato e che in quel cammino dovranno trovare il proprio modo – anche anomalo – di vivere la propria vita.
Un film pacato, soffuso, realistico e fiabesco al contempo, che va gustato in questo suo modo di essere, senza aspettarsi altro.
Voto: 3,5/5
Siamo appunto a Vermiglio, un paesino della Val di Sole in Trentino, luogo di origine del padre della regista. È il 1944, la guerra è ancora in corso, ma non la si vede con i propri occhi. Il racconto si incentra sulla famiglia Graziadei, il cui capofamiglia è Cesare, un uomo austero, ma non burbero (Tommaso Ragno), che fa il maestro per i bambini e gli adulti del paese (ancora in gran parte analfabeti o che conoscono solo il dialetto), e che nella sua stanza privata coltiva la sua passione per la musica, e non solo. Cesare vive con la moglie e i numerosi figli: dai più grandi Lucia e Dino, ad Ada (adolescente inquieta), a Flavia, fino ad arrivare ai tre bambini maschi e infine al neonato. Com'era tipico di quei tempi, nonostante la povertà, di figli se ne facevano tanti e qualcuno purtroppo non superava malattie anche piuttosto banali, e anche i Graziadei hanno perso così due bambini molto piccoli.
Intorno ai Graziadei una comunità piccola, che come tutte le comunità piccole è caratterizzata da una grande coesione, ma anche da pregiudizi, arretratezze, ipocrisie e maldicenze.
Il “tranquillo” tran tran di questa comunità viene interrotto dall'arrivo di Pietro, un soldato siciliano che ha disertato insieme ad Attilio, uno dei giovani di Vermiglio che era partito per la guerra e che proprio grazie a Pietro è riuscito a tornare a casa illeso, ma certamente trasformato nell'animo.
Perché nel film della Delpero la guerra non si vede, ma si sente negli sguardi di chi torna e non è più lo stesso, di chi ha perso i propri cari sul fronte, di chi non ne riceve notizie da tempo.
Di Pietro si innamora Lucia, la figlia grande dei Graziadei, ma tutto intorno a questo evento anche gli altri componenti della famiglia fanno i loro percorsi: Dino che si fa adulto e non riesce a fare pace e a sentirsi accolto dal padre, Ada che deve fare i conti con i turbamenti dell’adolescenza e la loro contraddizione con i dettami religiosi tanto da imporsi penitenze sempre più severe, Flavia che è molto brava a scuola e che per questo – oltre che per la chiara predilezione del padre - è destinata (a differenza delle altre figlie) ad andare a studiare in città, i tre bambini più piccoli che non comprendono tutto quello che accade intorno a loro ma si fanno portavoce – a volte in maniera distorta, ingenua e divertente – di quello che sentono dagli adulti.
La fine della guerra, il matrimonio di Pietro e Lucia, il viaggio di Pietro in Sicilia e la nascita della loro bambina Antonia, avranno una serie di conseguenze destinate a cambiare gli equilibri della piccola comunità, e costringeranno ognuno dei protagonisti di questa storia a guardare al futuro con occhi diversi.
Nel segno del cinema di Ermanno Olmi e Giorgio Diritti, Maura Delpero tratteggia con perizia, attenzione e con una chiara vena incantata e poetica una piccola comunità arcaica, che ci sembra lontanissima nel tempo, ma non è (nel mio caso ci ho riconosciuto alcuni racconti dei miei genitori, nati entrambi nel 1939).
Personalmente, la cosa che mi ha colpita di più – e che probabilmente è in un certo senso un tratto caratteristico di quel mondo e forse anche di quel contesto geografico-culturale – è il volume degli eventi. Tutto nel film della Delpero, anche gli eventi più tragici e le situazioni drammatiche o delicate, risultano attutite, quasi smorzate dalla neve che ricopre le montagne circostanti. Tutto è in sordina, perché quella è una società in cui – anche se tutti sanno tutto – tutto resta sotto traccia: niente è urlato, tutto intuito. Cosicché anche quanto emerge chiaramente in merito alla condizione femminile non viene rappresentato in modo da suscitare una reazione indignata nello spettatore, bensì una riflessione pacata, ma non meno netta. Non ci sono buoni e cattivi nel film della Delpero: il capofamiglia non è senza difetti ed è un chiaro prodotto di una società patriarcale, ma non è detestabile e a tratti dimostra una finezza di pensiero; la moglie e madre, pur inevitabilmente sottomessa, non è una figura scialba e inesistente, ma emerge con tutta la propria forza; e così ciascuno dei figli, soprattutto i più grandi, da Lucia a Flavia, cercano ognuno il proprio posto nel mondo facendo i conti con una società in cui sembra non esserci posto per chi devia dal cammino tracciato e che in quel cammino dovranno trovare il proprio modo – anche anomalo – di vivere la propria vita.
Un film pacato, soffuso, realistico e fiabesco al contempo, che va gustato in questo suo modo di essere, senza aspettarsi altro.
Voto: 3,5/5
lunedì 9 ottobre 2023
Evil does not exist = Il male non esiste
Ed eccomi di nuovo a fare i conti con il cinema di Ryusuke Hamaguchi, di cui avevo già visto e apprezzato - seppure con intensità diverse - i due precedenti film, Il gioco del destino e della fantasia e Drive my car (quello con cui il regista si è fatto definitivamente conoscere a livello internazionale).
Evil does not exist (Il male non esiste, titolo omonimo di un bel film iraniano di qualche tempo fa) arriva nelle sale italiane forte del Gran Premio della Giuria alla mostra internazionale del cinema di Venezia.
A quanto pare questo film è nato quasi per caso, come ampliamento di quella che doveva essere una collaborazione con la musicista Eiko Ishibashi (già autrice delle musiche di Drive my car), finalizzata esclusivamente a corredare di immagini filmate una sua performance live. Quando Hamaguchi ha iniziato a girare nei luoghi di origine della musicista, ossia nella zona di Mizubiki (un paesino a due ore da Tokyo), è stato affascinato da questi luoghi ed è stato ispirato a raccontare una storia - invero piuttosto minimale - qui ambientata.
Al centro di questa storia ci sono Takumi (Ryûji Kosaka) e sua figlia Hana (Ryô Nishikawa), membri attivi della comunità che abita il villaggio di Mizubiki. Takumi è un vero tuttofare, conosce perfettamente il territorio, si muove con grande agio nel bosco ai margini del quale abita, conosce alla perfezione la flora che lo compone e la fauna che lo popola, e ha trasmesso a sua figlia la stessa curiosità e amore per la natura. L'uomo vive da solo con la figlia (la moglie, che vediamo in una fotografia, non sapremo mai se è morta o cos'altro). Nella prima parte del film fondamentalmente il regista segue da vicino, con attenzione e quasi meraviglia, la routine quotidiana di Takumi: spaccare la legna e accatastarla, andare al fiume a riempire le taniche dell'acqua, andare a prendere sua figlia a scuola, dove arriva spesso tardi quando Hana si è già avviata sul sentiero che passa in mezzo al bosco.
La rottura narrativa arriva con la riunione cittadina a cui la comunità viene chiamata a partecipare per esprimere il proprio parere rispetto al progetto che una società sta per avviare nella zona, ossia la costruzione di un glamping (un campeggio di lusso per i ricchi villeggianti provenienti dalla città). In questa riunione risulta chiaro che i dipendenti della società inviata a spiegare il progetto non sanno nulla del territorio e di fronte alle numerose obiezioni degli abitanti non sanno bene cosa rispondere. In particolare la preoccupazione di Takumi e degli altri riguarda la fossa settica, dimensionata e collocata in un modo che rischia di inquinare l'acqua del ruscello cui gli abitanti attingono per berla e per gli usi domestici.
Dopo un confronto con il consulente e il capo della società, i due funzionari tornano a Mizubiki con l'idea di convincere Takumi a diventare il custode del glamping. Nel tentativo di convincerlo trascorreranno con lui un'intera giornata, partecipando alle sue numerose attività e rendendosi conto del rapporto intimo che ha con la natura circostante, fino all'enigmatico e tragico epilogo che ci lascia con mille domande e pochissime risposte.
Di che parla Evil does not exist? Parla certamente di rapporto tra l'uomo e la natura, e tra città e campagna, e parla anche di responsabilità che gli esseri umani hanno verso la natura e di conseguenza verso la collettività presente e futura. E del fatto che questa responsabilità è tanto maggiore quanto più si risale nella scala dei rapporti di causalità.
Però, bisogna anche essere chiari sul fatto che il film di Hamaguchi - pur assecondando il desiderio del regista di costruire una narrazione - non vuole spiegare tutto e fornire risposte a tutte le domande. L'andamento del film è in parte documentaristico e segue i suoi personaggi in una quotidianità che non rivela ogni dettaglio e che, man mano che si va avanti, si fa sempre più misteriosa e in qualche misura inquietante. Da questo punto di vista, personalmente sono stata fortemente colpita dalle originalissime e spiazzanti inquadrature, che assumono punti di vista imprevisti e inattesi, a partire dalla prima scena (che si ripeterà poi alla fine del film) che mostra le chiome degli alberi dal basso, per arrivare alle riprese fatte dal retro dell'automobile sulla strada che ci si lascia alle spalle, alla soggettiva di oggetti inanimati (vediamo il volto di Takumi che ha trovato del wasabi come fossimo dal punto di vista del wasabi), alle soggettive dello sguardo dei personaggi (spesso fatte con telecamera a mano), alle inquadrature in schermi e specchi (soprattutto dei personaggi che arrivano dalla città), alla scena in cui la telecamera segue Takumi nel bosco e a un certo punto perde la visuale su di lui perché coperta da un dislivello del terreno fino a quanto l'uomo ricompare con Hana sulle spalle, alla telecamera che inquadra una scena in cui stanno per succedere cose importanti e nel momento clou si sposta su qualcun altro o su qualcos'altro. Questo uso molto variegato della ripresa dà movimento a un racconto di per sé piuttosto scevro di avvenimenti e lo carica di qualcosa di incomprensibile; lo stesso risultato lo ottengono le musiche di cui si fa un uso che risulta alquanto destabilizzante, perché nel passaggio da una scena all'altra più volte la musica si interrompe bruscamente.
Come nei suoi film precedenti, c'è sicuramente tanto della cultura e della spiritualità giapponesi, cose che possiamo studiare e approfondire, ma che alla fine ci aiuteranno al massimo a intuire senza coglierne realmente l'essenza. Leggevo recentemente che il fatto che lo shintoismo sia una religione anomala (animista e politeista, con un rapporto davvero particolare con la natura) e che la sua diffusione sia praticamente limitata al solo Giappone fa sì che la spiritualità giapponese resti a noi in gran parte estranea, e, trattandosi di una spiritualità molto legata alla natura (in cui tra l'altro l'acqua ha un ruolo centrale), facciamo fatica anche a capire il rapporto che i giapponesi hanno con la natura . Non si tratta dunque tanto di un film che fa proprio il rinnovato punto di vista ecologista dell'Occidente preoccupato degli effetti del cambiamento climatico e dell'azione devastante del capitalismo, bensì di una riproposizione delle basi della cultura e della spiritualità giapponesi. Tra l'altro nello shintoismo "il male non esiste", nel senso che può essere superato con atti di purificazione, che quasi sempre utilizzano l'acqua come elemento purificante.
Cosicché inutile sforzarsi di comprendere il senso e di dare una spiegazione pienamente razionale al film di Hamaguchi - che sarebbe la negazione della sua natura più profonda -, meglio lasciarsi trasportare dal fluire delle immagini e compiere questo viaggio surreale nel cuore di una cultura che sempre e comunque sfuggirà a qualunque tentativo di applicazione della logica occidentale.
Voto: 3,5/5
Evil does not exist (Il male non esiste, titolo omonimo di un bel film iraniano di qualche tempo fa) arriva nelle sale italiane forte del Gran Premio della Giuria alla mostra internazionale del cinema di Venezia.
A quanto pare questo film è nato quasi per caso, come ampliamento di quella che doveva essere una collaborazione con la musicista Eiko Ishibashi (già autrice delle musiche di Drive my car), finalizzata esclusivamente a corredare di immagini filmate una sua performance live. Quando Hamaguchi ha iniziato a girare nei luoghi di origine della musicista, ossia nella zona di Mizubiki (un paesino a due ore da Tokyo), è stato affascinato da questi luoghi ed è stato ispirato a raccontare una storia - invero piuttosto minimale - qui ambientata.
Al centro di questa storia ci sono Takumi (Ryûji Kosaka) e sua figlia Hana (Ryô Nishikawa), membri attivi della comunità che abita il villaggio di Mizubiki. Takumi è un vero tuttofare, conosce perfettamente il territorio, si muove con grande agio nel bosco ai margini del quale abita, conosce alla perfezione la flora che lo compone e la fauna che lo popola, e ha trasmesso a sua figlia la stessa curiosità e amore per la natura. L'uomo vive da solo con la figlia (la moglie, che vediamo in una fotografia, non sapremo mai se è morta o cos'altro). Nella prima parte del film fondamentalmente il regista segue da vicino, con attenzione e quasi meraviglia, la routine quotidiana di Takumi: spaccare la legna e accatastarla, andare al fiume a riempire le taniche dell'acqua, andare a prendere sua figlia a scuola, dove arriva spesso tardi quando Hana si è già avviata sul sentiero che passa in mezzo al bosco.
La rottura narrativa arriva con la riunione cittadina a cui la comunità viene chiamata a partecipare per esprimere il proprio parere rispetto al progetto che una società sta per avviare nella zona, ossia la costruzione di un glamping (un campeggio di lusso per i ricchi villeggianti provenienti dalla città). In questa riunione risulta chiaro che i dipendenti della società inviata a spiegare il progetto non sanno nulla del territorio e di fronte alle numerose obiezioni degli abitanti non sanno bene cosa rispondere. In particolare la preoccupazione di Takumi e degli altri riguarda la fossa settica, dimensionata e collocata in un modo che rischia di inquinare l'acqua del ruscello cui gli abitanti attingono per berla e per gli usi domestici.
Dopo un confronto con il consulente e il capo della società, i due funzionari tornano a Mizubiki con l'idea di convincere Takumi a diventare il custode del glamping. Nel tentativo di convincerlo trascorreranno con lui un'intera giornata, partecipando alle sue numerose attività e rendendosi conto del rapporto intimo che ha con la natura circostante, fino all'enigmatico e tragico epilogo che ci lascia con mille domande e pochissime risposte.
Di che parla Evil does not exist? Parla certamente di rapporto tra l'uomo e la natura, e tra città e campagna, e parla anche di responsabilità che gli esseri umani hanno verso la natura e di conseguenza verso la collettività presente e futura. E del fatto che questa responsabilità è tanto maggiore quanto più si risale nella scala dei rapporti di causalità.
Però, bisogna anche essere chiari sul fatto che il film di Hamaguchi - pur assecondando il desiderio del regista di costruire una narrazione - non vuole spiegare tutto e fornire risposte a tutte le domande. L'andamento del film è in parte documentaristico e segue i suoi personaggi in una quotidianità che non rivela ogni dettaglio e che, man mano che si va avanti, si fa sempre più misteriosa e in qualche misura inquietante. Da questo punto di vista, personalmente sono stata fortemente colpita dalle originalissime e spiazzanti inquadrature, che assumono punti di vista imprevisti e inattesi, a partire dalla prima scena (che si ripeterà poi alla fine del film) che mostra le chiome degli alberi dal basso, per arrivare alle riprese fatte dal retro dell'automobile sulla strada che ci si lascia alle spalle, alla soggettiva di oggetti inanimati (vediamo il volto di Takumi che ha trovato del wasabi come fossimo dal punto di vista del wasabi), alle soggettive dello sguardo dei personaggi (spesso fatte con telecamera a mano), alle inquadrature in schermi e specchi (soprattutto dei personaggi che arrivano dalla città), alla scena in cui la telecamera segue Takumi nel bosco e a un certo punto perde la visuale su di lui perché coperta da un dislivello del terreno fino a quanto l'uomo ricompare con Hana sulle spalle, alla telecamera che inquadra una scena in cui stanno per succedere cose importanti e nel momento clou si sposta su qualcun altro o su qualcos'altro. Questo uso molto variegato della ripresa dà movimento a un racconto di per sé piuttosto scevro di avvenimenti e lo carica di qualcosa di incomprensibile; lo stesso risultato lo ottengono le musiche di cui si fa un uso che risulta alquanto destabilizzante, perché nel passaggio da una scena all'altra più volte la musica si interrompe bruscamente.
Come nei suoi film precedenti, c'è sicuramente tanto della cultura e della spiritualità giapponesi, cose che possiamo studiare e approfondire, ma che alla fine ci aiuteranno al massimo a intuire senza coglierne realmente l'essenza. Leggevo recentemente che il fatto che lo shintoismo sia una religione anomala (animista e politeista, con un rapporto davvero particolare con la natura) e che la sua diffusione sia praticamente limitata al solo Giappone fa sì che la spiritualità giapponese resti a noi in gran parte estranea, e, trattandosi di una spiritualità molto legata alla natura (in cui tra l'altro l'acqua ha un ruolo centrale), facciamo fatica anche a capire il rapporto che i giapponesi hanno con la natura . Non si tratta dunque tanto di un film che fa proprio il rinnovato punto di vista ecologista dell'Occidente preoccupato degli effetti del cambiamento climatico e dell'azione devastante del capitalismo, bensì di una riproposizione delle basi della cultura e della spiritualità giapponesi. Tra l'altro nello shintoismo "il male non esiste", nel senso che può essere superato con atti di purificazione, che quasi sempre utilizzano l'acqua come elemento purificante.
Cosicché inutile sforzarsi di comprendere il senso e di dare una spiegazione pienamente razionale al film di Hamaguchi - che sarebbe la negazione della sua natura più profonda -, meglio lasciarsi trasportare dal fluire delle immagini e compiere questo viaggio surreale nel cuore di una cultura che sempre e comunque sfuggirà a qualunque tentativo di applicazione della logica occidentale.
Voto: 3,5/5
martedì 15 ottobre 2019
Joker
Joker è il film che ha vinto il Leone d'oro a Venezia e di cui tutti parlano. A conferma del fenomeno Joker, nel cinema dove sono andata a vederlo in lingua originale, al termine della proiezione è scattato l'applauso (cosa che al massimo accade ai festival e non alle proiezioni normali) e, fuori dal cinema, capannelli di ragazzi continuavano a discuterne animatamente.
Il film di Todd Phillips (regista fino a qui noto soprattutto per alcune commedie di successo, come ad esempio la serie Una notte da leoni) è certamente di quelli che non possono lasciare indifferenti e che sono fatti apposta per far discutere e per alimentare adesioni entusiastiche ovvero prese di distanze ad effetto. Da una parte e dell'altra - come spesso accade in questi casi - non mancano le iperboli che lo definiscono un capolavoro ovvero un prodotto dozzinale.
Dal mio personale punto di vista la grandezza di Joker è Joaquin Phoenix, che non solo si trasforma fisicamente per aderire alla sofferenza e alla psicosi del suo personaggio, ma con la estesissima gamma delle sue espressioni veicola la molteplicità, la diversità e la contraddittorietà dei sentimenti che lo attraversano. Phoenix si fa tutt'uno con questo personaggio, già di per sé iconico (anche grazie alle interpretazioni passate di Jack Nicholson e del compianto Heath Ledger), conferendogli una varietà di sfumature impensabili. Le scene in cui Joker/Pheonix balla sinuosamente, quasi eseguisse delle figure di tai chi, sono destinate a imprimersi a lungo nella memoria degli spettatori, molto di più probabilmente delle scene in cui esplode la sua rabbia in atti di profonda violenza.
Se dunque Phoenix conferma in Joker di essere un gigante, il mio parere sul film è invece molto più sfumato e controverso. Non ho dubbi sul fatto che si tratti di un film "piacione", costruito appositamente per piacere a tutti, sia a quelli che amano i cinecomics (e in particolare quelli della serie DC) e che in esso ritroveranno le atmosfere e lo spirito che anima questo tipo di film, sia ai cinefili dai gusti più raffinati che al cinema cercano un senso oltre che un divertissment e che qui troveranno riferimenti e citazioni importanti, come ad esempio a Taxi driver.
In questo tentativo - tutto sommato riuscito - di accontentare tutti i palati, io però non riesco a trovare elementi di effettiva eccezionalità. La regia di Phillips è certamente accurata e dimostra un ottimo mestiere senza però guizzi di originalità e semmai con qualche espediente un po' semplicistico (vedi la scena in flashback della madre giovane che parla con lo psichiatra a cui assiste Arthur adulto).
Sul piano poi dei contenuti l'uso di Gotham City come metafora di una società in piena decadenza nella quale tramontano i valori morali, la follia dilaga e il divario tra ricchi e poveri, tra élite e base sociale, si allarga sempre di più non solo non è nuova, ma viene tratteggiata con un approccio quasi fastidiosamente didascalico, lasciando pochissimo spazio alla fantasia, all'intuizione e all'intelligenza dello spettatore. In sostanza, uno "spiegone". Per non parlare della banalità della storia individuale di Joker costruita secondo gli stereotipi più abusati della figura dello psicopatico omicida.
Nella vicenda di questo Joker che diventa eroe - quasi suo malgrado - di un movimento di rivolta dal basso che vede i poveri, i diseredati, i giovani e tutti coloro che la società ha lasciato indietro ribellarsi contro le élites responsabili del disastro economico e sociale, Todd Phillips mescola bene gli ingredienti, senza dimenticare nulla, quasi seguisse una ricetta dalla sicura riuscita: dal populismo dilagante al ruolo dei media, dalla crisi economica al taglio dei servizi pubblici, dal disastro ambientale all'irresponsabile mercato delle armi.
Insomma, ha buon gioco Michael Moore nel dire che la storia raccontata in Joker è necessaria per aiutarci ad aprire gli occhi di fronte al mondo in cui viviamo, ma - mi chiedo - davvero non ce ne siamo accorti indipendentemente da Joker? E, soprattutto, chi non se n'è accorto fin qui pensiamo davvero che abbia bisogno dello "spiegone" di Phillips, o non si tratta piuttosto di un problema di percezione distorta?
Voto: 3,5/5 (4,5/5 a Joaquin Phoenix)
Il film di Todd Phillips (regista fino a qui noto soprattutto per alcune commedie di successo, come ad esempio la serie Una notte da leoni) è certamente di quelli che non possono lasciare indifferenti e che sono fatti apposta per far discutere e per alimentare adesioni entusiastiche ovvero prese di distanze ad effetto. Da una parte e dell'altra - come spesso accade in questi casi - non mancano le iperboli che lo definiscono un capolavoro ovvero un prodotto dozzinale.
Dal mio personale punto di vista la grandezza di Joker è Joaquin Phoenix, che non solo si trasforma fisicamente per aderire alla sofferenza e alla psicosi del suo personaggio, ma con la estesissima gamma delle sue espressioni veicola la molteplicità, la diversità e la contraddittorietà dei sentimenti che lo attraversano. Phoenix si fa tutt'uno con questo personaggio, già di per sé iconico (anche grazie alle interpretazioni passate di Jack Nicholson e del compianto Heath Ledger), conferendogli una varietà di sfumature impensabili. Le scene in cui Joker/Pheonix balla sinuosamente, quasi eseguisse delle figure di tai chi, sono destinate a imprimersi a lungo nella memoria degli spettatori, molto di più probabilmente delle scene in cui esplode la sua rabbia in atti di profonda violenza.
Se dunque Phoenix conferma in Joker di essere un gigante, il mio parere sul film è invece molto più sfumato e controverso. Non ho dubbi sul fatto che si tratti di un film "piacione", costruito appositamente per piacere a tutti, sia a quelli che amano i cinecomics (e in particolare quelli della serie DC) e che in esso ritroveranno le atmosfere e lo spirito che anima questo tipo di film, sia ai cinefili dai gusti più raffinati che al cinema cercano un senso oltre che un divertissment e che qui troveranno riferimenti e citazioni importanti, come ad esempio a Taxi driver.
In questo tentativo - tutto sommato riuscito - di accontentare tutti i palati, io però non riesco a trovare elementi di effettiva eccezionalità. La regia di Phillips è certamente accurata e dimostra un ottimo mestiere senza però guizzi di originalità e semmai con qualche espediente un po' semplicistico (vedi la scena in flashback della madre giovane che parla con lo psichiatra a cui assiste Arthur adulto).
Sul piano poi dei contenuti l'uso di Gotham City come metafora di una società in piena decadenza nella quale tramontano i valori morali, la follia dilaga e il divario tra ricchi e poveri, tra élite e base sociale, si allarga sempre di più non solo non è nuova, ma viene tratteggiata con un approccio quasi fastidiosamente didascalico, lasciando pochissimo spazio alla fantasia, all'intuizione e all'intelligenza dello spettatore. In sostanza, uno "spiegone". Per non parlare della banalità della storia individuale di Joker costruita secondo gli stereotipi più abusati della figura dello psicopatico omicida.
Nella vicenda di questo Joker che diventa eroe - quasi suo malgrado - di un movimento di rivolta dal basso che vede i poveri, i diseredati, i giovani e tutti coloro che la società ha lasciato indietro ribellarsi contro le élites responsabili del disastro economico e sociale, Todd Phillips mescola bene gli ingredienti, senza dimenticare nulla, quasi seguisse una ricetta dalla sicura riuscita: dal populismo dilagante al ruolo dei media, dalla crisi economica al taglio dei servizi pubblici, dal disastro ambientale all'irresponsabile mercato delle armi.
Insomma, ha buon gioco Michael Moore nel dire che la storia raccontata in Joker è necessaria per aiutarci ad aprire gli occhi di fronte al mondo in cui viviamo, ma - mi chiedo - davvero non ce ne siamo accorti indipendentemente da Joker? E, soprattutto, chi non se n'è accorto fin qui pensiamo davvero che abbia bisogno dello "spiegone" di Phillips, o non si tratta piuttosto di un problema di percezione distorta?
Voto: 3,5/5 (4,5/5 a Joaquin Phoenix)
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