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venerdì 10 gennaio 2025

Trieste è bella di notte

Approfitto di una serata speciale organizzata presso il Centre Saint Louis di Roma da Medici Senza Frontiere per recuperare questo documentario realizzato da Matteo Calore, Stefano Collizzolli, Andrea Segre.

Il documentario è stato girato al confine tra Italia e Slovenia, sulla cosiddetta rotta balcanica, tra il 2020 e il 2021, quando è stata introdotta e applicata diffusamente in quell’area la procedura delle riammissioni informali. In pratica, gli immigrati arrivati sul territorio italiano che avrebbero dovuto essere identificati e avere la possibilità di fare domanda d’asilo venivano rimandati indietro senza che niente di tutto ciò venisse fatto.

A seguito delle ripetute notizie su questo tipo di procedura, i registi hanno deciso di proporre un approfondimento sulla situazione della rotta balcanica, raccontando con le parole degli stessi migranti – di diverse nazionalità – le loro storie, migranti che affrontano questo viaggio (che può durare anche molti anni) tentando poi quello che tutti chiamano il “game”, ossia il superamento del confine verso uno stato dell'Unione Europea.

La realtà di questi migranti che tentano di raggiungere l’Europa via terra mi era in parte già nota non solo grazie alle fonti di informazioni, ma soprattutto grazie al film Life is (not) a game, in cui la street artist romana Laika si recava personalmente nella zona di quello che era il campo profughi di Lipa, in Bosnia, andato a fuoco a dicembre del 2020 e entrava in relazione con alcune persone coinvolte nel game.

Ascolto dunque nel film di Calore, Collizzoli e Segre parole, storie, considerazioni che evidentemente si ripetono uguali per persone diverse, fatte salve le differenze individuali e a volte il differente esito della loro vicenda.

Recentemente avevo anche visto Green border, il film che Agnieszka Holland ha dedicato alle storie dei migranti che, provenendo sempre dalla rotta balcanica, tentano di entrare in Europa dal confine tra Bielorussia e Polonia.

Le scene, i maltrattamenti, la disumanità, ma anche alcuni piccoli spiragli di speranza, di bellezza e di umanità, si ripetono identici, raccontandoci di un’Europa che si comporta come un fortino sotto assedio, e che sul fronte delle politiche migratorie rifiuta di adottare politiche comuni e di ragionare in maniera più collaborativa e più accogliente.

Tutti noi continuiamo a vivere le nostre vite – più o meno privilegiate – mentre ai nostri confini si consumano quotidianamente tragedie delle quali non vogliamo occuparci e che ci basta siano messe sotto il tappeto della nostra ipocrisia collettiva.

Nella nostra piccineria collettiva so, però, con ragionevole certezza, che la storia a un certo punto uscirà dagli argini che continuiamo a costruirle intorno e su questo, come su altri problemi collettivi, travolgerà tutto e tutti.

Ogni tanto sinceramente me lo auguro.

Voto: 3,5/5


mercoledì 20 novembre 2024

Berlinguer - La grande ambizione

Andrea Segre è un regista che seguo con una certa continuità, sebbene non del tutto assiduamente. Dei suoi film apprezzo sempre il tocco delicato, l’impegno politico, l’approccio documentaristico.

Di fronte al suo ultimo film dedicato alla figura di Enrico Berlinguer, interpretato da Elio Germano, non posso certo sottrarmi alla visione.

La grande ambizione racconta uno specifico periodo della vicenda politica e umana di Berlinguer, ossia quello compreso tra la visita a Sofia e l’attentato (di cui io non avevo alcuna memoria) del 1973 e la morte di Moro del maggio 1978, in pratica gli anni del tentativo del politico comunista di perseguire il progetto del cosiddetto “compromesso storico”.

Ci sono molte cose apprezzabili nel film di Andrea Segre: innanzitutto l’ottimo mix tra i video e le immagini di archivio e il girato contemporaneo, che riescono a dialogare molto bene sia sul piano estetico che sul piano narrativo; in secondo luogo l’attitudine (tipicamente documentaristica) di mettere in fila gli eventi sfuggendo alla tendenza – soprattutto contemporanea – alla frammentazione e anche al setaccio inevitabile operato dalla storia e dalla memoria individuale; in terzo luogo la scelta di non trasformare il personaggio di Berlinguer né in un santino né nella caricatura di sé stesso, raccontandolo con sincerità ed equilibrio; infine, l’interpretazione di Elio Germano che (dopo la parziale delusione di Iddu) qui ho ritrovato pienamente nella sua capacità di mettersi al servizio del personaggio e non viceversa. Bravi anche gli altri interpreti che riportano davanti ai nostri occhi tutto un mondo politico che sembra davvero appartenere a un passato lontanissimo, abituati come siamo da qualche tempo a vedere sorgere e tramontare stelle politiche (e non solo) in tempi rapidissimi.

Tralascio le polemiche e i giudizi sulla linea perseguita da Berlinguer con il compromesso storico – non ho né le competenze né le conoscenze per esprimermi in proposito -, però posso dire che il film di Segre è l’occasione per immergersi in quegli anni e in quel mondo politico, misurando la distanza con la contemporaneità e suscitando inevitabilmente domande e riflessioni, cui ognuno potrà dare seguito secondo il proprio particolare punto di vista e la propria sensibilità interpretativa.

Un buon film che - pur non apportando particolari elementi di novità o dirompenti - conferma le qualità di Andrea Segre e ribadisce che ogni tanto tocca buttare un occhio al passato e mettere in ordine alcuni eventi anche per guardare con sguardo nuovo il presente.

Voto: 3,5/5


sabato 28 novembre 2020

Molecole

Grazie a Educa - Festival dell'educazione riesco a vedere l'ultimo film di Andrea Segre, Molecole, che avrei voluto vedere al cinema e che probabilmente sul grande schermo avrebbe potuto esprimere tutta la sua potenza emotiva.

Sono però comunque contenta di aver visto quello che probabilmente è uno dei primi film che nasce nel periodo del lockdown della primavera 2020 e che di quel periodo rappresenta un primo momento di riflessione.

A fine febbraio Andrea Segre si trovava a Venezia per il progetto di un documentario che riguardava la città di Venezia e in particolare le sue tensioni, tra acqua alta e turismo di massa. Il regista inizia a girare proprio nel momento in cui in Italia si cominciava a parlare della circolazione del virus Sars-Cov-2 e i numeri dei contagiati crescevano giorno dopo giorno.

Segre però – pur di fronte a crescenti difficoltà – continua a girare per Venezia e a documentare il suo svuotamento, anche con l’aiuto di due amiche esperte di voga alla veneta che lo portano in giro in barca per i canali, fino a quando il lockdown nazionale immobilizza tutti, compreso il regista che rimane anche lui bloccato a Venezia.

A poco a poco il film di Segre va oltre le intenzioni iniziali, ma non diventa un film sulla pandemia o banalmente un film sugli effetti del lockdown sulla città di Venezia, bensì diventa l’occasione di una riflessione intima, che ha a che fare con il rapporto con suo padre Ulderico e la riscoperta post-mortem di una figura che per il regista è rimasta in parte oscura e silenziosa, poco propensa alla condivisione dei pensieri più profondi. Le molecole erano l’oggetto di studio del fisico Ulderico Segre, ma Andrea ne fa il simbolo della ricerca di un senso o quantomeno di una spiegazione rispetto al determinismo della materia.

La narrazione di Segre intreccia così un destino e una storia individuale con quella di una città con cui suo padre aveva un rapporto profondo e forse poco comprensibile per suo figlio, un rapporto che sembra affiorare nelle parole di tutti i veneziani intervistati, legati a Venezia in un modo probabilmente inintelleggibile per chi non è di Venezia. Un rapporto viscerale e in fondo difficile da spiegare persino per gli stessi protagonisti, esattamente come accade in un rapporto padre-figlio. Un rapporto fatto di silenzi, di dolori, di gioie, di tradimenti e di riavvicinamenti, in pratica tutto quello che sempre c’è dentro un rapporto d’amore.

Sarebbe stato ancora più emozionante visto sul grande schermo, ma per il momento ci accontentiamo di questo.

Voto: 3,5/5

mercoledì 6 novembre 2013

La prima neve


Avevo amato molto il primo film di Andrea Segre, Io sono Li, per la capacità di veicolare i sentimenti senza una particolare necessità di parole e per il modo sincero di raccontare la vita e le sue difficoltà.

Nel suo secondo film Segre torna a guardare all’interno di una piccola comunità, quella che abita la Valle dei Mocheni, a sud di Trento non lontano da Pergine. In questo piccolo mondo il regista fa incontrare Michele (il piccolo Matteo Marchel) e Dani (Jean-Christophe Folly).

Il primo vive da solo con la madre (un’Anita Caprioli sempre bella ma poco credibile con l’accento trentino) e aiuta il nonno in montagna.

L’altro è fuggito dal Togo ed è arrivato in Italia dopo essere scappato dalla Libia insieme alla sua giovane compagna su un barcone attraverso il Mediterraneo. Dani ha una figlia piccola e fa il lavorante presso il nonno di Michele in attesa di poter lasciare in Italia e trasferirsi a Parigi.

Al centro del racconto di Segre in questo caso non ci sono né il dramma degli immigrati, né i problemi di integrazione e di accettazione all’interno di una comunità chiusa. Oggetto di riflessione è invece la perdita di una persona amata, l’incapacità di elaborare un lutto, la difficoltà a trovare la forza di andare avanti e di amare chi è ancora vivo senza farlo sentire in colpa per questo. È in questa perdita che Michele e Dani si incontrano. Michele ha perso suo padre in montagna e da allora si porta dentro una carica eversiva che è il suo modo di superare il dolore e la paura. Dani ha perso la sua giovane compagna mentre dava alla luce la figlioletta, oggi sentita al contempo come costante memoria del dolore e peso di una responsabilità che non ci si vuole assumere.

Michele e Dani si annusano e si riconoscono, perché come dice il nonno di Michele “le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme”. Il loro è un vero e proprio rispecchiamento. Ciascuno vede negli occhi dell’altro il proprio dolore, quello a cui entrambi cercano risposte negli infiniti sentieri nei boschi.

Sarà la prima neve dell’anno (nonché la prima neve in assoluto nella vita di Dani) a chiamarli paradossalmente allo scoperto, a costringerli a fare i conti con il passato. Quando tutto è coperto dal manto bianco Michele e Dani possono finalmente guardare in faccia il proprio mondo interiore e dare un nome al proprio dolore per tornare a guardare avanti.

Quello di Segre è un film che parla di cose semplici e insieme universali, e lo fa con altrettanta semplicità, che è probabilmente la forza e nello stesso tempo la debolezza di questo suo secondo lavoro. Io sono Li era un film di una sincerità e di una verità disarmanti nel suo essere implicito come la vita, La prima neve non riesce invece a sfuggire del tutto alla trappola dell’essere didascalico, pur mantenendosi aderente al senso profondo dei sentimenti.

Resta un film che non lascia indifferenti, impreziosito dalle belle musiche originali composte dalla Piccola Bottega Baltazar.

Voto: 3/5

lunedì 17 settembre 2012

Io sono Li

La scorsa è stata proprio una settimana cinematografica!

Dopo The reluctant fundamentalist, sono andata a vedere un altro film in lingua originale con i sottotitoli... ma italiano!

Io sono Li è infatti ambientato in buona parte a Chioggia e i protagonisti sono in parte cinesi (sottotitolati per evidenti motivi), in parte chioggiotti (anch'essi necessitanti di sottotitoli!).

In un certo senso, questa doppia necessità è una metafora del film, che mette una di fronte all'altra due comunità lontanissime, ma entrambe accartocciate su se stesse, sulle proprie regole e i propri pregiudizi.

Protagonisti ed elementi scatenanti delle idiosincrasie di queste due comunità sono Shun Li (Zhao Tao), una donna cinese che da una fabbrica tessile romana viene spedita a Chioggia a lavorare in un'osteria per pagare i suoi debiti e consentire a suo figlio di venire in Italia, e Bepi (Rade Sherbedgia), "il poeta", un pescatore di origini slave che vive da trent'anni a Chioggia e ha un casone in laguna.

Intorno a loro si muovono e si agitano le rispettive comunità. Quella cinese in cui pochi uomini governano le sorti dei molti altri, veri e propri schiavi appesi al filo della speranza, soprattutto donne trattate come oggetti, ma ricche di sogni e di pensieri non sempre espressi. E quella chioggiotta che si incontra in osteria per bere un'"ombra" e mangiare le canocchie e il pesce fritto e parlare di quello che accade nella città-isola, cercando di interpretare in maniera semplice e spesso semplificata un mondo che si è fatto ormai troppo complesso e dove i soldi ormai si fanno senza fatica anche se in modo poco chiaro, come ostenta il bullo Devis (Giuseppe Battiston).

In questo mondo in cui il tempo sembra scorrere lentissimo e ripetitivo, Shun Li e Bepi si incontrano, si aprono, si raccontano, si fanno compagnia in modo disinteressato e sincero. Ma non saranno capiti da nessuno, non dai cinesi che preferiscono un'esistenza sottotraccia, non dai chioggiotti che pensano che il mondo finisca nella loro isola.

Bellissima ed emozionante la fotografia di Luca Bigazzi, in sintonia con le musiche e con l'atmosfera smorzata di questo racconto, come il tai-chi che la coinquilina di Li pratica sulla spiaggia. Non c'è una parola di troppo, i silenzi e gli sguardi sono parte fondamentale della storia, come accade nella vita. Non tutto è spiegato, molto resta avvolto nel mistero come questa città sommersa dall'acqua e dalla nebbia.

Delicato, poetico, vero, gentile.

Un soffio di bellezza e di tristezza da cui vale la pena farsi accarezzare.
Bravo Andrea Segre.

Voto: 4/5