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mercoledì 2 novembre 2022

Festa del cinema di Roma, 13-23 ottobre 2022 (Seconda parte)

Qui la prima parte del resoconto della Festa del cinema.

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As bestas

Rodrigo Sorogoyen è uno dei registi spagnoli più interessanti della sua generazione, uno capace di raccontare storie molto diverse tra loro (vicende individuali, drammi sociali ecc.) e di farlo con il medesimo livello di tensione emotiva, come si trattasse di veri e propri thriller. Dopo Il regno e Madre (entrambi visti a precedenti edizioni del Festival del cinema spagnolo e latinoamericano), quest'anno è la festa del cinema a darmi l'opportunità di vedere il suo ultimo film, As bestas (Le bestie).

Siamo in Galizia. Antoine (Dénis Menochet) e Olga (Marina Foïs) sono una coppia francese che da qualche anno ha deciso di trasferirsi in una fattoria nella montagna galiziana con un duplice obiettivo: coltivare la terra e venderne i prodotti, e ristrutturare case abbandonate per favorire un ripopolamento di una zona che gli abitanti storici stanno via via abbandonando. I loro vicini di casa, Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido), vivono nella fattoria della madre, e insieme a lei si occupano principalmente dell'allevamento di animali, tra cui cavalli. La sequenza di apertura del film, che vede i due fratelli immobilizzare i cavalli per marchiarli, è potentissima (anche grazie a un sapiente uso dell'effetto slow motion) e lo diventerà ancora di più grazie al richiamo con un'altra scena che arriverà molto più avanti nel corso del film.

Il film di Sorogoyen racconta della difficile integrazione della coppia francese e soprattutto dell'ostilità che i due fratelli non perdono occasione per dimostrargli, in particolare da quando Antoine e Olga hanno votato contro l'installazione di pale eoliche nel territorio, cosa che Xan e Loren considerano la loro unica opportunità di abbandonare questa vita tra le montagne e gli animali.

Possiamo affermare che il film si articola in due parti molto nettamente distinte: della prima è protagonista soprattutto Antoine (e in generale le figure maschili), mentre nella seconda lo spazio è occupato dalle figure femminili, Olga in particolare, ma anche la figlia della coppia, e la madre dei fratelli.

As bestas mette in scena un dramma senza soluzione, nel quale si scontrano visioni del mondo irriducibili, in un'epoca di transizione nella quale la prospettiva verso la quale ci si muove appare ancora confusa, con tutte le conseguenze che questo comporta sulle vite dei singoli.

Ne esce un film di grande caratura, in cui si mescolano e si sovrappongono anche molti altri sottotemi (il rapporto con lo straniero, il confronto generazionale, il rapporto tra classi sociali, i rischi dell'ignoranza e quelli della superiorità intellettuale), tutti valorizzati da dialoghi di alto livello e da immagini all'altezza.

Bravo Sorogoyen.

Voto: 4/5




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Rheingold

Fatih Akin è un regista che da tempo tengo d'occhio per l'originalità del suo sguardo che si colloca al confine tra due culture (è turco-tedesco) e che - grazie a questo sguardo - riesce a posizionarsi in modo praticamente meticcio su molti fronti, compreso quello musicale e cinematografico.

In Rheingold quest'approccio che tanto appartiene ad Akin trova il suo soggetto ideale, ossia la figura del rapper Xatar (al secolo Giwar Hajabi), alla cui autobiografia il film è ispirato. Xatar (qui interpretato da Emilio Sakraya), curdo, figlio di un compositore e direttore d'orchestra, nasce nel bel mezzo del conflitto che il popolo curdo deve affrontare per difendere la propria terra e la propria esistenza, poi emigra insieme ai suoi genitori a Bonn, dove crescendo si accorge della sua marginalità e della necessità di imparare a stare sulla strada. Da qui Giwar, pur formato alla musica per volere dei genitori, imbocca la strada della criminalità diventando un vero e proprio gangster, fino al furto di un grosso carico di oro che lo condurrà nelle prigioni siriane, dove il film stesso comincia. Estradato in un carcere tedesco, sarà qui che Giwar coronerà il suo sogno musicale incidendo il suo primo disco per arrivare infine a creare un'etichetta discografica.

Fin qui è una storia che ha decisamente dell'incredibile ma che mantiene una sua compattezza. Fatih Akin ci mette del suo facendola esplodere in un roboante mix di generi che vanno dal film di guerra al dramma geopolitico a quello sociale, alla commedia, al poliziesco fino ad arrivare alla farsa e a tratti al quasi demenziale. Capite bene che non si può restare indifferenti di fronte a questo film, che trascina e sballottola lo spettatore in tutte le direzioni facendone polpette ma tenendolo attaccato alla sedia. A suo modo un divertissement che però si distingue da altri perché parla di una storia vera e perché dentro ci sono tanti temi che più seri non si può.

Faccio fatica a dire se mi sia piaciuto fino in fondo o no. Però non si può non ammirare la voglia e la capacità di Akin di osare oltre il limite del pensabile.

Voto: 3,5/5



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Era ora

Sono andata a vedere questo film (e ci ho portato anche mio padre in visita a Roma per fargli assaporare l'atmosfera della festa del cinema) con grandi aspettative, dal momento che avevo molto amato Orecchie, il precedente lavoro di Aronadio. Sarà che le aspettative erano troppo elevate, ma devo dire che sono uscita abbastanza delusa dalla Sala Sinopoli, pur avendo partecipato con entusiasmo alla festa di presentazione del film al pubblico a cui era presente l'intero cast.

Aronadio si ispira al film Long story short di Josh Lawson, ed è tutto incentrato sulla tematica del tempo (cui normalmente io sono parecchio sensibile). Il protagonista, Dante (Edoardo Leo), arriva a una festa di capodanno in ritardo e bacia quella che crede essere la sua ragazza (in quanto indossa lo stesso vestito) e che è invece Alice (Barbara Ronchi). Con un salto temporale siamo al compleanno di Dante che ormai sta con Alice: i due sono impegnati con il trasloco nella casa dove stanno andando a vivere insieme. È il giorno del compleanno di Dante e, mentre lui è al lavoro, Alice sta organizzando una festa a sorpresa per la serata, festa a cui Dante arriverà in ritardo. Da qui in poi Dante si ritrova a vivere solo il giorno del suo compleanno, saltando da un anno all’altro senza rendersi conto di quello che accade nel frattempo.

Gli nasce una figlia, viene nominato direttore dell’agenzia di assicurazioni in cui lavora, la sua storia con Alice va in crisi, si mette insieme alla sua segretaria Francesca, il suo migliore amico si ammala, le condizioni di salute di suo padre peggiorano fino alla morte. Dante è completamente spaesato: la sua vita prende strade che lui nemmeno vorrebbe e lui è assorbito in un vortice da cui non riesce a uscire, né è in grado di rimettere insieme i pezzi della sua esistenza.

Capirà che l’unico modo per uscire da questo loop è rallentare fino a fermarsi per comprendere quali sono le cose realmente importanti.

La commedia romantica di Aronadio è ben scritta e ben recitata; ha ritmo e riesce a far ridere, sorridere e in parte anche a commuovere. Diciamo però che, a mio modesto avviso, risulta alla fine troppo didascalica nel suo essere a tesi, tra l’altro una tesi che non condivido fino in fondo: quando uno dei personaggi richiama una citazione che dice che non c’è ieri né domani, ma solo oggi, penso che non è affatto vero. E che l’oggi senza l’ieri e il domani è quasi nulla, come sa chi ha conosciuto da vicino qualcuno con l’Alzheimer. Noi siamo la nostra memoria e la nostra progettualità: non possiamo realmente vivere solo nel presente. Certo, quello che possiamo fare è non farci fagocitare dal passato e dal futuro ed essere il più possibile consapevoli di quello che rende davvero la nostra vita degna di essere vissuta, e che non è chissà quale scopo alto, bensì lo stare bene con noi stessi e con gli altri.

Insomma, film gradevole, ma Orecchie era un’altra cosa.

Voto: 3/5



martedì 12 giugno 2018

L'atelier

Un gruppo di giovani de La Ciotat, una cittadina nel sud della Francia con un importante passato industriale testimoniato dai resti del grande cantiere navale, partecipa a un laboratorio estivo di scrittura creativa guidato da Olivia (Marina Foïs), una famosa scrittrice. I ragazzi – tutti francesi ma di diverse origini etniche – si confrontano sul soggetto del romanzo che dovranno scrivere e rispetto al quale hanno solo due vincoli: deve trattarsi di un thriller e deve essere ambientato nella loro città.

Di questo gruppo fa parte Antoine (Matthieu Lucci), un giovane introverso e un po’ scontroso, che crea qualche conflitto nel gruppo non facendo mistero delle sue idee razziste e del suo disinteresse per le lotte operaie che hanno caratterizzato il passato della città. La personalità complessa di questo ragazzo suscita l’interesse di Olivia, la quale sta scrivendo un romanzo e vede nella conoscenza di questo ragazzo l’occasione per approfondire la caratterizzazione del protagonista. A sua volta Antoine è attratto da questa donna e nello stesso tempo ha un atteggiamento fortemente oppositivo e aggressivo nei suoi confronti.

Mentre la scrittura collettiva del romanzo va avanti tra idee, interviste e proposte, il film segue Antoine nelle sue indolenti giornate estive, tra tuffi al mare, esercizi per gli addominali, videogiochi, serate con il cugino e gli amici di quest’ultimo che mostrano chiare simpatie per l’estrema destra e per gli slogan dei suoi leader.

L’avvicinamento quasi inevitabile tra Olivia e Antoine farà emergere le fragilità e le contraddizioni di entrambi in una escalation dagli esiti potenzialmente drammatici.

In questo ultimo film di Laurent Cantet ci sono molti temi, forse fin troppi: c’è la questione dei giovani e della loro identità, c’è il tema del conflitto etnico esacerbato dal terrorismo jihadista, c’è il rapporto con un passato che non si comprende e in cui non ci si riconosce più, c’è il tema della provincia e dei suoi orizzonti ristretti, c’è quello della noia e della ricerca di senso, c’è il rapporto tra scrittura e vita.

L’atelier, dunque, dà molto da pensare allo spettatore e sicuramente innesca confronti e riflessioni, il che è sempre un fatto positivo per un film. A me però non ha convinto molto la rappresentazione degli adolescenti che il film propone, in particolare in riferimento ad Antoine, che è il personaggio su cui la narrazione si concentra. Antoine mi è sembrato la rappresentazione stereotipata di un adolescente fatta da un adulto (un chiaro segnale di questo è il fatto che la sceneggiatura individua Facebook come la piattaforma su cui questi ragazzi mettono in mostra se stessi, mentre chiunque abbia a che fare con adolescenti e giovani oggi sa che essi snobbano Facebook, ormai considerata una cosa da “vecchi”).

In ogni caso, dico questo non perché la rappresentazione di Antoine non sia vera o non sia credibile, ma perché in qualche modo suggerisce allo spettatore l’esistenza di un rapporto di causa-effetto tra i modi di vivere oggi di questi adolescenti e alcune derive che li caratterizzano: uno su tutti, la connessione tra l’uso di videogiochi a tematica violenta e l’attrazione verso il machismo e la violenza nella vita reale.

Ovviamente non dico che non sia possibile e che non esista questo rischio, ma credo che le cause vadano cercate molto più in profondità perché gli strumenti che utilizziamo certamente condizionano i comportamenti – tanto più quelli di un adolescente – ma restano strumenti il cui esito e il cui uso dipende molto dal livello di maturità, dall’autonomia di pensiero, dallo spirito critico del singolo. Che poi è forse anche quello che Cantet vuole comunicarci, ossia che non è tanto un problema di social network ma di modelli cui questi giovani possano guardare per evitare il rischio dell'apatia.

Voto: 3/5