Mentre sono immersa nella lettura de La chiamata di Leila Guerriero che racconta la storia di una sopravvissuta della dittatura militare argentina, Silvia Labayrú, esce al cinema – dopo essere stato presentato a Venezia – il film di Marco Bechis, Ritorno a Buenos Aires, che per certi versi può essere considerato il seguito di Garage Olimpo del 1999 e di Figli del 2002. Tutti e tre questi film traggono infatti ispirazione da quanto accaduto in Argentina tra il 1976 e il 1983, guardando a quegli eventi da punti di vista differenti: Garage Olimpo è ambientato in uno dei campi di concentramento dove venivano portati i dissidenti, Figli parla della comune pratica di sottrarre i figli partoriti alle sequestrate dandoli a famiglie di militari, infine Ritorno a Buenos Aires assume il punto di vista di chi è sopravvissuto e del suo fare i conti non solo con l’esperienza vissuta ma anche con lo stigma sociale, che poi è il medesimo punto di vista de La chiamata.
Marco Bechis parte sia dalla propria esperienza personale di persona sequestrata, torturata e poi rilasciata, anche grazie al passaporto italiano, sia dalle esperienze di altri sopravvissuti, per raccontare la storia di Mariano Guerra (un bravissimo Adriano Giannini).
Mariano vive a Torino e fa il medico nelle ambulanze, ha una figlia che non vede mai, ed è molto solo. Quando gli arriva una lettera dall’Argentina che lo invita a testimoniare nella nuova fase dei processi contro i responsabili delle violenze durante la dittatura, è molto combattuto rispetto all’idea di partire.
Decide infine di andare, ma a Buenos Aires si troverà ad affrontare tutti i fantasmi che ha cercato di tenere a bada durante la lontananza dall’Argentina e a rivivere ricordi non solo dolorosi, ma intrisi di vergogna e di sensi di colpa.
Il film di Bechis – e con lui l’interpretazione di Giannini – è trattenuto, compresso, e fa sentire anche lo spettatore come in una pentola a pressione che sta per esplodere, ma non esplode mai. Il sopravvissuto, come emerge anche dal libro della Guerriero, è un pariah, lacerato interiormente, in balia dei propri mostri, ma anche osteggiato dal consesso sociale che lo considera un traditore, anche solo per il fatto di essere sopravvissuto.
Solo quando si sentirà accolto, seppure per un momento, Mariano troverà a poco a poco la forza e le parole per confessare davanti ai giudici in tribunale le sue colpe e per accusare i suoi carcerieri, spezzando la catena che lo mantiene in una condizione di subordinazione e di dipendenza anche a distanza di tempo.
Rispetto al libro della Guerriero che si alimenta della complessità e delle zone d’ombra, il film di Bechis risulta più lineare, forse anche più didascalico (anche in alcune scelte narrative e cinematografiche), probabilmente perché l’intento – come lui stesso ha dichiarato in alcune interviste – non è forse tanto quello di approfondire la specificità della vicenda argentina, quanto più in generale il tema del sopravvissuto e del ruolo, in parte paradossale, di testimone necessario e insostituibile.
Non un film perfetto forse, ma secondo me comunque importante. Avrei preferito vederlo in lingua originale, con l’alternanza di italiano e spagnolo, ma mi sono dovuta accontentare, e purtroppo per me ormai non è mai la stessa cosa.
Voto: 3,5/5
lunedì 28 settembre 2026
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