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venerdì 28 febbraio 2020

Giusto la fine del mondo / con Anna Bonaiuto. Teatro Piccolo Eliseo, 15 febbraio 2020

Giusto la fine del mondo è il titolo del testo teatrale di Jean-Luc Lagarce da cui Xavier Dolan ha tratto il suo film del 2016, uscito in Italia con il titolo È solo la fine del mondo.

Il film di Dolan a suo tempo non mi aveva convinto, ma ho deciso di offrire al testo una seconda possibilità, anche per apprezzarne la resa nel contesto teatrale nel quale è nato. L'adattamento italiano vede alla regia Francesco Frangipane, mentre sono affidati ad Anna Bonaiuto il ruolo della madre, ad Alessandro Tedeschi il ruolo di Louis, ad Angela Curri quello della sorella Suzanne, a Vincenzo De Michele quello del fratello Antoine, e infine a Barbara Ronchi quello di Catherine, la moglie di Antoine.

Sul palco la ricostruzione di una casa circondata dal prato: a sinistra il salotto, a destra la sala da pranzo, dietro, più in alto, da un lato la stanza di Suzanne (che vive ancora con la madre), dall'altro la cucina. Davanti a tutto tre grandi tende veneziane, da cui Suzanne spia, impaziente, l'arrivo del fratello Louis, che sta tornando a casa dopo dodici lunghi anni di assenza per comunicare che sta per morire.

Le veneziane vengono sollevate quando Louis arriva, e da questo momento inizia un faticoso tentativo di comunicazione tra i membri di questa famiglia, ciascuno portatore dei propri ricordi, dei propri rancori e delle proprie idiosincrasie, tutti desiderosi di rovesciare il proprio carico emotivo su colui che è stato assente per troppo tempo, lasciandoli soli e in fondo permettendo che ognuno si costruisse la propria idea e si desse la propria spiegazione. Louis ascolta, confuso e tramortito dalle parole altrui, fa fatica a interloquire, si limita a qualche sorriso, e quando a tavola tenta di parlare di sé e di raccontare quello che ha da dire, di fatto gli viene impedito, forse perché nessuno dei commensali vuole ascoltare la verità durissima che sta per dire.

Nel dramma di Lagarce, che affonda in parte le radici nella storia personale (essendo lo stesso autore morto di AIDS a soli 38 anni), viene messa in scena tutta la complessità delle dinamiche familiari e l'insuperabile incomunicabilità che è propria di quel consesso umano primigenio, in cui tutti i sentimenti risultano amplificati esponenzialmente nel bene e nel male. La famiglia è il luogo dal quale non si può fuggire nemmeno quando ci si allontana e nella quale le frustrazioni individuali e le fragilità affettive non solo non vengono risolte, ma rimangono intrappolate e fossilizzate in una coazione a ripetere infinita, di fronte alla quale nemmeno l'avanzare dell'età e l'aumentare delle esperienze possono nulla. Se la comunicazione con i propri simili e la reciproca comprensione sono uno dei problemi più grossi con cui gli esseri umani devono fare i conti, la famiglia costituisce il primo laboratorio dell'incomunicabilità umana, quello le cui conseguenze ci rimangono appiccicate addosso e che ci condizionerà per tutta la nostra vita.
E a questa incomunicabilità non sembra esserci rimedio.

La messa in scena del dramma di Lagarce da parte di Frangipane è pulita ed efficace, e gli attori sono appropriati e misurati (o senza misure) ciascuno rispetto al proprio ruolo. Non mi pare che la visione a teatro abbia aggiunto molto a quanto visto nell'adattamento cinematografico di Dolan, anche se devo dire che la maggiore essenzialità della resa teatrale e l'assenza di artifici di carattere intellettualistico hanno certamente contribuito a far arrivare il messaggio in maniera molto più chiara e diretta.

Voto: 3,5/5

venerdì 13 aprile 2018

Un weekend a teatro: La divina Sarah. Teatro Vittoria - Delitto/castigo. Teatro Ambra Jovinelli

Un po' per scelta, un po' per una serie di coincidenze, dedico il primo weekend di aprile quasi interamente al teatro, andando a vedere sabato sera al Vittoria La divina Sarah, lo spettacolo interpretato da Anna Bonaiuto e dedicato alla grande attrice Sarah Bernhardt, e domenica pomeriggio all'Ambra Jovinelli Delitto/Castigo, la riduzione teatrale del grande romanzo di Fëdor Dostoevskij realizzata da Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi.

Come dicevo all'uscita del secondo spettacolo con F., mi è sembrato in questi due giorni di fare un vero e proprio viaggio nel teatro e di avere l'occasione di fare un confronto tra il teatro del passato e quello - forse - del futuro, cioè tra un teatro tradizionale e uno più sperimentale.

Una volta qualcuno mi aveva detto che ci sarebbe un'enorme differenza se - in seguito a un viaggio nel tempo - venisse catapultato nel mondo di oggi un medico o un insegnante: il primo in una sala operatoria non riconoscerebbe quasi nulla, il secondo in un'aula scolastica potrebbe immediatamente fare lezione senza accorgersi della differenza.

Ebbene, ho idea che il teatro tradizionale sia un po' come un'aula scolastica: non è cambiato quasi nulla dalle sue origini e in fondo basta un palcoscenico e un attore per fare uno spettacolo. In questo senso La divina Sarah non solo rappresenta appieno il teatro tradizionale (ad alti livelli, grazie all'ottimo testo adattato da Eric-Emmanuel Schmitt a partire dal romanzo Memoir di Sarah Bernhardt di John Murrell, e alle interpretazioni di alto livello di Anna Bonaiuto e Gianluigi Fogacci), ma parla anche di una grande attrice di teatro (e non solo), Sarah Bernhardt, creando una sorta di continuità ideale tra il teatro del passato e quello del presente.

Lo spettacolo in due atti vede sul palcoscenico la stessa Bernhardt impegnata a scrivere le sue memorie aiutata dal suo maggiordomo e segretario Pitou, cui ella fa interpretare i personaggi che sono stati suoi interlocutori durante la vita, in un'alternanza continua tra il dialogo dei due protagonisti e i momenti di rappresentazione del passato, in cui la Bernhardt recita se stessa o i personaggi che ha portato in scena, e Pitou di volta in volta sua madre, il suo impresario, il suo amante... Ne viene fuori il ritratto di una donna certamente burbera ed egocentrica, ma anche anticonformista e padrona fino in fondo della sua vita, anche nel momento in cui il pensiero della morte si affaccia sempre più spesso alla sua mente.

La divina Sarah è un omaggio al teatro e a una grande attrice, la prima vera diva del palcoscenico, e lo spettacolo è l'occasione per riscoprirla. Peccato solo per la sala per metà vuota: sarà stato per la partita della Roma o perché il teatro tradizionale è già ormai di nicchia?

È proprio a questo trend cui sembra provare a dare una risposta lo spettacolo Delitto/Castigo per la regia di Sergio Rubini, interpretato dallo stesso Rubini e - nel ruolo principale di Raskòl'nikov - da Luigi Lo Cascio. Lo spettacolo di Rubini prova infatti a infondere nuova vita a un testo classico come è Delitto e castigo, senza minimamente tradirlo, bensì valorizzandolo nelle sue componenti costitutive mediante un linguaggio moderno e un ritmo sostenuto capace di catturare il pubblico.

Nella messa in scena - come anche nel romanzo di Dostoevskij - si alterna il racconto in terza persona (che lo stesso Rubini fa stando in piedi a un leggio) ai pensieri - confusi e sempre più deliranti - di Raskòl'nikov, nonché ai suoi monologhi e dialoghi con gli altri personaggi del romanzo, interpretati da altri due attori oltre allo stesso Rubini.

Tutti gli attori sono microfonati e non solo per permettere al pubblico di ascoltare meglio le loro parole, ma per consentire al fonico di gestire gli effetti sonori sulle voci degli attori, importanti soprattutto nei sogni e nei deliri del protagonista. Il fonico è il vero altro attore dello spettacolo: non a caso sta sul palco, in un angolo illuminato e attrezzato, una specie di bottega con tutto l'occorrente per "sonorizzare" dal vivo lo spettacolo, riproducendo e amplificando i suoni mediante gli oggetti reali: i passi sulle scale, una porta che si apre, un chiavistello che gira nella toppa, un'accetta che colpisce.

I suoni sono inoltre sincronizzati con i cambiamenti della scenografia, anch'essa inquietantemente suggestiva, con il suo tavolo e le sue giacche appese a delle corde, come dei morti impiccati.

Il risultato è un mix tra uno spettacolo teatrale, un audiodramma e un allestimento cinematografico un po' vintage. Grande anche lo sforzo di portare un testo, certamente impegnativo, alla sua ricca essenzialità, concentrandosi in particolare sui sentimenti universali e senza tempo che esso veicola e sorvolando sugli elementi meno comprensibili per il pubblico contemporaneo.

Sergio Rubini dimostra di avere ancora voglia di mettersi in gioco e di confrontarsi con sfide sempre nuove, dando dimostrazione di essere un'artista sempre più maturo e completo.

Con questo lavoro - il cui successo è dimostrato da un teatro pieno e dai commenti entusiastici della gente all'uscita - Rubini, sostenuto anche dalle qualità interpretative di Lo Cascio, indica una possibile strada per trasformare di nuovo il teatro in intrattenimento popolare.

Per me - devo dirlo - la grandezza del teatro sta in un grande attore che da solo sul palcoscenico e con un grande testo a disposizione è in grado di evocare mondi e di tenere il pubblico con gli occhi incollati su di lui/lei, perché in questo si tocca con mano la differenza rispetto ad altre forme di espressione artistica e culturali e rispetto a linguaggi altri, come il cinema, la televisione, la radio ecc.

Però, ben vengano tutti i tentativi di ibridare i linguaggi per renderli più in linea con le modalità di fruizione della contemporaneità, soprattutto se questi tentativi permettono di portare a un pubblico più ampio testi immortali come questo.

Voto: 3,5/5

sabato 9 gennaio 2010

Il dio della carneficina

È in programmazione fino al 10 gennaio al Teatro Eliseo di Roma l'opera teatrale Il dio della carneficina, dell'autrice francese di origine iraniana Yasmine Reza.

La pièce ha avuto uno straordinario successo in Francia ed è stata rappresentata in numerosi altri paesi europei, coinvolgendo grandi attori, da Isabelle Huppert a Ralph Fiennes.
Anche a Roma, dove questa è la seconda stagione teatrale in cui l'opera viene portata in scena, il cast è di tutto rispetto: Silvio Orlando, Anna Bonaiuto, Alessio Boni e Michela Cescon, per la regia di Roberto Andò.

Siamo in un interno borghese dove due coppie si incontrano per discutere come gestire le conseguenze di un violento litigio tra il figlio dell'una e quello dell'altra. Tutto comincia su toni molto moderati e formali, ma - man mano che il confronto va avanti -, complice un malore e un po' di rum, il dialogo diventa acceso non solo mettendo in contrapposizione le due coppie, ma anche marito e moglie all'interno di ciascuna coppia. Le ipocrisie borghesi vengono messe a nudo e derise, la presunta civiltà occidentale ne esce a pezzettini, la famiglia rivela il suo vero volto... Ossessioni, paranoie e schizofrenie sembrano essere la cifra dominante delle persone in una società che evidentemente non ci dà la possibilità di entrare davvero in contatto con noi stessi.
Eppure, nonostante tutto questo, si ride, riconquistando quella leggerezza che i protagonisti ammettono di aver definitivamente perso.

Gli attori sono tutti bravissimi. Poco da dire su Silvio Orlando, che incarna alla perfezione il suo personaggio crudelmente dimesso, ed è in grado di conferirgli - non solo attraverso le parole - uno spessore e un colore straordinari.
Vorrei spendere qualche parola in particolare per Michela Cescon, già apprezzata attrice per Garrone in Primo amore e per Bellocchio in Vincere, che dimostra la sua versatilità nell'interpretare un ruolo tra il comico e il melodrammatico, facendoci alla fine risultare addirittura simpatico il suo personaggio.

Certo, mi colpisce sempre del teatro quel ritmo narrativo un po' sincopato, quell'unità di tempo e luogo cui il cinema e la televisione ci hanno disabituati. Ma forse il teatro, proprio per questo suo collocarsi volontariamente sopra le righe senza voler necessariamente scimmiottare la realtà, ci restituisce un'immagine più vera di quello che siamo nella nostra essenza.

Voto: 3,5/5