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venerdì 29 dicembre 2023

La vita davanti a sé / con Silvio Orlando. Teatro Ambra Jovinelli, 29 novembre 2023

Non ho ancora letto il libro di Romain Gary, che a suo tempo ha vinto in Francia il premio Goncourt, il più importante a livello nazionale. Tra l’altro la storia è molto interessante, perché – avendo Gary già vinto il premio precedentemente con Le radici del cielo - il romanzo uscì nel 1975 sotto il nome dello scrittore Emile Ajar, pseudonimo dello stesso Gary, consentendogli così di concorrere nuovamente, visto che il regolamento del premio prevede che lo stesso scrittore non lo possa vincere due volte. La verità si è scoperta solo dopo la morte di Gary, quando La vita davanti a sé era già diventato un vero e proprio classico, tradotto in tutte le lingue del mondo.

La storia è quella di un ragazzino di dieci anni, Mohamed, detto Momò, che – in quanto figlio di una prostituta – vive, insieme ad altri bambini con la medesima storia, nella casa di Madame Rosa, la quale dopo aver abbandonato la professione si è inventata in questo nuovo ruolo.

Quella di Momo è una storia di coming of age, ma declinata all’interno di un contesto molto particolare, nel quale il bambino è un emarginato alla ricerca costante dell’attenzione e dell’affetto altrui. Si tratta dunque di una storia di acquisizione progressiva di consapevolezza di sé, ma anche di una specie di storia d’amore sui generis.

Silvio Orlando decide di portare questa storia a teatro, accompagnato sul palco solo dal commento musicale dell’Ensemble dell’Orchestra Terra Madre (Simone Campa a chitarra battente e percussioni, Gianni Denitto a clarinetto e sax, Maurizio Pala fisarmonica, Cheikh Fall e Kaw Sissoko kora e djembe), che crea delle piccole pause nel flusso dei ricordi e delle parole.

Orlando si cala nei panni di questo bambino, e ne racconta la storia in prima persona, introducendo quando necessario anche le voci degli altri personaggi.

La scenografia rappresenta in forma semplificata la grande casa a Belleville, al cui quarto piano si trova l’appartamento di Madame Rosa, ma che ospita molte altre persone che vivono ai margini della città. Sul palco una poltrona e pochi altri elementi a rappresentare sia gli interni che gli esterni nei quali la storia si svolge.

Non posso dire che lo spettacolo non sia ben fatto e che Orlando non abbia fatto un buon lavoro di adattamento di questo testo alla drammaturgia teatrale, e – come sempre – anche le sue capacità interpretative non si discutono.

Devo però ammettere che lo spettacolo non mi ha conquistato. Personalmente di fronte a uno spettacolo di questo tipo non riesco a non pensare che sarebbe stato meglio leggere il romanzo e che tutto sommato la messa in scena non aggiunge niente, anzi forse toglie qualcosa alla scrittura. È chiaro che si tratta di mezzi di espressione differenti, e ognuno ha la sua specificità, e credo sia semplicistico e sicuramente non corrispondente alla realtà dire che a teatro funzionano sempre meglio i testi scritti per il teatro.

Però – che dire? – forse sono io che ho un cuore di pietra in questo momento, ma non sono riuscita a commuovermi, né a empatizzare fino in fondo, e l’interpretazione di Orlando mi ha comunque creato una distanza con il personaggio. Persino i tentativi di mescolare ironia e dramma – sicuramente caratteristica presente anche nel romanzo – per me non hanno perfettamente funzionato nello spettacolo.

Ma sicuramente si tratta di un giudizio soggettivo e parziale, visto che in giro leggo tutte recensioni piuttosto entusiastiche.
Come sempre il consiglio è di andare a vederlo, e farsi personalmente e direttamente una propria opinione.

Voto: 3/5

mercoledì 13 luglio 2022

Ariaferma

Avevo tanto sentito parlare di questo film e molte persone me ne avevo consigliato la visione. Finalmente grazie alla rassegna estiva "Isola del cinema" riesco a recuperarlo in una calda e umida sera d'estate, che vede anche la partecipazione dei responsabili e dei volontari della Comunità di Sant'Egidio, da sempre impegnata sul fronte carcerario, oltre che in molti altri settori.

Siamo in un carcere fatiscente, isolato tra le montagne. Il carcere sta per chiudere e tutti i detenuti saranno trasferiti in altre strutture. Anche gli agenti della polizia penitenziaria assaporano la loro ultima sera in questo luogo. Il giorno dopo arriva però la brutta notizia: 12 dei detenuti del carcere, tra cui il boss Carmine Lagioia (Silvio Orlando), dovranno rimanere ancora perché il carcere che doveva accoglierli non è ancora pronto a farlo, e dunque un piccolo gruppo di agenti, capeggiati da Gaetano Gargiulo (Toni Servillo) deve restare a presidiarli.

I detenuti vengono spostati nelle celle della "rotonda", lo spazio centrale del carcere, per consentirne una più agile vigilanza, e da qui inizia una convivenza fin troppo stretta e in fondo una doppia reclusione, detenuti e agenti entrambi in attesa di ricevere notizie su quando potranno andar via da questa struttura in abbandono.

Da un'iniziale condizione di distanza e di muso duro tra agenti e detenuti, a poco a poco, anche grazie all'arrivo in carcere del giovane e tormentato Fantaccini, le distanze si accorciano: Gargiulo consente a Lagioia di utilizzare le cucine per preparare pranzi e cene per i detenuti, sorvegliandolo personalmente.

Così, nel buio di un blackout causato da un temporale, la diffidenza reciproca, i pregiudizi bidirezionali, le ostilità sotterranee e palesi cadono per lasciare il posto alla convivialità e allo scambio, di fronte ai quali ci si riconosce come esseri umani prima che come detenuti e guardie.

Sostenuto da immagini di grande impatto visivo e da una colonna sonora non scontata di Pasquale Scialò, il film è un invito a superare le barriere e a vincere le paure per incontrare l'altro, anche quello più distante da noi, perché spesso si finisce per riconoscersi molto più di quanto si immaginerebbe.

Di Leonardo Di Costanzo avevo visto L'intervallo, che sostanzialmente tratta lo stesso tema, solo che in quel caso i ruoli della guardia e della prigioniera erano svolti rispettivamente da un ragazzo e una ragazza, unici protagonisti del film, mentre qui il discorso diventa corale e sale di livello, spostandosi - se vogliamo - dal piano personale a quello sociale. In un certo senso anche L'intrusa, altro bel film di Di Costanzo, ruotava intorno al tema dell'incontro e della capacità non scontata di superare le barriere - psicologiche e sociali - per accogliere l'altro nella sua individualità e non per quello che rappresenta.

Voto: 3,5/5



venerdì 7 febbraio 2020

Si nota all’imbrunire / con Silvio Orlando. Teatro Quirino, 24 gennaio 2020

Silvio (Orlando) è un vedovo che si è ritirato a vivere in una casa di campagna in un paesino di pochi abitanti. La sua è diventata un’esistenza prevalentemente statica (Silvio sta per la maggior parte del tempo seduto) e costruita intorno a specifiche abitudini e piccole manie, che nella maggior parte dei casi non contemplano, anzi escludono l’interazione con altre persone.

In occasione però del suo compleanno e dell’anniversario della morte della moglie, arrivano a casa i figli, Maria (Maria Laura Rondanini), Alice (Redini) e Riccardo (Vincenzo Nemolato), nonché il fratello Roberto (Nobile).

Questa convivenza (più o meno forzata) porta alla luce tutte le dinamiche familiari, quella relativa al rapporto tra padre e figli, quella tra i fratelli Silvio e Roberto e, infine, quella tra i figli, ormai adulti, ognuno con la propria vita e le proprie complessità. Maria è pedante e depressa, convinta di poter salvare il mondo, Alice ha ambizioni da poetessa ma è frustrata da una sostanziale mancanza di creatività e si rifugia in un atteggiamento un po’ infantile, Riccardo vuole fare i soldi facilmente e senza lavorare; ognuno di loro alterna momenti di sintonia e altri di conflittualità con gli altri componenti della famiglia, a tratti rifugge e poi ritorna all’alveo familiare in una danza infinita che oscilla tra autonomia e dipendenza. Tutti hanno qualcosa da dire al loro padre, di cui non condividono la scelta di isolamento, esattamente come il fratello di lui, Roberto, sempre pronto a rintuzzare Silvio.

Lo spettacolo – in perfetto stile dramedy - si muove tra momenti leggeri e ironici, che fanno ridere e sorridere (anche grazie alla bella interpretazione di Silvio Orlando), e momenti drammatici e malinconici, che fanno riflettere e in cui tutti potranno riconoscere dinamiche familiari note e personali.

Il testo di Lucia Calamaro (che è anche la regista dello spettacolo) ha vinto il premio Ubu come miglior testo o nuovo progetto drammaturgico ed è anche una pubblicazione di Marsilio con il titolo Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato).

La sua forza si gioca, oltre che sull’equilibrio tra ironia e malinconia, sul colpo di scena finale che in parte ribalta l’interpretazione della storia raccontata e conferisce a quanto visto e ascoltato un significato forse più complesso e sicuramente meno consolatorio, puntando l’attenzione sui rischi dell’isolamento sociale delle persone che si trovano nella condizione di Silvio.

A me il testo è piaciuto però molto di più nelle parti dedicate alla disamina dei rapporti familiari, agli approfondimenti dei profili psicologici individuali e ai rischi prodotti sugli equilibri familiari dall’irrisolutezza individuale e dal mancato rispetto verso le scelte altrui. La frase che a un certo punto Silvio dice in merito al fatto che bisognerebbe smettere di essere genitori e figli quando questi ultimi hanno 30-40 anni e diventare semmai parenti alla lontana o conoscenti è qualcosa di profondamente vero e su cui forse non si è ancora riflettuto abbastanza.

Molto meno mi sono piaciute le digressioni diciamo “di puro intrattenimento”, in particolare alcuni piccoli monologhi affidati al fratello Roberto, fors’anche perché non amo la recitazione molto spinta sulla macchietta di Roberto Nobile (già visto insieme a Silvio Orlando nella messa in scena di Lacci di Starnone).

Nel complesso un testo per me un po’ discontinuo, ma con diversi punti forti e vette narrative non certo scontate, e con una messa in scena pulita e registicamente efficace.
Osservo con F. che deve esserci in questo periodo la moda delle scenografie con le quinte (delle pareti semitrasparenti su cui si aprono porte e che simulano ambienti diversi e livelli narrativi a volte differenti), perché ultimamente ne abbiamo viste a teatro almeno tre (in questo spettacolo, in Zero e in Ditegli sempre di sì): belle, ma magari meglio non esagerare ;-)

Voto: 3,5/5

mercoledì 8 febbraio 2017

Lacci / con Silvio Orlando. Teatro Piccolo Eliseo, 4 febbraio 2017

A suo tempo il libro di Starnone mi era piaciuto molto. Così quando ho visto in programmazione al Teatro Piccolo Eliseo l’adattamento teatrale del testo con protagonista Silvio Orlando ho proposto ad alcune amiche di andare a vederlo e ci siamo assicurate i biglietti, che sono andati rapidamente esauriti per tutto il periodo di programmazione.

Lo spettacolo è in buona parte fedele al testo originario.

La scenografia in cui vengono messe in scena le tre parti in cui si articola il romanzo è sempre la stessa, ossia la casa dove vivono Aldo e Vanda, sua moglie, una specie di salone con due grandi finestre e arredi e soprammobili tutti grigi.

Il primo atto vede protagonista la moglie di Aldo, attraverso le lettere inviate al marito durante i quattro lunghi anni della loro separazione, dovuta al fatto che Aldo si era innamorato della giovane Lidia. Sul palco, mentre lo stesso Aldo sta seduto su una sedia intento a leggere le lettere, sua moglie, vicina ma distante, le interpreta con grande carica emotiva.

Nel secondo atto siamo catapultati avanti nel tempo, di nuovo nella casa di Aldo e Vanda ormai vecchi, per l’esattezza in occasione del loro ritorno a casa da una vacanza che li mette di fronte alla sgradevole sorpresa di trovare la casa completamente sottosopra, forse visitata dai ladri.

Mentre Vanda dorme, Aldo insieme al vicino di casa mette a posto il disordine della sala e nel frattempo racconta all’amico il suo punto di vista sui quattro anni di separazione dalla moglie e i motivi che lo hanno portato a tornare a casa, nonostante l’amore mai dimenticato per Lidia.

Infine, il terzo atto ci riporta ancora una volta in casa, dove arrivano i due figli di Aldo, Sandro e Anna. Comprendiamo fin dalle prime battute che la narrazione ci ha riportato questa volta indietro nel tempo, mentre Aldo e Vanda sono ancora in vacanza e Sandro e Anna si sono dati appuntamento in casa dei genitori apparentemente per occuparsi del gatto, Labes, ed in realtà per parlarsi visto che è da tempo che hanno interrotto la comunicazione tra di loro.

A poco a poco i due si ritrovano risucchiati nei ricordi di quei quattro anni in cui il loro padre li ha abbandonati e tirano fuori tutti i rancori che non hanno mai superato nei confronti dei genitori.

Il risultato della messa in scena è certamente apprezzabile, ma dopo il secondo me folgorante avvio del monologo di Vanda che interpreta le lettere al marito mi pare che la complessità e la potenza che a tratti caratterizza il romanzo di Starnone finiscano appiattiti e in un certo senso attutiti nel secondo atto dello spettacolo, in cui il lungo monologo di Aldo presente nel libro viene trasformato – sicuramente per rendere la messa in scena meno statica – in un dialogo tra Aldo e il suo vicino di casa, il quale tra l’altro fa da contrappunto ironico e dunque inevitabilmente contribuisce a togliere pathos alla lunga confessione del protagonista.

Inoltre, a parte il monologo iniziale di Vanessa Scalera, forse un po’ carico dal punto di vista della recitazione, ma molto efficace e coinvolgente, per il resto la recitazione degli attori sul palco non mi convince del tutto, troppo sottotono (ad esempio nel caso di Silvio Orlando che evidentemente ha letto in questo modo il suo personaggio) e troppo robotica, quasi ingessata, nel caso degli altri personaggi.

Insomma esco dal teatro non scontenta di aver visto lo spettacolo, che sicuramente resta comunque meritevole, ma delusa da quello che avrebbe potuto essere e secondo me non è stato fino in fondo in questo adattamento.

Voto: 3/5

lunedì 1 marzo 2010

Genitori & figli: Agitare bene prima dell'uso

Diciamocelo: andare a vedere questo film per me è stato sostanzialmente un ripiego. Non dico che non l'avrei visto, ma certo ieri non ero uscita di casa per vederlo. E così, complice lo sciopero di diverse sale cinematografiche romane, alla fine mi sono ritrovata in una stracolma sala del Savoy a vedere Genitori & figli: Agitare bene prima dell'uso, di cui tra l'altro avevo sentito parlare la sera prima a Che tempo che fa dal regista Giovanni Veronesi e da una delle protagoniste, la mia adorata Lucianina Littizzetto.

Il film, come ha raccontato il regista, si ispira ai contenuti di una selezione di temi scritti da adolescenti in diverse scuole italiane sul rapporto genitori/figli. E infatti se un merito dobbiamo riconoscere a questo film è certamente la sua freschezza e la sua verità nel rappresentare queste dinamiche, senza scadere in dramma e senza pretendere di proporre modelli, soluzioni e ricette.

Il film strappa frequentemente la risata senza essere stupido, riesce ad essere leggero senza essere necessariamente superficiale. Il cast di attori è di prim'ordine, sebbene devo dire che i più convincenti siano alla fine proprio i ragazzi, la protagonista Nina (Chiara Passarelli), il suo filarino detto Ubaldolay (Vittorio Emanuele Propizio), Gigio (Andrea Fachinetti), il figlio del professore Michele Placido.

Alla fine, però, si ha l'impressione di aver assistito a una puntata di una fiction televisiva, potrebbe essere Un medico in famiglia, o I liceali, o qualunque altra cosa di questo genere. Ci scivola addosso senza lasciare il segno, senza darci nuove prospettive, senza scombinare le carte, senza costringerci a riflettere; non ci dice niente che non sapessimo già e indugia anche in un sostanziale buonismo per cui si esce dal cinema senza essere nemmeno particolarmente preoccupati, perché alla fine tutto in fondo si conclude per il meglio, anche se come dice Nina, in questo caso non conta tanto l'intelligenza, ma è solo questione di c**o.

Gli stessi attori, pur bravi, non tirano fuori approcci inediti e volti nascosti, sono loro, esattamente come li conosciamo, da Silvio Orlando a Margherita Buy a Piera degli Esposti. E Lucianina è al contempo un po' troppo sopra le righe e un po' troppo irregimentata per i suoi standard. Non c'è niente da fare, lei, bisogna lasciarla parlare a ruota libera, questa è la sua forza.

Alla fine, Giovanni Veronesi non solo non riesce a rinunciare al linguaggio e agli stereotipi della commedia all'italiana - e la cosa in sé non avrebbe nulla di male -, ma non riesce a sollevare la farsa, la battuta spiritosa, la colorita espressione romanesca in strumento di un discorso più articolato e approfondito.

Insomma, esco dal cinema, e mi viene un po' di tristezza, perché erano anni che non vedevo una sala così piena di gente e un pubblico così contento di aver visto un film, e penso che forse questo è l'unico livello di comunicazione che oggi sappiamo o vogliamo accogliere perché non ci va affatto di gestire emotivamente una maggiore drammaticità né di dover fare i conti con qualcosa che non sia lineare e rassicurante. Peccato che la vita non è una commedia all'italiana.
O forse sì?

Voto: 2,5/5

sabato 9 gennaio 2010

Il dio della carneficina

È in programmazione fino al 10 gennaio al Teatro Eliseo di Roma l'opera teatrale Il dio della carneficina, dell'autrice francese di origine iraniana Yasmine Reza.

La pièce ha avuto uno straordinario successo in Francia ed è stata rappresentata in numerosi altri paesi europei, coinvolgendo grandi attori, da Isabelle Huppert a Ralph Fiennes.
Anche a Roma, dove questa è la seconda stagione teatrale in cui l'opera viene portata in scena, il cast è di tutto rispetto: Silvio Orlando, Anna Bonaiuto, Alessio Boni e Michela Cescon, per la regia di Roberto Andò.

Siamo in un interno borghese dove due coppie si incontrano per discutere come gestire le conseguenze di un violento litigio tra il figlio dell'una e quello dell'altra. Tutto comincia su toni molto moderati e formali, ma - man mano che il confronto va avanti -, complice un malore e un po' di rum, il dialogo diventa acceso non solo mettendo in contrapposizione le due coppie, ma anche marito e moglie all'interno di ciascuna coppia. Le ipocrisie borghesi vengono messe a nudo e derise, la presunta civiltà occidentale ne esce a pezzettini, la famiglia rivela il suo vero volto... Ossessioni, paranoie e schizofrenie sembrano essere la cifra dominante delle persone in una società che evidentemente non ci dà la possibilità di entrare davvero in contatto con noi stessi.
Eppure, nonostante tutto questo, si ride, riconquistando quella leggerezza che i protagonisti ammettono di aver definitivamente perso.

Gli attori sono tutti bravissimi. Poco da dire su Silvio Orlando, che incarna alla perfezione il suo personaggio crudelmente dimesso, ed è in grado di conferirgli - non solo attraverso le parole - uno spessore e un colore straordinari.
Vorrei spendere qualche parola in particolare per Michela Cescon, già apprezzata attrice per Garrone in Primo amore e per Bellocchio in Vincere, che dimostra la sua versatilità nell'interpretare un ruolo tra il comico e il melodrammatico, facendoci alla fine risultare addirittura simpatico il suo personaggio.

Certo, mi colpisce sempre del teatro quel ritmo narrativo un po' sincopato, quell'unità di tempo e luogo cui il cinema e la televisione ci hanno disabituati. Ma forse il teatro, proprio per questo suo collocarsi volontariamente sopra le righe senza voler necessariamente scimmiottare la realtà, ci restituisce un'immagine più vera di quello che siamo nella nostra essenza.

Voto: 3,5/5