Nel non tantissimo che offre il cinema nella prima metà di dicembre io e S. decidiamo di andare a vedere questo - tutto sommato piccolo - film italiano, anzi sarebbe meglio dire modenese, visto che La California del titolo è una frazione del comune modenese di Castelfranco Emilia.
Il film di Cinzia Bomoll è un piccolo thriller: racconta la storia di due sorelle gemelle, Ester e Alice (Silvia e Giulia Provvedi, per me sconosciute, ma che ho scoperto avere vari trascorsi musicali e soprattutto televisivi), figlie avute da una madre troppo giovane e destinata alla depressione (Eleonora Giovanardi) e da un padre eterno punk adolescente (Lodo Guenzi). Le due bambine, poi ragazze si muovono all'interno di questo piccolissimo paese di provincia con quei sentimenti contraddittori che tipicamente caratterizzano le persone che abitano quei posti che sono al contempo molto protettivi ma anche molto chiusi, e da cui si vuole scappare, ma a cui si è anche visceralmente legati. L'arrivo in paese di un cileno fuggito dalla dittatura e del suo giovane figlio innesca una catena di eventi che non potrà che avere un esito tragico, come del resto non era difficile prevedere fin dalle prime battute della voce narrante (Piera Degli Esposti), figura fantasmatica coperta di nero che compare nei momenti cruciali della narrazione.
Il film ha un sicuro merito: quello di riuscire a rendere perfettamente l'atmosfera immobile della provincia e l'inquietudine della comunità che la abita. In provincia esiste la stessa varietà di situazioni che abita altri luoghi, ma con la differenza che qui è sotto gli occhi di tutti e viene masticata collettivamente fino a risultare componente non anomala del tessuto sociale, anche lì dove venga sbeffeggiata o stigmatizzata.
Da questo punto di vista molti elementi del film sono credibili e colpiscono nel segno.
Narrativamente però il film risulta un po' debole, e alcune trovate registiche appaiono quasi scolastiche, così come la recitazione di alcuni degli attori, ad esempio le due ragazze, risulta davvero legnosa e a tratti fastidiosa.
Un film che certamente non ha grandi ambizioni e non vuole essere pretenzioso, ma che fa egregiamente il suo, pur con qualche riconoscibile e forse inevitabile limite.
Voto: 3/5
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martedì 3 gennaio 2023
lunedì 29 maggio 2017
Orecchie
Il film di Alessandro Aronadio è secondo me uno di quei film di nicchia destinati a diventare un piccolo cult.
Orecchie racconta una giornata della vita del protagonista (un bravissimo Daniele Parisi, che a tratti mi ha ricordato Mastandrea), dal momento in cui si sveglia, con un fastidioso fischio all'orecchio, a casa della sua fidanzata Alice (Silvia D'Amico) fino alla partecipazione al funerale del presunto amico Luigi.
Nel mezzo una serie di incontri ai limiti del surreale: le due suore che gli suonano il campanello per parlargli della Bibbia, la vicina di casa che gli vuole mostrare le foto del defunto marito, la receptionist del Pronto soccorso che non smette un attimo di chattare al cellulare, il ragazzino rapper a cui dà lezioni private, i due folli medici che lo visitano, il colloquio di lavoro con la direttrice di un giornale, l'incontro con la madre e il suo nuovo compagno performer, la visita a casa di un suo vecchio professore e di sua moglie, infine la chiacchierata con il prete che celebrerà il funerale di Luigi. Tra questi personaggi molti volti noti del cinema tra cui Pamela Villoresi, Massimo Wertmuller, Milena Vukotich, Piera degli Esposti, Ivan Franek, Rocco Papaleo.
Il tutto in un bianco e nero bello e poetico che, attraverso le lunghe passeggiate del protagonista, ci fa riscoprire non solo la Roma del centro e i suoi vicoli, ma anche le periferie, i palazzi e la street art.
E poi prestate attenzione a quello che accade sullo schermo, dove il formato del girato inizia dal verticale, poi diventa quadrato (difficilissimo e bellissimo) e finisce gradualmente in un più tradizionale 4:3, senza che questo provochi nello spettatore il minimo senso di straniamento e di discontinuità grazie al sapiente uso della composizione dell'immagine, sempre studiata in relazione al formato.
Parallelamente a questo ampliamento degli orizzonti di visione si compie il percorso del protagonista, un antieroe, insegnante supplente mite e un po' sfigato e forse anche un po' depresso e al contempo narcisista, certamente deluso dalla vita e dalle persone che sono - entrambe - molto lontane da quello a cui aspirerebbe e su cui non vuole scendere a compromessi. Un percorso volutamente sopra le righe alla scoperta della follia del mondo e della sua incomprensibilità per tornare infine a se stessi e comprendere che la radice della propria insoddisfazione sta nell'incapacità di accettare e un po' anche di rassegnarsi, nel rifiuto di condividere una superficialità che talvolta è anche leggerezza, nel cinismo che impedisce di fare delle scelte e anche di rischiare, con l'esito di ritrovarsi soli in questa che è l'unica vita che ci è stata data.
Un film, quello di Aronadio, tutto giocato su una cifra ironica che diventa a tratti esilarante, a volte amara, e che ricorda a livello di sensazione il cinema di Ciprì e Maresco. Una commedia in fondo a lieto fine, ma il cui messaggio non riesce a essere del tutto confortante.
Un invito a riflettere su noi stessi quando ci muoviamo sul fragile crinale che sta tra l'esercizio dello spirito critico e l'essere disadattati, tra una felicità superficiale e una tristezza profonda, tra la difesa della nostra identità e l'incapacità di esprimere e condividere le nostre emozioni.
Come non riconoscersi nel disagio esistenziale, nel male di vivere, nel senso di inadeguatezza e al contempo di superiorità del personaggio interpretato da Daniele Parisi?
Voto: 4/5
Orecchie racconta una giornata della vita del protagonista (un bravissimo Daniele Parisi, che a tratti mi ha ricordato Mastandrea), dal momento in cui si sveglia, con un fastidioso fischio all'orecchio, a casa della sua fidanzata Alice (Silvia D'Amico) fino alla partecipazione al funerale del presunto amico Luigi.
Nel mezzo una serie di incontri ai limiti del surreale: le due suore che gli suonano il campanello per parlargli della Bibbia, la vicina di casa che gli vuole mostrare le foto del defunto marito, la receptionist del Pronto soccorso che non smette un attimo di chattare al cellulare, il ragazzino rapper a cui dà lezioni private, i due folli medici che lo visitano, il colloquio di lavoro con la direttrice di un giornale, l'incontro con la madre e il suo nuovo compagno performer, la visita a casa di un suo vecchio professore e di sua moglie, infine la chiacchierata con il prete che celebrerà il funerale di Luigi. Tra questi personaggi molti volti noti del cinema tra cui Pamela Villoresi, Massimo Wertmuller, Milena Vukotich, Piera degli Esposti, Ivan Franek, Rocco Papaleo.
Il tutto in un bianco e nero bello e poetico che, attraverso le lunghe passeggiate del protagonista, ci fa riscoprire non solo la Roma del centro e i suoi vicoli, ma anche le periferie, i palazzi e la street art.
E poi prestate attenzione a quello che accade sullo schermo, dove il formato del girato inizia dal verticale, poi diventa quadrato (difficilissimo e bellissimo) e finisce gradualmente in un più tradizionale 4:3, senza che questo provochi nello spettatore il minimo senso di straniamento e di discontinuità grazie al sapiente uso della composizione dell'immagine, sempre studiata in relazione al formato.
Parallelamente a questo ampliamento degli orizzonti di visione si compie il percorso del protagonista, un antieroe, insegnante supplente mite e un po' sfigato e forse anche un po' depresso e al contempo narcisista, certamente deluso dalla vita e dalle persone che sono - entrambe - molto lontane da quello a cui aspirerebbe e su cui non vuole scendere a compromessi. Un percorso volutamente sopra le righe alla scoperta della follia del mondo e della sua incomprensibilità per tornare infine a se stessi e comprendere che la radice della propria insoddisfazione sta nell'incapacità di accettare e un po' anche di rassegnarsi, nel rifiuto di condividere una superficialità che talvolta è anche leggerezza, nel cinismo che impedisce di fare delle scelte e anche di rischiare, con l'esito di ritrovarsi soli in questa che è l'unica vita che ci è stata data.
Un film, quello di Aronadio, tutto giocato su una cifra ironica che diventa a tratti esilarante, a volte amara, e che ricorda a livello di sensazione il cinema di Ciprì e Maresco. Una commedia in fondo a lieto fine, ma il cui messaggio non riesce a essere del tutto confortante.
Un invito a riflettere su noi stessi quando ci muoviamo sul fragile crinale che sta tra l'esercizio dello spirito critico e l'essere disadattati, tra una felicità superficiale e una tristezza profonda, tra la difesa della nostra identità e l'incapacità di esprimere e condividere le nostre emozioni.
Come non riconoscersi nel disagio esistenziale, nel male di vivere, nel senso di inadeguatezza e al contempo di superiorità del personaggio interpretato da Daniele Parisi?
Voto: 4/5
lunedì 1 marzo 2010
Genitori & figli: Agitare bene prima dell'uso
Diciamocelo: andare a vedere questo film per me è stato sostanzialmente un ripiego. Non dico che non l'avrei visto, ma certo ieri non ero uscita di casa per vederlo. E così, complice lo sciopero di diverse sale cinematografiche romane, alla fine mi sono ritrovata in una stracolma sala del Savoy a vedere Genitori & figli: Agitare bene prima dell'uso, di cui tra l'altro avevo sentito parlare la sera prima a Che tempo che fa dal regista Giovanni Veronesi e da una delle protagoniste, la mia adorata Lucianina Littizzetto.Il film, come ha raccontato il regista, si ispira ai contenuti di una selezione di temi scritti da adolescenti in diverse scuole italiane sul rapporto genitori/figli. E infatti se un merito dobbiamo riconoscere a questo film è certamente la sua freschezza e la sua verità nel rappresentare queste dinamiche, senza scadere in dramma e senza pretendere di proporre modelli, soluzioni e ricette.
Il film strappa frequentemente la risata senza essere stupido, riesce ad essere leggero senza essere necessariamente superficiale. Il cast di attori è di prim'ordine, sebbene devo dire che i più convincenti siano alla fine proprio i ragazzi, la protagonista Nina (Chiara Passarelli), il suo filarino detto Ubaldolay (Vittorio Emanuele Propizio), Gigio (Andrea Fachinetti), il figlio del professore Michele Placido.
Alla fine, però, si ha l'impressione di aver assistito a una puntata di una fiction televisiva, potrebbe essere Un medico in famiglia, o I liceali, o qualunque altra cosa di questo genere. Ci scivola addosso senza lasciare il segno, senza darci nuove prospettive, senza scombinare le carte, senza costringerci a riflettere; non ci dice niente che non sapessimo già e indugia anche in un sostanziale buonismo per cui si esce dal cinema senza essere nemmeno particolarmente preoccupati, perché alla fine tutto in fondo si conclude per il meglio, anche se come dice Nina, in questo caso non conta tanto l'intelligenza, ma è solo questione di c**o.
Gli stessi attori, pur bravi, non tirano fuori approcci inediti e volti nascosti, sono loro, esattamente come li conosciamo, da Silvio Orlando a Margherita Buy a Piera degli Esposti. E Lucianina è al contempo un po' troppo sopra le righe e un po' troppo irregimentata per i suoi standard. Non c'è niente da fare, lei, bisogna lasciarla parlare a ruota libera, questa è la sua forza.
Alla fine, Giovanni Veronesi non solo non riesce a rinunciare al linguaggio e agli stereotipi della commedia all'italiana - e la cosa in sé non avrebbe nulla di male -, ma non riesce a sollevare la farsa, la battuta spiritosa, la colorita espressione romanesca in strumento di un discorso più articolato e approfondito.
Insomma, esco dal cinema, e mi viene un po' di tristezza, perché erano anni che non vedevo una sala così piena di gente e un pubblico così contento di aver visto un film, e penso che forse questo è l'unico livello di comunicazione che oggi sappiamo o vogliamo accogliere perché non ci va affatto di gestire emotivamente una maggiore drammaticità né di dover fare i conti con qualcosa che non sia lineare e rassicurante. Peccato che la vita non è una commedia all'italiana.
O forse sì?
Voto: 2,5/5
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