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giovedì 8 ottobre 2015

Io e lei

Se volessi fare la snob radical chic comincerei ad elencare tutti i difetti e le semplificazioni che caratterizzano questo film di Maria Sole Tognazzi, e certamente non mi mancherebbe la materia per farlo.

E invece di Io e lei voglio parlarne bene, perché credo che - oltre ad essere un film gradevole e divertente - sia un'operazione delicatamente istruttiva, potremmo dire un'operazione di condivisibile populismo, di cui in questo paese su certi temi abbiamo bisogno. Cosa di cui mi rendo ancora più conto quando all'uscita del film ascolto commenti maschili di questo tenore: "Vabbè, in fondo tra due donne è una cosa accettabile...".

Leggo che qualche critico si lamenta del fatto che si tratti di una commedia senza originalità né guizzi, che riproduce il perbenismo che caratterizza ormai quasi tutte le commedie italiane. E potrei anche essere d'accordo se non fosse che in questo caso si tratta di una scelta del tutto consapevole e voluta, perché qui l'aspetto dirompente sta già nelle protagoniste, due donne mature (interpretate tra l'altro da due attrici famose e fortemente presenti nell'immaginario collettivo, Margherita Buy e Sabrina Ferilli) che stanno insieme da cinque anni e che vivono un momento delicato del loro rapporto di coppia. La crisi comincia quando Marina (la disinibita e popolare Sabrina Ferilli), che ha lasciato il cinema per fare l'imprenditrice, decide di tornare a recitare in un film contro il parere della sua compagna (che non ama troppo l'esposizione mediatica), mentre Federica (l'insicura e preoccupata Margherita Buy) incontra una sua vecchia fiamma, un oculista trasferitosi da poco a Roma e fresco di separazione, e tradisce la sua compagna.

La parola chiave di questo film è normalità, ossia raccontare l'amore tra queste due donne esattamente come si farebbe per un amore eterosessuale, evitando stereotipi e forzature, facendone emergere l'universalità di alcune dinamiche e contemporaneamente le difficoltà specifiche, in buona parte determinate dal contesto socio-culturale. L'unico elemento macchiettistico è il domestico filippino gay, Rolando, che però - oltre a portare una nota divertente e colorata - può essere considerato una specie di citazione.

Le due attrici sono brave, per quanto qualcuno le dica poco credibili come amanti (la Ferilli eccelle soprattutto nella sua dimensione ironica e romanesca, meno secondo me in quella drammatica, la Buy è invece perfetta nella sua recitazione "dimessa" ma intensa) e - anche se è un po' vero che i personaggi di contorno restano un po' superficiali (l'ex marito di Federica, il figlio Bernardo, l'amante Marco, la famiglia un po' coatta di Marina) - è altrettanto vero che non ci sono demonizzazioni né tentativi di creare contrapposizioni tra buoni e cattivi. Ciascuno è quello che è e fa quello come può, come accade nella vita di tutti.

Con tocco delicato e venato di ironia, gli sceneggiatori affrontano il tema con un efficace piglio nazional-popolare ma colgono anche l'occasione per sollevare alcune problematiche specifiche, portando allo scoperto difficoltà e pregiudizi che ancora oggi rendono una storia come questa (basata sull'amore e sui normali problemi di una coppia) "diversa" agli occhi degli altri e di chi - come Federica - non vuole farsi incasellare in una categoria, ma semplicemente vuole poter amare la persona di cui è innamorata senza essere giudicata.

Io l'ho trovato sopra tutto un film "sincero". E questo mi basta.

(Poi ha ragione anche Claudio Rossi Marcelli, ma credo che la decisione della regista di non portare sullo schermo l'atto sessuale faccia parte di un tentativo di sottrarsi alla morbosità e di poter parlare a tutti. Anche se di fronte a chi non riesce a uscire dai propri pregiudizi c'è poco da fare e qualunque scelta non è mai azzeccata).

Voto: 4/5

sabato 25 aprile 2015

Mia madre

Non posso certamente dire che quello di Nanni Moretti sia un brutto film; e comprendo le recensioni tra il commosso e l'entusiastico che ho letto in rete (ad esempio questa e questa). Però neppure posso dire che Mia madre mi abbia colpito e coinvolto. D'altra parte, quando poi vado a rileggere le mie recensioni ai suoi film precedenti mi rendo conto che il mio rapporto con Moretti resta problematico in ogni caso.

In generale, mi piace di più il Moretti un po' surreale e visionario di film quali Habemus papam e Il caimano, nei quali il Nanni nazionale guarda fuori di sé, al mondo sociale, politico, umano che lo circonda, sebbene - anche in questi casi - l'obiettivo sia sempre quello di indagare i meandri della natura umana e, attraverso di essi, se stesso.

Anche in questi casi - a dire la verità - io e lui non riusciamo ad essere veramente sulla stessa lunghezza d'onda da un punto di vista emotivo; però riesco ad accettarne lo sguardo onirico, certe forme di rigidità, nonché la distanza che in qualche modo il regista mette sempre tra sé e i suoi personaggi e persino rispetto a se stesso.

Va a finire che quello che apprezzo di più nei suoi film è la componente ludica, fatta di un'ironia tagliente e cinica che non risparmia nessuno, ma che è anche a tratti liberatoria.

E così in Mia madre il personaggio di Barry Huggins, interpretato da uno strepitoso John Turturro, è quello che mi è arrivato in maniera più diretta e sincera. Ora, posso certamente comprendere il meccanismo intellettualistico e il gioco di specchi tra realtà e finzione su cui è giocato l'intero film, e capisco anche quanto sia voluto che proprio il personaggio dell'attore sia quello che appare più vero e umano.

Fin dalle prime scene, mentre la regista Margherita (Margherita Buy, nel film l'alter ego di Moretti) sta girando il suo film Noi siamo qui, è chiara la cifra morettiana: stare dentro le cose non è un'opzione per lui praticabile, perché raccontare significa in qualche modo rielaborare e rielaborare è un'operazione intellettualistica. E ciò è tanto più vero se sei un regista, abituato - anche ormai al di là della sua volontà - a ricostruire la presunta realtà attraverso la macchina da presa. Così, realtà e finzione si rincorrono e si rispecchiano, scambiandosi i ruoli in un inseguimento percettivo che produce la paralisi emotiva della protagonista.

Per tutti questi motivi, la vicenda della malattia della madre (Giulia Lazzarini) di Margherita e di Giovanni (lo stesso Nanni Moretti) e il faticoso percorso che conduce infine Margherita non solo a guardare in faccia la morte, ma anche a provare a ri-guardare la propria vita (il proprio essere donna, madre, professionista) non hanno prodotto in me un vero processo di identificazione, bensì semmai un'operazione intellettualistica uguale e contraria a quella condotta da Nanni Moretti.

Mi sono sentita anche io in balia di "quello stronzo del regista" e non perché mi abbia presa in giro, bensì perché, nel fare la sua operazione di sincerità rispetto a se stesso, ha inevitabilmente creato una distanza con la mia sensibilità.

Voto: 3/5

mercoledì 3 ottobre 2012

Il rosso e il blu

Contrariamente a quanto affermato da molti critici veri, a me il Giuseppe Piccioni regista che è piaciuto di più è quello di La vita che vorrei, Giulia non esce la sera e Luce dei miei occhi, forse perché nella commedia italiana mi sembra che venga sempre fuori un elemento di banalità, mentre le storie drammatiche - per quanto imperfette - suggeriscano piani di riflessione più intima.

Detto questo, Il rosso e il blu è un film gradevolissimo e per niente stupido, con un superlativo Roberto Herlitzka nella parte del burbero e cinico professore di storia dell'arte, Fiorito (sic!).

La storia in realtà è un insieme di storie che si snodano tutte a partire da una classe e dall'interazione tra i suoi vari attori: i professori, gli alunni, le famiglie, il mondo esterno. E così c'è il giovane supplente Prezioso (Riccardo Scamarcio) e l'idealismo un po' ingenuo con cui affronta il suo lavoro, la preside pragmatica (Margherita Buy) alle prese con un alunno abbandonato dalla madre, il professor Fiorito e una sua vecchia alunna che lo cerca, Adam, il rumeno che è anche il più bravo della scuola, e le aspettative della sua famiglia, Ciacca e le sue battute in classe, l'insegnante di scienze e la fotosintesi clorofilliana.

Però alla fine - nella gradevolezza e anche veridicità complessiva che si percepisce - non si può fare a meno di pensare che questi film italiani ambientati nel mondo della scuola si assomigliano un po' tutti. Evidentemente è veramente difficile dire qualcosa di originale in proposito, se non che il contesto diventa sempre più complesso e critico, ma l'emotività di ragazzi e insegnanti è sempre la stessa. E non è un caso che anche a distanza di molto tempo, tutti ci riconosciamo in alcune dinamiche.

In questo senso, non può non tornare in mente un classico di questa cinematografia, La scuola di Daniele Luchetti, fors'anche per la parziale ripetizione degli attori protagonisti, e i punti di contatto sono in alcuni momenti talmente forti che le immagini dei due film quasi si sovrappongono.

E poi, posso muovere una lamentela ufficiale a chi fa i trailer? Ma possibile che debbano concentrare nel trailer i momenti più esilaranti e topici - ovviamente decontestualizzati - togliendo un bel po' di sorpresa a chi vedrà il film? Io per fortuna il trailer non l'avevo visto, anzi quasi quasi non vi metto neanche il link...

Ma no, dai, libertà di scelta. Sempre.

Voto: 3/5

lunedì 25 aprile 2011

Habemus papam

Il cinema di Nanni Moretti esercita su di me un irresistibile fascino e attrazione, tanto che nella pausa tra un film e l'altro rimuovo completamente i motivi per cui io e i suoi film non riusciamo quasi mai a stare sulla stessa lunghezza d'onda. Immancabilmente tutto mi torna alla mente quando sono in sala.

Chiariamoci. Il film mi è piaciuto, ironico e melanconico al punto giusto. Il tutto in un impianto registicamente e visivamente godibilissimo.

Il fatto è che la mia indole è esattamente a metà strada rispetto ai due poli intorno ai quali si sviluppa la "poetica" di Nanni, ossia il metafisico e l'iperrealistico. E così non mi sento del tutto a mio agio né di fronte a Nanni che gira con la sua Vespa in una Roma oniricamente vuota in Caro diario, né con l'immagine ravvicinata della bara saldata per sempre in La stanza del figlio.

Nel caso di Habemus papam, l'inizio è promettentemente realistico (la morte del papa, con immagini di repertorio, e i cardinali che si riuniscono in conclave per l'elezione del nuovo pontefice), ma dal momento in cui il prescelto seduto sulla sedia in attesa di offrirsi per la prima volta ai fedeli scoppia in un pianto disperato, eccoci di nuovo - quasi privi di punti di riferimento - di fronte al cinema di Moretti.

Michel Piccoli è straordinario nel ruolo del pontefice in crisi di fronte al peso e alla responsabilità del ruolo che gli è stato affidato e riesce a trasmettere un senso di spiazzante umanità che mai ci immagineremmo associata al capo della Chiesa cattolica. A questi fa da contraltare il dottor Brezzi (lo stesso Moretti), lo psicanalista chiamato inizialmente a trovare una soluzione alla depressione del neoeletto, poi tenuto in Vaticano in attesa che la crisi si risolva. Un non credente, narcisisticamente disadattato, che porterà un po' del suo cinico-ironico disincanto in quella fase di sospensione di regole e formalità che questa situazione inusitata per la Chiesa determinerà.

La cifra morettiana appare evidente nell'inserire qua e là elementi di non-senso mescolate alla ricerca di un - forse inesistente - senso profondo, domande aperte e situazioni irrisolte fatte apposta per lasciare lo spettatore con un senso di minorità e incompiutezza, banalità del quotidiano e sospensione onirica. Dimostrando in fondo che il dramma del papa è il dramma di tutti noi, è il senso della nostra fragilità e la consapevolezza del non avere nessuna consolazione ai nostri desideri, e che questo mondo fatto di riti e cerimonie millenarie è in realtà altrettanto semplice e umano quanto quello che sta fuori di quelle mura.

Immanenza contro trascendenza. Senza giudizi e pregiudizi. Senza contrapposizioni frontali. Tutti in qualche modo abbandonati a noi stessi (quel "deficit di accudimento" di cui parla la psicanalista Margherita Buy). Tutti alla ricerca di un senso, di una guida, della nostra felicità.
Non un film anticlericale, solo una riflessione/non riflessione sulla nostra - universale - umanità.

Voto: 3,5/5

mercoledì 14 aprile 2010

Happy family

Qualcuno mi ha fatto notare che le mie recensioni ai film sono sempre caratterizzate da un angolo visuale in un certo senso amorevole, poiché accade che quasi naturalmente io sia portata ad individuare un aspetto positivo, una nota emotivamente affine, una qualità apparentemente nascosta, una virtù in ciò che palesemente è un difetto. E questa è l'interpretazione di chi probabilmente mi legge con occhio altrettanto amorevole, lo stesso che io adotto verso il cinema e i film.

Qualcun altro potrebbe farmi notare che le mie recensioni sono inconcludenti perché di fatto non rispondono alla domanda che tutti cerchiamo quando ne leggiamo una: vale la pena andare a vedere questo film? com'è, bello o brutto?
Ebbene, effettivamente mi sono accorta di non essere quasi mai in grado di dare questa risposta. Che ne so se vale la pena? Per me vale sempre la pena andare al cinema, anche quando ne esco delusa o frustrata. Che ne so se il film che ho visto può essere bello o brutto per un'altra persona? È tutto così soggettivo, siamo tutti così diversi l'uno dall'altro, e ciascuno di noi è così emotivamente cangiante, che trovo praticamente impossibile garantire a chicchessia un consiglio che sicuramente funzioni.

E poi, come dice Salvatores, o meglio Groucho Marx (perché sua è la frase): "Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere... nella vita non c'è una trama". E forse è per questo che nel guardare e commentare un film mi viene naturale trovare qualcosa di bello, riscopro quell'ottimismo che ogni tanto perdo per strada nell'almeno apparente insensatezza che a volte il quotidiano ci propina. Per quanto... la vita, a differenza dei film, ha quello straordinario valore che è proprio di tutto ciò che non è per sempre.

Insomma, questa lunghissima premessa per dire che il nuovo film di Salvatores non mi ha convinto completamente, ma mi è piaciuto. E non c'è contraddizione in questa affermazione.

Visivamente di grandissimo effetto. Assolutamente straordinaria la fotografia di Italo Petriccione. Bellissimo lo sguardo sulla città di Milano, tanto grigia e algida nel film di Luca Guadagnino, quanto solare, poetica e sonora in Happy family.
Non nuova, ma di grande effetto, la scelta di connotare scene e personaggi con dei colori molto caratterizzati e vivaci (i rossi, i gialli, i bianchi che invadono e assorbono personaggi e oggetti e mi hanno richiamato alla mente la sensazione visiva de Il favoloso mondo di Amelie), ovvero di renderli uniformemente sommersi in tessuti fantasia che arredano pareti, letti, lampade e persone (da questo punto di vista mi ha ricordato un buffissimo film che ho visto qualche anno fa, La mia vita a Garden State).

E del resto la teatralità del film è assolutamente esplicita e scoperta. Una delle amiche con cui ero al cinema ha detto una cosa molto azzeccata: "A tratti sembra quasi un cartoon!".

Gli attori sono tutti molto bravi e gradevoli, da Fabio De Luigi (Ezio, l'autore che racconta e poi finisce nella storia), a Fabrizio Bentivoglio e Diego Abatantuono, a Margherita Buy e Carla Signoris. Anche i meno conosciuti, in particolare Valeria Bilello, se la cavano splendidamente.

E, su tutto, non c'è dubbio sul fatto che in questo film si rida, con intelligenza, ma di gusto. E questo è un merito non secondario.

Però - e veniamo alle note secondo me dolenti - il film resta esile nei contenuti emotivi e psicologici. Apre spiragli di riflessione che poi non sviluppa, sceglie giustamente di librarsi leggero, ma ogni tanto non riesce a sottrarsi a una certa superficialità, accenna riflessioni sulla vita che tendono un po' a cadere nel vuoto. Capisco che gli sceneggiatori abbiano voluto evitare il rischio "predicozzo insopportabile" di certi film italiani, ma certo è dura camminare su quel filo sottile che separa leggerezza e vacuità.

Insomma, la sensazione è che Happy family sia un film che porterò a lungo negli occhi, ma rapidamente mi uscirà dalla testa. E per me non è una bellissima premessa. Il che poi non vuol dire che magari possa essere uno di quei film che - proprio per questo motivo - manterrà inalterata la sua freschezza anche a distanza di tempo, perché non si lega a doppio filo con la percezione emotiva e intellettiva di un momento troppo determinato del mio cangiante e multiforme universo interiore.

Insomma, per rispondere alla famosa domanda iniziale. Da vedere? Ma sì, certo, sempre e comunque. Qualunque cosa ne penserete dopo. Sì, sì, proprio come la vita.

Voto: 3/5

lunedì 1 marzo 2010

Genitori & figli: Agitare bene prima dell'uso

Diciamocelo: andare a vedere questo film per me è stato sostanzialmente un ripiego. Non dico che non l'avrei visto, ma certo ieri non ero uscita di casa per vederlo. E così, complice lo sciopero di diverse sale cinematografiche romane, alla fine mi sono ritrovata in una stracolma sala del Savoy a vedere Genitori & figli: Agitare bene prima dell'uso, di cui tra l'altro avevo sentito parlare la sera prima a Che tempo che fa dal regista Giovanni Veronesi e da una delle protagoniste, la mia adorata Lucianina Littizzetto.

Il film, come ha raccontato il regista, si ispira ai contenuti di una selezione di temi scritti da adolescenti in diverse scuole italiane sul rapporto genitori/figli. E infatti se un merito dobbiamo riconoscere a questo film è certamente la sua freschezza e la sua verità nel rappresentare queste dinamiche, senza scadere in dramma e senza pretendere di proporre modelli, soluzioni e ricette.

Il film strappa frequentemente la risata senza essere stupido, riesce ad essere leggero senza essere necessariamente superficiale. Il cast di attori è di prim'ordine, sebbene devo dire che i più convincenti siano alla fine proprio i ragazzi, la protagonista Nina (Chiara Passarelli), il suo filarino detto Ubaldolay (Vittorio Emanuele Propizio), Gigio (Andrea Fachinetti), il figlio del professore Michele Placido.

Alla fine, però, si ha l'impressione di aver assistito a una puntata di una fiction televisiva, potrebbe essere Un medico in famiglia, o I liceali, o qualunque altra cosa di questo genere. Ci scivola addosso senza lasciare il segno, senza darci nuove prospettive, senza scombinare le carte, senza costringerci a riflettere; non ci dice niente che non sapessimo già e indugia anche in un sostanziale buonismo per cui si esce dal cinema senza essere nemmeno particolarmente preoccupati, perché alla fine tutto in fondo si conclude per il meglio, anche se come dice Nina, in questo caso non conta tanto l'intelligenza, ma è solo questione di c**o.

Gli stessi attori, pur bravi, non tirano fuori approcci inediti e volti nascosti, sono loro, esattamente come li conosciamo, da Silvio Orlando a Margherita Buy a Piera degli Esposti. E Lucianina è al contempo un po' troppo sopra le righe e un po' troppo irregimentata per i suoi standard. Non c'è niente da fare, lei, bisogna lasciarla parlare a ruota libera, questa è la sua forza.

Alla fine, Giovanni Veronesi non solo non riesce a rinunciare al linguaggio e agli stereotipi della commedia all'italiana - e la cosa in sé non avrebbe nulla di male -, ma non riesce a sollevare la farsa, la battuta spiritosa, la colorita espressione romanesca in strumento di un discorso più articolato e approfondito.

Insomma, esco dal cinema, e mi viene un po' di tristezza, perché erano anni che non vedevo una sala così piena di gente e un pubblico così contento di aver visto un film, e penso che forse questo è l'unico livello di comunicazione che oggi sappiamo o vogliamo accogliere perché non ci va affatto di gestire emotivamente una maggiore drammaticità né di dover fare i conti con qualcosa che non sia lineare e rassicurante. Peccato che la vita non è una commedia all'italiana.
O forse sì?

Voto: 2,5/5

giovedì 22 ottobre 2009

Lo spazio bianco

Quando ho letto la trama de Lo spazio bianco di Francesca Comencini mi sono detta che era un film che dovevo assolutamente vedere. Io, come la protagonista, Maria, ho un rapporto conflittuale con il tempo e ho passato buona parte della vita a tentare di addomesticarlo ai miei voleri. Sono impaziente, impulsiva, incapace di accettare la sola idea del passare del tempo. Mi sembra che il tempo a nostra disposizione sia così poco che non ci possiamo permettere il lusso di lasciarlo passare nell'attesa.

Anche Maria è un po' così, forse per motivi diversi dai miei, ma anche lei aggredisce la vita e, in questa ansia, ha finito per asservire la vita a sé piuttosto che mettersi a disposizione del suo sorprendente scorrere, con la conseguenza di una sostanziale insoddisfazione, solitudine e infelicità.
Ma, per fortuna, a volte è la vita stessa che ci mette di fronte a quello che siamo. Nel caso di Maria una gravidanza gestita in solitudine e finita troppo presto con la nascita di una bimba prematura, che solo dopo tre mesi di incubatrice forse potrà essere pronta a vivere veramente.

Che fare di fronte a questo evento? Fermare il tempo, interrompere ogni attività vitale, spaccare tutto, o semplicemente accettare un'attesa impotente, ma partecipe? Maria imparerà sulla sua pelle che lo spazio bianco non si può sempre riempire di quello che vogliamo noi, ma di quello che la vita ci impone.
Più volte Maria, riferendosi alla piccola nell'incubatrice, dice: "Non so se sto aspettando che nasca o che muoia". Mi è sembrata una straordinaria metafora degli spazi bianchi della nostra vita, le crisi, i momenti di transizione, quelli da cui possiamo rinascere o uscire sconfitti.

Margherita Buy è straordinaria nel ruolo di Maria, che forse le è particolarmente congeniale.
Bella l'ambientazione napoletana e i personaggi di contorno che fanno fa contrappunto al personaggio centrale con quell'innata propensione a una certa dose di fatalismo attivo.
Bella la fotografia, il montaggio, i flashback che riempiono l'attesa, azzeccata la colonna sonora. Riuscita la sceneggiatura, rispetto alla quale è opportuno ricordare l'ascendenza dall'omonimo libro di Valeria Parrella, che non ho letto ma a cui va certamente ascritta almeno una parte del merito.

Personalmente avrei però chiuso il film cinque minuti prima della sua vera conclusione, alla fine della lunga camminata di Maria verso l'ospedale. La sequenza finale fa virare infatti il film verso un sentimentalismo e una retorica che non gli appartengono e sposta l'attenzione sull'esito dell'attesa, anziché sul valore del tempo, tema dell'intero film.

Sono uscita dal cinema pensando a quanto scriveva Rob Breszny nell'oroscopo dei Gemelli (il mio segno) di qualche settimana fa: "Nel 2012 accadrà un evento straordinario, ma nel frattempo cosa farete, Gemelli? Trovate almeno tre buoni motivi per fare pace col tempo".
Ebbene, li sto cercando...

Voto: 4/5

lunedì 9 marzo 2009

Due partite

L'avevo visto un paio di anni fa a teatro, interpretato quasi dalle stesse attrici.
Non molto è cambiato in questa trasposizione cinematografica se non la maggiore accuratezza dei particolari (vestiti, arredamento, accessori, musiche).
Non so dire se il cinema renda più o meno giustizia del teatro a questo testo che comunque non ha il tono aulico che spesso caratterizza le opere teatrali, bensì piuttosto uno stile televisivo e quasi divulgativo.
Resta la sensazione che le donne della generazione anni '50 primeggino nel confronto con le loro figlie degli anni '90, perché pur nella tragicità ed infelicità delle loro storie e delle loro condizioni personali conservano un'ironia che manca quasi completamente alle loro figlie.
È un film perfettamente in stile 8 marzo, perché intende proporre una riflessione sulla figura femminile e sul cambiamento nel tempo del ruolo della donna. Certo, lo fa in modo un po' didascalico e schematico, cosicché ne emerge una donna perennemente insoddisfatta le cui nevrosi e infelicità ruotano intorno alla presenza/assenza di un uomo, dei figli, del lavoro.
Forse è un po' vero, forse però è un po' poco.
Usciamo dal cinema pensando a quanto sia difficile individuare il giusto equilibrio tra le varie componenti della nostra vita e questo era vero per la generazione che ci ha preceduto e anche per la nostra. Ma forse non serviva Cristina Comencini per saperlo né per spingerci a una riflessione.
Insomma, il tutto mi è sembrato gradevole e non stupido, ma nemmeno tanto profondo.
Brave le nostre attrici con una menzione particolare per Paola Cortellesi, sempre troppo poco sfruttata dal nostro cinema. Ricordiamo anche le altre interpreti: Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Valeria Milillo, Claudia Pandolfi, Alba Rohrwacher, Carolina Crescentini.
Voto: 2,5/5