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lunedì 4 aprile 2011

Boris il Film

Mi aspettavo una fila e una folla senza precedenti, cosicché per tutto il weekend ho cercato di convincere C. a comprare online i biglietti. Alla fine ho ceduto, ottenendo solo di arrivare al cinema 45 minuti prima dell'inizio del film.

Ma... complice l'ultimo spettacolo e un Nord Est forse un po' freddino nei confronti di un prodotto della romanità, come la serie televisiva Boris, nessuna fila al botteghino e sala mezza vuota. Non sapete cosa vi siete persi!

Ho conosciuto la serie televisiva qualche anno fa grazie ad un'amica e da allora sono diventata una fan "senza se e senza ma".
Cosicché sono andata al cinema preparata e piena di aspettative. E confermo di essere ancora stabilmente tra i fan :-)

Per chi non lo sapesse, Boris è un pesce rosso, quello che il regista Renè Ferretti (Francesco Pannofino) si porta sul set come portafortuna ogni volta che è impegnato in un progetto televisivo o cinematografico. Qualcuno dice che porti sfiga. E - come saprà chi ha visto la serie - forse quello nell'acquario non è neppure realmente Boris ;-)

Dopo l'avventura delle soap televisive, in particolare il fortunatissimo Gli occhi del cuore, Renè ha deciso di fare il salto al grande schermo, portando al cinema un film di impegno sociale tratto dal bestseller La casta di Stella e Rizzo. Purtroppo, non solo finirà per ritrovarsi a lavorare con la troupe e il cast sgangherati che già lo accompagnavano durante le riprese televisive, ma dovrà abbandonare il sogno di un cinema alto per ripiegare su una versione de La casta da cinepanettone.

Il bersaglio satirico è il mondo televisivo e cinematografico italiano, fatto di sceneggiatori ricchi ma privi di idee, produttori inetti e supini al potere, attrici cagne ma procaci o figlie di papà, oppure brave ma disadattate, attori egocentrici ai limiti della sopportabilità, tecnici cocainomani, stagisti schiavi, una varia umanità ignorante e greve, un mondo presuntamente intellettuale insopportabile e nevrotico, intriso di ipocrisia e falsità a tutti i livelli.

Ma, evidentemente, in quel mondo televisivo e cinematografico si rispecchia l'Italietta tutta, con i suoi vizi e le sue bassezze. Certo, anche con la sua umanità, ma un'umanità che non basta più e che ormai fa solo tristezza.
Chiunque potrà riconoscere quel mondo sgangherato e le sue dinamiche nel proprio ambiente umano e lavorativo.

Il film comincia un po' in sordina, ma poi è tutto un crescendo di comicità e di autoironia intelligente e pungente. Si ride (e forse si ride ancora di più se non si è vista la serie televisiva), ma è inevitabile un sentimento di rabbia che cresce insieme alle risate. Si esce dalla sala divertiti, ma in fondo depressi. Ma siamo davvero tutti così? Vedere Arianna (Caterina Guzzanti) e Alessandro (Alessandro Tiberi) baciarsi di fronte al cinepanettone è una sconfitta per tutti. E una delusione per chi ha seguito per tre serie la loro tormentata storia d'amore.

Alcune sequenze sono davvero da antologia della comicità. Per esempio, lo straordinario dialogo tra Renè e l'attrice nevrotica per convincerla a rimanere sul set, l'escamotage del foglietto "8x12" per far assumere all'attrice cagna (la bravissima Carolina Crescentini) un'aria pensierosa, l'alloggio dei tre sceneggiatori di sinistra (con tanto di campo da tennis interno), le riunioni con i dirigenti RAI, la ricerca dell'attore per il ruolo "faccia di merda", i colloqui con i potenziali sceneggiatori.

Ovviamente, i riferimenti a fatti, persone e situazioni si sprecano e probabilmente con un po' di pazienza potrebbero essere tutti rintracciati. Ma non è la cosa più importante. Ben più importante è il ritratto complessivo che ne emerge. Realistico nel suo essere sopra le righe.

Bravi Ciarrapico, Torre e Vendruscolo, che hanno vinto la difficile sfida di portare al cinema una serie televisiva, senza perdere originalità e verve (come anche le recensioni di critici accreditati confermano; chissà se poi lo fanno per scongiurare la possibilità di essere i prossimi bersagli di Boris!).
E dai, dai, dai (il mio mantra già da un pezzo)!

Voto: 4/5

lunedì 15 marzo 2010

Mine vaganti

No, no, no... non si può ambientare un film tra Lecce e il Salento e far parlare la maggior parte dei personaggi con l'accento barese. E vabbè che per chiunque al di fuori della Puglia un accento 'strampalato' vale l'altro e, a quel punto, per un regista meglio usarne uno che è in qualche modo più orecchiato e conosciuto, però da pugliese e barese nell'animo faccio un po' fatica a mandarlo giù, perché linguisticamente stiamo parlando di due mondi veramente lontani.

Comunque, a parte questo, con Mine vaganti Ozpetek fa sicuramente centro.

Ci sono tutti i temi a lui cari e tutti i suoi marchi di fabbrica: l'omosessualità, l'ingombrante famiglia, i pregiudizi, la mescolanza tra canzoni degli anni '50 e '60 e melodie dalla sonorità orientale (sebbene questa volta non si affidi per le musiche ad Andrea Guerra, ma a Pasquale Catalano), l'universo femminile, le tavolate come momenti di verità, il cibo - e i dolci in particolare - come espressione del piacere della vita.

Questo potrà far pensare a chi ancora non l'ha visto che non c'è molto di nuovo da scoprire, ma non è così... Perché questa volta Ozpetek sa sorprenderci grazie alla leggerezza con cui affronta queste tematiche, virandole in forma di commedia (anche grazie al suo co-sceneggiatore Ivan Cotroneo) e riuscendo a strappare sorrisi e vere e proprie risate.

Ed effettivamente il trailer crea l'aspettativa di un film brillante e divertente, in cui il giovane Tommaso (Riccardo Scamarcio) torna a casa in Puglia da Roma per raccontare che è gay e che vuole fare lo scrittore e non ereditare il pastificio di famiglia. Ma le cose andranno in modo più imprevedibile di quanto si immagini.
Intorno a Tommaso ruota una serie di personaggi estremamente vividi: il padre Vincenzo (Ennio Fantastichini), la madre Stefania (Lunetta Savino), il fratello Antonio (Alessandro Preziosi), la sorella Elena (Bianca Nappi), la zia Luciana (Elena Sofia Ricci) e soprattutto la nonna (la bravissima Ilaria Occhini, interpretata da giovane da Carolina Crescentini). Entreranno poi in scena anche il compagno di Tommaso, Marco (Carmine Recano), e i suoi gayssimi amici, protagonisti - insieme alla zia Luciana - di alcune tra le scene più divertenti del film.

Eppure, vi dirò la verità, sarà perché l'ambientazione pugliese è per me sempre emotivamente impegnativa, sarà perché trovo piuttosto semplice far ridere attraverso una carrellata un po' macchiettistica come quella che ci viene in qualche misura proposta, ma alla fine mi è piaciuta di più l'altra faccia del film, quella più malinconica e pensosa, quella che forse più profondamente è incarnata dalle donne del film: la nonna che ha convissuto tutta la vita con una scelta di rinuncia che l'ha resa infelice, Alba (la bravissima Nicole Grimaudo), forse segretamente innamorata di Tommaso, ma certo indurita da una vita troppo difficile, la mamma Stefania, resa ambigua da un contesto complicato e in più costretta ad accettare un marito ottuso e fedifrago, la sorella Elena, apparentemente stupida e allineata, in realtà capace di comprendere le verità più profonde senza darlo a vedere, la zia Luciana, condannata a un comportamento borderline da un errore di gioventù.
Insomma, è vero che quello di Ozpetek è un mondo sostanzialmente maschile, ma in fondo sono spesso proprio le donne a dargli consistenza e spessore emotivo.

E poi che dire dell'analisi che il regista fa della famiglia, legame inscindibile e ineliminabile dalle nostre esistenze, ma spesso soffocante della propria natura e delle proprie aspirazioni, focolaio di tante paure e frustrazioni, eppure finale rifugio per tutti?

Certo, qualche predicozzo poteva risparmiarcelo, qualche stereotipo gay e meridionale pure, però alla fine Ozpetek sa toccarci il cuore. Ce ne fossero di registi come lui in questo nostro panorama italiano!

Voto: 4/5

lunedì 9 marzo 2009

Due partite

L'avevo visto un paio di anni fa a teatro, interpretato quasi dalle stesse attrici.
Non molto è cambiato in questa trasposizione cinematografica se non la maggiore accuratezza dei particolari (vestiti, arredamento, accessori, musiche).
Non so dire se il cinema renda più o meno giustizia del teatro a questo testo che comunque non ha il tono aulico che spesso caratterizza le opere teatrali, bensì piuttosto uno stile televisivo e quasi divulgativo.
Resta la sensazione che le donne della generazione anni '50 primeggino nel confronto con le loro figlie degli anni '90, perché pur nella tragicità ed infelicità delle loro storie e delle loro condizioni personali conservano un'ironia che manca quasi completamente alle loro figlie.
È un film perfettamente in stile 8 marzo, perché intende proporre una riflessione sulla figura femminile e sul cambiamento nel tempo del ruolo della donna. Certo, lo fa in modo un po' didascalico e schematico, cosicché ne emerge una donna perennemente insoddisfatta le cui nevrosi e infelicità ruotano intorno alla presenza/assenza di un uomo, dei figli, del lavoro.
Forse è un po' vero, forse però è un po' poco.
Usciamo dal cinema pensando a quanto sia difficile individuare il giusto equilibrio tra le varie componenti della nostra vita e questo era vero per la generazione che ci ha preceduto e anche per la nostra. Ma forse non serviva Cristina Comencini per saperlo né per spingerci a una riflessione.
Insomma, il tutto mi è sembrato gradevole e non stupido, ma nemmeno tanto profondo.
Brave le nostre attrici con una menzione particolare per Paola Cortellesi, sempre troppo poco sfruttata dal nostro cinema. Ricordiamo anche le altre interpreti: Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi, Valeria Milillo, Claudia Pandolfi, Alba Rohrwacher, Carolina Crescentini.
Voto: 2,5/5