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martedì 16 aprile 2013

Antigone / Valeria Parrella


Luca De Fusco porta in teatro il riadattamento della tragedia di Sofocle scritto da Valeria Parrella. E lo fa affidandosi ad attori del calibro di Gaia Aprea e Paolo Serra.

In quest'opera teatrale ci sono dunque due letture: quella che la scrittrice fa del mito di Antigone e quello che il regista fa dell'opera della Parrella. Ne viene così fuori un linguaggio che si arricchisce di numerose stratificazioni e per questo si fa complesso e in parte anche rischioso.

Valeria Parrella è l'autrice di quella difficile operazione che consiste nell'interpretare la tragedia di Sofocle come una storia della contemporaneità senza però perdere nulla della gravità e della complessità del linguaggio classico. Non si può parlare di un vero e proprio processo di modernizzazione o di attualizzazione, bensì di un tentativo di calarsi in una storia antica con lo spirito della contemporaneità per tirarne fuori riflessioni e sentimenti universali, quali il rapporto tra la legge della natura e quella dell'uomo, la libertà di scelta, l'autodeterminazione, i legami affettivi e di sangue.

L'effetto straniante prodotto dall'inserimento di situazioni e parole moderne in un contesto antico che si riflette anche nell'aulicità della costruzione delle frasi è interessante, anche se talvolta rischia di risultare un po' ardito e spiazzante.

Sulla stessa linea si muovono le scelte registiche che sono visivamente di grandissimo impatto: una stanza completamente buia in cui i personaggi illuminati da luci che creano forti chiaroscuri si muovono quasi come fantasmi sospesi nel nulla, una mescolanza tra la presenza degli attori sul palco e la proiezione dei loro volti recitanti sul telo semitrasparente che sta davanti al palco. Anche in questo caso dunque si mescolano un'atmosfera antica da teatro greco, fatto di volti e parole, e una tecnica moderna da messinscena cinematografica fatta di immagini e musica.

Il risultato finale è certamente di rilievo, sia sul piano dei contenuti sia sul piano visivo, sebbene si muova su una corda sottile, in bilico tra il poetico e il prosaico, tra il popolare e l'aulico, con qualche sbavatura in un senso o nell'altro.

Il teatro è - come altre arti classiche - alla ricerca di se stesso nell'epoca dell'immagine e della velocità.

In questa epoca di transizione prodotti come quello che Luca De Fusco ha realizzato a partire dall'operazione coraggiosa di Valeria Parrella vanno certamente salutati con favore.

Voto: 3/5

giovedì 22 ottobre 2009

Lo spazio bianco

Quando ho letto la trama de Lo spazio bianco di Francesca Comencini mi sono detta che era un film che dovevo assolutamente vedere. Io, come la protagonista, Maria, ho un rapporto conflittuale con il tempo e ho passato buona parte della vita a tentare di addomesticarlo ai miei voleri. Sono impaziente, impulsiva, incapace di accettare la sola idea del passare del tempo. Mi sembra che il tempo a nostra disposizione sia così poco che non ci possiamo permettere il lusso di lasciarlo passare nell'attesa.

Anche Maria è un po' così, forse per motivi diversi dai miei, ma anche lei aggredisce la vita e, in questa ansia, ha finito per asservire la vita a sé piuttosto che mettersi a disposizione del suo sorprendente scorrere, con la conseguenza di una sostanziale insoddisfazione, solitudine e infelicità.
Ma, per fortuna, a volte è la vita stessa che ci mette di fronte a quello che siamo. Nel caso di Maria una gravidanza gestita in solitudine e finita troppo presto con la nascita di una bimba prematura, che solo dopo tre mesi di incubatrice forse potrà essere pronta a vivere veramente.

Che fare di fronte a questo evento? Fermare il tempo, interrompere ogni attività vitale, spaccare tutto, o semplicemente accettare un'attesa impotente, ma partecipe? Maria imparerà sulla sua pelle che lo spazio bianco non si può sempre riempire di quello che vogliamo noi, ma di quello che la vita ci impone.
Più volte Maria, riferendosi alla piccola nell'incubatrice, dice: "Non so se sto aspettando che nasca o che muoia". Mi è sembrata una straordinaria metafora degli spazi bianchi della nostra vita, le crisi, i momenti di transizione, quelli da cui possiamo rinascere o uscire sconfitti.

Margherita Buy è straordinaria nel ruolo di Maria, che forse le è particolarmente congeniale.
Bella l'ambientazione napoletana e i personaggi di contorno che fanno fa contrappunto al personaggio centrale con quell'innata propensione a una certa dose di fatalismo attivo.
Bella la fotografia, il montaggio, i flashback che riempiono l'attesa, azzeccata la colonna sonora. Riuscita la sceneggiatura, rispetto alla quale è opportuno ricordare l'ascendenza dall'omonimo libro di Valeria Parrella, che non ho letto ma a cui va certamente ascritta almeno una parte del merito.

Personalmente avrei però chiuso il film cinque minuti prima della sua vera conclusione, alla fine della lunga camminata di Maria verso l'ospedale. La sequenza finale fa virare infatti il film verso un sentimentalismo e una retorica che non gli appartengono e sposta l'attenzione sull'esito dell'attesa, anziché sul valore del tempo, tema dell'intero film.

Sono uscita dal cinema pensando a quanto scriveva Rob Breszny nell'oroscopo dei Gemelli (il mio segno) di qualche settimana fa: "Nel 2012 accadrà un evento straordinario, ma nel frattempo cosa farete, Gemelli? Trovate almeno tre buoni motivi per fare pace col tempo".
Ebbene, li sto cercando...

Voto: 4/5