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martedì 15 dicembre 2009

Dieci inverni

Semplicemente dieci anni della storia di Camilla (Isabella Ragonese) e Silvestro (Michele Riondino), amici, nemici, conoscenti, estranei e solo alla fine - forse - amanti.

In questi dieci anni succede tutto (storie d'amore, lauree, amicizie, figli) e, allo stesso tempo, niente. Certo non tutto ci viene raccontato - com'è giusto che sia -, solo frammenti delle vite dei due protagonisti, quelli che li fanno incontrare volontariamente o casualmente, nella bruma veneziana o tra la neve di Mosca.

Camilla e Silvestro inevitabilmente ci riportano alla mente la storia di Sara (Lorenza Indovina) e Marco (Fabrizio Gifuni), protagonisti del film Un amore, di Gianluca Maria Tavarelli, anche loro legati da un filo che non si spezza, ma nemmeno intreccia, sospesi in un rapporto cui dare un nome sarebbe delittuoso.

Nel suo minimalismo narrativo, Dieci inverni mi ha fatto però anche pensare in certi momenti a un altro film che ho molto amato, Un cuore in inverno, di Claude Sautet. Anche lì si riflette sul mistero dell'amore, quel sentimento che respingiamo per paura e poi dolorosamente e disperatamente cerchiamo.

Camilla e Silvestro sono in fondo anche loro due cuori in inverno che non si incontrano mai; ed è bellissima la scena in cui dall'alto li vediamo in un "campo" veneziano, separati da una chiesa, entrambi scorgono un prete al centro della piazza che trasporta un alberello, ma tra loro non si vedono e ognuno prosegue per la sua strada.
In fondo, è proprio questa in sintesi la loro storia: non si vedono o fanno finta di non vedersi, ciascuno trattenuto a terra dalla morsa di gelo che soffoca i sentimenti e che di volta in volta si manifesta sotto forma di egoismo, di orgoglio, di infantilismo, di paura, di superficialità, di meschinità.
E anche quando si incontrano chissà se poi si incontrano davvero...

Un gioiello la canzone di Capossela, Parla piano, che contribuisce a trasmettere al film di Mieli quella malinconia dell'incompiutezza e della solitudine da cui le nostre piccole vite umane sono inevitabilmente affette.

Se Lo spazio bianco era una riflessione sulla dilatazione del tempo che per quanto breve sembra interminabile se vissuto nell'attesa, Dieci inverni ci fa riflettere sul fatto che il tempo può avere percorsi lunghissimi e tortuosi, ma dieci anni possono essere come dieci giorni nella percezione di chi insegue qualcosa senza mai afferrarla.

Alla fine, resta anch'esso sospeso l'interrogativo: viviamo in balìa dell'intrinseca imperfezione dell'esistenza o della nostra incapacità soggettiva di placare i tumulti dell'animo e di riempire la nostra solitudine?

"Quando ami qualcuno
meglio amarlo davvero e del tutto
o non prenderlo affatto [...]
Che ti dà che mi dà
affidarsi a te non fidandomi di me"
(qui il testo completo della canzone di Capossela)

Voto: 4/5


giovedì 22 ottobre 2009

Lo spazio bianco

Quando ho letto la trama de Lo spazio bianco di Francesca Comencini mi sono detta che era un film che dovevo assolutamente vedere. Io, come la protagonista, Maria, ho un rapporto conflittuale con il tempo e ho passato buona parte della vita a tentare di addomesticarlo ai miei voleri. Sono impaziente, impulsiva, incapace di accettare la sola idea del passare del tempo. Mi sembra che il tempo a nostra disposizione sia così poco che non ci possiamo permettere il lusso di lasciarlo passare nell'attesa.

Anche Maria è un po' così, forse per motivi diversi dai miei, ma anche lei aggredisce la vita e, in questa ansia, ha finito per asservire la vita a sé piuttosto che mettersi a disposizione del suo sorprendente scorrere, con la conseguenza di una sostanziale insoddisfazione, solitudine e infelicità.
Ma, per fortuna, a volte è la vita stessa che ci mette di fronte a quello che siamo. Nel caso di Maria una gravidanza gestita in solitudine e finita troppo presto con la nascita di una bimba prematura, che solo dopo tre mesi di incubatrice forse potrà essere pronta a vivere veramente.

Che fare di fronte a questo evento? Fermare il tempo, interrompere ogni attività vitale, spaccare tutto, o semplicemente accettare un'attesa impotente, ma partecipe? Maria imparerà sulla sua pelle che lo spazio bianco non si può sempre riempire di quello che vogliamo noi, ma di quello che la vita ci impone.
Più volte Maria, riferendosi alla piccola nell'incubatrice, dice: "Non so se sto aspettando che nasca o che muoia". Mi è sembrata una straordinaria metafora degli spazi bianchi della nostra vita, le crisi, i momenti di transizione, quelli da cui possiamo rinascere o uscire sconfitti.

Margherita Buy è straordinaria nel ruolo di Maria, che forse le è particolarmente congeniale.
Bella l'ambientazione napoletana e i personaggi di contorno che fanno fa contrappunto al personaggio centrale con quell'innata propensione a una certa dose di fatalismo attivo.
Bella la fotografia, il montaggio, i flashback che riempiono l'attesa, azzeccata la colonna sonora. Riuscita la sceneggiatura, rispetto alla quale è opportuno ricordare l'ascendenza dall'omonimo libro di Valeria Parrella, che non ho letto ma a cui va certamente ascritta almeno una parte del merito.

Personalmente avrei però chiuso il film cinque minuti prima della sua vera conclusione, alla fine della lunga camminata di Maria verso l'ospedale. La sequenza finale fa virare infatti il film verso un sentimentalismo e una retorica che non gli appartengono e sposta l'attenzione sull'esito dell'attesa, anziché sul valore del tempo, tema dell'intero film.

Sono uscita dal cinema pensando a quanto scriveva Rob Breszny nell'oroscopo dei Gemelli (il mio segno) di qualche settimana fa: "Nel 2012 accadrà un evento straordinario, ma nel frattempo cosa farete, Gemelli? Trovate almeno tre buoni motivi per fare pace col tempo".
Ebbene, li sto cercando...

Voto: 4/5