Avevo già avuto modo di assistere, qualche anno fa, a una messa in scena di questo testo di Yasmina Reza a cura del collettivo teatrale Generazione disagio e, come si capisce dalla mia recensione di allora, lo spettacolo mi era piaciuto molto.
Mi viene dunque la curiosità di andare a rivederlo a teatro con la regia di Michele Riondino che ne è anche interprete insieme a Daniele Parisi (da me amatissimo in Orecchie e anche ne L’ospite) e a Michele Sinisi (attore pugliese che non conoscevo).
La storia la ricordavo piuttosto bene: l’acquisto di un quadro di arte contemporanea completamente bianco da parte di Serge (qui interpretato da Michele Sinisi) per una cifra molto importante scatena la reazione di Marc (Michele Riondino), aprendo una conflittualità tra i due amici di vecchia data, rispetto alla quale Yvan (Daniele Parisi), l’amico mite e conciliante, viene chiamato a fare da paciere o da ago della bilancia.
L’arte contemporanea diventa dunque un pretesto per parlare dell’amicizia e delle sue dinamiche di potere, dei ruoli che si rivestono nelle relazioni, di come cambiano i rapporti di forza se la relazione è tra due o tre persone.
L’allestimento scenico – come nella messa in scena che avevo visto in precedenza – è molto giocata sul colore bianco: tutto si svolge in una stanza asettica e quasi completamente bianca, mentre i tre protagonisti vestono abiti che richiamano i colori primari, rosso, giallo e blu.
Nel complesso non mi è dispiaciuto: bravi gli attori – direi la parte migliore del lavoro -, però, non so se per lo svanire dell’effetto sorpresa oppure per un adattamento del testo meno riuscito, ho avuto la sensazione che la commedia della Reza prendesse in questo caso un carattere più farsesco invece che cinico/crudele.
E a me piace la Reza quando fa emergere i tratti cinici e crudeli dell’umanità più che quelli comici, anche nel caso in cui il cinismo si trasformi infine in commedia.
Voto: 3/5
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sabato 14 marzo 2026
venerdì 16 gennaio 2026
Primavera
Il film di Damiano Michieletto non era esattamente nella mia lista di quelli da vedere, però la programmazione natalizia - tra film che non mi interessavano e film belli che avevo già visto in anteprima (quello di Jarmush e quello ambientato a Taiwan, in italiano La mia famiglia a Taipei) - era per me piuttosto avara di proposte.
Dunque accolgo la proposta della mia amica d'infanzia I. di andare a vedere Primavera, perché lei è da sempre un'appassionata di musica e ama molto Vivaldi.
In realtà il film di Michieletto si rivela molto meno incentrato su Vivaldi e molto più sulle ragazze orfane e/o abbandonate che venivano cresciute presso l'Ospedale della pietà a Venezia, dove venivano educate, istruite e avviate alla musica, per poi possibilmente essere date in sposa a qualche ricco. L'Ospedale viveva delle donazioni dei nobili locali che partecipavano alle messe e ai concerti, e delle doti che gli stessi pagavano per prendere in moglie le ragazze.
In particolare, l'attenzione si concentra su Cecilia (Tecla Insolia), una giovane che scrive alla madre sconosciuta sperando che prima o poi vada a riprenderla e che viene notata da don Antonio Vivaldi per le sue doti di violinista, quando il maestro e compositore viene richiamato dal direttore dell'Ospedale per risollevarne le sorti.
Vivaldi porta grandi innovazioni musicali nel repertorio e continua a comporre sonate e opere sempre più dirompenti rispetto al mainstream dell'epoca, assecondato dalle ragazze e soprattutto da Cecilia.
Ma per una donna, per di più abbandonata e senza né soldi né titoli, in quel momento storico non c'era praticamente alcuna possibilità di seguire la propria strada e la propria vocazione.
Il film di Michieletto si muove su binari solidi, sostenuto anche da una bella ricostruzione d'ambiente e dalla recitazione di Riondino (nei panni di Vivaldi) e di Insolia (oltre che del bravissimo Andrea Pennacchi), ma resta piuttosto convenzionale e alla fine anche consolatorio nel prospettare una forma di autodeterminazione che appare oggettivamente poco probabile.
Bella la parte musicale del film - che poi è forse quella che a Michieletto interessa di più - ma la parabola femminista sottesa appare piuttosto stucchevole, e alla fine lo spettatore non sa bene a chi affezionarsi, se a Vivaldi, musicista malato e geniale, destinato a morire in povertà, o a Cecilia, personaggio di finzione, rappresentativo di tutte le donne che per secoli non hanno potuto scegliere per la propria vita.
Voto: 3/5
Dunque accolgo la proposta della mia amica d'infanzia I. di andare a vedere Primavera, perché lei è da sempre un'appassionata di musica e ama molto Vivaldi.
In realtà il film di Michieletto si rivela molto meno incentrato su Vivaldi e molto più sulle ragazze orfane e/o abbandonate che venivano cresciute presso l'Ospedale della pietà a Venezia, dove venivano educate, istruite e avviate alla musica, per poi possibilmente essere date in sposa a qualche ricco. L'Ospedale viveva delle donazioni dei nobili locali che partecipavano alle messe e ai concerti, e delle doti che gli stessi pagavano per prendere in moglie le ragazze.
In particolare, l'attenzione si concentra su Cecilia (Tecla Insolia), una giovane che scrive alla madre sconosciuta sperando che prima o poi vada a riprenderla e che viene notata da don Antonio Vivaldi per le sue doti di violinista, quando il maestro e compositore viene richiamato dal direttore dell'Ospedale per risollevarne le sorti.
Vivaldi porta grandi innovazioni musicali nel repertorio e continua a comporre sonate e opere sempre più dirompenti rispetto al mainstream dell'epoca, assecondato dalle ragazze e soprattutto da Cecilia.
Ma per una donna, per di più abbandonata e senza né soldi né titoli, in quel momento storico non c'era praticamente alcuna possibilità di seguire la propria strada e la propria vocazione.
Il film di Michieletto si muove su binari solidi, sostenuto anche da una bella ricostruzione d'ambiente e dalla recitazione di Riondino (nei panni di Vivaldi) e di Insolia (oltre che del bravissimo Andrea Pennacchi), ma resta piuttosto convenzionale e alla fine anche consolatorio nel prospettare una forma di autodeterminazione che appare oggettivamente poco probabile.
Bella la parte musicale del film - che poi è forse quella che a Michieletto interessa di più - ma la parabola femminista sottesa appare piuttosto stucchevole, e alla fine lo spettatore non sa bene a chi affezionarsi, se a Vivaldi, musicista malato e geniale, destinato a morire in povertà, o a Cecilia, personaggio di finzione, rappresentativo di tutte le donne che per secoli non hanno potuto scegliere per la propria vita.
Voto: 3/5
martedì 26 dicembre 2023
Palazzina Laf
Esordio alla regia di Michele Riondino, attore tarantino, che non a caso sceglie proprio una storia legata alla sua città per spostarsi dietro la macchina da presa.
Siamo a Taranto alla fine degli anni Novanta. Caterino Lamanna (lo stesso Michele Riondino) è un operaio dell’ILVA, che oscilla tra il frustrato e il depresso, e che di fronte alla notizia dell’ultima morte di un operaio nel complesso siderurgico reagisce dando la colpa ai sindacati. Un giorno viene avvicinato da Giancarlo Basile (il come sempre bravissimo Elio Germano), uno dei manager dell’azienda, che gli offre una promozione in cambio di un suo ruolo di informatore rispetto alle attività del sindacato e in generale a quello che accade nella fabbrica. Caterino, che vuole sposarsi con la sua compagna Anna e lasciare la fatiscente casa in campagna dove vive, accetta, e anzi ci prende gusto, tanto che Basile gli dà l’opportunità di trasferirsi alla palazzina Laf.
Questo luogo – che agli occhi degli operai è quello dove ci sono tutti coloro che non lavorano e fanno la bella vita – è in realtà un reparto di confino, dove vengono mandati tutti coloro che non scendono a compromessi o che per un motivo o per l’altro risultano non graditi al management.
Quando si trasferisce alla palazzina Laf, Caterino vive questa possibilità come l’occasione di fare finalmente la vita da nababbo, ma una volta al suo interno si accorgerà dell’orrore che vi alberga. Dipendenti dell’azienda spesso ultraqualificati, oppure con disabilità fisiche, vengono tenuti come in carcere a non fare nulla, e di tanto in tanto gli viene presentata la possibilità di un reimpiego, quasi sempre in lavori che non potrebbero fare per competenze o condizioni fisiche. Ciascuno reagisce a modo suo a questa condizione di mobbing: chi si rinchiude nel silenzio, chi dà calci e pugni al muro, chi gioca a ping pong, chi prende il sole, chi passa tutto il giorno a schiacciare scatole: il livello di frustrazione e follia è dilagante, e si riflette sulla vita personale di questi lavoratori che quasi sempre non rivelano in famiglia la condizione nella quale si trovano, dovendo dunque gestire la frustrazione in totale solitudine affettiva.
La storia emergerà più avanti grazie a un’indagine della Procura della Repubblica, e sui titoli di coda sentiremo le voci di chi nella palazzina Laf ci ha vissuto e non vuole nemmeno ricordare quello che ha passato.
A Riondino interessa riportarla all’attenzione pubblica dal dimenticatoio nella quale è caduta, e in generale riaccendere i riflettori sul tema del lavoro, delle condizioni di lavoro, dei “padroni” e del modo spesso disumano con cui gestiscono aziende e fabbriche, e non a caso il film è dedicato al giornalista tarantino Alessandro Leogrande che – nella sua purtroppo breve vita – ha indagato molto su questi fenomeni.
Al centro c’è la figura di Caterino, chiaramente un ignorante e un traditore, che vende i suoi colleghi di lavoro per una migliore condizione di vita, ma a sua volta una vittima, un poveraccio che è manipolato da coloro che detengono il potere, i quali alimentano una vera e propria lotta tra poveri. Caterino non è un personaggio simpatico, né Riondino fa niente per rendercelo tale, ma non è nemmeno un personaggio monodimensionale, e la sceneggiatura, le musiche (di Teho Teardo, con molti elementi bandistici) e il montaggio teso (di Julien Panzarasa) sono perfettamente funzionali a portare alla luce la complessità di una realtà che evidentemente Riondino conosce molto bene, il rapporto tra l’ILVA e Taranto, un legame a doppio filo che – come tutti i legami “tossici”, in questo caso in senso letterale – non può che lasciare devastazione materiale, morale ed emotiva.
Bravo e coraggioso, Michele Riondino, per aver portato questo tema e la sua città natale al centro dell’attenzione (la canzone finale, La mia terra, è di Diodato, anche lui originario di Taranto, anche se nato ad Aosta e romano di adozione).
Film quello di Riondino non scontato, non univoco, non banale, sicuramente da vedere.
Voto: 3,5/5
Siamo a Taranto alla fine degli anni Novanta. Caterino Lamanna (lo stesso Michele Riondino) è un operaio dell’ILVA, che oscilla tra il frustrato e il depresso, e che di fronte alla notizia dell’ultima morte di un operaio nel complesso siderurgico reagisce dando la colpa ai sindacati. Un giorno viene avvicinato da Giancarlo Basile (il come sempre bravissimo Elio Germano), uno dei manager dell’azienda, che gli offre una promozione in cambio di un suo ruolo di informatore rispetto alle attività del sindacato e in generale a quello che accade nella fabbrica. Caterino, che vuole sposarsi con la sua compagna Anna e lasciare la fatiscente casa in campagna dove vive, accetta, e anzi ci prende gusto, tanto che Basile gli dà l’opportunità di trasferirsi alla palazzina Laf.
Questo luogo – che agli occhi degli operai è quello dove ci sono tutti coloro che non lavorano e fanno la bella vita – è in realtà un reparto di confino, dove vengono mandati tutti coloro che non scendono a compromessi o che per un motivo o per l’altro risultano non graditi al management.
Quando si trasferisce alla palazzina Laf, Caterino vive questa possibilità come l’occasione di fare finalmente la vita da nababbo, ma una volta al suo interno si accorgerà dell’orrore che vi alberga. Dipendenti dell’azienda spesso ultraqualificati, oppure con disabilità fisiche, vengono tenuti come in carcere a non fare nulla, e di tanto in tanto gli viene presentata la possibilità di un reimpiego, quasi sempre in lavori che non potrebbero fare per competenze o condizioni fisiche. Ciascuno reagisce a modo suo a questa condizione di mobbing: chi si rinchiude nel silenzio, chi dà calci e pugni al muro, chi gioca a ping pong, chi prende il sole, chi passa tutto il giorno a schiacciare scatole: il livello di frustrazione e follia è dilagante, e si riflette sulla vita personale di questi lavoratori che quasi sempre non rivelano in famiglia la condizione nella quale si trovano, dovendo dunque gestire la frustrazione in totale solitudine affettiva.
La storia emergerà più avanti grazie a un’indagine della Procura della Repubblica, e sui titoli di coda sentiremo le voci di chi nella palazzina Laf ci ha vissuto e non vuole nemmeno ricordare quello che ha passato.
A Riondino interessa riportarla all’attenzione pubblica dal dimenticatoio nella quale è caduta, e in generale riaccendere i riflettori sul tema del lavoro, delle condizioni di lavoro, dei “padroni” e del modo spesso disumano con cui gestiscono aziende e fabbriche, e non a caso il film è dedicato al giornalista tarantino Alessandro Leogrande che – nella sua purtroppo breve vita – ha indagato molto su questi fenomeni.
Al centro c’è la figura di Caterino, chiaramente un ignorante e un traditore, che vende i suoi colleghi di lavoro per una migliore condizione di vita, ma a sua volta una vittima, un poveraccio che è manipolato da coloro che detengono il potere, i quali alimentano una vera e propria lotta tra poveri. Caterino non è un personaggio simpatico, né Riondino fa niente per rendercelo tale, ma non è nemmeno un personaggio monodimensionale, e la sceneggiatura, le musiche (di Teho Teardo, con molti elementi bandistici) e il montaggio teso (di Julien Panzarasa) sono perfettamente funzionali a portare alla luce la complessità di una realtà che evidentemente Riondino conosce molto bene, il rapporto tra l’ILVA e Taranto, un legame a doppio filo che – come tutti i legami “tossici”, in questo caso in senso letterale – non può che lasciare devastazione materiale, morale ed emotiva.
Bravo e coraggioso, Michele Riondino, per aver portato questo tema e la sua città natale al centro dell’attenzione (la canzone finale, La mia terra, è di Diodato, anche lui originario di Taranto, anche se nato ad Aosta e romano di adozione).
Film quello di Riondino non scontato, non univoco, non banale, sicuramente da vedere.
Voto: 3,5/5
venerdì 1 febbraio 2019
Il maestro e Margherita. Teatro Eliseo, 27 gennaio 2019
La mia manovra di avvicinamento a Il maestro e Margherita passa anche attraverso la scelta di andare a vedere lo spettacolo teatrale in scena al Teatro Eliseo, la cui regia è di Andrea Baracco, mentre l'impegnativo ed egregio lavoro di riscrittura del testo è di Letizia Russo.
Il palcoscenico si presenta come uno stanzone chiuso sui tre lati da muri di ardesia (l'effetto è simile a quella usata nell'allestimento di Copenhagen al Teatro Argentina), ricoperti di disegni (alcuni sembrano quasi dei graffiti di tipo preistorico) e scritte, in parte poi aggiunte nel corso dello spettacolo. Lungo le pareti numerose porte che si aprono e si chiudono alla bisogna, talvolta con un ritmo serrato e con una sincronia perfetta.
Il prologo vede sulla scena il maestro (Francesco Bonomo, che interpreta anche Ponzio Pilato) che - ormai alla disperazione - decide di bruciare il suo romanzo su Ponzio Pilato in quanto avversato e censurato dall'establishment russo, mentre Margherita (Federica Rosellini) cerca di salvare lui e il suo libro.
Da qui prendono l'avvio le storie parallele raccontate da Bulgakov, quella direttamente proveniente dal manoscritto del maestro, ambientata a Gerusalemme ai tempi del processo a Yeshua (Gesù) che vede Ponzio Pilato sempre più turbato per il fatto di non aver preso posizione contro la condanna a morte del predicatore, e quella ambientata a Mosca negli anni Trenta e che riguarda la storia del maestro e i tentativi di Margherita di ricongiungersi a lui.
Il trait d'union di queste due storie è la figura di Woland (un Michele Riondino luciferino e claudicante, sicuramente ispirato - com'è stato notato - al joker di Heath Ledger), in realtà Satana fatto persona, che ha assistito al processo a Yeshua e ora interviene, insieme ai suoi buffi e un po' inquietanti aiutanti, a sparigliare le carte della ingessata società moscovita offrendo infine a Margherita l'occasione di ricongiungersi al suo amato.
Il romanzo di Bulgakov nella reinterpretazione di Andrea Baracco e Letizia Russo si caratterizza per la sua potenza visionaria ed evocativa sia dal punto di vista del testo sia dal punto di vista visuale: si pensi all'ingresso in scena di Ponzio Pilato, a Ivan che nuota in un mare evocato da una corda tesa in mezzo al palcoscenico, a Margherita il cui volo è suggerito da un'altalena, alla passerella dei cattivi del mondo provenienti dall'Inferno durante la festa di Woland. Senza perdere la sua allure classica e la sua grandiosità, il romanzo diventa un'opera moderna, in cui questi due livelli si mescolano anche sul piano musicale, dove fanno capolino anche famosi brani rock come Sympathy for the devil dei Rolling Stones.
Se dalla prima parte lo spettatore a digiuno del romanzo come me esce un po' disorientato - anche per la complessità dell'intreccio narrativo - man mano è impossibile non farsi conquistare dalla bravura degli attori, dalle invenzioni registische, dalla sapienza nell'uso delle luci, dal tempismo perfetto delle azioni in scena. Così come man mano cresce - come nella canzone dei Rolling Stones - una simpatia per il diavolo, incarnazione di una profonda riflessione filosofica da parte di Bulgakov, quella sul rapporto tra l'uomo e il divino, ovvero tra l'uomo e la sua coscienza. In fondo il romanzo di Bulgakov è un grande omaggio alla libertà dell'uomo e alla sua capacità di autodeterminazione, radice di ogni grandezza e di ogni miseria.
E se all'inizio si teme di non reggere a uno spettacolo di 2 ore e 40 minuti, all'uscita si è carichi di un'energia luciferina e della certezza di aver assistito a un grande spettacolo teatrale.
Voto: 4/5
venerdì 28 luglio 2017
La ragazza del mondo
Grazie all'Isola del Cinema, l'ormai tradizionale arena estiva dell'isola tiberina, recupero il film di Marco Danieli, La ragazza del mondo, che avevo perso a suo tempo.
Il film racconta la travagliata storia d'amore tra Giulia (Sara Serraiocco) e Libero (Michele Riondino) dal suo emergere alla sua fine.
Giulia è una Testimone di Geova, come la sua famiglia. Frequenta le adunanze, predica porta a porta ed è molto religiosa e rispettosa delle regole.
Libero è uscito da poco dalla galera (dove è finito per spaccio) e vive con la madre.
I due si incontrano e si innamorano. Ma Giulia - secondo le regole del gruppo religioso cui appartiene - non può frequentare un "ragazzo del mondo" e soprattutto non può avere rapporti prematrimoniali. Cosicché presto dovrà fare i conti con la sua coscienza e con i condizionamenti del suo gruppo religioso e dovrà decidere da che parte stare.
Sceglierà di stare con Libero, accettando l'espulsione dalla comunità e l'emarginazione, e lo farà anche quando Libero - incapace di garantirle una vita normale - si metterà nuovamente nei guai.
Il film di Marco Danieli racconta due mondi estremi: da un lato quello rigido e chiuso dei Testimoni di Geova cui appartiene Giulia, dall'altro quello da case popolari e spaccio di droga cui appartiene Libero.
Il mondo normale, quello che non è condizionato da ortodossie religiose, né sta ai margini della società, è assente da questo racconto, e in un primo momento questa scelta mi è sembrata il limite più grosso del film, una specie di artificio per amplificare l'effetto.
Riflettendoci meglio a posteriori mi sono detta invece che forse Giulia - educata al rispetto di regole troppo rigide - non poteva in fondo che finire nelle braccia di un personaggio a sua volta estremo come Libero. E in quest'ottica il film acquista una coloritura nuova nella misura in cui ci propone una riflessione sugli effetti collaterali di qualunque forma di educazione - non ultima quella di tipo religioso - che svaluta la felicità e la responsabilità del singolo e che gioca sui sensi di colpa dell'individuo.
Non un capolavoro del cinema italiano, ma certamente un film onesto e non superficiale, ben scritto e recitato. E che dunque sono stata contenta di recuperare.
Voto: 3/5
Il film racconta la travagliata storia d'amore tra Giulia (Sara Serraiocco) e Libero (Michele Riondino) dal suo emergere alla sua fine.
Giulia è una Testimone di Geova, come la sua famiglia. Frequenta le adunanze, predica porta a porta ed è molto religiosa e rispettosa delle regole.
Libero è uscito da poco dalla galera (dove è finito per spaccio) e vive con la madre.
I due si incontrano e si innamorano. Ma Giulia - secondo le regole del gruppo religioso cui appartiene - non può frequentare un "ragazzo del mondo" e soprattutto non può avere rapporti prematrimoniali. Cosicché presto dovrà fare i conti con la sua coscienza e con i condizionamenti del suo gruppo religioso e dovrà decidere da che parte stare.
Sceglierà di stare con Libero, accettando l'espulsione dalla comunità e l'emarginazione, e lo farà anche quando Libero - incapace di garantirle una vita normale - si metterà nuovamente nei guai.
Il film di Marco Danieli racconta due mondi estremi: da un lato quello rigido e chiuso dei Testimoni di Geova cui appartiene Giulia, dall'altro quello da case popolari e spaccio di droga cui appartiene Libero.
Il mondo normale, quello che non è condizionato da ortodossie religiose, né sta ai margini della società, è assente da questo racconto, e in un primo momento questa scelta mi è sembrata il limite più grosso del film, una specie di artificio per amplificare l'effetto.
Riflettendoci meglio a posteriori mi sono detta invece che forse Giulia - educata al rispetto di regole troppo rigide - non poteva in fondo che finire nelle braccia di un personaggio a sua volta estremo come Libero. E in quest'ottica il film acquista una coloritura nuova nella misura in cui ci propone una riflessione sugli effetti collaterali di qualunque forma di educazione - non ultima quella di tipo religioso - che svaluta la felicità e la responsabilità del singolo e che gioca sui sensi di colpa dell'individuo.
Non un capolavoro del cinema italiano, ma certamente un film onesto e non superficiale, ben scritto e recitato. E che dunque sono stata contenta di recuperare.
Voto: 3/5
mercoledì 6 giugno 2012
Dieci inverni / Valerio Mieli
Dieci inverni / Valerio Mieli. Milano: Rizzoli, 2009.
«Una chiocciola percorre in media 5-6 centimetri all’ora. Per fare il giro completo di Venezia impiegherebbe circa dieci anni», sostanzialmente quanti ne impiegano Silvestro e Camilla per trovarsi dopo essersi a lungo inseguiti e mancati dopo il loro primo incontro avvenuto su un vaporetto nel 1999.
Quando si incontrano la prima volta, i due giovani si sono appena iscritti all’università e sono pieni di sogni e di progetti. Sono diversi come il giorno e la notte, eppure tra di loro si crea un legame invisibile, quello che li farà rincontrare più o meno casualmente per dieci anni in momenti diversi delle loro esistenze, senza mai riuscire ad ammettere di amarsi e di voler stare insieme.
Il libro di Mieli si legge in un pomeriggio; in fondo è una sceneggiatura essendo nato quasi contemporaneamente al film omonimo che aveva come protagonisti Michele Riondino e Isabella Ragonese nei ruoli di Silvestro e Camilla.
A me il film – sebbene un po’ triste e forse a volte un po’ banale – era piaciuto (e avevo adorato il cameo di Vinicio Capossela con la sua canzone Parla piano). L’avevo trovato tenero e sincero. Sensazione rafforzata ancora di più dalla lettura del romanzo.
Silvestro e Camilla sono due persone, non due personaggi. Due ragazzi con caratteri diversi; il primo è il classico ragazzone che non vorrebbe crescere mai, che sorride di tutto, che tiene a distanza il dolore e la sofferenza, fa finta di non riconoscerle incontrandole per strada, ma ha anche un cuore grande e generoso. Camilla è una bambina che gioca a fare l’adulta, un po’ secchiona e un po’ timida, insicura nei rapporti con gli altri, profondamente fragile e straordinariamente forte.
Entrambi hanno in realtà una grande paura, quella che non ti fa riconoscere la felicità quando ce l’hai davanti e che ti fa reagire con violenza quando la vita ti offre un’opportunità.
A fare da sfondo a questo quasi amore è l’ambiguità della città di Venezia, il posto dove in assoluto è più facile incontrarsi e più facile perdersi.
Insomma, quello di Mieli non è un romanzo con alte aspirazioni letterarie, ma rispetto a un romanzo che per struttura narrativa gli è simile come Un giorno di David Nicholls, io l’ho trovato meno melodrammatico, più ironico e forse per questo più coinvolgente e più vero.
O chissà, oggi ho l’animo un po’ intenerito e le storie come questa riescono persino a commuovermi!
Ai cinici suggerisco di astenersi dalla lettura. Non sopporterei di leggere i vostri commenti in questo momento ;-)
Voto: 3,5/5
«Una chiocciola percorre in media 5-6 centimetri all’ora. Per fare il giro completo di Venezia impiegherebbe circa dieci anni», sostanzialmente quanti ne impiegano Silvestro e Camilla per trovarsi dopo essersi a lungo inseguiti e mancati dopo il loro primo incontro avvenuto su un vaporetto nel 1999.
Quando si incontrano la prima volta, i due giovani si sono appena iscritti all’università e sono pieni di sogni e di progetti. Sono diversi come il giorno e la notte, eppure tra di loro si crea un legame invisibile, quello che li farà rincontrare più o meno casualmente per dieci anni in momenti diversi delle loro esistenze, senza mai riuscire ad ammettere di amarsi e di voler stare insieme.
Il libro di Mieli si legge in un pomeriggio; in fondo è una sceneggiatura essendo nato quasi contemporaneamente al film omonimo che aveva come protagonisti Michele Riondino e Isabella Ragonese nei ruoli di Silvestro e Camilla.
A me il film – sebbene un po’ triste e forse a volte un po’ banale – era piaciuto (e avevo adorato il cameo di Vinicio Capossela con la sua canzone Parla piano). L’avevo trovato tenero e sincero. Sensazione rafforzata ancora di più dalla lettura del romanzo.
Silvestro e Camilla sono due persone, non due personaggi. Due ragazzi con caratteri diversi; il primo è il classico ragazzone che non vorrebbe crescere mai, che sorride di tutto, che tiene a distanza il dolore e la sofferenza, fa finta di non riconoscerle incontrandole per strada, ma ha anche un cuore grande e generoso. Camilla è una bambina che gioca a fare l’adulta, un po’ secchiona e un po’ timida, insicura nei rapporti con gli altri, profondamente fragile e straordinariamente forte.
Entrambi hanno in realtà una grande paura, quella che non ti fa riconoscere la felicità quando ce l’hai davanti e che ti fa reagire con violenza quando la vita ti offre un’opportunità.
A fare da sfondo a questo quasi amore è l’ambiguità della città di Venezia, il posto dove in assoluto è più facile incontrarsi e più facile perdersi.
Insomma, quello di Mieli non è un romanzo con alte aspirazioni letterarie, ma rispetto a un romanzo che per struttura narrativa gli è simile come Un giorno di David Nicholls, io l’ho trovato meno melodrammatico, più ironico e forse per questo più coinvolgente e più vero.
O chissà, oggi ho l’animo un po’ intenerito e le storie come questa riescono persino a commuovermi!
Ai cinici suggerisco di astenersi dalla lettura. Non sopporterei di leggere i vostri commenti in questo momento ;-)
Voto: 3,5/5
martedì 15 dicembre 2009
Dieci inverni
Semplicemente dieci anni della storia di Camilla (Isabella Ragonese) e Silvestro (Michele Riondino), amici, nemici, conoscenti, estranei e solo alla fine - forse - amanti. In questi dieci anni succede tutto (storie d'amore, lauree, amicizie, figli) e, allo stesso tempo, niente. Certo non tutto ci viene raccontato - com'è giusto che sia -, solo frammenti delle vite dei due protagonisti, quelli che li fanno incontrare volontariamente o casualmente, nella bruma veneziana o tra la neve di Mosca.
Camilla e Silvestro inevitabilmente ci riportano alla mente la storia di Sara (Lorenza Indovina) e Marco (Fabrizio Gifuni), protagonisti del film Un amore, di Gianluca Maria Tavarelli, anche loro legati da un filo che non si spezza, ma nemmeno intreccia, sospesi in un rapporto cui dare un nome sarebbe delittuoso.
Nel suo minimalismo narrativo, Dieci inverni mi ha fatto però anche pensare in certi momenti a un altro film che ho molto amato, Un cuore in inverno, di Claude Sautet. Anche lì si riflette sul mistero dell'amore, quel sentimento che respingiamo per paura e poi dolorosamente e disperatamente cerchiamo.
Camilla e Silvestro sono in fondo anche loro due cuori in inverno che non si incontrano mai; ed è bellissima la scena in cui dall'alto li vediamo in un "campo" veneziano, separati da una chiesa, entrambi scorgono un prete al centro della piazza che trasporta un alberello, ma tra loro non si vedono e ognuno prosegue per la sua strada.
In fondo, è proprio questa in sintesi la loro storia: non si vedono o fanno finta di non vedersi, ciascuno trattenuto a terra dalla morsa di gelo che soffoca i sentimenti e che di volta in volta si manifesta sotto forma di egoismo, di orgoglio, di infantilismo, di paura, di superficialità, di meschinità.
E anche quando si incontrano chissà se poi si incontrano davvero...
Un gioiello la canzone di Capossela, Parla piano, che contribuisce a trasmettere al film di Mieli quella malinconia dell'incompiutezza e della solitudine da cui le nostre piccole vite umane sono inevitabilmente affette.
Se Lo spazio bianco era una riflessione sulla dilatazione del tempo che per quanto breve sembra interminabile se vissuto nell'attesa, Dieci inverni ci fa riflettere sul fatto che il tempo può avere percorsi lunghissimi e tortuosi, ma dieci anni possono essere come dieci giorni nella percezione di chi insegue qualcosa senza mai afferrarla.
Alla fine, resta anch'esso sospeso l'interrogativo: viviamo in balìa dell'intrinseca imperfezione dell'esistenza o della nostra incapacità soggettiva di placare i tumulti dell'animo e di riempire la nostra solitudine?
"Quando ami qualcuno
meglio amarlo davvero e del tutto
o non prenderlo affatto [...]
Che ti dà che mi dà
affidarsi a te non fidandomi di me"
(qui il testo completo della canzone di Capossela)
Voto: 4/5
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