Il film di Damiano Michieletto non era esattamente nella mia lista di quelli da vedere, però la programmazione natalizia - tra film che non mi interessavano e film belli che avevo già visto in anteprima (quello di Jarmush e quello ambientato a Taiwan, in italiano La mia famiglia a Taipei) - era per me piuttosto avara di proposte.
Dunque accolgo la proposta della mia amica d'infanzia I. di andare a vedere Primavera, perché lei è da sempre un'appassionata di musica e ama molto Vivaldi.
In realtà il film di Michieletto si rivela molto meno incentrato su Vivaldi e molto più sulle ragazze orfane e/o abbandonate che venivano cresciute presso l'Ospedale della pietà a Venezia, dove venivano educate, istruite e avviate alla musica, per poi possibilmente essere date in sposa a qualche ricco. L'Ospedale viveva delle donazioni dei nobili locali che partecipavano alle messe e ai concerti, e delle doti che gli stessi pagavano per prendere in moglie le ragazze.
In particolare, l'attenzione si concentra su Cecilia (Tecla Insolia), una giovane che scrive alla madre sconosciuta sperando che prima o poi vada a riprenderla e che viene notata da don Antonio Vivaldi per le sue doti di violinista, quando il maestro e compositore viene richiamato dal direttore dell'Ospedale per risollevarne le sorti.
Vivaldi porta grandi innovazioni musicali nel repertorio e continua a comporre sonate e opere sempre più dirompenti rispetto al mainstream dell'epoca, assecondato dalle ragazze e soprattutto da Cecilia.
Ma per una donna, per di più abbandonata e senza né soldi né titoli, in quel momento storico non c'era praticamente alcuna possibilità di seguire la propria strada e la propria vocazione.
Il film di Michieletto si muove su binari solidi, sostenuto anche da una bella ricostruzione d'ambiente e dalla recitazione di Riondino (nei panni di Vivaldi) e di Insolia (oltre che del bravissimo Andrea Pennacchi), ma resta piuttosto convenzionale e alla fine anche consolatorio nel prospettare una forma di autodeterminazione che appare oggettivamente poco probabile.
Bella la parte musicale del film - che poi è forse quella che a Michieletto interessa di più - ma la parabola femminista sottesa appare piuttosto stucchevole, e alla fine lo spettatore non sa bene a chi affezionarsi, se a Vivaldi, musicista malato e geniale, destinato a morire in povertà, o a Cecilia, personaggio di finzione, rappresentativo di tutte le donne che per secoli non hanno potuto scegliere per la propria vita.
Voto: 3/5
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venerdì 16 gennaio 2026
domenica 3 agosto 2025
West side story / regia di Damiano Michieletto. Terme di Caracalla, 17 luglio 2025
Erano passati ormai diversi anni dall'ultima volta a Caracalla per uno spettacolo estivo e dunque quest'anno vedendo in cartellone West side story con la regia di Damiano Michieletto ho pensato fosse arrivato il momento di tornarci.
West side story è un musical che non ha bisogno di presentazioni: liberamente ispirato alla tragedia di Shakespeare Romeo e Giulietta, è stato scritto da Stephen Sondheim e musicato dal grande Leonard Bernstein, mentre il libretto è di Arthur Laurents e l'idea e la prima messinscena di Jerome Robbins.
La storia è ambientata negli anni Cinquanta nell'Upper West Side e vede protagoniste due bande di adolescenti che si contendono il controllo delle strade. In questo scontro si consuma la tragica storia d'amore tra Tony, che fa parte della banda dei bianchi, e Maria, che invece è la ragazza di uno dei componenti della banda portoricana.
Nel musical però trovano posto anche molte altre tematiche che vanno dal sogno americano al razzismo, all'immigrazione e alle problematiche di accettazione e assimilazione.
Non a caso Michieletto gioca sul palco con delle grandi lettere illuminate (tipo quelle di Broadway) che a seconda dei momenti del racconto vanno a formare le parole America, Miracle e Maria, che in un certo senso sono i temi intorno a cui gira il racconto.
Il regista sceglie di ambientare la vicenda sul fondo di una piscina su cui domina una grande piattaforma per i tuffi e nella quale, oltre al cast, si collocano gli elementi mobili della scenografia, oltre alle lettere, una specie di colonna con la fiaccola rovesciata e caduta (secondo un simbolismo direi piuttosto intuitivo).
Il testo è quello originale in inglese e spagnolo (con sottotitoli nelle lingue originali e in italiano al lato del palco), cosa che talvolta distoglie l'attenzione da quello che sta succedendo.
Grazie all'esecuzione dal vivo dell'immortale colonna sonora di Bernstein, di cui alcuni brani fanno ormai parte della cultura pop mondiale, e al corpo di ballo del teatro dell'opera su coreografie di Sasha Riva e Simone Repele, nonché ai bellissimi costumi di Carla Teti, assistiamo a uno spettacolo visivamente davvero bello e a tratti anche entusiasmante. Peccato per l'eccesso di andirivieni sulle tribune, ai due vecchi che non stanno zitti un attimo accanto a me, all'orario tardo che si somma alla mia stanchezza. E però, nonostante tutto questo, Michieletto e West side story riescono a conquistarmi e a convincermi, grazie al mix di una storia senza tempo e in fondo attualissima e la costruzione di un universo pop sbrilluccicante che aggiunge ulteriori livelli di lettura e fruizione.
Il resto lo fa la straordinaria scenografia delle Terme di Caracalla che - nonostante i rumori e le musiche della movida estiva romana - resta un'ambientazione straordinaria.
Voto: 4/5
West side story è un musical che non ha bisogno di presentazioni: liberamente ispirato alla tragedia di Shakespeare Romeo e Giulietta, è stato scritto da Stephen Sondheim e musicato dal grande Leonard Bernstein, mentre il libretto è di Arthur Laurents e l'idea e la prima messinscena di Jerome Robbins.
La storia è ambientata negli anni Cinquanta nell'Upper West Side e vede protagoniste due bande di adolescenti che si contendono il controllo delle strade. In questo scontro si consuma la tragica storia d'amore tra Tony, che fa parte della banda dei bianchi, e Maria, che invece è la ragazza di uno dei componenti della banda portoricana.
Nel musical però trovano posto anche molte altre tematiche che vanno dal sogno americano al razzismo, all'immigrazione e alle problematiche di accettazione e assimilazione.
Non a caso Michieletto gioca sul palco con delle grandi lettere illuminate (tipo quelle di Broadway) che a seconda dei momenti del racconto vanno a formare le parole America, Miracle e Maria, che in un certo senso sono i temi intorno a cui gira il racconto.
Il regista sceglie di ambientare la vicenda sul fondo di una piscina su cui domina una grande piattaforma per i tuffi e nella quale, oltre al cast, si collocano gli elementi mobili della scenografia, oltre alle lettere, una specie di colonna con la fiaccola rovesciata e caduta (secondo un simbolismo direi piuttosto intuitivo).
Il testo è quello originale in inglese e spagnolo (con sottotitoli nelle lingue originali e in italiano al lato del palco), cosa che talvolta distoglie l'attenzione da quello che sta succedendo.
Grazie all'esecuzione dal vivo dell'immortale colonna sonora di Bernstein, di cui alcuni brani fanno ormai parte della cultura pop mondiale, e al corpo di ballo del teatro dell'opera su coreografie di Sasha Riva e Simone Repele, nonché ai bellissimi costumi di Carla Teti, assistiamo a uno spettacolo visivamente davvero bello e a tratti anche entusiasmante. Peccato per l'eccesso di andirivieni sulle tribune, ai due vecchi che non stanno zitti un attimo accanto a me, all'orario tardo che si somma alla mia stanchezza. E però, nonostante tutto questo, Michieletto e West side story riescono a conquistarmi e a convincermi, grazie al mix di una storia senza tempo e in fondo attualissima e la costruzione di un universo pop sbrilluccicante che aggiunge ulteriori livelli di lettura e fruizione.
Il resto lo fa la straordinaria scenografia delle Terme di Caracalla che - nonostante i rumori e le musiche della movida estiva romana - resta un'ambientazione straordinaria.
Voto: 4/5
venerdì 26 gennaio 2024
Il flauto magico / Mozart; regia di Damiano Michieletto. Teatro dell’opera, 14 gennaio 2024
Ed eccomi qua a parlare di quelle cose di cui non sono in grado di dire niente.
So pochissimo di musica classica, e di opera ancor meno, però - curiosa come sono - negli anni mi sono buttata anche in esperienze per me in qualche modo nuove.
Non è dunque la prima volta che vado al Teatro dell'Opera di Roma, anche se l'ultima volta risale ormai a più di sette anni fa quando ero andata a vedere la Cenerentola di Rossini per la regia di Emma Dante (e quello stesso anno avevo visto a Caracalla il Barbiere di Siviglia di Rossini).
Già allora - e nello stesso modo è andata anche questa volta - la scelta era nata non tanto come scelta dell'opera in sé, quanto per la curiosità dell'allestimento da parte di una regista che seguo e apprezzo, soprattutto a teatro.
Questa volta la mia curiosità è attivata dalla regia di Damiano Michieletto, di cui ho sentito tanto parlare dalle mie amiche G. e C., ma di cui non ho mai visto niente. In più, Il flauto magico è un'opera con cui ho almeno una minima familiarità, visto che diversi anni fa ne avevo visto la versione realizzata a teatro dall'Orchestra di piazza Vittorio. A grandi linee quindi conosco la storia, e mi dicono qualcosa i nomi di Tamino, Pamina, la regina della notte, Sarastro e Papageno, ma si tratta di reminiscenze piuttosto vaghe.
La mia amica G. con cui vado a teatro mi dà qualche elemento interpretativo, e poi quando si spengono le luci mi lascio andare allo spettacolo. Michieletto sceglie di ambientare la vicenda in una scuola, identificando questa come il regno della laicità e della conoscenza, e contrapponendola al mondo della regina della notte, dove domina la fede e l'istinto. Tutta l'opera viene quindi interpretata nell'ottica di una lotta tra questi due poli, e Tamino e Pamina sono due giovanissimi ancora un po' ingenui che attraverso l'avventura che vivono diventano adulti e comprendono l'importanza della conoscenza.
Da quando la mia amica G. mi dice che quest'opera è da sempre un rompicapo per chi deve comprenderne il significato profondo e certamente al suo interno ci sono molti temi che fanno capo alla massoneria, vedo tutto in quest'ottica, ma mi sforzo ovviamente di contestualizzare e di on lasciarmi condizionare.
Sicuramente, le invenzioni registiche mi aiutano ad apprezzare quest'opera, sia in termini di scenografia che in termini di luci e movimenti sulla scena, oltre che di costumi e molte altre cose. Penso in particolare alla grande lavagna che proietta e con cui in parte interagiscono i protagonisti, e che sollevandosi dà accesso a un nuovo ambiente che è quello dove abita la regina della notte, al bosco con i grandi alberi che sembrano veri, ma anche alle azioni dei protagonisti e alle piccole grandi sorprese che riservano.
Non posso dire molto sugli interpreti: a me ignorante sembrano tutti bravissimi, ma su questo la mia opinione non conta.
Me ne torno a casa con in testa il refrain della regina della notte, e questo già mi sembra un gran risultato.
Voti non ne do, ché non mi sento proprio all'altezza in questo caso. Sento che alla prima Michieletto è stato fischiato e molte persone che conosco e che ne sanno di opera molto più di me mi dicono che non si tratta di una lettura molto riuscita, ma io mi astengo dai giudizi.
So pochissimo di musica classica, e di opera ancor meno, però - curiosa come sono - negli anni mi sono buttata anche in esperienze per me in qualche modo nuove.
Non è dunque la prima volta che vado al Teatro dell'Opera di Roma, anche se l'ultima volta risale ormai a più di sette anni fa quando ero andata a vedere la Cenerentola di Rossini per la regia di Emma Dante (e quello stesso anno avevo visto a Caracalla il Barbiere di Siviglia di Rossini).
Già allora - e nello stesso modo è andata anche questa volta - la scelta era nata non tanto come scelta dell'opera in sé, quanto per la curiosità dell'allestimento da parte di una regista che seguo e apprezzo, soprattutto a teatro.
Questa volta la mia curiosità è attivata dalla regia di Damiano Michieletto, di cui ho sentito tanto parlare dalle mie amiche G. e C., ma di cui non ho mai visto niente. In più, Il flauto magico è un'opera con cui ho almeno una minima familiarità, visto che diversi anni fa ne avevo visto la versione realizzata a teatro dall'Orchestra di piazza Vittorio. A grandi linee quindi conosco la storia, e mi dicono qualcosa i nomi di Tamino, Pamina, la regina della notte, Sarastro e Papageno, ma si tratta di reminiscenze piuttosto vaghe.
La mia amica G. con cui vado a teatro mi dà qualche elemento interpretativo, e poi quando si spengono le luci mi lascio andare allo spettacolo. Michieletto sceglie di ambientare la vicenda in una scuola, identificando questa come il regno della laicità e della conoscenza, e contrapponendola al mondo della regina della notte, dove domina la fede e l'istinto. Tutta l'opera viene quindi interpretata nell'ottica di una lotta tra questi due poli, e Tamino e Pamina sono due giovanissimi ancora un po' ingenui che attraverso l'avventura che vivono diventano adulti e comprendono l'importanza della conoscenza.
Da quando la mia amica G. mi dice che quest'opera è da sempre un rompicapo per chi deve comprenderne il significato profondo e certamente al suo interno ci sono molti temi che fanno capo alla massoneria, vedo tutto in quest'ottica, ma mi sforzo ovviamente di contestualizzare e di on lasciarmi condizionare.
Sicuramente, le invenzioni registiche mi aiutano ad apprezzare quest'opera, sia in termini di scenografia che in termini di luci e movimenti sulla scena, oltre che di costumi e molte altre cose. Penso in particolare alla grande lavagna che proietta e con cui in parte interagiscono i protagonisti, e che sollevandosi dà accesso a un nuovo ambiente che è quello dove abita la regina della notte, al bosco con i grandi alberi che sembrano veri, ma anche alle azioni dei protagonisti e alle piccole grandi sorprese che riservano.
Non posso dire molto sugli interpreti: a me ignorante sembrano tutti bravissimi, ma su questo la mia opinione non conta.
Me ne torno a casa con in testa il refrain della regina della notte, e questo già mi sembra un gran risultato.
Voti non ne do, ché non mi sento proprio all'altezza in questo caso. Sento che alla prima Michieletto è stato fischiato e molte persone che conosco e che ne sanno di opera molto più di me mi dicono che non si tratta di una lettura molto riuscita, ma io mi astengo dai giudizi.
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