giovedì 20 novembre 2025
Re Chicchinella / da Giambattista Basile; regia di Emma Dante. Teatro Argentina, 7 novembre 2025
Per il re si tratta di una condizione fortemente invalidante, che però ha l’effetto collaterale, ben gradito dalla sua corte, compresa la moglie e la figlia, di produrre delle uova di oro.
Nel raccontare questa storia, di cui la Dante rielabora il finale con un processo trasformativo che non affida alla morte la chiusa narrativa, la regista siciliana mantiene coerente lo stile di messa in scena e di regia a cui ci ha ormai abituato nei suoi ultimi lavori.
Un palco completamente immerso nel buio, pochissimi oggetti di scena, costumi molto fantasiosi, e un grandissimo lavoro sul linguaggio, sui corpi, sulle coreografie e sulle luci.
Recitato nel napoletano seicentesco di Basile, Re Chicchinella ci offre lo spaccato ironico e a tratti comico di una corte la cui vacuità è direttamente proporzionale all’avidità.
Il cianciare confuso e ripetitivo delle cortigiane con i loro costumi che ne esagerano le forme abbondanti è il simbolo di un mondo di egoismi e di servilismi, mentre il re (magnificamente interpretato dal sempre bravissimo Carmine Maringola, capace di far recitare ogni parte del suo corpo) è a sua volta un personaggio dolente, ma anche insulso.
Sebbene ogni spettatore possa leggere in questo racconto il senso o la morale che vuole, mi pare che a questo giro Emma Dante viri maggiormente sul divertissement, trasformando quella che avrebbe potuto essere una storia tetra in una narrazione giocosa, seppure non priva di significato.
Voto: 3,5/5
martedì 6 giugno 2023
Il tango delle capinere / di Emma Dante. Teatro Argentina, 10 maggio 2023
Protagonista di questo spettacolo è una coppia di anziani, ancora molto affiatati e legati da una passione per il ballo. Quando da un grande baule viene fuori un carillon e la melodia si diffonde nell'aria, i due anziani cominciano a ballare e questo li riporta con i ricordi indietro nel tempo, toccando tutti i momenti salienti della loro storia e della loro vita di coppia, spesso segnati da canzoni e balli, fino ad arrivare al giorno nel quale si incontrarono per la prima volta e che sembra quasi coincidere scenicamente con il giorno in cui si separano definitivamente.
I due interpreti, Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri, riescono a ottenere il massimo dai loro corpi mettendoli pienamente a servizio di questa piccola storia e delle scelte narrative della Dante.
Nello spettacolo della Dante - cosa che è diventata ormai una sua cifra stilistica - il palcoscenico è tendenzialmente buio e le luci sono molto mirate e creano atmosfera; le parole sono poche - e quelle poche in questo caso sono pronunciate in dialetto siciliano -; per il resto la storia è costruita attraverso la fisicità dei protagonisti (in questo caso esaltata dai molti momenti di ballo) e i "versi" che pronunciano (come nella esilarante scena con il bambolotto, ossia il figlio che gli è nato).
Il tono complessivo - pur attraversato da parecchi momenti giocosi e divertenti - è invero malinconico, e al termine dello spettacolo si esce dal teatro col magone.
Quella raccontata è una storia semplice, che non nasconde grandi insegnamenti, ma ci fa riflettere sulla nostra vita, quella splendida parentesi tra il nulla che c'è prima e quello che c'è dopo, e che va apprezzata e vissuta per quello che è, ossia per il senso quotidiano che le diamo.
Da parecchi punti di vista mi sembra che ci sia un fil rouge ideale che collega questo spettacolo a Pupo di zucchero: in entrambi i casi al centro ci sono delle persone anziane che riportano in vita i loro ricordi e che attraverso quei ricordi ritrovano ancora un senso di vitalità.
Al centro di entrambi gli spettacoli i temi della vita e della morte, dei ricordi e degli affetti che li attraversano, delle storie che sono parte centrale della nostra identità.
Gli spettacoli di Emma Dante si confermano ancora una volta un piacere per gli occhi e per l'anima, con la loro capacità di accendere emozioni anche contraddittorie, attraverso storie sempre ricche di una forte umanità, espressione di un ben radicato umanesimo.
Voto: 3,5/5
venerdì 11 novembre 2022
Pupo di zucchero / regia di Emma Dante. Teatro Argentina, 30 ottobre 2022
Come già con La scortecata, la regista siciliana attinge a un libro che è una vera e propria miniera di storie, e che ha ispirato moltissimi adattamenti in tanti linguaggi diversi, ossia Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.
In questo caso la storia è perfetta per i giorni a ridosso del 2 novembre, perché è proprio dedicata al tema della memoria dei propri cari. Il protagonista (interpretato da Carmine Maringola) è un anziano che vive da solo e sta facendo lievitare l'impasto con cui preparerà come ogni anno il "pupo di zucchero", un dolce che nella tradizione palermitana viene realizzato appunto per i defunti e che qui si fonde con la tradizione napoletana del culto delle anime del purgatorio.
Durante questa preparazione il protagonista - che non nasconde il suo senso di solitudine - richiama alla memoria e "riporta in vita" frammenti di storie riguardanti i familiari che non ci sono più e che invece un tempo animavano la sua casa ormai vuota.
Vediamo così rivivere sul palco le tre sorelle con i loro canti e balli, il padre marinaio che a Marsiglia conosce e sposa la madre e la porta poi a Napoli, Pasqualino, un ragazzo di colore cresciuto come un figlio dai suoi genitori, la zia Rita ammazzata di botte dal suo compagno, il torero Pedro.
Tutti questi personaggi accendono il palcoscenico di suoni, colori, immagini e storie che riempiono di vita la notte dei morti e accompagnano il protagonista verso la giornata successiva, quella in cui andrà a rendere omaggio ai suoi cari al cimitero.
Lo spettacolo di Emma Dante racconta una storia che contiene tante storie, e lo fa nel suo modo speciale, che io apprezzo particolarmente: una scenografia minimale, in cui con pochissimi oggetti si stimola l'immaginazione dello spettatore e si creano mondi, un uso straordinario delle luci, fatte interagire con elementi della scena, dai vestiti di strass alla farina in aria, per creare effetti visivi molto affascinanti e di grande impatto emotivo, l'uso di canzoni tradizionali cantate dal vivo senza alcun accompagnamento che si mescolano e si sovrappongono alle parole, i cambi di ritmo con accelerazioni improvvise e frastornanti e rallentamenti che aiutano a sedimentare i contenuti.
Certo, il rischio è che la Dante - una volta trovata una formula di successo - la ripeta all'infinito o addirittura la carichi ulteriormente fino a renderla nel tempo stucchevole. Personalmente mi auguro che non accada e che lei sia capace di continuare a sorprenderci con nuove invenzioni e soluzioni sceniche.
Voto: 4/5
venerdì 10 settembre 2021
Misericordia / Emma Dante. Teatro Argentina, 2 settembre 2021
Quando si accendono le luci sul palco ci sono quattro sedie: tre sono occupate da Anna, Nuzza e Bettina (le bravissime Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco e Leonarda Saffi) che sono chine sui loro ferri, mentre sulla quarta sedia si muove compulsivamente Arturo, un ragazzo con problemi psicomotori (uno straordinario Simone Zambelli, di cui si potrebbero tessere gli elogi per pagine e pagine). Arturo si alza e al ritmo del ticchettio dei ferri e vestito in un abito da donna comincia a danzare, mentre le tre donne bisbigliano pettegolezzi, lamentele e recriminazioni.
Inizia così l'ultimo lavoro di Emma Dante, Misericordia, che doveva andare in scena lo scorso anno ma era stato bloccato dalla pandemia. E proprio con questo spettacolo torno anche io in sala dopo una lunga assenza, e - devo ammettere - non ci poteva essere migliore occasione per riprendere contatto con il mondo del teatro.
Emma Dante mi piace. Forse non sempre, e certamente molto più a teatro che al cinema. Al teatro vengono fuori in maniera diretta e non mediata la sua carnalità e la materialità delle sue storie, che invece secondo me al cinema tendono a stemperarsi e rarefarsi.
Sul palco Emma Dante espone i corpi e attraverso di essi esprime forse più delle parole, arrivando all'essenza profonda delle culture, dei generi e in definitiva della condizione umana.
In questo caso - come spesso accade negli spettacoli della Dante - siamo in un contesto di povertà e degrado, in una casa piccola e senza luce, dove le tre donne cuciono e per arrotondare si prostituiscono (la scena notturna con il ballo erotico e tribale delle tre è davvero notevole), mentre litigano tra loro e si occupano in modo naif ma affettuoso di questo ragazzo che - come scopriremo - è il figlio di una loro compagna, morta per le botte dell'amante dopo il parto, e che loro hanno deciso di crescere.
C'è dunque il tema della violenza e del femminicidio nello spettacolo, così come quello della povertà e del degrado, ma ce ne sono molti altri che, ognuno secondo la sua sensibilità, potrà cogliere e sentire in maniera più o meno accentuata. Penso ad esempio al tema della "famiglia" e del rapporto madre-figlio (in questo caso madri-figlio) e dei mille modi in cui si può declinare. Penso al tema della diversità, e della ricchezza e al contempo della fatica emotiva che porta con sé. Penso alla speranza che si fa largo anche nelle situazioni più disperate, perché l'amore senza speranza non può esistere. Penso all'ironia che si nasconde nelle pieghe anche del tragico e a cui Emma Dante non rinuncia mai, virandolo talvolta persino sul grottesco.
Insomma, lo spettacolo mi è piaciuto. Mi ha parlato direi principalmente in maniera metalinguistica ed emotiva, anche e soprattutto grazie alle interpretazioni delle attrici e alla eccezionale bravura "fisica" di Zambelli. E non credo si possa chiedere di più al teatro.
Voto: 4/5
mercoledì 23 settembre 2020
Le sorelle Macaluso
Emma Dante è nota soprattutto per le sue opere teatrali, alcune delle quali ho avuto modo di apprezzare a teatro nel corso degli ultimi anni.
La regista non disdegna però di tanto in tanto qualche incursione cinematografica, che di solito ha comunque un'ascendenza o un impianto teatrale.
Nel caso de Le sorelle Macaluso l'opera teatrale è una di quelle di maggiore successo della regista (sebbene io non l'abbia vista) e l'approdo al cinema punta a darle una risonanza ancora più ampia.
L'adattamento cinematografico ha ovviamente richiesto qualche modifica, prima tra tutte la riduzione del numero delle sorelle che a teatro sono dodici e qui invece sono cinque.
[ATTENZIONE: Proseguendo nella lettura sono presenti SPOILER!]
La sostanza però rimane la stessa: la storia delle sorelle Macaluso che vivono da sole in una casa di Palermo, e delle quali ci viene raccontata una giornata che segnerà per sempre la vita di tutte.
Il film si articola in tre momenti: la prima è la fatidica giornata, quella in cui le cinque ragazze al risveglio si preparano per andare al mare ai bagni Charleston. È la giornata in cui facciamo la conoscenza con ognuna di loro, scopriamo i loro sogni e desideri, nonché i loro rapporti, la gioia e l'ottimismo con cui ancora guardano alla vita.
Il secondo momento le vede ormai pienamente adulte e ridotte a quattro perché comprendiamo che quella giornata di festa è finita male. Tutt'e quattro hanno perso la leggerezza dell'infanzia e della giovinezza, e vivono rimpianti e recriminazioni reciproche, mentre una di loro sta per fare alle altre una dolorosa rivelazione.
Il terzo momento le vede anziane, ormai ridotte a tre, la casa ormai decadente, mentre la sorella che ci è rimasta a vivere prepara la sua morte.
Ogni momento è separato dall'altro da un volo di colombe e gabbiani, quelli che da quando sono piccole popolano la soffitta della loro casa e dalla cui vendita o "prestito" le ragazze vivono.
Il film nel complesso è interessante, e queste vite intrecciate e spezzate da una giornata su cui si sono infranti i sogni di tutte e su cui sono fioriti i sensi di colpa, i conflitti e le follie sono uno spettacolo emotivamente potente.
Il testo è certamente il punto di forza del racconto. A livello cinematografico invece il film appare troppo insistito sulle metafore (una casa dove ciò che è rotto non viene mai riparato, l'abbuffata della sorella che sta per morire, la simbologia delle colombe) e alfine troppo didascalico e meccanico nella sua struttura (penso ad esempio alle frequenti comparse della bimba morta che le sorelle continuano a vedere in momenti salienti della giornata maledetta).
Il risultato è dunque a tratti un pochino stucchevole, sebbene la storia di queste donne e il loro destino non possano lasciare lo spettatore indifferente.
Una seconda prova cinematografica riuscita secondo me a metà.
Voto: 3/5
lunedì 12 novembre 2018
La scortecata / regia di Emma Dante. Teatro India, 9 novembre 2018
La scortecata è una delle fiabe nere di cui si compone Lo cunto de li cunti, l’opera barocca e sovrabbondante del napoletano Giambattista Basile, la stessa a cui si era ispirato Matteo Garrone per il suo film Il racconto dei racconti, scegliendo tra l’altro questa stessa fiaba per uno degli episodi in cui il film si articola.Si tratta della storia di due sorelle, vecchissime, che vivono in una catapecchia ai piedi del castello in cui abita il re. Un giorno il re sente cantare la più giovane delle due e, affascinato da questa voce che attribuisce a una fanciulla, vuole a tutti i costi scoprire chi si nasconde dietro di essa. Per le due sorelle è l’inizio di una spirale che sconvolge le loro esistenze meste, ripetitive e ricche solo di solitudine fino a condurle a una scelta estrema, quella che dà il titolo alla fiaba. Nel desiderio di essere quello che il re desidera e di poter cambiare la propria esistenza, la vecchia dalla voce soave convince la sorella a scorticarla viva per liberarsi della sua pelle da vecchia e far venire fuori la pelle giovane.
Nella messa in scena di Emma Dante le due vecchie sono interpretate da due uomini, i bravissimi Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola. Le due protagoniste sono sedute su due sedioline, una di fronte all’altra, e in mezzo alle due sedie c’è un tavolino su cui è poggiato il plastico di un castello principesco. L’interazione tra di loro si svolge dapprima tutta su un tono molto ironico: le due donne si punzecchiano reciprocamente, consapevoli della loro povertà e bruttezza, ma anche desiderose di cogliere l’occasione che gli si è presentata per poter cambiare vita. La lingua napoletana si configura fin da subito come il terzo personaggio sul palco, lingua piena di sfumature e di coloriture che interpreta perfettamente il senso di amarezza e il risvolto tragico che sta dietro l’ironia dei dialoghi.
Del resto, l’iniziale atmosfera giocosa si fa ben presto più seria, dal momento che i piccoli risultati positivi che le due sorelle ottengono con l’inganno ordito contro il re alimentano una speranza che è evidentemente priva di fondamento, ma che tale non appare allo sguardo delle due donne, accecate dal desiderio della giovinezza, della bellezza e della ricchezza. È come se – dopo una vita vissuta in solitudine e povertà – un evento inaspettato avesse aperto uno squarcio negli equilibri quotidiani e le avesse rese improvvisamente consapevoli della loro insoddisfazione. Questo climax ha il proprio apice in uno scontro tra le due sorelle nel quale esse utilizzano tutto il repertorio di insulti che la lingua napoletana mette a disposizione. Da qui la parabola non può che essere discendente e virare verso la dolorosa confessione della sorella più giovane e verso il tragico epilogo (in cui c'è una rilevante variazione rispetto alla fiaba originale).
I momenti topici della narrazione sono scanditi da canzoni selezionate dal vasto repertorio napoletano antico e moderno, mentre l’azione sul palco è animata da pochi oggetti che i due attori utilizzano per suggerire allo spettatore un intero mondo.
Ottima prova attoriale e convincente regia della Dante. Il tutto confermato dal lungo applauso finale del pubblico.
Voto: 3,5/5
mercoledì 1 novembre 2017
Bestie di scena / Emma Dante. Teatro Argentina, 22 ottobre 2017
Poi le luci si abbassano, il pubblico si zittisce e l’allenamento degli attori in scena si intensifica, fino a quando a uno a uno cominciano a spogliarsi restando infine completamente nudi.
La situazione all’inizio è surreale e imbarazzante: gli attori si coprono le parti intime e si nascondono gli uni con gli altri, il pubblico è incuriosito e al contempo a disagio.
Questa situazione straniante è resa ancora più straniante dall’esistenza di un deus ex machina invisibile, che dall’esterno fa arrivare sul palco oggetti di vario tipo, che da un lato soddisfano bisogni essenziali e ludici degli individui, dall’altro impongono doveri e condizionano i comportamenti.
Perdere la propria maschera innesca però un lento ma inesorabile processo che è contemporaneamente di ritorno ad uno stato primitivo e dunque istintivo, ma anche di liberazione e recupero della propria individualità.
La liberazione e la responsabilità di se stessi come individui saranno piene solo quando i soggetti sul palco non solo avranno messo da parte le proprie sovrastrutture (ad esempio la vergogna e altre inibizioni, nonché il controllo imposto dall'educazione), ma riusciranno a non essere schiavi neppure dei condizionamenti provenienti dall’esterno.
Tutto questo si realizza in uno spettacolo di un’ora, in cui il significato (che io ho interpretato nei termini di cui sopra, ma che potrebbe essere oggetto di letture diverse) è solo una piccola parte dell’esperienza dello spettatore, che è sì concettuale, ma è anche e soprattutto sensoriale.
Il gioco sapiente delle luci e dei chiaroscuri, gli inserti sonori e musicali, la scenografia, l’alternarsi di vuoti e pieni, la fisicità potente degli attori basterebbero da soli a fare di questo spettacolo di Emma Dante un lavoro riuscito, da cui non si può uscire indifferenti.
La quasi totale assenza della parola (ci sono solo un breve inserto dialettale e qualche suono che esce dalle bocche degli attori) affida completamente ai corpi la comunicazione con il pubblico: la iniziale distanza si accorcia progressivamente fino alla realizzazione di un’empatia tra il pubblico e gli attori sul palco che trascina in qualche modo gli spettatori nei meandri del loro essere primitivi.
Emma Dante regista non smette di sperimentare e di sorprendere: a lei il merito di mettersi continuamente in gioco, con lavori più o meno riusciti, ma sempre certamente innovativi e sorprendenti.
Voto: 4/5
lunedì 22 febbraio 2016
Cenerentola / Gioacchino Rossini. Teatro dell’Opera, 12 febbraio 2016
Il nome di Emma Dante alla regia di questa versione della Cenerentola mi convince a fare il secondo tentativo all’opera (dopo un classicone come la Tosca). In realtà arrivo a teatro senza sapere praticamente nulla di questa Cenerentola e la foga dell’ultim’ora mi catapulta nel mio palchetto laterale sinistro, senza aver avuto nemmeno il tempo di leggere la locandina. Durante il primo atto riconosco alcune sonorità e abitudini musicali di Rossini, ma non sono mica sicura che sia veramente così, considerata la mia scarsissima conoscenza di questo mondo; dunque, all’intervallo, chiedo conferma alle mie amiche (che sono in un altro palchetto). Alla fine, però, questa mia insistita e profonda ignoranza, cui nemmeno ho cercato di porre rimedio prima di andare a teatro, è forse il motivo per cui mi lascio andare alla musica e mi godo lo spettacolo.
La Cenerentola musicata da Rossini è un’opera buffa il cui libretto è stato adattato in italiano da Jacopo Ferretti; il divertimento, la giocosità, i personaggi bizzarri, il tono favolistico, il lieto fine sono caratteristiche proprie di questo tipo di opera e certamente contribuiscono a rendere lo spettacolo più fruibile e godibile da parte del pubblico. All’interno di questo universo espressivo, l’allestimento e la lettura dell’opera da parte di Emma Dante introducono elementi di modernità e di originalità che trasformano lo spettacolo quasi in un burlesque, non nel senso dello spettacolo lascivo che è diventato, bensì nel senso della commistione tra canti e danze, per i costumi (bellissimi: complimenti a Vanessa Sannino), per il carattere quasi parodistico di alcuni passaggi e personaggi. Emma Dante, nella bella intervista contenuta nel programma dell’opera (e che anche questa volta non manco di acquistare, anche in onore al mio amico E.), dice di essersi ispirata alla corrente del pop surrealism, che sinceramente non conoscevo e su cui mi sono andata a documentare.
La Cenerentola raccontata dalla regia di Emma Dante è una donna maltrattata e vessata dalla sua stessa famiglia (la scena del temporale è particolarmente forte): il padre e le due sorellastre, personaggi meschini e ignoranti, ma molto divertenti, magnificamente interpretati, e a cui va in buona parte ascritto il merito della gradevolezza di quest’opera.Intorno ai personaggi principali (la stessa Cenerentola, il padre Don Magnifico, le sorellastre, il principe Don Ramiro, Dandini e Alidoro), si muove una schiera di personaggi il cui impatto visivo ed emotivo è particolarmente significativo. Si tratta da un lato delle serve che insieme a Cenerentola si occupano del palazzo di don Magnifico, dall’altro degli scudieri di Don Ramiro: tutti personaggi non solo con costumi buffi (quasi tutti virati sui colori dell’azzurro, del rosso e del bianco), ma con una carica a molla applicata sulla schiena (come in un carillon). Personaggi quindi quasi meccanici, non dotati di volontà propria e soprattutto di propria iniziativa, visto che per agire hanno bisogno che qualcuno gli dia la carica. Questi due gruppi di personaggi si mescolano poi a formare la schiera delle pretendenti del principe alla festa di palazzo, e uomini e donne - vestiti da spose - sfidano la concorrenza di Cenerentola uscendone delusi e sconfitti. Poi di nuovo si trasformano in serve e scudieri, questa volta a formare coppie che replicano all’infinito l’amore di Cenerentola e del suo principe.
Il tutto all’interno di una scenografia essenziale, che vede sullo sfondo la facciata di un grande palazzo (quello di Don Magnifico prima e quello di Don Ramiro poi), davanti al quale il cambiamento di ambientazione viene rappresentato utilizzando dei separé variamente arredati che isolano i personaggi dal contesto. Il primo atto è un tripudio visivo e sonoro e, grazie anche all’effetto sorpresa delle scelte coraggiose di Emma Dante, mi conquista totalmente. Il secondo atto si fa più melodrammatico, lì dove i due personaggi principali convolano a nozze e il bene non solo trionfa sul male, ma scioglie il conflitto nel perdono. La regista, però, non si fa sfuggire l’occasione di trasformare questo finale un po’ troppo buonista in una lezione almeno parzialmente punitiva per i maltrattatori. Personalmente il secondo atto – pure molto più breve del primo – mi è risultato meno entusiasmante, dal che ho capito che forse l’opera buffa è più nelle mie corde, anche se mi riservo una valutazione dopo aver fatto ulteriori esperienze di questo mondo per me così nuovo.
(E il voto finale è – come sempre e ancor più – un voto alla mia esperienza soggettiva, più che al valore dello spettacolo, che con buona probabilità non sono in grado di giudicare).
Voto: 4/5
mercoledì 18 novembre 2015
Io, Nessuno e Polifemo. Intervista impossibile / Emma Dante
Io, Nessuno e Polifemo. Intervista impossibile / Emma Dante. Teatro Vittoria, 5 novembre 2015. Non avevo mai visto spettacoli di Emma Dante a teatro. La mia conoscenza dell'autrice e attrice era limitata al cinema e, in particolare, al film Via Castellana Bandiera, che mi era piaciuto molto.
Così quando M. mi ha proposto di prendere i biglietti di questo evento del RomaEuropa Festival 2015 ho accettato ben volentieri.
Ed eccomi qui al Teatro Vittoria un giovedì sera di una settimana in cui sono uscita tutte le sere e sono distrutta, ma non demordo :-)
Lo spettacolo - come ci spiegherà la stessa Emma Dante nel dibattito con il pubblico - nasce da un testo scritto qualche anno prima, quando - a un precedente RomaEuropaFestival - ad alcuni autori e scrittori era stato chiesto di realizzare delle interviste impossibili. L'intervista impossibile con Polifemo e Odisseo è poi diventata un testo teatrale ed è stata portata in scena.
E detto così potrebbe sembrare molto noioso, e invece non lo è.
Sulla scena si muovono tre bambole rotte (le bravissime Federica Aloisio, Viola Carinci e Giusi Vicari) e sul trabattino alle spalle della scena sale una musicista, Serena Ganci, che si occuperà delle canzoni e delle musiche dal vivo che accompagnano parole e azioni.
Sul proscenio arrivano poi Emma Dante, che interpreta se stessa, l'intervistatrice impossibile, e Polifemo (Salvatore D'Onofrio). E tutto risulta spiazzante fin dal principio, perché questo gigante accecato - consegnato alla storia da tanti racconti e tanta letteratura - non solo parla napoletano, ma si presenta come un povero cristo, la cui vita è stata rovinata da un imbroglio e che pure non ha perso il senso dell'umorismo. Fino a quando non entra in scena Odisseo, Ulisse, Nessuno (Carmine Maringola), che fa il suo ingresso come un supereroe di periferia, un guitto, un gigione pieno di sé, uno che ama la vita al punto da aver rifiutato l'immortalità e che della vita vuole prendersi tutto, anche quando questo si traduce in sofferenza per qualcun altro, che sia Polifemo o Penelope. Ma un guitto simpatico, che parla napoletano anche lui, e che è difficile odiare per davvero. Commedia e dramma si alternano in scena, e una forma di meta teatralità fa capolino qua e là, attraverso l'intervistatrice che parla con Polifemo del significato del teatro o attraverso le mille maschere di Nessuno.
Il momento più emozionante per me è la scena dedicata a Penelope e alla sua tela infinita, interpretata magistralmente dalle tre ballerine che replicano quest'unica donna nella sua dimensione diacronica e sincronica, avvolte e quasi imprigionate nella tela che Penelope ha scelto di tessere ma da cui in qualche modo non riesce più a liberarsi.
Lo spettacolo è nel suo complesso interessante, forse non potente come mi dicono essere normalmente i lavori di Emma Dante, ma il pubblico accoglie con favore e, anche nel dibattito successivo, coordinato da Elena Stancanelli, interviene con domande e curiosità, cui fa da contrappunto l'ironia tutta siciliana di Emma Dante.
Voto: 3/5
giovedì 3 ottobre 2013
Via Castellana Bandiera
Palermo. Samira (Elena Cotta) è un'anziana donna di Piana degli Albanesi che ha perso l'amata figlia per un cancro. Così, da allora va ogni domenica a trovarla al cimitero e ritorna a casa, in via Castellana Bandiera, con la sua Punto.Rosa (Emma Dante) è una giovane donna palermitana che è fuggita via dalla Sicilia molti anni fa, ma vi ritorna per andare con la sua compagna Clara (Alba Rohrwacher) al matrimonio di un amico di quest'ultima.
Entrambe hanno caratteri forti e ostinati. Entrambe si portano dentro dolori e questioni irrisolte che traspaiono dai loro occhi, ma non vengono esplicitate in parole.
Per questo quando le loro due macchine si incontrano una di fronte all'altra in via Castellana Bandiera (una strada budello a doppio senso), nessuna di loro vuole cedere il passo e il confronto tra le due donne si trasforma in un vero e proprio duello.
L'impianto è teatrale (e come poteva essere differente considerato che Emma Dante viene dal teatro e questa è la sua prima opera cinematografica?). Sulla scena ci sono due macchine e due donne il cui confronto assume i toni della tragedia greca, cui fa da coro la varia umanità che abita in via Castellana Bandiera e che a suo modo amplifica, commenta, interpreta quanto avviene sulla scena.
La sceneggiatura è contratta e minimalista, forse - ma è solo un'ipotesi - perché il libro della stessa Emma Dante dal quale il film è tratto gioca molto su quello che si muove oltre la sfera del visibile, nelle menti e nei cuori delle due protagoniste.
Qui invece molto resta sottinteso e le domande del pubblico restano spesso senza risposta.
Tutto viene risucchiato nell'imbuto di via Castellana Bandiera, i pensieri, le parole, i sentimenti, le persone. Le due donne nelle rispettive macchine fanno da punto nel quale tutto si aggruma, per poi scivolare via quando traumaticamente la concrezione si scioglie, facendo apparire grazie a uno sguardo diverso della telecamera più larga la strada che prima ci sembrava un budello.
Quella di Emma Dante è un'opera prima potente, che nel suo essere così involuta e quasi accartocciata su se stessa riesce a trasmettere un senso di mistero e di incertezza pur senza poter contare su un contenuto narrativo articolato.
Voto: 3/5






