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mercoledì 6 maggio 2026

Le false confidenze / Marivaux; regia di Arturo Cirillo. Teatro Argentina, 22 aprile 2026

Che Arturo Cirillo sia una delle figure più interessanti del teatro italiano contemporaneo non lo scopro certo oggi. Lo seguo da tempo, prima soprattutto come attore, poi sempre più impegnato sul piano della riscoperta di testi da riportare a teatro e nella regia degli stessi.

Dopo aver esplorato l'opera di Molière, con questo lavoro Cirillo si sposta su un altro drammaturgo e scrittore settecentesco, Pierre de Marivaux, e porta in scena Le false confidenze.

L'opera racconta del giovane e spiantato Dorante (il sempre bravissimo Giacomo Vigentini) che, sotto la regia del servo Dubois (lo stesso Cirillo), si fa assumere come segretario dalla nobildonna vedova e ricchissima Araminte (Elena Sofia Ricci) con l’obiettivo di conquistarne il cuore. Per Dubois si tratta di dimostrare – forse a sé stesso – di essere in grado di cambiare il corso degli eventi e di rovesciare la tetragona razionalità della sua padrona; per Dorante apparentemente è un modo per tirarsi fuori da una condizione di povertà e assenza di futuro, ma in realtà il giovane si scoprirà realmente innamorato della donna.

Intorno a questi personaggi principali si muovono gli altri protagonisti della storia, lo zio di Dorante, il procuratore Remy (Rosario Giglio), la cameriera Marton (Giulia Trippetta), il servo Arlecchino (Francesco Petruzzelli), la madre di Araminte (Orietta Notari) e il conte, promesso sposo di Araminte (Giacinto Palmarini). Tutti personaggi molto ben delineati e con ruoli significativi nella narrazione, ciascuno a suo modo interessante e tratteggiato da Marivaux in fondo con compassione e con affetto.

In un impianto che certamente attinge agli stilemi della commedia dell’arte, da cui ad esempio proviene direttamente la maschera di Arlecchino, Marivaux sembra riprenderne anche la struttura narrativa e il tono, fatti di trame e infingimenti, di convincimenti e di ribaltamenti, qui orchestrati dal servo Dubois, ma in realtà lo scrittore appare infine più interessato a indagare i meccanismi dell’innamoramento e la forza dell’amore, che finirà per scavalcare e dare un significato diverso all’intrigo perpetrato dal servo.

Cirillo sceglie una messa in scena che mescola riferimenti al periodo storico con importanti elementi di modernità, mescolanza che la scenografia di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi e il commento sonoro di Federico Mezzana assecondano ed esaltano.

Su una scenografia con pareti mobili che ruotano su sé stesse e con una superficie quasi metallica, i personaggi si incontrano e si sfuggono, si guardano e si spiano, ciascuno nel tentativo di capire la propria collocazione nel fluire degli eventi.

Gli attori, molti dei quali affezionati collaboratori di Cirillo, fanno a gara di bravura (io ho un debole per Vigentini), ma un plauso speciale lo merita Elena Sofia Ricci, una Araminte sontuosa e al contempo titubante, magnetica ma anche confusa, rigida e insieme tenerissima. Un personaggio che alla fine non si può non amare profondamente e nel quale non si può non immedesimarsi: cosicché sul ballo finale siamo tutti con lei a celebrare la forza dell’amore e la vittoria dei sentimenti.

Ogni tanto una esperienza teatrale che ci riconcilia con un mezzo espressivo che spesso si fa fatica ad amare, nonostante lo si vorrebbe.

Voto: 4/5


giovedì 20 novembre 2025

Re Chicchinella / da Giambattista Basile; regia di Emma Dante. Teatro Argentina, 7 novembre 2025

Dopo La scortecata e Pupo di zucchero, Emma Dante torna ai racconti grotteschi e alle fiabe nere de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile con Re Chicchinella, la storia di Re Carlo III d’Angiò, re di Sicilia e di Napoli, principe di Giugliano, conte d’Orleans, visconte d’Avignon e di Forcalquier, principe di Portici Bellavista, re d’Albania, principe di Valenzia e re titolare di Costantinopoli, che per un caso abbastanza curioso si trova ad avere una gallina incastrata nel sedere.

Per il re si tratta di una condizione fortemente invalidante, che però ha l’effetto collaterale, ben gradito dalla sua corte, compresa la moglie e la figlia, di produrre delle uova di oro.

Nel raccontare questa storia, di cui la Dante rielabora il finale con un processo trasformativo che non affida alla morte la chiusa narrativa, la regista siciliana mantiene coerente lo stile di messa in scena e di regia a cui ci ha ormai abituato nei suoi ultimi lavori.

Un palco completamente immerso nel buio, pochissimi oggetti di scena, costumi molto fantasiosi, e un grandissimo lavoro sul linguaggio, sui corpi, sulle coreografie e sulle luci.

Recitato nel napoletano seicentesco di Basile, Re Chicchinella ci offre lo spaccato ironico e a tratti comico di una corte la cui vacuità è direttamente proporzionale all’avidità.

Il cianciare confuso e ripetitivo delle cortigiane con i loro costumi che ne esagerano le forme abbondanti è il simbolo di un mondo di egoismi e di servilismi, mentre il re (magnificamente interpretato dal sempre bravissimo Carmine Maringola, capace di far recitare ogni parte del suo corpo) è a sua volta un personaggio dolente, ma anche insulso.

Sebbene ogni spettatore possa leggere in questo racconto il senso o la morale che vuole, mi pare che a questo giro Emma Dante viri maggiormente sul divertissement, trasformando quella che avrebbe potuto essere una storia tetra in una narrazione giocosa, seppure non priva di significato.

Voto: 3,5/5

mercoledì 18 giugno 2025

Sarabanda / Ingmar Bergman; regia di Roberto Andò. Teatro Argentina, 28 maggio 2025

Ormai giunti quasi al termine della stagione teatrale, insieme al solito “gruppetto teatro”, andiamo a vedere l’ultima regia di Roberto Andò al Teatro Argentina, non senza qualche timore, considerati la location, la regia e soprattutto l’autore del testo, Ingmar Bergman.

Sarabanda – scopro solo più tardi – è una specie di testamento di Bergman (è stato realizzato nel 2003), un seguito ideale di Scene da un matrimonio, da cui riprende i personaggi a distanza di tempo. Questa opera era stata pensata da Bergman come un film per la televisione, informazione importante per comprendere la messa in scena teatrale scelta da Andò.

Al centro di Sarabanda, oltre alla musica – come è chiaro fin dal titolo -, c’è una famiglia: il capofamiglia Johan (interpretato da Renato Carpentieri), la sua ex moglie Marianne (Alvia Reale) che torna a trovarlo nella sua casa sul lago dopo molti anni di allontanamento, il figlio di Johan, Henrik (Elia Schilton), che da anni non ha rapporti con il padre, e infine Karin (Caterina Tieghi), la figlia diciannovenne di Henrik, violoncellista come il padre. L’altra protagonista di questo dramma familiare, sebbene assente,  è Anne, moglie di Henrik e madre di Karin, morta di cancro qualche anno prima, che per tutti è un po’ il termine di paragone di una relazione affettiva sana, ovviamente senza possibilità di appello o verifica.

Trattasi di un classico dramma da famiglia disfunzionale, in cui ciascuno dei protagonisti, soprattutto quelli uniti da legami di sangue, sono incastrati in dinamiche distruttive o autodistruttive: Johan è un finto mite, ma rivela di tanto in tanto la sua natura manipolatrice, Henrik è un possessivo, con un legame morboso, quasi incestuoso con la figlia, e fortemente conflittuale con il padre, Karin è ingenua e insicura, come è normale per la sua età, e fa fatica a districarsi all’interno di queste dinamiche. Marianne è un’osservatrice quasi neutrale, spesso interlocutrice e confidente dei protagonisti, in particolare Johan e Karin.

Molto d’impatto la scelta di allestimento: il palco è completamente immerso nel buio e luci molto puntuali producono un effetto fortemente fotografico e cinematografico; gli attori si muovono all’interno di una specie di scatola nera la cui faccia anteriore è formata di piani che si aprono, si chiudono e si spostano producendo vere e proprie inquadrature e un effetto di movimento da macchina da presa. Sicuramente bravissimo Gianni Carluccio a immaginare un sistema così semplice e sofisticato al contempo, che certamente è parecchio d’effetto e ben si sposa con l’approccio ormai consolidato delle regie teatrali di Roberto Andò, che tutte strizzano l’occhio al cinema.

Nonostante le interessanti soluzioni di allestimento e di regia e la bravura degli interpreti, personalmente sono comunque uscita dal teatro piuttosto delusa. Nel testo ho sentito fortissimo il sapore di un’opera senile che risente di tutti i limiti che secondo me le caratterizzano: la cupezza, la lentezza, il ripiegamento su sé stessa. Il modo di narrare di Bergman, che già non amo nelle opere più giovanili, qui mi pare che raggiunga vette di algidità e rigidità notevoli, che faccio fatica ad apprezzare, tanto più che ormai il tema della famiglia disfunzionale è onnipresente e non è facile raccontarlo in modi che non risultino già visti e sentiti.

Esco dunque dal teatro pensando che il prossimo anno la mia programmazione teatrale sarà ancora più restrittiva e meticolosa.

Voto: 3/5

mercoledì 28 maggio 2025

Ho paura torero / di Pedro Lemebel; regia di Pietro Longhi. Teatro Argentina, 16 aprile 2025

A partire dall'adattamento per il teatro del romanzo di Pedro Lemebel a opera di Alejandro Tantanian, Pietro Longhi porta in scena Ho paura torero, il cui ruolo principale, quello della Fata dell'angolo, è interpretato da Lino Guanciale, circondato da un gruppo di attori che interpretano gli altri ruoli, dal dittatore Augusto Pinochet e sua moglie doña Lucia al giovane universitario Carlos fino a Laura e alle altre numerose voci della Santiago del Cile del 1986, anno in cui è ambientata la storia.

Dopo il colpo di stato del 1973 con cui si apre la narrazione, il Cile si trova, da ormai molti anni, sotto una dittatura militare, che Lemebel dipinge come crudele ma anche ridicola.

Il fronte patriottico Manuel Rodriguez sta preparando un attentato per uccidere il dittatore e per una serie di circostanze (in particolare il suo incontro con il giovane Carlos), la casa della Fata, un travestito ormai avanti con l'età, diventa la base organizzativa del gruppo. Procedono così parallelamente il rapporto tra la Fata e Carlos (una specie di storia d'amore impossibile), l'organizzazione dell'attentato, i siparietti di Pinochet e sua moglie, le manifestazioni di piazza e la repressione.

Con uno stile pop camp, in cui il personaggio del travestito - che è interessato all'amore, alle canzoni, e ai ricami più che alla politica - si racconta in realtà una storia di formazione politica, anche sottintendendo che una figura come la Fata è politica a prescindere da tutto.

La storia raccontata da Lemebel è bella e interessante. Riguardo allo spettacolo alcuni aspetti sono molto convincenti, ad esempio la scenografia fatta di casse che creano contesti differenti, alcuni oggetti ed elementi che in modo semplificato rimandano ad ambientazioni, i due livelli su cui accadono cose diverse come ormai gli scenografi amano fare, le proiezioni sullo sfondo del palcoscenico.

Sono rimasta invece perplessa dalla scelta di un adattamento che non trasforma il romanzo in veri e propri dialoghi, ma affida ai personaggi sia discorsi in prima persona che in terza persona (parlando di sé stessi), come se stessimo ascoltando un audiolibro. Questa modalità avrà anche ascendenze nobili ma a me convince poco e non piace granché.

Inoltre gli attori, che meritoriamente recitano senza essere amplificati, tendono però ad avere un tono alto ed enfatico che rende la recitazione piuttosto monocorde e poco empatica.

In conclusione, pur apprezzando la storia non ho amato particolarmente la trasposizione teatrale e piuttosto mi è venuta voglia di leggere il romanzo.

Voto: 3/5

lunedì 28 ottobre 2024

House / Amos Gitai. Teatro Argentina, 9 ottobre 2024

Amos Gitai è un regista israeliano che, dopo un dottorato in architettura (anche suo padre era un architetto), ha deciso di dedicarsi al cinema, ponendo spesso al centro della sua narrazione le città (come nella trilogia L'inventario, Giorno per giorno e Kadosh) e gli spazi e le architetture che le caratterizzano. Si chiamava House il suo primo lungometraggio documentario che riguardava la costruzione di una casa a Gerusalemme Ovest e che fu oggetto della censura israeliana. Da allora i rapporti tra Gitai e Israele non sono sempre stati idilliaci e il regista ha più volte espresso posizioni critiche nei confronti delle politiche israeliane.

House si chiama anche questo lavoro teatrale realizzato da Gitai in collaborazione con La Colline, théâtre national di Parigi, diretto dal libanese Wajdi Mouawad.

Lo spettacolo torna sul tema della casa in costruzione a Gerusalemme Ovest per ripercorrerne la storia attraverso le voci di chi ci ha abitato e/o interagito con i suoi abitanti, ed è significativo che le lingue in cui è recitato siano numerose, francese, arabo, inglese, ebraico, yiddish, tedesco.

Il racconto diventa dunque quasi un lavoro di scavo archeologico che passa non solo attraverso le testimonianze di palestinesi e israeliani, ma anche attraverso le fotografie d'epoca, alcuni brevi video e le musiche suonate e cantate dal vivo.

La casa di cui parla questo spettacolo diventa inevitabilmente simbolo e metafora di un intero paese dove nel tempo si sono succedute e sovrapposte storie diverse, e rispetto al quale popoli e gruppi religiosi diversi accampano diritti e a volte pretese.

In tempi come questi, House da un lato aiuta a conferire un volto umano e a ricondurre a vicende di persone singole quanto ascoltiamo e leggiamo sui mezzi di comunicazione (notizie che hanno spesso on un approccio disumano e disumanizzato), dall'altro sbatte in faccia allo spettatore la difficoltà di trovare una quadra rendendo plausibili e comprensibile umanamente le ragioni di tutti. Che è comunque qualcosa di importante.

Personalmente, di fronte a due ore e mezza di spettacolo, riempite sostanzialmente di una sequenza di monologhi intervallati da momenti musicali o "quasi coreografati", mentre sul palco ingombro di ponteggi gli operai vanno avanti a lavorare pietre e tirare su muri, faccio un po' fatica a dire che lo sforzo di restare attenti (soprattutto nella prima parte, piuttosto monocorde) valga la pena e ci regali qualcosa di veramente nuovo e aggiuntivo.

Sicuramente ci porta in una dimensione più umana del conflitto israelo-palestinese, ma - per quanto mi riguarda - continuo a capire solo in parte, mi sfuggono elementi conoscitivi, e forse mi manca la capacità reale di immedesimarmi in una situazione così particolare. 

In definitiva, pur avendo apprezzato la recitazione di alcuni attori (c'è anche la famosa Irène Jacob, interprete per Kiekslowski, Antonioni e Wenders) e alcuni passaggi dello spettacolo (bellissimo l'intermezzo musicale in cui tutti gli attori con dei bastoni in mano cominciano a battere sui ponteggi a ritmi diversi creando una specie di arrangiamento/melodia), non posso dire di essere rimasta folgorata da questa esperienza.

Voto: 3/5

venerdì 18 ottobre 2024

La ferocia / dal romanzo di Nicola Lagioia. Teatro Argentina, 3 ottobre 2024

La stagione teatrale di quest'anno inizia all'Argentina con questo adattamento teatrale ad opera di Linda Dalisi del romanzo di Nicola Lagioia a suo tempo vincitore del Premio Strega.

Del romanzo ricordavo poco, se non che mi era piaciuto, ed ero curiosa di capire come sarebbe stato reso su un palcoscenico.

La scenografia vede una tripartizione degli spazi: la cabina nella quale un giornalista radiofonico fa la sua trasmissione, l'interno di una casa con una parete a vetri, l'esterno che diventa molti luoghi a seconda delle esigenze sceniche.

Lo spettacolo parte in maniera molto poco narrativa, e infatti faccio fatica a seguire e anche a ritrovare la storia che avevo letto. Poi a un certo punto la trama si dipana e a poco a poco si va delineando la storia della famiglia Salvemini, il padre immobiliarista senza scrupoli Vittorio (Leonardo Capuano), la moglie Annamaria (Francesca Mazza), e i figli Ruggero (Michele Altamura), Clara e Michele (Gabriele Paolocà) (manca un'ultima figlia non presente nell'adattamento teatrale).

Al centro della trama la morte di Clara, apparentemente suicida, e un intrigo che riguarda il complesso turistico di Porto Allegro, fatto costruire da Vittorio sul Gargano.

A latere altre figure minori, tra cui il conduttore radiofonico (Gaetano Colella) che è anche in parte narratore della storia, nonché protagonista a un certo punto di un dialogo con Michele.

Complessivamente lo spettacolo riesce a veicolare abbastanza fedelmente sia il senso di angoscia che attraversa le pagine del libro di Lagioia, sia l'ambiguità dei rapporti che intercorrono tra i personaggi, e alla fine lo sviluppo narrativo appare sufficientemente chiaro.

Non mi sembra però che lo spettacolo aggiunga qualcosa alla lettura del romanzo, anzi semmai toglie qualche aspetto di complessità che la parola scritta certamente veicola meglio.

Tra l'altro lo spettacolo soffre nel tentativo di trasformare un romanzo pochissimo dialogico in qualcosa di maggiormente teatrale, e l'impressione che se ne ricava è che - a parte pochi momenti - il tutto finisce per sembrare come una somma di monologhi giustapposti, monologhi che risentono tra l'altro di uno stile letterario e che dunque - solo in alcuni passaggi e anche grazie alla bravura degli attori (per esempio quando Michele parla degli animali impazziti) - risultano davvero dirompenti.

Un ultimo appunto linguistico: a parte il figlio Ruggero e il personaggio della rana (che forse è lo stesso che fa il conduttore radiofonico?), tutti gli altri attori non hanno nemmeno un'inflessione barese, il che produce - almeno per me che da quel contesto provengo - un effetto piuttosto straniante e toglie forza alla verosimiglianza.

Voto: 3/5

mercoledì 19 giugno 2024

Diari d'amore / regia di Nanni Moretti. Teatro Argentina, 31 maggio 2024

La prima regia teatrale di
Nanni Moretti è finalizzata al portare in scena due testi di Natalia Ginzburg, Dialogo e Fragole e panna, che costituiscono i due atti di questo spettacolo teatrale della durata di circa un'ora e mezzo, per il quale Moretti si affida ad attori di provata esperienza tra cui Valerio Binasco e Daria Deflorian.

Nel primo atto i protagonisti sono marito e moglie (Valerio Binasco e Alessia Giuliani). È mattino e i due sono ancora a letto, mentre è in arrivo la signora che aiuta in casa e la bambina dorme nell'altra stanza. La conversazione comincia come una normale conversazione all'interno di una coppia consolidata ma ormai stanca, con i momenti di confidenza, le piccole scaramucce, i momenti di sintonia, l'interesse e il disinteresse, la distanza emotiva che a volte si fa incolmabile. Via via diventa chiaro che lei ha qualcosa di importante da raccontare al marito, sebbene nel fluire della conversazione il momento non sembra mai quello giusto per una rivelazione destinata a mettere in discussione la vita di coppia, costringendo i due a interrogarsi sul futuro. Il tono non è mai strettamente drammatico: ci sono una leggerezza e un'ironia di fondo in questa conversazione, sebbene sotto la superficie si muovano sentimenti contraddittori, insicurezze, e la consapevolezza - tutto sommato condivisa dai due protagonisti - che l'amore è qualcosa che non si capisce mai fino in fondo e che ci sfugge quanto più ci sforziamo di afferrarlo. Un testo modernissimo che si fa fatica a pensare che sia stato scritto all'inizio degli anni Settanta (nato come pièce per la televisione).

Il secondo atto dello spettacolo, Fragole e panna (scritto dalla Ginzburg nel 1966), si svolge nel salotto di una casa borghese, nella campagna alle porte di Roma. Qui suona alla porta una giovane donna, Barbara (Arianna Pozzoli) che cerca il padrone di casa, Cesare (Valerio Binasco). La governante (Daria Deflorian) le dice che l'avvocato è all'estero; di lì a poco arriva però la padrona di casa, nonché moglie di Cesare, Flaminia (Alessia Giuliani), che di fronte alla storia della ragazza, amante di Cesare, scappata di casa perché picchiata dal marito, ha un atteggiamento apparentemente distaccato e cinico. Insieme alla sorella Letizia (Giorgia Senesi), arrivata a trovare Flaminia, finiranno per cercare una sistemazione per Barbara affinché non debba tornare a casa. Al rientro di Cesare, sarà evidente la crisi del rapporto tra marito e moglie, ormai separati in casa, ma in maniera emotivamente non pacifica, almeno per Flaminia, nonché la superficialità di Cesare che passa da un'amante all'altra e ostenta un'indifferenza quasi sprezzante verso Barbara, che l'ha conquistato con la sua giovinezza ma che non gli interessa più. Anche in questo caso, pur essendo le tematiche trattate anche piuttosto drammatiche, il testo ha momenti di alleggerimento - per esempio attraverso il personaggio della governante, magnificamente interpretata dalla Deflorian - e riesce a risultare molto realistico e credibile.

La messa in scena è semplice ma del tutto coerente, e in generale la regia è leggera ma assolutamente appropriata, e soprattutto consente di concentrarsi sulla incredibile modernità dei testi della Ginzburg, spiazzanti nella loro capacità di risuonare con le nostre vite e di muoversi con leggiadra profondità nei meandri delle relazioni umane, in particolare quelle di coppia.

Bello spettacolo, che raggiunge il suo risultato senza voler essere pirotecnico a tutti i costi, bensì valorizzando testi e attori, che sono poi l'essenza del teatro.

Voto: 3,5/5

lunedì 15 aprile 2024

L'origine del mondo. Ritratto di un interno / di Lucia Calamaro. Teatro Argentina, 26 marzo 2024

Sono ormai diversi anni che seguo il lavoro di Lucia Calamaro, di cui ho già visto diversi spettacoli a teatro. La considero una delle drammaturghe italiane più interessanti e che ha davvero qualcosa da dire e da raccontare.

Con L'origine del mondo torniamo indietro nel tempo, a un suo lavoro che risale a circa 15 anni fa, a un periodo alquanto difficile della sua vita, segnato dalla depressione, tema centrale di questo testo.

Quel periodo e quella condizione fortemente individuale hanno acquisito negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, una rilevanza sociale, tanto che da più parti si lancia l'allarme sul dilagare delle situazioni depressive, anche nei giovani.

Il testo torna dunque di stringente attualità, e così Lucia Calamaro decide di riportarlo in scena offrendo il ruolo principale a Concita De Gregorio, che - nonostante le perplessità iniziali - decide di accettare perché, anche in conseguenza delle sue vicende individuali, sente il testo molto vicino e personale.

Per quanto mi riguarda, mentre vedo lo spettacolo - e non avendo ancora letto che risale a 15 anni fa -, penso a più riprese che sia stato scritto per Concita, quasi cucito addosso a lei, tanto percepisco un forte senso di riconoscimento con quanto sta recitando.

L'origine del mondo parla di una donna di mezza età che cade in una condizione depressiva: non ci viene spiegato perché e se c'è un motivo specifico, ma la donna si è praticamente autoreclusa in casa, fatte salve le sedute presso la sua psicanalista.

La vicenda viene raccontata in tre parti. Nel primo atto, Concita durante la notte, a causa dell'insonnia si ritrova davanti al frigorifero a decidere se e cosa ha voglia di mangiare e a fare considerazioni su sé stessa e la propria vita; a un certo punto compare sua figlia, che a sua volta si è svegliata e con cui inizia un dialogo nel quale si confrontano la necessità della ragazza di poter contare sulla madre e l'impossibilità della madre di occuparsi di altro che non sia la sua condizione di malessere perenne. Il dialogo con la figlia si alterna a quello con la psicanalista, da cui emerge il senso di frustrazione di chi vorrebbe una soluzione al proprio stato e non la trova. Nel secondo atto, madre e figlia sono intorno alla lavatrice, quando arriva la madre di Concita, una donna di un'altra generazione che non riesce a farsi una ragione dello stato di catatonia della figlia e cerca di scuoterla con il suo approccio dirompente e un po' invadente, e con un buon senso forse un po' terra terra ma a tratti comprensibile. Nel terzo atto, Concita è di nuovo a confronto con la sua psicanalista con cui l'incomunicabilità sembra totale, ma in realtà nelle pieghe di questa non comunicazione si intrufola la possibilità per Concita di uscire finalmente dal suo guscio e di provare a riprendere in mano la propria vita.

Il racconto dei passaggi narrativi fa forse pensare a uno spettacolo drammatico, ma in realtà - com'è tipico degli spettacoli della Calamaro - il testo, pur trattando temi importanti, è fortemente ironico: si ride dei personaggi sul palco e anche di sé stessi, perché non si può fare a meno di riconoscersi in alcuni passaggi del testo, che è poi probabilmente il vero punto di forza del lavoro della Calamaro, cioè la profonda umanità che - pur concedendosi divagazioni intellettualistiche e colte, comunque in questo caso in modo ironico - riesce a parlare credo davvero a tutti.

Sarà per questo che due ore e mezza di spettacolo non mi sono pesate affatto. Le attrici tutte molto brave: Concita De Gregorio in questa inedita veste di attrice davvero sorprendente, notevoli anche Alice Redini (nel doppio ruolo della figlia e della psicanalista) e Lucia Mascino (nel ruolo della madre), che a teatro trovo ad ogni spettacolo sempre più brava e convincente.

Mi accorgo - guardando le mie recensioni degli altri spettacoli della Calamaro che ho visto in passato - che ho sempre messo lo stesso voto (3,5/5), il che significa che trovo che il suo teatro di alto livello e totalmente godibile, oltre che dai contenuti interessanti, ma - per il mio personale punto di vista - manca quel quid - che non saprei nemmeno identificare - per rendermeli totalmente indimenticabili.

Voto: 3,5/5

venerdì 19 gennaio 2024

Clitennestra / regia di Roberto Andò; con Isabella Ragonese. Teatro Argentina, 12 gennaio 2024

Isabella Ragonese è attrice che apprezzo molto e di cui negli ultimi anni sto seguendo la bella carriera teatrale. È per questo che non ho avuto dubbi nell'acquistare il biglietto per Clitennestra all'Argentina, pur non sapendo molto dello spettacolo se non che la regia è di Roberto Andò e più o meno qual è la storia di Clitennestra.

Scopro dunque solo arrivando all'Argentina che lo spettacolo è il risultato dell'adattamento per il teatro di un romanzo dello scrittore irlandese Colm Tóibín, La casa dei nomi, in cui - ispirandosi alle tragedie greche di Eschilo, Sofocle ed Euripide - l'autore rilegge le storie di Clitennestra, Agamennone e dei loro figli Ifigenia, Elettra e Oreste, in una chiave squisitamente umana (in cui gli dei sono praticamente assenti) nell'intento di analizzare temi universali e senza tempo, come il male, la violenza, il dolore, la vendetta. Tóibín - come emerge dal libretto di presentazione dello spettacolo - cerca nel passato e nella tragedia greca risposte alla violenza che attraversa tutta la storia umana, e che si manifesta continuamente attraverso le numerose guerre che infuriano in varie parti del mondo.

Su questa materia già complessa ci mette le mani Andò (che avevo già visto a teatro alle prese con l'adattamento del romanzo Ferito a morte di Raffaele La Capria), e sceglie di collocare questa storia in un'ambientazione senza tempo, che ha tratti che mi sento di definire post-apocalittici (o forse da seconda guerra mondiale).

Come già in Ferito a morte, Andò sceglie di strutturare la scenografia in due piani sovrapposti, in cui ricostruire scene diverse dove a volte si svolgono azioni in contemporanea, ovvero in alcuni casi ad un piano qualcuno racconta qualcosa che vediamo avvenire sull'altro piano.

Visivamente - come già era stato per Ferito a morte - lo spettacolo è molto bello: scenografia, luci, coreografie, suoni. Lamento però una scelta di enfatizzazione che mi risulta alla fine faticosa e soprattutto che non agevola l'empatia con i personaggi.

Tutto negli spettacoli di Andò è un tantino carico, e alla lunga questa cosa risulta stancante.

La Ragonese è brava e, secondo me, sta a un livello decisamente superiore agli altri, numerosi attori che si muovono sulla scena.

Però alla fine, personalmente non sono riuscita a entrare nel mood e a sentire la storia come potenzialmente "mia"; mi è rimasta estranea e, nonostante le numerose scelte registiche a effetto, sono uscita dallo spettacolo senza portarmi dietro molto.

Se tutto questo dipenda dal testo di Tóibín, dalla regia di Andò o dalla recitazione degli attori, o semplicemente da me non saprei dirlo, ma è andata così.

Voto: 2,5/5

mercoledì 10 gennaio 2024

L'interpretazione dei sogni / di e con Stefano Massini. Teatro Argentina, 16 dicembre 2023

Stefano Massini è autore ormai riconosciuto ampiamente non solo a livello nazionale, bensì anche internazionale. I suoi testi sono alla base di numerose opere teatrali e cinematografiche, e possono essere apprezzate anche attraverso una lettura diretta dei libri a sua firma.

Io stessa ho incrociato i suoi testi molte volte nel corso del testo, apprezzandoli più o meno a seconda dei casi, ma sempre riconoscendogli grandi qualità narrative.

Nel 2019 per la prima volta ho avuto l'occasione di ascoltarlo dal vivo a teatro con lo spettacolo Magari ci fosse una parola per dirlo ispirato al suo libro Diario inesistente, e sono rimasta molto favorevolmente colpita. All'interesse per le storie piccole e grandi raccontate, Massini aggiunge le sue straordinarie qualità di affabulatore e raccontastorie che producono il mix perfetto.

Così, a distanza di qualche anno dal mio ultimo contatto con lui - e dopo che il suo successo è cresciuto esponenzialmente -, lo ritrovo in uno spettacolo teatrale nientedimenoche al Teatro Argentina, L'interpretazione dei sogni, anche questo tratto da un suo libro, L'interpretatore di sogni, frutto della sua ricerca sul personaggio di Sigmund Freud.

Mentre a suo tempo l'avevo ascoltato raccontare storie su un palco vuoto e conquistare il pubblico con la sola forza della narrazione, a questo giro il prodotto si è fatto molto più articolato. Lo spettacolo è accompagnato da musicisti che suonano dal vivo, c'è una scenografia importante in cui sul fondo del palcoscenico vengono proiettate immagini statiche o in movimento su cui domina un occhio, si utilizzano costumi e oggetti di scena. Lo stesso Massini non è solo uno che racconta su un palco, ma si trasforma in interprete e attore, mettendo in evidenza qualità che di lui personalmente ancora non conoscevo.

Il risultato è uno spettacolo sontuoso e accattivante, in cui l'abilità narrativa dell'autore viene potenziata dall'apparato teatrale, comprensiva della recitazione dello stesso Massini.

Non posso dire che esco dal teatro scontenta: tra l'altro lo spettacolo sta riscuotendo un enorme successo al punto che è stata programmata una replica straordinaria che lo stesso Massini annuncia orgogliosamente dal palco al termine dello spettacolo.

Però - lo so, sono una rompiscatole - a me Massini piaceva nella sua versione semplificata, quella che tirava fuori dal cassetto storie spesso piccole e sconosciute, che collegava gli eventi, che creava interesse a partire quasi dal nulla.

Questo Massini in grande stile mi risulta invece meno interessante, forse anche perché a questo punto molto più simile ad altri prodotti teatrali.

Infine, non posso non esprimere un certo qual fastidio per quello che secondo me è ormai un abuso dello storytelling o quanto modo di un certo modo (secondo me molto americano) di fare storytelling. Se ogni racconto inizia con cose tipo "Era una notte buia e tempestosa, e..." oppure "18 dicembre 1892: il signor X stava uscendo di casa per andare..." alla quarta o quinta volta per me diventa stucchevole. Ogni tanto ho la sensazione che questa cosa dello storytelling ci abbia preso un po' troppo la mano, e personalmente attendo - invero un po' impaziente - che la moda passi un po' e che si ritorni ad un approccio più equilibrato, in cui si trovino modi vari e diversi per catturare l'attenzione del pubblico.

Voto: 3/5

mercoledì 20 dicembre 2023

Il Ministero della solitudine / lacasadargilla. Teatro Argentina, 25 novembre 2023

Torno al volo da Milano il sabato dopo una trasferta lavorativa per andare a vedere questo spettacolo - prenotato da tempo - al teatro Argentina. In realtà il biglietto lo avevo preso a suo tempo perché mi aveva incuriosito sia il titolo che la locandina dello spettacolo e perché un'amica mi aveva parlato di uno spettacolo precedente de lacasadargilla che aveva molto apprezzato. E, come sapete, io sono sempre alla ricerca di cose nuove e interessanti.

Come si legge nella brochure e su internet sul sito de lacasadargilla, nonché altrove, l'idea dello spettacolo nasce dalla suggestione legata alla creazione qualche anno fa in Gran Bretagna di un ministero così denominato.

Questa notizia diventa l'occasione per riflettere sulla contemporaneità e sulle molteplici amplificazioni di solitudini che la caratterizzano. Lo spettacolo ruota intorno a cinque personaggi: Primo, che di lavoro fa la moderazione dei social network eliminando contenuti non in linea con le policy e che condivide la vita con una Real Doll di nome Marta; F. è un apicoltore sempre a corto di soldi che si rivolge al ministero per avere un finanziamento più volte rifiutato; Alma è una ragazza ossessionata dalla fine delle cose e che vive prevalentemente confinata in casa; sua madre Teresa punta tutto sul romanzo che sta scrivendo e che si aspetta che un giorno venga pubblicato; Simone è la segretaria del Ministero della solitudine che gestisce tutte le pratiche e le relazioni che lo riguardano.

Il tutto si svolge in una scenografia al cui centro troneggia una struttura rotante a tre facce (un distributore di bevande ma anche di oggetti vari, un grande frigorifero in acciaio, una porta con il poster di un atollo), sul palco ci sono alcune sedie e tavoli, e sullo sfondo dominano delle luci al neon che conferiscono all'ambiente un'allure un po' retro, un po' anonima e un po' pop.

Le storie dei singoli personaggi (se vogliamo chiamarle storie) procedono parallelamente, e talvolta anche sovrapponendosi in una cacofonia che a tratti risulta difficile da seguire.

I personaggi hanno modi quasi robotizzati (come emerge fin dalla prima scena in cui attraversano la scena camminando più o meno velocemente e talvolta accennando dei movimenti di danza), e nel loro parlare rivelano sé stessi, ma soprattutto richiamano tutta una serie di questioni della contemporaneità (il disastro ambientale, la violenza, la sopraffazione, i social network e molto altro).

E fin qui potrebbe sembrare qualcosa di interessante. Peccato che il tutto faccia fatica a prendere senso e a decollare sul serio. La sensazione complessiva sul piano della drammaturgia è quella di un insieme di spunti presi qua e là, ma non sviluppati o poco sviluppati, e che a tratti risultano anche piuttosto banali o fintamente intellettualistici. Molti passaggi e molti elementi a me sono risultati poco comprensibili o quantomeno hanno fatto fatica a trovare un senso, e a un certo punto mi sono chiesta dove tutto questo andasse a parare. Ed effettivamente secondo me non andava a parare quasi da nessuna parte.

Alcuni spettatori vanno via durante lo spettacolo (cosa che raramente mi è capitato di vedere a teatro), al termine l'applauso è tiepido e quasi di circostanza, solo pochissime persone del pubblico urlano apprezzamenti, ma risultano poco credibili.

Non so se lo spettacolo è troppo raffinato e io non l'ho compreso, oppure è esattamente quello che mi è arrivato, ossia uno spettacolo un po' pretenzioso ma irrisolto. Poi vedo che ha anche vinto dei premi Ubu, ma - che dire - a me non è piaciuto.

Voto: 2/5

venerdì 6 ottobre 2023

Lo zoo di vetro / di Tennessee Williams; regia di Ivo van Hove. Romaeuropa Festival, Teatro Argentina, 23 settembre 2023

Nell’ambito del Romaeuropa Festival il Teatro Argentina ospita l’adattamento francese de Lo zoo di vetro di Tennessee Williams per la regia del belga Ivo van Hove, interpretato da Isabelle Huppert nel ruolo di Amanda, Justine Bachelet in quello di Laura, Antoine Reinartz in quello di Tom e Cyril Gueï in quello di Jim.

Siamo a Saint Louis, alla fine degli anni Trenta, nel seminterrato dove vive la famiglia Wingfried, formata dalla madre Amanda e dai due figli Laura e Tom. La storia in realtà è una ricostruzione a posteriori filtrata dalla memoria di Tom, che infatti – oltre a essere uno dei personaggi – è anche il narratore, il quale più volte durante il racconto si rivolge direttamente allo spettatore. È lui in apertura che ci mette in guardia rispetto al fatto che la narrazione va vissuta non come strettamente realistica, ma tanto quanto la distorsione del ricordo consente.

È sempre lui che ci spiega l’assenza del padre, andato via di casa molti anni prima senza lasciare tracce - si è limitato a inviare un’unica cartolina senza nemmeno un indirizzo -, sebbene la sua presenza emotiva resti ingombrante, come la scenografia esplicita, mostrando il suo volto sulle pareti della casa.

I Wingfried vivono dello stipendio di Tom, che lavora come magazziniere in un negozio di scarpe, e del poco che racimola Amanda promuovendo abbonamenti a riviste. Amanda è una donna esuberante, dalla parlantina inarrestabile, preoccupata del futuro dei suoi figli che vorrebbe vedere sistemati. Entrambi però manifestano una condizione di profondo disagio: Laura, che ha un piccolo handicap fisico, è fortemente introversa e la sua principale occupazione è la cura di una serie di statuine di vetro che rappresentano degli animali e che la madre chiama “lo zoo di vetro”, non studia, non lavora e non ha alcuno spasimante; Tom fa un lavora che odia, si rifugia ogni sera e in ogni suo momento libero al cinema, vorrebbe diventare scrittore e sogna l’avventura, ma si sente ingabbiato nel seminterrato in cui vive, pressato com’è dalle aspettative della madre, dall’affetto verso la sorella e dalla pesante ombra del padre.

L’invito a cena di Jim, collega di lavoro di Tom, nonché suo ex compagno di liceo, che Amanda spera possa interessarsi a Laura, costituirà il momento della verità per tutti i membri della famiglia Wingfield e spingerà Tom a prendere infine la decisione di abbandonare la sua famiglia, anche se il senso di colpa per aver abbandonato sua sorella non lo lascerà mai.

L’opera di Tennessee Williams, a quanto pare la più autobiografica di tutte quelle da lui scritte, trova nella regia di Ivo van Hove una interpretazione fedele all’originale e al contempo moderna. Personalmente, ho apprezzato particolarmente l’adattamento in francese, una lingua secondo me perfetta per il tono di questo dramma, che vede una fortissima frattura tra il malessere che i personaggi si portano dentro e il ritmo vivace, a tratti addirittura leggero, dei dialoghi. La quintessenza di questa contraddizione è il personaggio di Amanda, madre sovrabbondante, invadente, eccessiva in tutte le sue manifestazioni, che la straordinaria interpretazione di Isabelle Huppert riesce a rendere al contempo insopportabile e tenera, inscalfibile e fragile. Se la fragilità di Laura è evidente, e tutti – ognuno a suo modo – cercano di proteggerla, e quella di Tom si manifesta attraversa il suo malessere, i litigi con la madre e le fughe dal seminterrato, la fragilità di Amanda si nasconde dietro la sua esuberanza, dietro i racconti della sua giovinezza e dietro lo spasmodico controllo sulle vite dei propri figli, tutto frutto della paura del futuro.

Oltre alla splendida Isabelle Huppert, tutti gli interpreti si rivelano perfettamente in parte, contribuendo a rendere questo testo così personale per Williams e così lontano nel tempo e nello spazio non solo comprensibile al pubblico, ma anche emotivamente coinvolgente ed empaticamente intellegibile.

Un lavoro quello di van Hove su Lo zoo di vetro semplice e sorprendente al contempo.

Voto: 4/5

martedì 6 giugno 2023

Il tango delle capinere / di Emma Dante. Teatro Argentina, 10 maggio 2023

Dopo la messa in scena a novembre di Pupo di zucchero, Emma Dante fa il bis al Teatro Argentina con il Tango delle capinere, che recupera e sviluppa una parte del racconto Ballarini, uno dei tre che compongono La trilogia degli occhiali.

Protagonista di questo spettacolo è una coppia di anziani, ancora molto affiatati e legati da una passione per il ballo. Quando da un grande baule viene fuori un carillon e la melodia si diffonde nell'aria, i due anziani cominciano a ballare e questo li riporta con i ricordi indietro nel tempo, toccando tutti i momenti salienti della loro storia e della loro vita di coppia, spesso segnati da canzoni e balli, fino ad arrivare al giorno nel quale si incontrarono per la prima volta e che sembra quasi coincidere scenicamente con il giorno in cui si separano definitivamente.

I due interpreti, Manuela Lo Sicco e Sabino Civilleri, riescono a ottenere il massimo dai loro corpi mettendoli pienamente a servizio di questa piccola storia e delle scelte narrative della Dante.

Nello spettacolo della Dante - cosa che è diventata ormai una sua cifra stilistica - il palcoscenico è tendenzialmente buio e le luci sono molto mirate e creano atmosfera; le parole sono poche - e quelle poche in questo caso sono pronunciate in dialetto siciliano -; per il resto la storia è costruita attraverso la fisicità dei protagonisti (in questo caso esaltata dai molti momenti di ballo) e i "versi" che pronunciano (come nella esilarante scena con il bambolotto, ossia il figlio che gli è nato).

Il tono complessivo - pur attraversato da parecchi momenti giocosi e divertenti - è invero malinconico, e al termine dello spettacolo si esce dal teatro col magone.

Quella raccontata è una storia semplice, che non nasconde grandi insegnamenti, ma ci fa riflettere sulla nostra vita, quella splendida parentesi tra il nulla che c'è prima e quello che c'è dopo, e che va apprezzata e vissuta per quello che è, ossia per il senso quotidiano che le diamo.

Da parecchi punti di vista mi sembra che ci sia un fil rouge ideale che collega questo spettacolo a Pupo di zucchero: in entrambi i casi al centro ci sono delle persone anziane che riportano in vita i loro ricordi e che attraverso quei ricordi ritrovano ancora un senso di vitalità.

Al centro di entrambi gli spettacoli i temi della vita e della morte, dei ricordi e degli affetti che li attraversano, delle storie che sono parte centrale della nostra identità.

Gli spettacoli di Emma Dante si confermano ancora una volta un piacere per gli occhi e per l'anima, con la loro capacità di accendere emozioni anche contraddittorie, attraverso storie sempre ricche di una forte umanità, espressione di un ben radicato umanesimo.

Voto: 3,5/5

giovedì 4 maggio 2023

Lazarus / di David Bowie e Enda Walsh. Teatro Argentina, 13 aprile 2023

Vado a vedere questo spettacolo con un gruppo di colleghe per festeggiare il compleanno di C., grande fan di David Bowie, e che per l'occasione mi aveva prestato qualche settimana prima il dvd de L'uomo che cadde sulla terra, film con David Bowie tratto dal romanzo di Walter Tevis, di cui Lazarus rappresenterebbe il seguito narrativo (ma questo lo capisco solo quando vedo lo spettacolo).

Allora, innanzitutto sgombriamo il campo da possibili fraintendimenti: io di David Bowie non so praticamente nulla e della sua musica conosco solo i pezzi più famosi, che sono poi anche quelli che riconosco durante lo spettacolo, Heroes, Absolute beginners, Life on Mars.

Quindi, fare la recensione di Lazarus è per me un'impresa praticamente impossibile, a cui non mi sottraggo solo per dovere di cronaca, e infatti solo cronaca farò.

Innanzitutto Lazarus è l'opera rock realizzata dallo stesso David Bowie con la collaborazione del drammaturgo irlandese Enda Walsh di cui il regista Valter Malosti ha voluto fortemente mettere in scena la versione italiana, avvalendosi di un cast di primo piano in cui spiccano la presenza di Manuel Agnelli (nel ruolo del protagonista) e di Casadilego (la giovane cantante italiana che nel film fa il ruolo della "ragazza" e che regala alcune splendide performance vocali, prima tra tutte quella di Life on Mars).

L'allestimento è sontuoso: al centro della scena una pedana rotante, che è il piccolo mondo chiuso nel quale vive Newton e nel quale entrano gli altri protagonisti nei diversi momenti del racconto, sul fondo del palco un enorme schermo - a sua volta circondato da altri schermi più piccoli che moltiplicano e distorcono le immagini che vediamo nel grande - su cui vengono proiettate sottotrame e storie parallele, nonché video a commento di quello che accade in scena; ai lati del palco delle pedane rialzate dove trovano posto i musicisti.

Molto in sintesi Lazarus racconta dell'alieno Newton che - ormai rimasto intrappolato sulla terra - vive una vita di solitudine e disperazione, aggrappato ma anche devastato dal ricordo del suo amore Mary-Lou, mentre intorno gli si muovono altre figure reali e immaginate, tra cui in particolare la governante innamorata di lui senza speranza, il killer Valentine, e appunto la Ragazza.

Che dire dal mio punto di vista? Ho apprezzato molto la musica dal vivo e le esecuzioni (alcune in particolare mi sono sembrate davvero splendide), meno invece la costruzione narrativa complessiva, essendomi rimasta la sensazione di una serie di canzoni tenute insieme da una struttura narrativa molto esile. D'altra parte credo che questa sia una caratteristica tipica del genere "opera rock" più che un limite in sé di questo lavoro, e probabilmente sono io ad avere qualche remora nei confronti di questo tipo di proposta.

Altro non posso e non voglio dire, dal momento che - come già anticipato - non sono sicuramente la persona più titolata a parlare.

Alla fine per me è stata comunque una bella esperienza e una gradevolissima serata.

Voto: 3,5/5

mercoledì 15 marzo 2023

Pour un oui ou pour un non / con Franco Branciaroli e Umberto Orsini. Teatro Argentina, 1 marzo 2023

Pour un oui ou pour un non è un testo del 1982 di Nathalie Sarraute, scrittrice francese di origine russa che non conoscevo prima di questa circostanza, ma che scopro essere una delle grandi voci del teatro - e non solo - francese.

Sono due mostri sacri del teatro italiano, Franco Branciaroli e Umberto Orsini, diretti da Pier Luigi Pizzi, a portare in scena per il pubblico italiano questo lavoro, che racconta il momento di rottura di una amicizia di vecchia data. I due protagonisti, dopo un periodo di allontanamento, si ritrovano a casa di uno dei due (una casa con grandi librerie piene di libri) per confrontarsi sui motivi che li hanno allontanati. L'ospite (Franco Branciaroli) cerca - più o meno bonariamente - di indagare sui motivi dell'allontanamento dell'amico, mentre il padrone di casa (Umberto Orsini) appare reticente. A poco a poco i contorni di questo allontanamento si svelano: al centro non c'è un evento eclatante, ma quella che potrebbe essere un'incomprensione (un nonnulla, come l'espressione francese che dà il titolo all'opera Pour un oui ou pour un non suggerisce), su cui si sono costruiti rancori, illazioni, sensi di colpa e molto altro. La conversazione, che finisce per coinvolgere anche un'altra coppia di amici, cui i due si rivolgono telefonicamente, diventa sempre più tesa e ambigua, fino all'inquietante epilogo.

Il tema è molto interessante, e il testo sicuramente affascinante. Tra l'altro è una conversazione in cui mi sarei tranquillamente potuta immedesimare. Purtroppo però tutto ciò non accade. Il modo di recitare di Branciaroli mi risulta eccessivamente impostato e teatrale fin dal principio, e pure la recitazione di Orsini - sicuramente un po' più realistica - non mi convince del tutto. In generale il loro modo di stare sul palco e di interagire mi risulta un po' rigido e tutto sommato non perfettamente coerente con il testo.

Leggo che i due hanno voluto moltissimo portare quest'opera a teatro da protagonisti. E di questo certamente bisogna riconoscergli il merito. Però personalmente nei due ruoli ci avrei visto degli attori di mezza età, perché - non so se per una mia non corretta interpretazione - mi è sembrato che l'autrice a quel tipo di figura facesse riferimento nella scrittura.

Sicuramente la capacità di Branciaroli e soprattutto di Orsini (che ha quasi 89 anni) di tenere da soli il palco, mostrando un'agilità e una capacità recitativa ammirevoli, non va taciuta. Purtroppo però il risultato è che lo spettacolo mi è scivolato addosso senza lasciarmi molto.

Voto: 2,5/5

giovedì 2 marzo 2023

Ink / Dimitris Papaioannou. Teatro Argentina, 16 febbraio 2023

Di Dimitris Papaioannou, delle sue opere - che sono teatro, ma anche danza e molto altro, - del suo ruolo di curatore della cerimonia di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Atene, non sapevo praticamente nulla prima di andare a vedere questo spettacolo all’Argentina. Non so nemmeno bene come mai l’avessi inserito nella mia lista delle cose da vedere quest’anno (probabilmente avevo letto qualcosa qua e là), ma quando ho visto il tipo di pubblico che rapidamente ha affollato gli spazi del Teatro Argentina ho capito di stare per fare la conoscenza di un fuoriclasse.

L’elemento caratterizzante di quest’ultimo spettacolo di Papaioannou è l’acqua. Sul palco c’è un uomo totalmente vestito di nero (lo stesso Papaioannou), mentre da un tubo di irrigazione un grande getto d’acqua produce un effetto-pioggia. Nella primissima parte dello spettacolo l’uomo in nero sembra giocare con l’acqua e una grossa ciotola di vetro, creando – anche grazie a un sapiente uso delle luci, a un’attenta scelta dei movimenti e delle posizioni sul palco, nonché dei materiali – effetti visivi e sonori affascinanti e misteriosi (come nella scena in cui l’uomo è seduto pensoso o sonnacchioso e il getto dell’acqua, azionato in modo da coprire un angolo di 180 gradi, sembra provenire dalla sua testa e produce suoni differenti nell’incontro più o meno ravvicinato con i teli di plastica che circondano il palco). 

A un certo punto però la tranquillità dell’uomo viene interrotta dalla comparsa sul palco (invero sotto una serie di pannelli di plastica trasparente che ricoprono il palco) di una presenza oscura, un uomo completamente nudo (Šuka Horn), i cui colori chiari creano un effetto visivo di forte contrasto con il protagonista, con cui si innesca quella che inizialmente appare come una lotta (l’uomo in nero tenta di catturare l’altro avvolgendolo nel pannello di plastica), ma che nel corso dello spettacolo si trasforma in seduzione, attrazione, complicità, protezione paterna, per poi riesplodere all’improvviso di nuovo in conflitto. Protagonista di questo incontro-scontro, oltre all’onnipresente acqua, è un polipo che – dopo essere stato più volte infilato e sciacquato nella ciotola di vetro, aver coperto il sesso dell’uomo nudo, essere stato lanciato – finisce sbattuto a più riprese per terra dall’uomo in nero (secondo la pratica tradizionale dei pescatori greci, ma anche del sud Italia) nella scena finale dello spettacolo.

Difficile riassumere qui in poco spazio le tante invenzioni che caratterizzano questo lavoro e che ne fanno uno spettacolo straordinario per gli occhi – e non solo –, così come risulta probabilmente banale e per certi versi impossibile attribuire un significato univoco alla narrazione, che rifugge dal didascalico e dal razionale in maniera evidentemente voluta e insistita.

Ci sono sicuramente echi di miti ancestrali che emergono a più riprese durante lo spettacolo, ma – come è evidente dalle interviste a Papaioannou che ho letto – in esso si possono leggere tante cose che, come in ogni opera d’arte che si rispetti, vanno anche al di là delle intenzioni dell’autore. A me per esempio a tratti l’uomo nudo ha fatto pensare a una personificazione del polipo, e dunque l’intero spettacolo mi è sembrato una specie di caccia in cui l’uomo in nero non è l’unico soggetto senziente, e il rapporto tra i due è molto più complesso e meno unidirezionale di quello che si potrebbe pensare, un po’ come tra il capitano Achab e Moby Dick, e in fondo tra tutti gli opposti che nell’incontro rivelano la loro complementarietà.

Leggo in molte recensioni che Ink non è il lavoro più riuscito di Papaioannou, che si tratta di un abbozzo di spettacolo con ancora molti difetti. Non ho ovviamente gli strumenti per potermi esprimere pienamente da questo punto di vista. Ma da persona che per la prima volta ha incontrato l’arte del regista greco posso dire che questo spettacolo – per quanto imperfetto – va a segno, grazie alla sua originalità e alla bellezza delle sue invenzioni.

Voto: 4/5

domenica 26 febbraio 2023

Chi ha paura di Virginia Woolf? / Edward Albee. Teatro Argentina, 12 febbraio 2023

Il regista Antonio Latella porta a teatro il classico di Edward Albee, Chi ha paura di Virginia Woolf?, interpretato da Vinicio Marchioni e Sonia Bergamasco nei ruoli dei coniugi George e Martha, e Paola Giannini e Ludovico Fededegni, nei ruoli dei giovani Honey e Nick.

Tutto si svolge in una notte nella casa di George e Martha, dove i due hanno invitato Nick e Honey a raggiungerli dopo una festa.

Già prima dell'arrivo degli ospiti si capisce che nella coppia ci sono molte tensioni irrisolte e George e Martha cominciano un duello verbale che si trasforma a poco a poco in un vero e proprio gioco al massacro, nel quale Nick e Honey fungono da spettatori ma anche da strumenti delle reciproche strategie. Mentre a più riprese fa la sua comparsa la canzoncina il cui ritornello Who's afraid of the big bad wolf? viene modificato da Martha in Who's afraid of Virginia Woolf?, il tasso alcolico sale vertiginosamente, i toni si fanno sempre più esasperati, così come il cinismo e la violenza psicologica che George e Martha riservano non solo a sé stessi ma anche ai loro ospiti, in un gioco di allontanamenti e avvicinamenti sottolineato anche dalle scenografie, dai costumi e in particolare dall'uso dei colori (verde, rosso e blu che si alternano e si inseguono). L'esito è l'inevitabile sgonfiamento della tensione e il riavvicinamento tra Martha e George, secondo il prevedibile schema di un rapporto di dipendenza malata.

Mentre Giannini e Fededegni scelgono uno stile recitativo da comprimari e sicuramente a tratti più naturalistico, Marchioni e Bergamasco tengono la scena con una recitazione importante, che insegue l'elevato pathos del testo. Alcuni di loro, tra cui all'apertura del sipario Sonia Bergamasco, si esibiscono anche in performance musicali non banali.

Nonostante l'ammirevole tentativo di modernizzazione compiuto da regista e drammaturga, il testo secondo me non riesce a nascondere i suoi anni. E, pur essendo stato probabilmente dirompente nell'epoca in cui fu scritto, oggi - a valle di moltissimi altri testi che l'hanno seguito - fa fatica a scandalizzare nei toni e nei contenuti, che molto risentono della temperie culturale dell'America di quegli anni, caratterizzati da un livello elevato di benessere in una società però molto moralista e perbenista.

Il risultato finisce dunque per essere in parte stucchevole e, alla chiusura del sipario, quello che ci invade è un senso di liberazione, che poi forse era anche l'obiettivo di autore e regista.

Lo spettacolo è candidato a molteplici premi Ubu, ma personalmente non sono riuscita ad entrarci in sintonia.

Voto: 3/5

venerdì 27 gennaio 2023

Ferito a morte / Raffaele La Capria; regia di Roberto Andò. Teatro Argentina, 12 gennaio 2023

La morte di Raffaele La Capria risale al giugno 2022, quando lo scrittore aveva quasi cento anni e alle spalle una lunghissima carriera nell'ambito della letteratura e della sceneggiatura. Uno dei primi e più significativi momenti della sua carriera è stata la scrittura del romanzo Ferito a morte, per la cui pubblicazione La Capria si rivolse a più riprese all'editore Bompiani, fino a quando Valentino non solo accettò di pubblicare il testo entusiasta ma gli disse di accelerare i tempi per partecipare al Premio Strega di quell'anno, che poi effettivamente La Capria vinse.

È a questo primo grande successo che Roberto Andò ha deciso di tornare con questo lavoro teatrale, affidandosi a Emanuele Trevi per l'adattamento del testo, a una compagnia di attori di grande qualità e alle scene e luci di Gianni Carluccio.

L'allestimento è effettivamente di grande impatto visivo: palco "abitato" - in alcuni passaggi - sia al piano di sotto che al piano di sopra, rappresentanti ambientazioni differenti, stanze e ambienti che si aprono e avanzano dal retro del palco, specchi a terra e sul "soffitto" del palco su cui vengono proiettate delle immagini, in particolare quella dello sciabordio delle onde sulla spiaggia, creando un effetto molto suggestivo. Per non parlare della scena iniziale che crea l'impressione che tutto sia sotto l'acqua.

Sul palco il protagonista del romanzo, Massimo, ormai adulto (Andrea Renzi), che dalla stanza della città dove ora vive ricorda i tempi della giovinezza a Napoli con i suoi amici borghesi e sbruffoni.

Siamo nel dopoguerra, la città è ancora piena di macerie, ma questi giovani pensano a divertirsi e sembrano rifuggire all'idea di diventare adulti e di assumersi le loro responsabilità.

Dopo un mio iniziale tentativo di seguire la narrazione, dopo non molto mi perdo tra i personaggi e le chiacchiere tra di loro e faccio fatica a seguire. Di tanto in tanto vengo catturata da qualche personaggio (gli attori sono tutti bravissimi), o da qualche invenzione scenica, ma non riesco più a riacchiappare il filo del discorso se non nella parte finale. Non riesco nemmeno a capire bene le distanze temporali tra i vari momenti, che per me potrebbero essere abbastanza lontani nel tempo o ravvicinati.

Solo leggendo la trama del romanzo, riesco a posteriori a dare un senso a quello che ho visto.

Non ho letto Ferito a morte e posso dunque ipotizzare che neppure il libro abbia una struttura fortemente narrativa ma punti invece al ritratto sociale di tipo impressionistico. E da questo punto di vista l'impressione visiva che Andò suggerisce, quella di guardare dei pesci che si muovono più o meno disordinatamente in un acquario (ossia in un luogo autoreferenziale) è estremamente precisa ed evocativa. Posso però immaginare quanto difficile sia stato in generale tradurlo in un linguaggio diverso e sicuramente più rigido rispetto alla parola scritta come è il teatro.

Non sono del tutto in grado di dire se la scommessa sia stata vinta oppure no. Io ne sono uscita un pochettino frastornata.

Voto: 3/5

giovedì 5 gennaio 2023

Furore / dal romanzo di John Steinbeck, di e con Massimo Popolizio. Teatro Argentina, 13 dicembre 2022

Insisto ad andare a vedere gli spettacoli di Popolizio perché continuo a considerarlo una fonte pressoché inesauribile di proposte e idee che hanno l'indubitabile merito di portare - o riportare, a seconda dei casi - all'attenzione del pubblico testi importanti, contemporanei e non.

Nel caso di Furore di Steinbeck, l'interesse di Popolizio risale indietro nel tempo e negli ultimi due anni il regista e attore si è dedicato alla messa a punto di uno spettacolo che per brevità descriverò come una lettura drammatizzata e sonorizzata.

Popolizio riparte dall'indagine giornalistica che lo stesso Steinbeck portò avanti per conto del San Francisco News sul tema dell'esodo di massa verso la California dei contadini dell'Ohio e dell'Oklahoma dopo le alluvioni di sabbia che avevano colpito le loro case e le loro terre. Fu infatti proprio a partire da questa indagine che l'autore ebbe poi l'idea di scrivere il romanzo diventato un classico della letteratura mondiale.

La lettura di Popolizio - che si avvale dell'adattamento per la scena del bravissimo Emanuele Trevi - è valorizzata da un lato dalla sonorizzazione dal vivo di Giovanni Lo Cascio (in particolare con l'uso delle percussioni ma non solo) e dall'altro dalla proiezione sul fondo dello schermo delle fotografie dell'epoca e di brevi video (credo in parte almeno tratti dal film di John Ford). Le parole di Steinbeck diventano così suoni e immagini, e acquistano una tridimensionalità e una pastosità che si appiccicano addosso all'ascoltatore.

Tutto ciò di per sé stesso basterebbe. Anche perché alla base c'è un testo potentissimo nel quale i richiami alle migrazioni del tempo presente, alle storture del capitalismo e della finanza, alle superficialità della politica si sprecano.

A Popolizio però tutto questo non basta e ci mette del suo. L'inizio della lettura è quasi scioccante per quanto è caricata al massimo grado, poi via via ci si fa l'abitudine, ma - almeno per quanto mi riguarda - resta l'impressione che sia troppo e che meno sarebbe andato benissimo. Ma Popolizio non è contento se non può fare Popolizio (qui talvolta sembra un po' Lucio Dalla, altre volte un po' Paolo Conte), e anche quando sale sul palco per ringraziare il pubblico sembra stare ancora recitando. Il che probabilmente vuol dire che ormai il confine tra recita e vita è diventato in lui sempre più labile.

Ciò detto, lo spettacolo è bello, il testo è grandiosamente adattato, oltre a essere potente di suo, la costruzione è interessante. E dunque anche questa volta Popolizio lo si perdona ;-)

Poi dopo lo spettacolo si può anche vedere la mostra fotografica delle immagini realizzate con grande empatia da Walker Evans, Dorothea Lange e altri su questo esodo dei contadini, immagini stampate a partire dalle collezioni fotografiche della Library of Congress di Washington.

Voto: 3,5/5

venerdì 11 novembre 2022

Pupo di zucchero / regia di Emma Dante. Teatro Argentina, 30 ottobre 2022

Negli ultimi anni ho un atteggiamento ambivalente verso Emma Dante: tanto mi risultano deludenti i suoi film quanto invece apprezzo le sue opere teatrali. Cosicché Pupo di zucchero, già rappresentato in diversi teatri italiani lo scorso anno (ma non a Roma), è stato fin subito sulla mia lista degli spettacoli da vedere a teatro quest'anno.

Come già con La scortecata, la regista siciliana attinge a un libro che è una vera e propria miniera di storie, e che ha ispirato moltissimi adattamenti in tanti linguaggi diversi, ossia Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.

In questo caso la storia è perfetta per i giorni a ridosso del 2 novembre, perché è proprio dedicata al tema della memoria dei propri cari. Il protagonista (interpretato da Carmine Maringola) è un anziano che vive da solo e sta facendo lievitare l'impasto con cui preparerà come ogni anno il "pupo di zucchero", un dolce che nella tradizione palermitana viene realizzato appunto per i defunti e che qui si fonde con la tradizione napoletana del culto delle anime del purgatorio.

Durante questa preparazione il protagonista - che non nasconde il suo senso di solitudine - richiama alla memoria e "riporta in vita" frammenti di storie riguardanti i familiari che non ci sono più e che invece un tempo animavano la sua casa ormai vuota.

Vediamo così rivivere sul palco le tre sorelle con i loro canti e balli, il padre marinaio che a Marsiglia conosce e sposa la madre e la porta poi a Napoli, Pasqualino, un ragazzo di colore cresciuto come un figlio dai suoi genitori, la zia Rita ammazzata di botte dal suo compagno, il torero Pedro.

Tutti questi personaggi accendono il palcoscenico di suoni, colori, immagini e storie che riempiono di vita la notte dei morti e accompagnano il protagonista verso la giornata successiva, quella in cui andrà a rendere omaggio ai suoi cari al cimitero.

Lo spettacolo di Emma Dante racconta una storia che contiene tante storie, e lo fa nel suo modo speciale, che io apprezzo particolarmente: una scenografia minimale, in cui con pochissimi oggetti si stimola l'immaginazione dello spettatore e si creano mondi, un uso straordinario delle luci, fatte interagire con elementi della scena, dai vestiti di strass alla farina in aria, per creare effetti visivi molto affascinanti e di grande impatto emotivo, l'uso di canzoni tradizionali cantate dal vivo senza alcun accompagnamento che si mescolano e si sovrappongono alle parole, i cambi di ritmo con accelerazioni improvvise e frastornanti e rallentamenti che aiutano a sedimentare i contenuti.

Certo, il rischio è che la Dante - una volta trovata una formula di successo - la ripeta all'infinito o addirittura la carichi ulteriormente fino a renderla nel tempo stucchevole. Personalmente mi auguro che non accada e che lei sia capace di continuare a sorprenderci con nuove invenzioni e soluzioni sceniche.

Voto: 4/5