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giovedì 2 marzo 2023

Ink / Dimitris Papaioannou. Teatro Argentina, 16 febbraio 2023

Di Dimitris Papaioannou, delle sue opere - che sono teatro, ma anche danza e molto altro, - del suo ruolo di curatore della cerimonia di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Atene, non sapevo praticamente nulla prima di andare a vedere questo spettacolo all’Argentina. Non so nemmeno bene come mai l’avessi inserito nella mia lista delle cose da vedere quest’anno (probabilmente avevo letto qualcosa qua e là), ma quando ho visto il tipo di pubblico che rapidamente ha affollato gli spazi del Teatro Argentina ho capito di stare per fare la conoscenza di un fuoriclasse.

L’elemento caratterizzante di quest’ultimo spettacolo di Papaioannou è l’acqua. Sul palco c’è un uomo totalmente vestito di nero (lo stesso Papaioannou), mentre da un tubo di irrigazione un grande getto d’acqua produce un effetto-pioggia. Nella primissima parte dello spettacolo l’uomo in nero sembra giocare con l’acqua e una grossa ciotola di vetro, creando – anche grazie a un sapiente uso delle luci, a un’attenta scelta dei movimenti e delle posizioni sul palco, nonché dei materiali – effetti visivi e sonori affascinanti e misteriosi (come nella scena in cui l’uomo è seduto pensoso o sonnacchioso e il getto dell’acqua, azionato in modo da coprire un angolo di 180 gradi, sembra provenire dalla sua testa e produce suoni differenti nell’incontro più o meno ravvicinato con i teli di plastica che circondano il palco). 

A un certo punto però la tranquillità dell’uomo viene interrotta dalla comparsa sul palco (invero sotto una serie di pannelli di plastica trasparente che ricoprono il palco) di una presenza oscura, un uomo completamente nudo (Šuka Horn), i cui colori chiari creano un effetto visivo di forte contrasto con il protagonista, con cui si innesca quella che inizialmente appare come una lotta (l’uomo in nero tenta di catturare l’altro avvolgendolo nel pannello di plastica), ma che nel corso dello spettacolo si trasforma in seduzione, attrazione, complicità, protezione paterna, per poi riesplodere all’improvviso di nuovo in conflitto. Protagonista di questo incontro-scontro, oltre all’onnipresente acqua, è un polipo che – dopo essere stato più volte infilato e sciacquato nella ciotola di vetro, aver coperto il sesso dell’uomo nudo, essere stato lanciato – finisce sbattuto a più riprese per terra dall’uomo in nero (secondo la pratica tradizionale dei pescatori greci, ma anche del sud Italia) nella scena finale dello spettacolo.

Difficile riassumere qui in poco spazio le tante invenzioni che caratterizzano questo lavoro e che ne fanno uno spettacolo straordinario per gli occhi – e non solo –, così come risulta probabilmente banale e per certi versi impossibile attribuire un significato univoco alla narrazione, che rifugge dal didascalico e dal razionale in maniera evidentemente voluta e insistita.

Ci sono sicuramente echi di miti ancestrali che emergono a più riprese durante lo spettacolo, ma – come è evidente dalle interviste a Papaioannou che ho letto – in esso si possono leggere tante cose che, come in ogni opera d’arte che si rispetti, vanno anche al di là delle intenzioni dell’autore. A me per esempio a tratti l’uomo nudo ha fatto pensare a una personificazione del polipo, e dunque l’intero spettacolo mi è sembrato una specie di caccia in cui l’uomo in nero non è l’unico soggetto senziente, e il rapporto tra i due è molto più complesso e meno unidirezionale di quello che si potrebbe pensare, un po’ come tra il capitano Achab e Moby Dick, e in fondo tra tutti gli opposti che nell’incontro rivelano la loro complementarietà.

Leggo in molte recensioni che Ink non è il lavoro più riuscito di Papaioannou, che si tratta di un abbozzo di spettacolo con ancora molti difetti. Non ho ovviamente gli strumenti per potermi esprimere pienamente da questo punto di vista. Ma da persona che per la prima volta ha incontrato l’arte del regista greco posso dire che questo spettacolo – per quanto imperfetto – va a segno, grazie alla sua originalità e alla bellezza delle sue invenzioni.

Voto: 4/5

venerdì 8 marzo 2019

Alice / Momix. Teatro Olimpico, 26 febbraio 2019

Ed è arrivata anche la mia prima volta a uno spettacolo dei Momix. La mia amica C. mi propone di andare al Teatro Olimpico a vedere il loro ultimo lavoro, Alice, ispirato al romanzo di Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, che arriva a Roma in anteprima mondiale.

La scelta non deve stupire perché l'ideatore e coreografo del progetto Momix, Moses Pendleton, è un accademico dell'Accademia filarmonica di Roma e dunque evidentemente ha con la città un rapporto consolidato e speciale.

La mia amica C. li ha già visti più volte, dunque sa cosa l'aspetta, io invece - che tra l'altro non amo particolarmente gli spettacoli di danza - sono veramente colpita dalla creatività e dalla capacità immaginifica che c'è dietro un lavoro di questo genere.

La messa in scena di Alice si articola in una successione di quadri, ciascuno ispirato a un episodio o a un capitolo della storia narrata da Carroll, che prendono vita grazie a un mix unico garantito dalla somma di componenti se vogliamo semplici, ma perfettamente integrate: l'uso delle luci e delle immagini proiettate sul fondale, la scelta delle musiche, l'utilizzo di oggetti comuni (palle, scale ecc.), i costumi e la straordinaria maestria dei bravissimi ballerini.

Negli spettacoli dei Momix non c'è alcun effetto speciale, e anche quelli che sembrano effetti speciali sono in realtà straordinarie invenzioni visive di Moses Pendleton. Nel caso di Alice, io ho trovato particolarmente d'impatto la danza con gli specchi, in cui i ballerini fanno ballare e volare la loro immagine riflessa e si trasformano da uomini in strani esseri che sembrano quasi insetti; e poi quella dei fiori, in cui l'interazione tra i movimenti delle ballerine e i loro abiti cangianti trasforma continuamente l'apparenza di quello che vediamo sul palco. Ma le scene capaci di lasciare a bocca aperta sono numerose e le magie visive si susseguono senza soluzione di continuità, catturando l'attenzione persino dei numerosi bambini e ragazzi presenti in sala.

Anche il registro della messa in scena cambia nel corso dello spettacolo, passando da uno più bucolico e figurativo (penso per esempio all'inizio dello spettacolo) a uno più astratto e techno (penso in particolare ad alcuni momenti della seconda parte).

Dal mio primo incontro con i Momix esco con un'ammirazione infinita per l'inventore di tutto questo, Moses Pendleton, che da ormai 40 anni (ha dato avvio al progetto Momix nei primi anni Ottanta) continua a stupire il pubblico di tutto il mondo con la sola forza della sua incredibile visionarietà e genialità creativa, oltre che ovviamente grazie a corpi di ballo formati da ballerini di altissimo livello.

Applauso. E il voto lo dò non tanto a questo specifico spettacolo ma alla meraviglia del mio incontro con una tale capacità immaginifica (sarà anche perché io ne sono completamente sprovvista :-D )

Voto: 4/5

mercoledì 7 marzo 2018

Dancer

"Perché devo essere costretto a fare delle cose? Solo perché sono bravo?"

Questa frase di Sergei Polunin si ricollega idealmente a quella che sua madre gli dice quando torna a casa: "La vita è fatta così. Ci sono le responsabilità. Ognuno di noi ha la responsabilità di qualcun altro e deve farsene carico".

La vita di Sergei Polunin in qualche modo è una molla sempre tirata - e a costante rischio di spezzarsi - tra un grande senso di responsabilità (verso se stesso, verso la propria famiglia, verso il proprio talento) e il bisogno di vivere la propria età, di condurre una vita normale, di non dover essere prigioniero del proprio talento, che pur essendo un dono richiede energie, applicazione, fatica e abnegazione, e spesso produce solitudine e sofferenza.

Il film che il regista Steven Cantor (le cui qualità e sensibilità erano già emerse con altri lavori, per esempio il documentario dedicato a Sally Mann, che infatti vorrei recuperare) ha dedicato al ballerino ucraino Sergei Polunin non è solo una biografia per immagini; è un tentativo - secondo me riuscito - di esplorare la psicologia di questo ragazzo e di analizzare il mondo della danza andando al di là delle ricostruzioni semplicistiche, delle etichette e degli stereotipi utilizzati dai mass media.

Sergei Polunin (che oggi ha quasi trent'anni) nasce a Cherson, un piccolo paese nel sud dell'Ucraina, da una famiglia con pochi mezzi: suo padre Vladimir è operaio e sua madre Galina è casalinga. Fin da piccolo, Sergei - che come tutti i bambini dell'Est Europa viene avviato piccolissimo alla ginnastica artistica - dimostra di avere una naturale propensione per la danza, testimoniata dai numerosi video delle coreografie che improvvisa a casa. Al momento in cui - come ci dice sua madre - i bambini devono scegliere se continuare la strada della ginnastica o passare alla danza, Sergei sceglie ovviamente la danza e inizia la sua formazione con una insegnante e ballerina della scuola locale, cui rimarrà molto legato.

Quando le sue qualità diventano evidenti, sua madre decide di iscriverlo alla scuola di danza di Kiev e - per poterlo mantenere agli studi - la famiglia si divide: sua nonna va a fare la badante in Grecia, suo padre va a lavorare in Portogallo e sua madre si trasferisce con lui a Kiev. Qui, come dirà Sergei più avanti, finisce per lui il divertimento. Perché è vero che il piccolo Sergei è sempre un passo avanti a tutti e diventa sempre più bravo, ma su di lui aumenta progressivamente la pressione psicologica - inevitabile - di una scelta familiare pesante che è di fatto un investimento sul suo successo. Sarà sempre la madre a iscriverlo a un'audizione alla British Royal Ballet School e la sua accettazione nella scuola segnerà una svolta nel percorso di Sergei. Da un lato il giovanissimo ballerino brucia tutte le tappe: ha uno straordinario talento e studia il doppio degli altri, come dicono i suoi compagni di corso, cosicché presto diventa ballerino solista e a soli 19 anni primo ballerino, il più giovane della storia del Royal Ballet; dall'altro lato, la sua famiglia - che Sergei avrebbe voluto riunire grazie ai suoi successi - si sfalda: i suoi genitori si separano e Sergei va in crisi di motivazione.

In questo periodo si amplificano le voci della stampa sul suo tormento interiore che lo portano a coprirsi il corpo di tatuaggi, a fare uso di droghe e di alcol, a inseguire feste di ogni genere.

"Non ho scelto di danzare. La danza è quello che sono". L'incredibile talento che Sergei possiede e che giustamente la sua famiglia ha fatto di tutto per valorizzare ha un prezzo ed è un peso enorme da portare per un ragazzo che alla danza ha dedicato tutta la sua giovinezza e che - proprio in virtù di questo talento - fa fatica a trovare nuove sfide e facilmente cade nella noia.

Dopo due anni al Royal Ballet un Polunin in crisi di motivazione rassegna le dimissioni scatenando le reazioni dei mass media e suscitando scandalo. Dopo qualche tempo di riflessione tornerà in Russia, prima in un programma televisivo, poi alla scuola di Igor Zelensky, che avvia una nuova fase e porta nuovi stimoli alla carriera di Sergei. Ma anche in questo caso la parabola è destinata a compiersi presto e nel giro di un paio d'anni Polunin si ritrova nuovamente senza voglia ed energie.

Sarà il video di David La Chapelle sulle note di Take me to church, nato da un'idea dello stesso Polunin, a riportare il giovane ballerino e la sua eccezionalità all'attenzione del mondo.

Il documentario di Cantor si conclude con il ritorno in famiglia, il confronto con la madre e la presenza - per la prima volta - dei genitori e della nonna a un suo spettacolo, in un misto di emozione, di malinconia, di gioia e di tristezza, di leggerezza e di gravità, tutte componenti che attraversano la storia di questo ragazzo messo alla prova da un talento enorme, dono straordinario e inevitabile condanna.

Un film che regala grandi emozioni: quella, unica, di un corpo perfetto che comunica attraverso movimenti perfetti e quella, altrettanto straordinaria, che nasce dalla capacità di superare le apparenze di quel corpo per scoprirne l'anima.

Un film che - andando al di là del palcoscenico - permette di toccare con mano che anche ciò che sembra naturale e senza sforzo nasconde una fatica enorme.

Voto: 4/5


domenica 29 gennaio 2012

Pina 3D

In una delle prime scene del film-documentario realizzato da Wim Wenders insieme a Pina Bausch e poi a lei dedicato dopo la sua morte - avvenuta prima della fine delle riprese -, quest’ultima dice che la danza inizia dove finiscono le parole.

A Wenders non deve essere costato molto restare fedele a questo assunto di base. Infatti, nel film di parole ce ne sono davvero poche, perché a farla da padrone sono appunto la danza, nell’incontrarsi dei corpi che si muovono all’interno di uno spazio, e la musica, che interpreta e viene interpretata da questi corpi in movimento.

Persino le interviste ai ballerini che hanno lavorato con Pina sono in realtà dei ritratti muti, in cui le parole fluttuano autonomamente come fossero pensieri. Ciascun ritratto introduce una coreografia, una performance, un racconto danzato, di cui il ballerino con cui abbiamo fatto conoscenza è il protagonista.

Alla fine a venir fuori è non tanto il ritratto di Pina, ma la vera immagine di sé che ciascun ballerino ha messo a fuoco proprio grazie all’insegnamento della coreografa tedesca, grazie al suo stimolo a fare della danza il proprio strumento di ricerca.

Così, ogni coreografia è umanizzata (e arricchita di significati) dalla conoscenza del suo protagonista, e al contempo acquista una natura rarefatta e leggera che le dà un respiro universale.

Il film ci investe con un profluvio di immagini e di emozioni, in cui l’intensità dei movimenti dei corpi viene amplificata dalla loro interazione con gli elementi naturali (la terra, l’acqua, la roccia…) e dalle straordinarie ambientazioni naturalistiche e metropolitane. I ballerini passano così da paesaggi brulli e desolati, quasi lunari a foreste rigogliose e corsi d’acqua, da architetture industriali abbandonate a spazi interamente vetrati, dalle strade cittadine alla metropolitana sospesa su monorotaia.

Questi veri e propri quadri in movimento non sono solo il risultato di una ricerca puramente estetica, bensì costituiscono la sintesi corporea di sentimenti che vanno dalla gioia alla solitudine, dalla fiducia all’inganno, dall’amore all’oppressione, dalla follia alla forza, dall'angoscia al divertimento.

Difficile isolare le singole parti di questo racconto che appare fondamentalmente unitario. Ciascuno spettatore sarà inevitabilmente attratto da ciò che più risuona con le corde della sua sensibilità, e di cui dunque conserverà più nitidamente il ricordo. Per quanto mi riguarda ho trovato toccante la coreografia che mette in relazione due uomini nella casa di vetro, sulla musica di Simon Diaz Luna de Margarita:



Così come ho sentito liberatorio il ballo collettivo con e nell’acqua:



Ma faccio davvero fatica a non citare qui tanti altri passaggi sorprendenti, divertenti, spiazzanti, sconcertanti, inquietanti, affrancanti. Pina di Wenders ci costringe a metterci in gioco lasciandoci andare alle emozioni, senza la pretesa di capire, di tradurre in parole, di razionalizzare.

In questo senso per la prima volta il 3D diventa davvero funzionale al film, perché conferisce rotondità, peso e leggerezza ai corpi. Forse però proprio per questo, esso finisce per risultare insoddisfacente perché crea un’illusione di fisicità senza in realtà realizzarla per davvero.

Che amiate o no la danza, correte a vedere Pina finché siete in tempo. E non lasciatevi scappare la colonna sonora.

Voto: 4/5


lunedì 14 febbraio 2011

Pina Bausch. Un ritratto

Eccomi qui, catapultata in un mondo che mi è quasi totalmente estraneo, la danza, però non la danza dal vivo, bensì la proiezione di due spettacoli di Pina Bausch: Café Muller e Le sacre du printemps, quindi in fondo una variante della visione cinematografica che ha in questo caso per soggetto il balletto.

Sono andata a vedere il primo appuntamento della rassegna di video e film (Pina Bausch. Un ritratto) che l'Auditorium Parco della Musica ha deciso di dedicare a Pina Bausch e al Tanztheater Wuppertal.

Praticamente non conosco assolutamente nulla di questo mondo. Anzi, ieri sera dicevo che più vado avanti e più mi rendo conto dell'immensità delle cose che non so e della conseguente difficoltà nel parlare con gli altri e nel comprendere il mondo. Per questo, mi sono accostata alla visione di questi due video con l'apertura mentale della neofita, senza aspettative particolari ma con la curiosità che mi caratterizza.

C., che mi ci ha "trascinata", denunciava la difficoltà e la sofferenza di assistere a uno spettacolo di danza - che è fisicità e corpi in movimento, sudore e guizzo di muscoli - attraverso una registrazione video, che impone un punto di vista e costringe a guardare con gli occhi del regista. Per me, poco adusa all'esperienza del balletto, lo shock non è stato così forte.

Del resto, il primo dei due video, Café Muller, di fatto si presenta come una via di mezzo tra un'opera teatrale e un'opera di danza. Ambientato nel grande salone di un caffè ingombro di sedie vuote, la cui unica sorgente di luce è una porta girevole di accesso alla sala.

Su questo palcoscenico si alternano varie figure, spettri ciechi, tra cui un ruolo di primo piano hanno una donna e un uomo che si muovono per la sala, a volte camminando, a volte correndo, secondo traiettorie a volte regolari, a volte del tutto imprevedibili. Un altro uomo entra in scena a spostare le sedie contro cui altrimenti gli altri due si scontrerebbero nei loro spostamenti. Un'altra donna, sempre isolata, e presente fin dall'inizio in scena, si è rivelata ai miei occhi il doppio della protagonista, il suo "io" interiore.
I due protagonisti, ad occhi chiusi, si incontrano casualmente, si scontrano, si sfiorano, si allontanano, a volte si cercano. Di tanto in tanto, un altro uomo entra in scena, intervenendo nel loro rapporto. Li unisce, li separa, li accudisce.
In scena compare anche una donna con un cappotto verde, una parrucca rossa e delle scarpe coi tacchi. L'unica figura colorata. Osserva, partecipa, imita. Ingenua e malinconica. Dal sorriso triste, ma non tragico. Finirà per spogliarsi anche lei di questa maschera posticcia.

Ne uscirà un quadro sconfortante dei rapporti umani - e di coppia in particolare. Della vita, che nella sua insensatezza e nel suo turbinio cieco mette a nudo la nostra incapacità, la nostra fragilità, il dolore che non riusciamo reciprocamente ad evitarci. Il bisogno di incontrarsi, l'impossibilità di sostenersi. La ripetizione dei comportamenti, degli errori, della ricerca di noi stessi e dell'altro.

A volte sembra quasi ipotizzarsi l'esistenza di un deus ex machina a governare queste nostre esistenze, ma è evidente che nessuno in realtà è in grado né di impedirci di farci del male, né di garantirci la felicità di un incontro, né di dare un esito positivo alla nostra ricerca infinita.

Quadro disperato, ma di un'intensità visiva ed emotiva straodinaria.

Il secondo video, Le sacre du printemps, sulla musica di Igor Stravinskij, è un balletto più classico. Quindici uomini e quindici donne in una scena spoglia, che danzano sull'argilla sporcando corpi e abiti. Una specie di rito di iniziazione, di cacciata dal paradiso terrestre, di confronto con una realtà con la quale tutti dobbiamo sporcarci.

Belli il gesto, i corpi in movimento, il simbolismo. Ma emotivamente l'ho trovato meno coinvolgente.

Non sarei la persona più adatta a dare un voto a un mostro sacro della danza del Novecento, ma il mio voto è alla capacità che ha avuto di conquistarmi.

Voto: 4/5

Café Muller


Le sacre du printemps