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domenica 13 agosto 2023

Perfect days

Per completare la mia full immersion estiva nella rassegna Cannes Mon Amour vado a vedere l'ultimo film di Wim Wenders (che è presente nella rassegna anche con il documentario Anselm).

Non ho grandissime aspettative (non sono strettamente una cultrice di Wenders), ma mi incuriosisce l'ambientazione giapponese e così trascino la mia amica G. a vederlo.

Wenders - supportato alla sceneggiatura da Takuma Takasaki e chiaramente ispirandosi al cinema di Ozu - ci racconta la vita semplice di Hirayama (Kôji Yakusho), un uomo di una sessantina d'anni che vive in un piccolissimo appartamento, non lontano dallo Sky Tree (la torre delle telecomunicazioni che è uno dei simboli della città), e lavora come pulitore delle toilettes pubbliche per l'azienda cittadina.

La sua routine si ripete identica ogni giorno: si sveglia all'alba al suono della ramazza di una vicina che spazza per strada, si lava, si taglia i baffi, si rade, cura le sue piantine, si mette gli abiti da lavoro, prende un caffè al distributore che c'è fuori dalla sua casa e si mette in macchina per andare a lavorare. In macchina ascolta le sue cassette di musica degli anni Settanta (Patty Smith, Lou Reed, The Animals, The Kinks, che vanno tutti insieme a comporre una splendida colonna sonora), mentre attraversa la città per raggiungere tutte le toilettes a lui assegnate. Svolge il suo lavoro con un'attenzione e una cura ammirevoli, poi mangia un panino al parco dove scatta qualche fotografia agli alberi e alla luce che li attraversa con la sua macchina fotografica analogica, poi terminato il turno di lavoro, torna a casa, prende la bicicletta, va a lavarsi ai bagni pubblici, poi va a mangiare in una tavola calda e prima di dormire legge i romanzi (Faulkner, Highsmith) che compra sempre nella stessa libreria. La notte trasfigura in immagini in bianco e nero, piene di luci e ombre, quello che ha vissuto durante la giornata. Il fine settimana Hirayama segue un'altra routine che però anche quella si ripete ogni fine settimana.

E Wenders non fa altro che seguire quest'uomo nelle sue giornate meticolosamente tutte uguali cogliendo le espressioni del viso e i sentimenti che lo attraversano, e che solo raramente Hirayama traduce in parole. Nel frattempo osserviamo queste straordinarie toilettes, una diversa dall'altra, piccole opere di mirabile architettura (non a caso elencate con i relativi autori nei titoli di coda del film), luoghi di passaggio e di utilità per i cittadini, ma universo di senso per Hirayama.

Per la prima ora sembra quasi di assistere a un documentario muto (tra l'altro girato in 4:3), dove non succede quasi nulla, se non lo scorrere di una vita che si ripete ossessivamente uguale tutti i giorni. Detto così, si potrebbe pensare che il film di Wenders è di una noia mortale, e invece la vita di Hirayama ci cattura e ci conquista per il suo essere intrisa di una insospettabile e inattesa pienezza e tenerezza, di una forma di gioia fatta della capacità di apprezzare le piccole cose di tutti i giorni e di osservare con occhio attento e benevolo il mondo che lo circonda. Hirayama non è un uomo del presente - la sua vita sembra essere congelata in un passato non lontanissimo, ma di certo superato - però vive pienamente nel presente, perché come dice alla sua adorata nipote "Il presente è presente, la prossima volta è la prossima volta".

È l'arrivo di questa nipote che non vede da tempo a innescare un movimento all'interno della trama e a far intravedere - seppure in controluce - i dolori del passato che Hirayama si è lasciato alle spalle (una sorella con cui non ha più rapporti), e un ulteriore parziale smottamento della routine si produce quando un fine settimana l'uomo va al locale dove va tutti i fine settimana, gestito da una donna che ha un debole per lui, e lo trova chiuso, salvo poi assistere a una scena inaspettata.

Si tratta però solo di piccole increspature nella malinconia agrodolce di una vita semplice e di un personaggio che avresti voglia di abbracciare a più riprese, e alla cui vita - per quanto lontana dalla nostra - aderiamo con trasporto e tenerezza.

Il film di Wenders si conclude, al termine dei titoli di coda, con la parola "komorebi", che è la parola giapponese che indica "la luce che filtra tra le foglie degli alberi, un momento breve, ma intenso, che esprime uno stato d’animo, una sensazione che è sfuggente, come i raggi di sole che filtrano tra le foglie degli alberi di un bosco", e forse in questo termine c'è il senso di questo racconto, e probabilmente della nostra stessa vita.

Voto: 4/5


venerdì 21 novembre 2014

Il sale della terra

Premetto che la mia recensione non potrà in alcun modo essere obiettiva, per diversi motivi. Innanzitutto mi scapicollo per arrivare al cinema per tempo (lo spettacolo è alle 17,50), ma il film è preceduto da più di mezz'ora di pubblicità (e dico pubblicità, non trailer di altri film!), cosicché in partenza sono in qualche modo già snervata. Quando poi comincia il film le due signore accanto a me non possono fare a meno di chiacchierare tra loro e di commentare ogni scena e ogni fotografia, nonostante i miei tentativi di esprimere un certo qual fastidio. Infine, e non è secondario, sono stanchissima (la mia settimana è stata pesante), dunque il film mi appare in qualche modo un po' piatto e a tratti faccio fatica a seguirlo.

Devo anche aggiungere che da un lato avevo un'aspettativa molto elevata in virtù dei commenti entusiastici che mi erano arrivati, dall'altro mi aspettavo qualcosa di un po' diverso, cioè un film sull'occhio fotografico di Salgado, ossia nel quale si parlasse non solo della "poetica concettuale" del fotografo e della sua vita, ma anche del suo rapporto con la fotografia. Negli ultimi tempi sto infatti guardando a casa una serie di monografie video sui grandi fotografi italiani, realizzate dalla Cineteca di Bologna, che sono impostate in questo modo e che apprezzo molto.

Tutto ciò premesso, pur avendo già un po' di informazioni su Salgado e sul suo impegno per l'ambiente (anche grazie alla mostra Genesi che avevo visto l'anno scorso a Roma), il film certamente mette lo spettatore in relazione con un uomo incredibile da numerosi punti di vista. Innanzitutto per la sua storia personale e familiare (la fazenda di famiglia in Brasile, il rapporto con la moglie e con i due figli), in secondo luogo per il suo straordinario percorso professionale che l'ha portato in ogni angolo del pianeta per far conoscere prima le condizioni di alcune popolazioni (penso ai reportage dal Sahel, dal Rwanda ecc.), poi per testimoniare che esiste ancora un pianeta in cui natura, fauna e uomini sono ancora in una condizione di purezza originaria. Tutto questo si è trasformato in un impegno concreto per l'ambiente e per la salvaguardia della natura attraverso una fondazione, Instituto Terra, che Salgado segue insieme a sua moglie.

Oltre alla bellezza delle fotografie e delle immagini del film, che sono un vero godimento per gli occhi e hanno un impatto emotivo in taluni casi davvero forte, la cosa che mi ha colpito di più di quest'uomo è il coraggio con cui a qualunque età della vita ha affrontato viaggi incredibili, rischi, contatti con ambienti anche ostili e comunità umane primitive per desiderio di conoscere e di lasciare una testimonianza.

Diciamo che, pur sapendo che si possono fare straordinarie fotografie anche senza muoversi da casa propria, mi sono anche resa conto che le fotografie di Salgado portano con sé anche la voglia di esplorare, lo sprezzo del pericolo, il desiderio di conoscere, di stare vicino agli eventi, di viaggiare anche per periodi lunghi.

Wim Wenders e il figlio di Salgado, Juliano Ribeiro, sono bravissimi a costruire questo ritratto, a dimostrazione del fatto che Wenders ha sviluppato un'insana passione per i ritratti d'artista (vedi Pina).

Voto: 3/5


domenica 29 gennaio 2012

Pina 3D

In una delle prime scene del film-documentario realizzato da Wim Wenders insieme a Pina Bausch e poi a lei dedicato dopo la sua morte - avvenuta prima della fine delle riprese -, quest’ultima dice che la danza inizia dove finiscono le parole.

A Wenders non deve essere costato molto restare fedele a questo assunto di base. Infatti, nel film di parole ce ne sono davvero poche, perché a farla da padrone sono appunto la danza, nell’incontrarsi dei corpi che si muovono all’interno di uno spazio, e la musica, che interpreta e viene interpretata da questi corpi in movimento.

Persino le interviste ai ballerini che hanno lavorato con Pina sono in realtà dei ritratti muti, in cui le parole fluttuano autonomamente come fossero pensieri. Ciascun ritratto introduce una coreografia, una performance, un racconto danzato, di cui il ballerino con cui abbiamo fatto conoscenza è il protagonista.

Alla fine a venir fuori è non tanto il ritratto di Pina, ma la vera immagine di sé che ciascun ballerino ha messo a fuoco proprio grazie all’insegnamento della coreografa tedesca, grazie al suo stimolo a fare della danza il proprio strumento di ricerca.

Così, ogni coreografia è umanizzata (e arricchita di significati) dalla conoscenza del suo protagonista, e al contempo acquista una natura rarefatta e leggera che le dà un respiro universale.

Il film ci investe con un profluvio di immagini e di emozioni, in cui l’intensità dei movimenti dei corpi viene amplificata dalla loro interazione con gli elementi naturali (la terra, l’acqua, la roccia…) e dalle straordinarie ambientazioni naturalistiche e metropolitane. I ballerini passano così da paesaggi brulli e desolati, quasi lunari a foreste rigogliose e corsi d’acqua, da architetture industriali abbandonate a spazi interamente vetrati, dalle strade cittadine alla metropolitana sospesa su monorotaia.

Questi veri e propri quadri in movimento non sono solo il risultato di una ricerca puramente estetica, bensì costituiscono la sintesi corporea di sentimenti che vanno dalla gioia alla solitudine, dalla fiducia all’inganno, dall’amore all’oppressione, dalla follia alla forza, dall'angoscia al divertimento.

Difficile isolare le singole parti di questo racconto che appare fondamentalmente unitario. Ciascuno spettatore sarà inevitabilmente attratto da ciò che più risuona con le corde della sua sensibilità, e di cui dunque conserverà più nitidamente il ricordo. Per quanto mi riguarda ho trovato toccante la coreografia che mette in relazione due uomini nella casa di vetro, sulla musica di Simon Diaz Luna de Margarita:



Così come ho sentito liberatorio il ballo collettivo con e nell’acqua:



Ma faccio davvero fatica a non citare qui tanti altri passaggi sorprendenti, divertenti, spiazzanti, sconcertanti, inquietanti, affrancanti. Pina di Wenders ci costringe a metterci in gioco lasciandoci andare alle emozioni, senza la pretesa di capire, di tradurre in parole, di razionalizzare.

In questo senso per la prima volta il 3D diventa davvero funzionale al film, perché conferisce rotondità, peso e leggerezza ai corpi. Forse però proprio per questo, esso finisce per risultare insoddisfacente perché crea un’illusione di fisicità senza in realtà realizzarla per davvero.

Che amiate o no la danza, correte a vedere Pina finché siete in tempo. E non lasciatevi scappare la colonna sonora.

Voto: 4/5