Ormai giunti quasi al termine della stagione teatrale, insieme al solito “gruppetto teatro”, andiamo a vedere l’ultima regia di Roberto Andò al Teatro Argentina, non senza qualche timore, considerati la location, la regia e soprattutto l’autore del testo, Ingmar Bergman.
Sarabanda – scopro solo più tardi – è una specie di testamento di Bergman (è stato realizzato nel 2003), un seguito ideale di Scene da un matrimonio, da cui riprende i personaggi a distanza di tempo. Questa opera era stata pensata da Bergman come un film per la televisione, informazione importante per comprendere la messa in scena teatrale scelta da Andò.
Al centro di Sarabanda, oltre alla musica – come è chiaro fin dal titolo -, c’è una famiglia: il capofamiglia Johan (interpretato da Renato Carpentieri), la sua ex moglie Marianne (Alvia Reale) che torna a trovarlo nella sua casa sul lago dopo molti anni di allontanamento, il figlio di Johan, Henrik (Elia Schilton), che da anni non ha rapporti con il padre, e infine Karin (Caterina Tieghi), la figlia diciannovenne di Henrik, violoncellista come il padre. L’altra protagonista di questo dramma familiare, sebbene assente, è Anne, moglie di Henrik e madre di Karin, morta di cancro qualche anno prima, che per tutti è un po’ il termine di paragone di una relazione affettiva sana, ovviamente senza possibilità di appello o verifica.
Trattasi di un classico dramma da famiglia disfunzionale, in cui ciascuno dei protagonisti, soprattutto quelli uniti da legami di sangue, sono incastrati in dinamiche distruttive o autodistruttive: Johan è un finto mite, ma rivela di tanto in tanto la sua natura manipolatrice, Henrik è un possessivo, con un legame morboso, quasi incestuoso con la figlia, e fortemente conflittuale con il padre, Karin è ingenua e insicura, come è normale per la sua età, e fa fatica a districarsi all’interno di queste dinamiche. Marianne è un’osservatrice quasi neutrale, spesso interlocutrice e confidente dei protagonisti, in particolare Johan e Karin.
Molto d’impatto la scelta di allestimento: il palco è completamente immerso nel buio e luci molto puntuali producono un effetto fortemente fotografico e cinematografico; gli attori si muovono all’interno di una specie di scatola nera la cui faccia anteriore è formata di piani che si aprono, si chiudono e si spostano producendo vere e proprie inquadrature e un effetto di movimento da macchina da presa. Sicuramente bravissimo Gianni Carluccio a immaginare un sistema così semplice e sofisticato al contempo, che certamente è parecchio d’effetto e ben si sposa con l’approccio ormai consolidato delle regie teatrali di Roberto Andò, che tutte strizzano l’occhio al cinema.
Nonostante le interessanti soluzioni di allestimento e di regia e la bravura degli interpreti, personalmente sono comunque uscita dal teatro piuttosto delusa. Nel testo ho sentito fortissimo il sapore di un’opera senile che risente di tutti i limiti che secondo me le caratterizzano: la cupezza, la lentezza, il ripiegamento su sé stessa. Il modo di narrare di Bergman, che già non amo nelle opere più giovanili, qui mi pare che raggiunga vette di algidità e rigidità notevoli, che faccio fatica ad apprezzare, tanto più che ormai il tema della famiglia disfunzionale è onnipresente e non è facile raccontarlo in modi che non risultino già visti e sentiti.
Esco dunque dal teatro pensando che il prossimo anno la mia programmazione teatrale sarà ancora più restrittiva e meticolosa.
Voto: 3/5
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mercoledì 18 giugno 2025
mercoledì 5 febbraio 2025
Il rito / di Ingmar Bergman. Teatro Vascello, 21 gennaio 2025
Lo spettacolo in scena al Teatro Vascello è l’adattamento teatrale ad opera di Alfonso Postiglione del film di Ingmar Bergman del 1969, che io personalmente non conoscevo. A dire la verità devo denunciare una mia sostanziale ignoranza sulla cinematografia di Bergman, e dunque anche sulle tematiche a lui care e sulle sue scelte stilistiche.
Approccio dunque questo spettacolo senza alcuna aspettativa, lasciandomi andare alla drammaturgia e alla messa in scena.
La scenografia vede il palco trasformato in una scatola bianca al centro della quale c’è un piano sopraelevato su cui si sviluppa la stanza – scura - del giudice Abrahamsson (interpretato al Vascello dallo stesso Postiglione).
Al centro della narrazione il caso di un trio di teatranti, Hans (Antonio Zavatteri) e Thea Winckelmann (Alice Arcuri) e Sebastian Fischer (Giampiero Judica), che è accusato per la presunta oscenità di uno spettacolo, caso affidato appunto al giudice Abrahamsson.
Lo sviluppo della narrazione procede per quadri che consentono via via allo spettatore di approfondire la conoscenza dei protagonisti di questa storia e di rendersi conto, a poco a poco, che in questa vicenda non ci sono buoni e cattivi, ma persone tutte attraversate – sebbene in modi diversi – da frustrazioni, malesseri, infelicità e forme di follia.
Il giudice è rappresentato come un oscuro burocrate che apparentemente è solo interessato a capire se effettivamente l’accusa di oscenità è fondata, ma in realtà via via risulta sempre più ambiguo, viscido, invadente rispetto alle vite personali di questi attori, rispetto ai quali sviluppa una forma di invidia e di interessamento quasi morboso.
Dall’altro lato, i tre personaggi – che sulla scenografia si muovono sempre al livello più basso rispetto alla stanza del giudice – rivelano a poco a poco la complessità dei loro rapporti, i fallimenti personali e professionali, le contraddizioni che li animano, e appaiono altrettanto meschini e cinici del giudice.
Alla fine la messa in scena del famoso spettacolo osceno nella stanza del giudice e alla sua presenza porterà alla luce il rimosso con esiti imprevisti.
La sensazione di disagio che si percepisce fin dalle prime battute dello spettacolo cresce progressivamente nel corso della rappresentazione, amplificata da colori, musiche, recitazione.
Si esce dal teatro con la sensazione di aver partecipato a un rito satanico e felici di esserne usciti. A tratti la sensazione che provo è simile a quella che avevo avuto nel vedere Midsommar - Il villaggio dei dannati, il film di Ari Aster, forse per il collegamento geografico e culturale con la Svezia, o anche per il bianco accecante che cela attrettanta angoscia del buio, nonché per il mistero del rito che deve compiersi.
Non esattamente il mio genere preferito di spettacoli teatrali, ma certamente un ottimo spettacolo.
Voto: 3,5/5
Approccio dunque questo spettacolo senza alcuna aspettativa, lasciandomi andare alla drammaturgia e alla messa in scena.
La scenografia vede il palco trasformato in una scatola bianca al centro della quale c’è un piano sopraelevato su cui si sviluppa la stanza – scura - del giudice Abrahamsson (interpretato al Vascello dallo stesso Postiglione).
Al centro della narrazione il caso di un trio di teatranti, Hans (Antonio Zavatteri) e Thea Winckelmann (Alice Arcuri) e Sebastian Fischer (Giampiero Judica), che è accusato per la presunta oscenità di uno spettacolo, caso affidato appunto al giudice Abrahamsson.
Lo sviluppo della narrazione procede per quadri che consentono via via allo spettatore di approfondire la conoscenza dei protagonisti di questa storia e di rendersi conto, a poco a poco, che in questa vicenda non ci sono buoni e cattivi, ma persone tutte attraversate – sebbene in modi diversi – da frustrazioni, malesseri, infelicità e forme di follia.
Il giudice è rappresentato come un oscuro burocrate che apparentemente è solo interessato a capire se effettivamente l’accusa di oscenità è fondata, ma in realtà via via risulta sempre più ambiguo, viscido, invadente rispetto alle vite personali di questi attori, rispetto ai quali sviluppa una forma di invidia e di interessamento quasi morboso.
Dall’altro lato, i tre personaggi – che sulla scenografia si muovono sempre al livello più basso rispetto alla stanza del giudice – rivelano a poco a poco la complessità dei loro rapporti, i fallimenti personali e professionali, le contraddizioni che li animano, e appaiono altrettanto meschini e cinici del giudice.
Alla fine la messa in scena del famoso spettacolo osceno nella stanza del giudice e alla sua presenza porterà alla luce il rimosso con esiti imprevisti.
La sensazione di disagio che si percepisce fin dalle prime battute dello spettacolo cresce progressivamente nel corso della rappresentazione, amplificata da colori, musiche, recitazione.
Si esce dal teatro con la sensazione di aver partecipato a un rito satanico e felici di esserne usciti. A tratti la sensazione che provo è simile a quella che avevo avuto nel vedere Midsommar - Il villaggio dei dannati, il film di Ari Aster, forse per il collegamento geografico e culturale con la Svezia, o anche per il bianco accecante che cela attrettanta angoscia del buio, nonché per il mistero del rito che deve compiersi.
Non esattamente il mio genere preferito di spettacoli teatrali, ma certamente un ottimo spettacolo.
Voto: 3,5/5
giovedì 30 dicembre 2021
Sull’isola di Bergman
In realtà io e S. volevamo andare a vedere Caro Evan Hansen, ma quando arriviamo al cinema scopriamo che avevo guardato male la programmazione e il film non c’è più. A quel punto cerchiamo un’alternativa e l’unica soluzione compatibile come orario e come distanza è l’ultimo film di Mia Hansen-Løve, Sull’isola di Bergman.
Io della giovane regista francese avevo visto – con una certa qual soddisfazione – alcuni film precedenti e ne avevo apprezzato lo sguardo, attento in particolare al ruolo femminile all’interno della famiglia, e dunque speravo in un nuovo lavoro interessante.
Come suggerisce già il titolo, la storia qui narrata è ambientata nell’isola svedese che Bergman scelse come suo luogo di vita e di lavoro, ossia l’isola di Fårö. Qui arriva una coppia di registi, Chris (Vicky Krieps) e Tony (Tim Roth) per trascorrere un’estate, proprio in quella che a suo tempo era stata la casa di Bergman e dove i due intendono portare avanti la scrittura delle storie che diventeranno i loro prossimi film.
Tony è un regista già molto affermato, ha una grande facilità di scrittura e si immerge nell’ambiente di Bergman con grande naturalezza e senza turbamenti. Chris, molto più giovane di lui, è sicuramente meno famosa, ha una scrittura più faticosa e molti fattori di insoddisfazione e frustrazione, in particolare la difficoltà di conciliare e armonizzare vita privata e lavoro, che in parte è responsabile di una commistione, sovrapposizione e sostituzione tra vita reale e narrazione.
Il rapporto tra Tony e Chris è certamente tenero e affettuoso, ed entrambi amano profondamente la loro figlia, ma la loro è diventata quasi un’amicizia, in cui il desiderio sessuale è ormai assente ed entrambi lo trasferiscono nella narrazione.
È così che a un certo punto, quando Chris comincia a raccontare a Tony la storia che sta scrivendo, questa vicenda, ambientata proprio a Fårö prende vita sullo schermo e i suoi due protagonisti, Amy (Mia Wasikowska) e Joseph (Anders Danielsen Lie), in un’estate in cui si incontrano per il matrimonio di un’amica, rivivono la loro passione mai sopita, che li avvicina e poi li allontana nuovamente, soffocata dall’impossibilità di essere effettivamente vissuta.
Il film nel film che sullo schermo prende il posto della vita vissuta da Chris e Tony a un certo punto sembra invadere la narrazione principale, nel sovrapporsi di sentimenti e protagonisti.
Su tutto aleggia il nume tutelare dell’isola, Ingmar Bergman, che è ovunque e impregna di sé qualunque azione e scelta.
Nel complesso ne viene fuori un film in cui i livelli di rispecchiamento sono tanti: non è strano pensare che i protagonisti del film siano un po’ l’alter ego della stessa regista e di suo marito, Olivier Assayas, ma poi - come abbiamo visto - questi stessi protagonisti a loro volta si rispecchiano nei personaggi delle storie da loro narrate, mentre negli interstizi si infilano frammenti della vita reale di Bergman e delle storie da lui raccontate nei suoi film.
Il rischio di una possibile e sostanziale autoreferenzialità è fortissimo, con la quasi inevitabile conseguenza di creare una certa distanza degli spettatori dai personaggi (a qualunque livello si collochino), anche in conseguenza di una palpabile rigidità dello sviluppo narrativo (forse accentuata anche dal per me ormai insopportabile doppiaggio).
Mia Hansen-Løve prosegue nella sua indagine molto personale sui sentimenti, osservandoli molto da vicino su sé stessa e sulle storie della propria famiglia, ma in questo caso a mio modesto avviso la regista, nel tentativo di introdurre dei filtri, si allontana un po’ dall’autenticità dei sentimenti.
Voto: 3/5
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