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martedì 26 maggio 2026

La vegetariana / di e con Daria Deflorian. Teatro Vascello, 20 maggio 2026

Uno degli ultimi spettacoli che vedo a teatro per questa stagione è La vegetariana, tratto dal romanzo della scrittrice nordcoreana Premio Nobel Han Kang, di cui conosco poco la produzione avendo letto solo Atti umani, con sensazioni a dire la verità un po’ contraddittorie.

La mia amica M. però ci tiene particolarmente a vedere questo spettacolo in quanto ha letto il romanzo ed è curiosa di capire come è stato trasposto sul palcoscenico, e io ben volentieri partecipo a questa esperienza.

Sul palco del Vascello una scenografia fatta con una parete di fondo e due pareti oblique su cui si aprono due porte che conducono – come vedremo - in due piccoli ambienti, un bagno e una cucina. Le pareti sono scrostate e l’atmosfera complessiva è piuttosto squallida.

Il primo personaggio con cui facciamo conoscenza è il marito della protagonista che fin da subito ci anticipa quello che ci aspetta. Ci dice che la moglie Yeong-hye è una donna ordinaria e scialba, che lui l'ha scelta appositamente per queste caratteristiche, garanzia di un rapporto duraturo. Tutto però è cambiato quando, a seguito di un sogno fatto di sangue, pezzi di carne e violenza, la donna ha deciso di diventare vegetariana, di eliminare completamente la carne dalla sua vita, carne che è centrale nella cucina tradizionale della Corea del Sud.

Questa scelta innesca una serie di conseguenze sia su Yeong-hye, la quale si radicalizza sempre di più nella sua scelta fino a sviluppare una specie di rigetto verso i corpi compreso il proprio, sia sulle persone che la circondano, il marito, i genitori, la sorella e suo marito. Le reazioni degli altri oscillano tra la rabbia, la repulsione, la paura e l’attrazione quasi morbosa.

Mentre il matrimonio di Yeong-hye va a rotoli, suo cognato – un artista – sviluppa quasi un’ossessione per lei che mescola desiderio di fare del corpo della donna un oggetto su cui intervenire artisticamente, ma anche di possederlo carnalmente.

Il deflagrare finale della situazione e l’emergere di verità sepolte che riguardano l’infanzia di Yeong-hye e i traumi che si porta dentro porteranno all’apice il crescendo di angoscia, senza dare sollievo allo spettatore, cosa del resto tipica della scrittura di Han Kang.

Non posso fare paragoni con il romanzo, però certamente posso dire che la drammaturgia, l’allestimento e la regia di questo spettacolo sono molto efficaci nel trasmettere sensazioni e atmosfere, e gli attori (oltre a Daria Deflorian, anche regista e come attrice nei panni della sorella della protagonista, ma anche Paolo Musio, Monica Piseddu, che letteralmente si mette a nudo di fronte al pubblico, e Gabriele Portoghese) riescono a trasmettere e ad amplificare sentimenti contraddittori, che oscillano tra il dimesso e il violento. La recitazione un po’ strascicata alla lunga mi ha un pochino infastidita, ma certamente si è trattato di una precisa scelta interpretativa.

Anche se a tratti l’ho trovato un po’ pesante, nel complesso lo spettacolo è riuscito a tenere desta e viva l’attenzione, grazie anche al fondo di angoscia, non solo in me, ma persino in mio padre, che durante la sua permanenza romana si è sorbito un po’ di spettacoli insieme a me.

Voto: 3,5/5

domenica 26 aprile 2026

Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo / regia di Mario Martone. Teatro Vascello, 15 aprile 2026

Arrivo a questo spettacolo senza saperne praticamente nulla, richiamata dalla regia di Mario Martone e dalla presenza di Lino Musella che apprezzo moltissimo a teatro.

Scopro solo dopo che c’è una qualche ragione sentimentale dietro la scelta di Martone di portare in scena questo testo. Si tratta infatti di un lavoro inedito di Fabrizia Ramondino che aveva scritto insieme a Martone la sceneggiatura di Morte di un matematico napoletano, ed era della Ramondino anche la drammaturgia Terremoto con madre e figlia portato in scena sempre da Martone.

A incarnare il protagonista di questo testo, il compositore nominato nel titolo, è Lino Musella, magnetico e poliedrico nella sua interpretazione di un uomo la cui vita ruota tutta intorno alla musica e alle sue composizioni, e che attraversa una chiara fase di crisi esistenziale e di frustrazione rispetto al modo in cui la propria arte è accolta, nonché rispetto alla propria famiglia: la madre (Iaia Forte), che non accetta la sua vecchiaia e ha un rapporto ambiguo con il figlio, la moglie un po’ anaffettiva (Tania Garribba), l’esuberante figlia (India Santella) e il suo amico (Matteo De Luca). Mentre il compositore paragona queste persone ai vari strumenti che compongono un quartetto d’archi e interagisce con ciascuna di loro in modi più o meno cinici, la casa dove il compositore vive e che mostra i segni di un passato nobiliare si svuota progressivamente, man mano che a causa di non meglio precisati debiti tutte le cose più preziose vengono portate via.

Allora, non è tanto una questione di messa in scena, di allestimento, di regia e di interpretazioni (come già detto, Musella riesce a essere magnetico nel portare in scena un personaggio non certo simpatico); per me è proprio una questione di testo. Personalmente non l’ho trovato particolarmente stimolante e in qualche modo non sono riuscita a coglierne il senso.

Non conosco la produzione letteraria della Ramondino, e quindi forse – anzi sicuramente – mi sfugge qualcosa, ma credo che quando un testo non arriva, indipendentemente dagli elementi conoscitivi pregressi, evidentemente non si è creata una particolare sintonia.

Peccato.

Voto: 3/5

venerdì 20 marzo 2026

Orlando / regia di Andrea De Rosa. Teatro Vascello, 7 marzo 2026

Nel fine settimana in cui quest’anno cade la Giornata internazionale della donna, me ne vado al teatro in solitudine (ma la cosa mi disturba poco, essendo io una che quando vuole fare una cosa la fa a prescindere dalla compagnia) a vedere lo spettacolo Orlando, per la regia di Andrea De Rosa, interpretato da Anna Della Rosa.

Lo spettacolo è tratto dal capolavoro di Virginia Woolf, anche se la scelta drammaturgica di Fabrizio Sinisi è quella di interpolare il testo del romanzo con il testo di alcune delle lettere della Woolf a Vita Sackville-West (a partire dalla traduzione di Nadia Fusini che di queste è stata pubblicata nella raccolta Scrivi sempre a mezzanotte). Ne viene fuori un monologo che mette chiaramente in evidenza il rapporto tra vita e letteratura e che svela la natura di Orlando come straordinaria e modernissima lettera d’amore a Vita, e certamente anche alla vita.

Quando entro in sala, Anna Della Rosa è già sul palcoscenico, seduta sotto un grande tronco di quercia, su un prato verde. Di lì a qualche minuto saremo trascinati dalla sua voce e dalla sua fisicità nel mondo di Orlando, il protagonista del romanzo omonimo, vissuto quattrocento anni, prima come uomo e poi come donna, ma entreremo anche nella pelle di Virginia, nei suoi desideri e nei suoi stati d’animo, di esaltazione e di disperazione, mentre dall’alto cadono non foglie, ma pagine bianche tutte da scrivere.

Perché la scrittura è l’antidoto al tempo che passa, è il veicolo dei sentimenti, è la sublimazione della condizione umana, quello che ci fa vivere e ci sopravvive.

Sono catturata dalle parole di Virginia Woolf e dalla bella interpretazione di Anna Della Rosa, e ogni volta sono colpita dalla modernità della sua scrittura e delle emozioni che trasuda e che comunica a distanza di ormai cento anni.

E ogni volta penso alla sua morte e mi chiedo se la letteratura compensi l’infelicità della vita, ovvero nei sia la sua naturale conseguenza.

Voto: 3,5/5

venerdì 20 febbraio 2026

Misurare il salto delle rane / Carrozzeria Orfeo. Teatro Vascello, 7 febbraio 2026

Con la proposta teatrale di Carrozzeria Orfeo, che si avvale della drammaturgia di Gabriele Di Luca e della regia dello stesso Di Luca e del sodale Massimiliano Setti (qui anche autore delle musiche originali), si va sempre sul sicuro.

Così prima ci mando la mia amica I. che ha ricevuto un biglietto di teatro come regalo di compleanno, e poi ci vado io stessa con la mia amica F.

Rispetto ad altri spettacoli di Carrozzeria Orfeo che ho visto, c’è un importante spostamento narrativo, dal momento che da storie di respiro ampio, quasi riflessioni filosofiche – sebbene con il loro inconfondibile stile semiserio – sul futuro dell’umanità, con Misurare il salto delle rane l’attenzione si concentra su un periodo, gli anni Novanta, su un luogo specifico (un piccolo paese in riva a un lago) e sulle dinamiche relazionali tra tre donne (Lori, una donna sessantenne che ha perso la figlia Giò, Betti, una donna di quasi quarant’anni che era molto amica della figlia di Lori e che è stata cresciuta da quest’ultima, e Iris, una giovane donna che è arrivata dall’altra parte del lago per portare notizie di Giò).

Tutto si svolge tra una panchina all’estremità della scogliera che dà sul lago, quella da cui molti si lanciano per suicidarsi, l’interno della casa di Lori (semplice e vecchio stile) e la legnaia esterna.

L’impianto narrativo è quello di una dark comedy, al centro della quale c’è la morte di Giò, il cui mistero si scioglierà solo alla fine come in un vero e proprio giallo. Ma in realtà il vero oggetto della narrazione sta nel dolore che ciascuna delle tre donne, per motivi diversi, si porta dentro e che non riesce a condividere, a comunicare e ad elaborare. Ognuna reagisce a suo modo: Lori (Elsa Bossi) con il silenzio, Betti (Chiara Stoppa) con un profluvio di parole (un personaggio davvero dirompente e incontenibile), Iris (Noemi Apuzzo) con una malinconia difficile da interpretare.

Mentre Betti fa l’allenatrice di rane e porta sempre con sé il suo Froggy, Lori sparisce in lunghe passeggiate, e Iris cerca di incalzarla spingendola a leggere il messaggio in bottiglia che ha trovato sulla riva del lago e che sembrerebbe contenere la verità sulla morte di Giò.

Il senso di malinconia di fondo che attraversa questa storia, e il suo mistero (il personaggio di Iris è reale? Cosa vogliono dire quelle macchie di sangue che Betti le vede per ben due volte sul collo?), sono però attraversate al contempo da una forza dissacrante e da uno humour nero irresistibile di cui si fa interprete soprattutto il personaggio di Betti, odiatrice di maschi e appassionata di M&M’s.

Alla fine tutti i fili si riannodano e molti elementi narrativi trovano una spiegazione, eppure il mistero in parte resta, e probabilmente ha a che fare con quanto Iris dice nella primissima scena, mentre parla al suo registratore, ossia che alla fine siamo un enigma che in qualche modo resta inspiegabile persino per noi stessi.

Scenografia, luci, musiche, tutto molto bello, brave le attrici, soprattutto Chiara Stoppa e Noemi Apuzzo (nel loro essere emotivamente opposte, e in qualche modo complementari). Lo spettacolo dunque funziona e la risposta del pubblico è entusiasta, forse anche perché si tratta di un lavoro – rispetto ad altri – il cui impianto narrativo almeno apparentemente è più lineare, meno visionario, e forse per questo più riconoscibile per il grande pubblico.

Voto: 3,5/5

mercoledì 14 gennaio 2026

Metadietro / Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Teatro Vascello, 20 dicembre 2025

Ed eccomi, come da tradizione, allo spettacolo di Rezza-Mastrella al Teatro Vascello.

Anche a questo giro, l'universo politicamente scorretto, a tratti blasfemo, a tratti nonsense, decisamente anarchico dell'attore novarese non smentisce sé stesso.

Metadietro è un racconto ambientato in parte in mare, in parte nello spazio, e in questo viaggio Rezza è affiancato da Daniele Cavaioli, giovane attore che fa da controcanto, da eco di Rezza, esaltando con le poche parole che pronuncia, i gesti 'scoordinati', i silenzi, il flusso verbale e l'incontenibile fisicità dell'attore principale, e aumentando la forza comica dello spettacolo.

Come spesso accade negli spettacoli di Rezza-Mastrella, oggetto di riflessione e analisi è il presente con tutte le sue derive.

Ma, come sempre, la narrazione non è in alcun modo lineare e il segreto è lasciarsi andare al flusso, inseguire il testo e Rezza nei suoi collegamenti mentali e appropriarsi soggettivamente del senso.

Non mancano i soliti siparietti col pubblico: la donna svedese che ha avuto l'ardire di accendere il cellulare, la ragazza che si è forse addormentata sulla spalla del fidanzato, e poi la scena di partecipazione collettiva sul palco in cui vengono coinvolti tutti gli spettatori in prima fila.

E soprattutto c'è una ragazzina vicino a noi, che avrà circa 10-11 anni, che ride come una matta per tutta la durata dello spettacolo, il che mi fa pensare che il modo di fare teatro di Rezza attinge proprio al modo di giocare e pensare dei bambini, che infatti spesso a esseri adulti e razionali potrebbe apparire demenziale e nonsense.

Quindi, grazie a Rezza di costringerci ad abbandonare la parte più razionale e compassata di noi per lasciarci andare alle libere associazioni e ad un'insensatezza piena di significato.

Voto: 3,5/5

mercoledì 5 febbraio 2025

Il rito / di Ingmar Bergman. Teatro Vascello, 21 gennaio 2025

Lo spettacolo in scena al Teatro Vascello è l’adattamento teatrale ad opera di Alfonso Postiglione del film di Ingmar Bergman del 1969, che io personalmente non conoscevo. A dire la verità devo denunciare una mia sostanziale ignoranza sulla cinematografia di Bergman, e dunque anche sulle tematiche a lui care e sulle sue scelte stilistiche.

Approccio dunque questo spettacolo senza alcuna aspettativa, lasciandomi andare alla drammaturgia e alla messa in scena.

La scenografia vede il palco trasformato in una scatola bianca al centro della quale c’è un piano sopraelevato su cui si sviluppa la stanza – scura - del giudice Abrahamsson (interpretato al Vascello dallo stesso Postiglione).

Al centro della narrazione il caso di un trio di teatranti, Hans (Antonio Zavatteri) e Thea Winckelmann (Alice Arcuri) e Sebastian Fischer (Giampiero Judica), che è accusato per la presunta oscenità di uno spettacolo, caso affidato appunto al giudice Abrahamsson.

Lo sviluppo della narrazione procede per quadri che consentono via via allo spettatore di approfondire la conoscenza dei protagonisti di questa storia e di rendersi conto, a poco a poco, che in questa vicenda non ci sono buoni e cattivi, ma persone tutte attraversate – sebbene in modi diversi – da frustrazioni, malesseri, infelicità e forme di follia.

Il giudice è rappresentato come un oscuro burocrate che apparentemente è solo interessato a capire se effettivamente l’accusa di oscenità è fondata, ma in realtà via via risulta sempre più ambiguo, viscido, invadente rispetto alle vite personali di questi attori, rispetto ai quali sviluppa una forma di invidia e di interessamento quasi morboso.

Dall’altro lato, i tre personaggi – che sulla scenografia si muovono sempre al livello più basso rispetto alla stanza del giudice – rivelano a poco a poco la complessità dei loro rapporti, i fallimenti personali e professionali, le contraddizioni che li animano, e appaiono altrettanto meschini e cinici del giudice.

Alla fine la messa in scena del famoso spettacolo osceno nella stanza del giudice e alla sua presenza porterà alla luce il rimosso con esiti imprevisti.

La sensazione di disagio che si percepisce fin dalle prime battute dello spettacolo cresce progressivamente nel corso della rappresentazione, amplificata da colori, musiche, recitazione.

Si esce dal teatro con la sensazione di aver partecipato a un rito satanico e felici di esserne usciti. A tratti la sensazione che provo è simile a quella che avevo avuto nel vedere Midsommar - Il villaggio dei dannati, il film di Ari Aster, forse per il collegamento geografico e culturale con la Svezia, o anche per il bianco accecante che cela attrettanta angoscia del buio, nonché per il mistero del rito che deve compiersi.

Non esattamente il mio genere preferito di spettacoli teatrali, ma certamente un ottimo spettacolo.

Voto: 3,5/5

lunedì 27 gennaio 2025

Bahamut / Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Teatro Vascello, 12 gennaio 2025

Andare a vedere gli spettacoli della premiata ditta Rezza-Mastrella è ormai diventata quasi una consuetudine e, al netto delle sorprese legate al singolo spettacolo, si sa anche già cosa aspettarsi.

Quest’anno decidiamo di convergere su Bahamut, che vede Antonio Rezza – mattatore assoluto come sempre sul palco – affiancato da due attori che interpretano personaggi secondari e lo aiutano in alcune sue performance fisiche.

Questo perché ci sono due principali costanti negli spettacoli di Rezza: la prima è una forte componente di fisicità che conferisce allo spettacolo un sapore quasi circense (Rezza, nonostante l’età non più giovane, riesce a tenere ancora benissimo il palco da questo punto di vista, grazie al suo fisico asciutto e nervoso), la seconda è l’assenza di una vera e propria narrazione, perché dentro gli spettacoli di Rezza e Mastrella ci sono delle suggestioni, ci sono dei personaggi che ritornano, ci sono dei temi, ma tutte queste cose si tengono insieme in maniere creative e talvolta insensate. A questo flusso di parole che si accompagna ai movimenti di Rezza sul palco, alle sue facce e ai suoi strani travestimenti, bisogna dunque letteralmente arrendersi, lasciarsi andare, senza provare a capire troppo, a cercare spiegazioni, ma facendosi trascinare nell’energia vitale e nella risata, cui è impossibile sottrarsi.

In realtà c’è una terza costante nei suoi spettacoli: il fattore sorpresa. Da Rezza ci si può aspettare quasi di tutto: essere trascinati sul palco (come era capitato a me all’ultimo spettacolo), essere individuati nel pubblico e insultati per qualche motivo a caso (come la signora a cui si rivolge accusandola di stare dormendo), o ritrovarsi al buio ed essere colpiti da pallonata (come accade a un certo punto di questo spettacolo).

Insomma, gli spettacoli di Rezza sono in parte degli happening, che poi è anche la loro forza sennò diventerebbero ripetitivi e noiosi.

Non c’è dubbio che la formula col tempo – proprio perché ha delle costanti – finisca per ripetersi ed essere un po’ prevedibile, e forse è anche per questo che a questo giro sono rimasta meno folgorata.

Però, rispetto a tanti spettacoli paludati di teatro aulico ma privi di emozione non avrei dubbi a scegliere sempre gli spettacoli folli, scombinati ma divertenti di Antonio Rezza e Flavia Mastrella.

Voto: 3/5

mercoledì 11 dicembre 2024

Il giardino dei ciliegi / regia di Leonardo Lidi. Teatro Vascello, 3 dicembre 2024

Inserisco al volo questo spettacolo nella mia programmazione teatrale dell’autunno perché mi arrivano voci molto positive in merito. E così, dopo una lunghissima giornata di lavoro, eccomi al Teatro Vascello a vedere Il giardino dei ciliegi, il terzo lavoro – dopo Il gabbiano e Lo zio Vanja - della trilogia dedicata alle opere di Anton Čechov da parte del regista Leonardo Lidi.

De Il giardino dei ciliegi non so praticamente nulla, né ho tempo di fare qualche piccolo ripasso prima dello spettacolo, così mi affido completamente al regista e agli attori di questa messa in scena.

Il palcoscenico è cosparso di sedie di plastica impilabili ed è delimitato da tende argentate che scendono dal soffitto, una specie di balera abbandonata dove cominciano a interagire alcuni personaggi le cui relazioni reciproche non sempre sono chiare. A un certo punto, sulle note di Ritornerai di Bruno Lauzi, il palco si affolla di molti altri personaggi, una famiglia e connessi vari, che tornano da non si sa dove dopo molto tempo.

Molta parte delle conversazioni che si svilupperanno di qui in poi ruoteranno intorno a un famigerato giardino dei ciliegi che fa parte della proprietà dove è ambientata la pièce. Questa proprietà gestita dal figlio del contadino che per tanto tempo ha servito i proprietari, figlio che è ormai un ricco imprenditore e al rientro della famiglia dichiara fin da subito la necessità/opportunità di vendere il giardino dei ciliegi e farci costruire villette.

In una scenografia che cambia principalmente grazie a un grande pannello parallelo al palcoscenico che in alcuni casi fa da soffitto e in altri fa da pavimento per gli attori – come nella scena a bordo piscina -, gli improbabili protagonisti di questa estate di ritorni e cambiamenti entrano ed escono dalla scena, interagendo in modi non sempre del tutto intellegibili, o producendosi in monologhi che a volte rasentano l’assurdo. Il più delle volte ne viene fuori un effetto straniante e farsesco che strappa a più riprese la risata (dietro di me ci sono dei ragazzi molto giovani che ridono moltissimo per tutto lo spettacolo).

In questa confusione creativa e a tratti destabilizzante, ma devo dire mai noiosa, appare chiaro però che al centro di tutto ci sono temi quali l’arrivismo, la privatizzazione, il parassitismo e molto altro. Ed è abbastanza evidente che quel giardino, che si vuole vendere perché ormai i suoi frutti non rendono molto in termini puramente economici, può rappresentare qualunque realtà culturale pubblica – il teatro in primis – che, pur oggetto di affezione e nostalgie, non è più coerente con l’orientamento al profitto e la pretesa sostenibilità di qualunque investimento.

Il senso di dismissione, decadenza, sgretolamento che attraversa – seppure con un approccio molto giocoso e apparentemente scombinato – questa messa in scena troverà il suo apice nel disallestimento finale di tutta la scenografia che mostrerà infine i personaggi, ciascuno isolato nelle sue piccole o grandi tristezze, in mezzo agli oggetti di scena e a tutta la strumentazione che le quinte normalmente nascondono.

Non sono in grado di dire che tipo di lettura sia quella di Lidi rispetto all’originale checoviano, né quanto ci sia di checoviano in questa reinterpretazione, però senza dubbio la regia di Lidi dimostra personalità nel fare arrivare allo spettatore un approccio ben preciso, sebbene sghembo.

Voto: 3,5/5

lunedì 18 novembre 2024

Il sen(n)o / con Lucia Mascino. Romaeuropa Festival, Teatro Vascello, 4 novembre 2024

Nell'ambito del Romaeuropa Festival non perdo l'occasione di andare a vedere dal vivo questo spettacolo che ha come protagonista e mattatrice la bravissima Lucia Mascino, che nel corso degli anni ho imparato ad apprezzare sempre di più.

Il testo è di Monica Dolan (titolo originale The B*easts), ed è stato tradotto e adattato per i palchi italiani da Serena Sinigaglia. Protagonista è una psicoterapeuta che si è trovata a gestire il caso di una madre e di sua figlia che a otto anni ha voluto e ottenuto dalla madre di potersi sottoporre a un intervento di chirurgia estetica per aumentare il volume del seno.

Di fronte a questa vicenda, la protagonista - divisa tra una sua dimensione privata di cui sappiamo poco e un ruolo pubblico molto delicato - si rivolge direttamente agli spettatori per raccontare questa storia, ma anche per condividere con loro le sue riflessioni, i suoi pensieri e i suoi dubbi.

Il racconto diventa l'occasione per sfuggire al facile giudizio volto a colpevolizzare una madre e sua figlia, bensì per riflettere sulla società tutta, sui suoi processi e percorsi che in qualche modo hanno condotto a tale situazione, certo estrema, ma sempre meno isolata. Ed è anche l'occasione per la psicoterapeuta per riflettere sul proprio ruolo e sulla propria responsabilità, essendo essa stessa chiamata a stilare un rapporto medico nell'ambito di un processo penale.

Non ci sono risposte nel testo di Monica Dolan, ma solo riflessioni e domande, che chiamano ciascuno di noi a interrogarsi, non tanto per prendere posizione, ma piuttosto per provare a capire e a interpretare una realtà che si fa sempre più sfuggente e difficile.

Sul palco un grande albero spoglio riverso, illuminato, con il quale la protagonista interagisce, curandolo, o utilizzandolo come seduta o come luogo di parziale nascondimento.

Lucia Mascino è brava nel recitare con tutto il corpo - come dice la mia amica I. - offrendo a questo personaggio una fragilità e un'empatia palpabili, capaci di produrre un vero processo identificativo rispetto al senso di inadeguatezza che la protagonista rivela di fronte alla complessità del reale e che risulta infine pienamente comprensibile. Il lungo applauso conferma il gradimento del pubblico.

Voto: 3,5/5

lunedì 11 novembre 2024

Roberto Zucco / Bernard-Marie Koltès; regia di Giorgina Pi. Teatro Vascello, 26 ottobre 2024

Roberto Zucco è l'ultima pièce teatrale scritta da Bernard-Marie Koltès prima della sua prematura morte. È ispirata alla storia di Roberto Succo, un giovane che, tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta, prima uccise i genitori, poi fu arrestato ma riuscì ad evadere rifugiandosi in Francia, dove ammazzò almeno altre cinque persone. Dopo un nuovo arresto e un nuovo tentativo di fuga, finì suicida in carcere.

Alla vicenda di Succo è dedicato anche un film di qualche anno fa di Cédric Kahn.

Koltès costruisce un'opera teatrale la cui drammaturgia si presta a un'interpretazione dal sapore cinematografico: si tratta infatti di 15 quadri che cominciano con la prima fuga dal carcere e terminano con il secondo tentativo di evasione, in un andamento chiaramente circolare.

Nel mezzo procedono in parallelo la vicenda delle peregrinazioni di Zucco in Italia e poi in Francia, costellate dalle sue bravate e dai suoi omicidi, e la storia di una giovanissima che si innamora di lui e che cerca di sfuggire alla sua famiglia disfunzionale (un padre violento, una madre sottomessa, una sorella zitella e un fratello che da controllore si trasforma in sfruttatore).

Sul palco ogni quadro è delineato mediante pochi elementi di scenografia identificativi dei singoli ambienti e, al termine di ogni scena, gli stessi attori spostano questi elementi allestendo la scena successiva.

Ho apprezzato molto la regia e la messa in scena, che ho trovato visivamente affascinante, così come ho trovato molto convincente Valentino Mannias, l'interprete del protagonista, inquietante al punto giusto e capace di trasmettere chiaramente il senso di disagio mentale e di pazzia che caratterizza il personaggio.

Lo spettacolo ha molti interpreti e molte voci, e direi anche molti registri diversi, che vanno dal drammatico al grottesco (come del resto è abbastanza tipico dell'opera di Koltès). Devo dire che non tutto mi ha convinto, e non saprei dire se dipenda dal testo di Koltès oppure dalla recitazione - invero un po' straniante - di alcuni attori, o da alcune scelte di regia.

Lo spettacolo si fa seguire con interesse, ma mi è rimasto un po' estraneo cosicché, a parte il senso di disagio veicolato dai personaggi principali, non mi sono portata a casa grandi emozioni e riflessioni.

Voto: 3/5

venerdì 5 aprile 2024

Salveremo il mondo prima dell'alba / Carrozzeria Orfeo. Teatro Vascello, 16 marzo 2024

L'anno scorso - dopo che un'amica mi aveva parlato benissimo della compagnia e visto che il Teatro Vascello dedicava una specie di retrospettiva ai loro spettacoli - avevo preso il biglietto per andare a vedere Thanks for Vaselina, ma, a causa di uno dei tanti eventi romani che bloccano il traffico in mezza città, non sono riuscita a raggiungere il teatro per tempo e ho dovuto rinunciare.

Quest'anno dunque non mi sono lasciata scappare l'occasione di vedere il loro ultimo spettacolo, Salveremo il mondo prima dell'alba, in programmazione sempre al Teatro Vascello. In realtà avevo avuto un primo assaggio della scrittura di Gabriele Di Luca, il drammaturgo che scrive gli spettacoli di Carrozzeria Orfeo con lo spettacolo Stupida Show!, la stand up comedy realizzata per Paola Minaccioni, ma in questo caso ho potuto apprezzare la compagnia in tutta la sua articolazione e complessità.

Salveremo il mondo prima dell'alba è ambientato in un wellness centre per ricchi collocato su un satellite spaziale. In questo centro ci sono Jasmine (Alice Giroldini), una popstar afflitta dalla sua stessa celebrità e con un rapporto difficile con la madre e con la sessualità, Omar (Sergio Romano), un imprenditore ricco che ha lasciato la sua famiglia (moglie e figlia) per vivere la sua sessualità con il compagno Patrizio (Roberto Serpi), William (Ivan Zerbinati), un capitalista senza scrupoli che fa soldi creando e diffondendo fake news, e il suo domestico bengalese Nat (Sebastiano Bronzato). A gestire questo processo di riabilitazione un coach, interpretato da Massimiliano Setti, vestito come Dargen D'Amico (!), che un po' è una quasi figura di terapeuta, un po' è un ca**one che fa battute stupide.

Lo spettacolo, che dura circa due ore e mezza con una pausa tra i due atti, fila via come un treno, senza un momento di stanchezza o di noia, grazie alla regia di Di Luca, Setti e Tedeschi, a un allestimento perfetto, ad attori di grande qualità e a un testo scoppiettante, in cui si alternano comicità pura, satira sociale e intermezzi di riflessione.

Non posso fare il confronto con i lavori precedenti, ma mi pare che la caratteristica principale di Carrozzeria Orfeo stia proprio in questo mirabile equilibrio tra leggerezza e profondità, in virtù del quale tutti i temi trattati - che sono tanti, dal femminismo ai social, dal rapporto tra ricchi e poveri al cambiamento climatico, dalle dinamiche familiari alle storture del capitalismo, e molte altre - sono affrontati in modo non superficiale, ma senza nemmeno prendersi troppo sul serio, ché altrimenti si finirebbe in uno stucchevole discorso esistenzialista e filosofico. Qualche elemento di banalità che mi ha fatto un po' storcere il naso l'ho trovato proprio nelle riflessioni presuntamente filosofiche, però perdonabili in quanto compensati dalla ricchezza di umanità, di compassione, di empatia che questo testo mette in campo, cercando di comprendere le sofferenze, le piccolezze e gli errori dei singoli, anche quelli più insopportabili, e attraverso di loro quelle dell'umanità tutta, che alla fine - vista da lontano e con un cannocchiale capovolto - emerge in tutta la sua piccolezza, ma anche unicità. Al punto tale che lo spettacolo riesce a concludersi con un'apertura di speranza, riconoscendo a un'umanità che si sta autodistruggendo la possibilità di ripartire daccapo, anche se forse destinata alla stessa parabola.

Durante Salveremo il mondo prima dell'alba si ride molto, ma si pensa anche molto, e soprattutto si viene stimolati a mettere in campo il proprio senso di appartenenza all'umanità in tutte le sue sfaccettature, facendo dunque un esercizio di comprensione prima - e soprattutto oltre - il giudizio. Perché nessuno di noi del pubblico è diverso da quell'umanità confusa, dipendente, sofferente, eppure adorabile che si muove sul palco davanti a noi.

Voto: 4/5

mercoledì 13 marzo 2024

Top girls / di Caryl Churchill; regia di Monica Nappo. Teatro Vascello, 23 febbraio 2024

Dopo aver visto qualche anno fa al Teatro India Settimo cielo (con la regia di Giorgina Pi), Caryl Churchill è diventata una delle drammaturghe che volentieri continuo a seguire a teatro per scoprirne le opere. A questo giro, oltre alla possibilità di conoscere un'altra sua opera, ha fatto presa su di me anche la regia di Monica Nappo, attrice da me molto apprezzata che sempre più spesso si cimenta in regie teatrali.

Top girls è un'opera rappresentata per la prima volta nel 1982, dunque è stata scritta non molto dopo l'ascesa di Margaret Thatcher a Primo Ministro del Regno Unito, la prima di sesso femminile, ma con un approccio conservatore e neoliberista.

Ed è su una donna (e sulle donne in generale) che Caryl Churchill vuole riflettere con questo testo. Al centro c'è Marlene (la bravissima Sara Putignano), una donna in carriera che ha appena ricevuto una promozione importante nell'agenzia di collocamento Top girls nella quale lavora. Nel primo atto assistiamo a una cena in un ristorante di lusso, dove Marlene per festeggiare ha invitato alcune importanti donne del passato (storico o letterario), da Isabella Bird, scrittrice e esploratrice scozzese del XIX secolo, a Lady Nijo, cortigiana giapponese del XIII secolo e poi monaca, dalla papessa Giovanna (assurta al soglio pontificio nel IX secolo travestita da uomo), a Dull Gret, la Margherita la pazza del quadro di Brugel, fino a Griselda, personaggio letterario di Boccaccio e Chaucer, nota per la sua totale sottomissione al marito.

In questa prima parte i personaggi, alternandosi e talvolta sovrapponendosi, raccontano le loro storie e le loro differenti visioni dell'essere donne e delle relazioni con le altre donne e soprattutto con gli uomini. Si tratta di un prologo affascinante (tra l'altro con abiti di scena molto belli) che però un po' mi spiazza, non capisco bene chi è la protagonista Marlene e perché c'è questa cena.

Al secondo atto, la vicenda comincia ad acquisire contorni più precisi. Siamo infatti nell'agenzia Top girls dove appunto Marlene è appena diventata dirigente a scapito di un collega di nome Howard, la cui moglie andrà da Marlene a lamentarsi del lavoro "sottratto" al marito. Mentre nell'agenzia vanno avanti i colloqui con donne che cercano lavoro o vogliono cambiare quello che hanno con varie motivazioni, assistiamo anche alle chiacchiere e alle dinamiche di ufficio che vedono protagoniste alcune colleghe di Marlene. Intanto, altrove, due ragazzine, la quindicenne Angie e la più piccola Kit, giocano insieme, nascondendosi da Joyce (la bravissima Valentina Banci), la madre di Angie. Scopriremo ben presto che Angie è la nipote di Marlene e Joyce è sua sorella, rimasta a vivere nel paese di provincia da cui anche Marlene proviene.

Dopo la visita a sorpresa di Angie a Londra nell'ufficio di Marlene, nel terzo atto quest'ultima torna nel suo paese e va a trovare la sorella Joyce ed Angie. In un acceso confronto, Marlene e Joyce parleranno del loro rapporto e delle scelte che hanno fatto, emergeranno i rancori e i rimpianti, gli opposti punti di vista politici, e a poco a poco alcune verità sepolte saranno riportate alla luce.

Top girls è uno spettacolo molto diverso per impianto rispetto a Settimo cielo, ma si riconosce un terreno di fondo comune, che trae ispirazione dal passaggio epocale che la Gran Bretagna stava vivendo al momento della loro scrittura, ossia la svolta neoliberista imposta alla politica e alla società inglese dall'avvento al potere della prima donna chiamata a ricoprire il ruolo di Primo ministro. 

Questa diventa l'occasione per riflettere sui ruoli della donna, sulle aspettative della società nei suoi confronti, sulle sue aspirazioni, sulle ingiustizie sociali, ma la Churchill rifugge qualunque semplificazione e - come già era evidente in Settimo cielo - evita in tutti modi di attribuire a categorie definite qualità positive e negative in maniera aprioristica. Dunque, pur nella consapevolezza della complessità storica e contemporanea della condizione femminile, in parte legata anche alle specificità biologiche e psicologiche, le donne restano per la Churchill esseri umani, con tutte le contraddizioni che li contraddistinguono.

Il cast tutto al femminile, nel quale oltre alle già citate Sara Putignano e Valentina Banci ricordiamo la stessa Nappo nonché Corinna Andreutti, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Martina De Santis e Simona De Sarno, tiene benissimo il palco e riesce a creare empatia con il pubblico sia nel registro drammatico che in quello più ironico.

Voto: 3,5/5

lunedì 15 gennaio 2024

Fotofinish / Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Teatro Vascello, 20 dicembre 2023

Quest'anno la premiata coppia Rezza-Mastrella ha scelto di offrire al pubblico del Vascello una vera e propria full immersion nella propria dimensione teatrale, portando in scena in sequenza tre spettacoli, Amistade, Fotofinish e Hybris.
Con la mia amica F. prendiamo il biglietto per Fotofinish che non abbiamo mai visto, anche se mi rendo conto che gli spettacoli di Rezza e Mastrella si potrebbero vedere anche più volte con immutata soddisfazione e nuove sensazioni.
L'allestimento del palco è molto bello e la particolarità è una specie di scivolo bianco montato sulla scala che si trova tra le due ali dei sedili degli spettatori. Noi abbiamo i posti proprio accanto allo scivolo, in seconda fila, e quando ce ne rendiamo conto cominciamo a temere perché sappiamo che Rezza, nella sua totale imprevedibilità, può in qualche modo coinvolgerci nello spettacolo.
Come sempre accade con gli spettacoli di Rezza-Mastrella, è molto difficile dire quale sia la trama. Si tratta di spettacoli che sono costruiti al punto di incontro tra la fisicità di Antonio Rezza, che continua ad andare avanti e indietro sul palco, su e giù sullo scivolo, in mezzo agli spettatori, a travestirsi e svestirsi con gli elementi della scenografia, a fare facce ed espressioni incredibili, e un flusso ininterrotto di parole e di immagini che oscillano tra il nonsense, l'esilarante, il comico, il sacrilego, il politicamente scorretto e il crudele.
Negli spettacoli di Rezza-Mastrella si parla di religione, di sessualità, di libertà, di relazioni, di famiglia, e anche di politica, e lo si fa senza peli sulla lingua, creando collegamenti impossibili tra le cose e immagini mentali che fanno sbellicare o raccapricciare a seconda dei casi.
A un certo punto Rezza comincia a giocare col pubblico, prendendo di mira alcune persone, ovvero coinvolgendole, tra le resistenze e le reazioni più o meno terrorizzate delle persone. A un certo punto le persone vengono portate sul palco, mentre i loro cappotti e giacche vengono lanciate in platea, e io comincio a temere. Metto la giacca per terra e di lì a poco vengo trascinata pure io sul palco, dove tutti noi veniamo "giustiziati" e finiamo per terra morti. E mentre il palco è pieno di persone "morte" lo spettacolo continua e ci ritroviamo al punto che Rezza e il co-protagonista Armando toccano le chiappe di chi è a terra, comprese le mie!!
Al termine dello spettacolo usciamo ridendo con quel po' di sconcerto che è tipico di questi spettacoli e che in fondo è la cosa che li rende unici.
Esperienza difficile da descrivere e che secondo me va vissuta almeno una volta nella vita.

Voto: 3,5/5

venerdì 5 gennaio 2024

L'ammore nun'è ammore / di e con Lino Musella. Teatro Vascello, 3 dicembre 2023

Lino Musella è attore che va crescendo progressivamente nella mia considerazione man mano che vedo suoi spettacoli a teatro.

Con questo spettacolo - che scopro essere in giro già da diversi anni con grande successo - Musella si cimenta in quella che potrebbe sembrare un'impresa impossibile: portare in scena 30 sonetti shakespeariani, tradotti in napoletano da Dario Jacobelli, scrittore e poeta napoletano scomparso prematuramente nel 2013.

Jacobelli si cimentò in questo lavoro di traduzione quasi per gioco, senza una finalità editoriale, ma con l'idea di dedicare e regalare via via ciascuna traduzione a un amico o a qualcuno della sua cerchia.

Lino Musella ce li propone tutti di seguito, accompagnato sul palco dalle musiche di Marco Vidino. L'attore napoletano fa un grande lavoro di diversificazione per rendere lo spettacolo il più mosso possibile: si sposta sul palco, si traveste, cambia completamente i toni, interagisce con il musicista, sale su un palco sopraelevato, va in mezzo al pubblico, compare sulla balconata che aggetta sulla platea, gioca con gli spettatori come quando cammina tra le file bendato o quando recita dei sonetti sottovoce per un'unica persona a cui affida l'estremità di un tubo.

Insomma, quello che poteva essere uno spettacolo piatto e forse noioso diventa un'occasione continua di scoperta e una fonte inesauribile di curiosità.

Al centro di tutto ci sono ovviamente i testi di questi sonetti, che ruotano in buona parte intorno al tema dell'amore, delle sue gioie e delle sue pene, ma anche intorno alla tematica del tempo e al ruolo della poesia come strumento capace di donare l'immortalità sia al poeta che le scrive sia all'amato cui si rivolge.

Non sono in grado di fare un confronto erudito tra gli originali shakespeariani e le traduzioni in napoletano, in quanto non conosco quasi per nulla la materia prima. Dunque faccio anche fatica a cogliere e di conseguenza a verbalizzare la differente percezione ed effetto prodotti dai sonetti originali e in napoletano.

Quello che ho pensato, mentre ascoltavo Lino Musella, è che - se non avessi saputo che si trattava dei sonetti di Shakespeare - avrei pensato a poesie napoletane originali, nate dal mondo e dalla cultura napoletani, il che è sorprendente se si pensa qual è la reale origine di questi testi.

Non so se ciò dipenda dalla versatilità e universalità dei versi del Bardo oppure dalla forza identitaria della lingua napoletana. Il risultato però è molto interessante.

Voto: 3,5/5

domenica 7 maggio 2023

Le cinque rose di Jennifer / di Annibale Ruccello, regia di Gabriele Russo, con Daniele Russo. Teatro Vascello, 15 aprile 2023

Dopo aver scoperto, ormai ben cinque anni fa, la drammaturgia di Annibale Ruccello con Ferdinando, io e F. abbiamo costantemente inseguito la rappresentazione delle sue opere nei teatri romani.

L’autore napoletano, scomparso tragicamente in un incidente stradale nel 1986 a soli 30 anni, era uno dei principali rappresentanti del nuovo teatro napoletano, e nella sua vita sfortunatamente breve era riuscito già a imporsi all’attenzione del pubblico e della critica con un piccolo (ma significativo se si considera la sua età) numero di opere. Il tempo ne ha consacrato la grandezza e ha confermato la straordinaria modernità dei suoi testi.

Per quanto mi riguarda la scoperta del teatro di Ruccello è stata l’innesco di una serie di importanti scoperte e passioni: è inseguendo Ruccello nello spettacolo Notturno di donna con ospiti che ho conosciuto il grande Arturo Cirillo, è andando a vedere gli spettacoli con Cirillo che ho conosciuto la drammaturgia di un altro esponente del teatro napoletano degli anni Ottanta, Giuseppe Patroni Griffi, ed è sempre per il tramite di Ruccello che ci siamo avvicinate anche a Enzo Moscato e, sebbene non del tutto consapevolmente, ad alcune opere di Manlio Santanelli.

Fin dalla prima conoscenza con il teatro di Ruccello ho iniziato a sentir parlare de Le cinque rose di Jennifer, la sua prima opera rappresentata, e ho desiderato poterla vedere a teatro. Finalmente quest’anno il Teatro Vascello mette in cartellone quest’opera, anzi fa ancora di più, offrendomi la possibilità di partecipare alla presentazione dell’edizione critica del testo, a cura di Vincenzo Caputo, presente insieme a Pasquale Sabbatino (direttore della collana), Carlo De Nonno (compositore ed erede di Ruccello), Daniele Russo e Sergio Del Prete (interpreti dello spettacolo).

Daniele Russo è interprete napoletano che già conoscevo per averlo visto protagonista di un paio di spettacoli teatrali per la regia di Alessandro Gassman, ma qui è diretto da suo fratello Gabriele Russo, insieme al quale e alla sorella Roberta dirige il teatro Bellini di Napoli.

A livello narrativo Le cinque rose di Jennifer mi ha richiamato alla mente sia Scende giù per Toledo, di Patroni Griffi, sia Scannasurice, di Enzo Moscato, tutti aventi come protagonista un travestito dei bassi napoletani, a conferma della comunanza di orizzonti che caratterizza questi autori.

Nell’opera di Ruccello la protagonista è Jennifer, che è in casa in attesa della telefonata di Franco, l’uomo del quale si è innamorata. Mentre al telefono di Jennifer arrivano molteplici telefonate, spesso destinate ad altre persone a causa di un guasto alla linea, alla radio si alternano le telefonate delle ascoltatrici, le canzoni di Mina, Patti Pravo, Milva, Romina Power, e le notizie che riguardano un serial killer che uccide travestiti nel quartiere.

Come la Rosalinda Sprint di Patroni Griffi, Jennifer è un personaggio che oscilla tra l’esilarante e il dolente fino ad arrivare al tragico, e che dietro la sfrontatezza e la capacità di sdrammatizzare, amplificata dalla sua napoletanità, nasconde una profonda solitudine, un desiderio di affetto e di considerazione continuamente frustrato, una vera e propria angoscia esistenziale che sarà portata all’esasperazione prima dal dialogo con la vicina di casa e poi dalla temporanea mancanza di corrente e di linea telefonica.

Sulla scena, Daniele Russo è una Jennifer dalla fisicità straordinaria, il cui volto è una maschera napoletana che si fa sempre più grottesca, e dimostra un’eccezionale capacità empatica, realizzando così appieno le potenzialità del testo di Ruccello di produrre nello spettatore una forte immedesimazione. La presenza nell’ombra di Sergio Del Prete, a impersonare una specie di alter ego, coscienza alterata o essenza sentimentale di Jennifer, contribuisce a potenziare il gradiente emotivo dello spettacolo e il senso di claustrofobia che lo caratterizza e che è reso evidente da una scenografia in cui la stanza di Jennifer è un cerchio con un confine definito, fuori dal quale si muove soltanto la sua coscienza riflessa impersonata da Del Prete, ovvero la versione “onirica” o la personificazione dei pensieri della stessa Jennifer.

Negli ultimi tempi mi capita spesso al teatro di avere momenti di calo dell’attenzione, se non di vero e proprio abbiocco, tanto che comincio a pensare che sia colpa della vecchiaia, ma questo spettacolo mi tiene desta dal primo all’ultimo minuto, trascinandomi in stati emotivi diversi e contrapposti, cui mi abbandono con fiducia ed entusiasmo.

E così non posso che sottoscrivere quanto aveva detto nella presentazione il curatore dell’edizione critica, Vincenzo Caputo, ossia che a distanza di oltre 40 anni, e nonostante gli elementi scenici datati (la radio, il telefono a disco), il testo di Ruccello mantiene intatta la sua potenza e conferma la sua inscalfita modernità, data anche da una costruzione della drammaturgia in chiave fortemente cinematografica, in cui sono colpita – tra le altre cose - dall’uso diegetico ed extradiegetico della musica.

Voto: 4/5

mercoledì 5 aprile 2023

Antenati. Grave party / Marco Paolini. Teatro Vascello, 15 marzo 2023

Il grave party di Marco Paolini - come ci spiegherà lui stesso nel corso dello spettacolo - è un rave party i cui convenuti sono però i nostri antenati, quelli morti qualche decennio fa ma anche quelli morti millenni fa.

Antenati è dunque una piccola storia evoluzionistica dell'umanità risalendo alle origini del homo sapiens, ma anche ai rapporti con l'uomo di Neanderthal. Ovviamente, il tutto fatto alla maniera di Paolini, ossia per mezzo del suo teatro di parola fatto di tanti contenuti - anche molto documentati - ma anche di tanti collegamenti arditi e passaggi ironici e divertenti, che permettono al pubblico di mantenere sempre alta l'attenzione e di assorbire anche i contenuti "seri" in modo più partecipativo.

Lo spettacolo si inserisce all'interno del progetto La fabbrica del mondo, che Paolini ha portato in televisione nel 2022 e che è possibile recuperare su Rai Play.

In questo spettacolo Paolini riflette sulle origini della nostra specie, ma anche in generale sul nostro rapporto con chi è venuto prima di noi, e anche sulle dinamiche che caratterizzano il rapporto tra generazioni diverse. Ovviamente al suo interno fanno capolino, più o meno chiaramente, molti altri temi, che vanno dal cambiamento climatico alla presunta centralità dell'essere umano nell'ecosistema terrestre, al rapporto dell'uomo con l'arte e la tecnologia, e molto altro.

Ne viene fuori uno spettacolo in puro stile Paolini, che tiene desta l'attenzione dal primo all'ultimo minuto (nonostante sia uno spettacolo infrasettimanale delle ore 21, che ultimamente fisicamente reggo sempre meno). Certo, se devo confrontare questo spettacolo con ITIS Galileo che avevo visto nel 2011 ci riconosco il tempo che è passato: è un Paolini più vecchio e appesantito dalla vita, e che proprio per questo riflette sul tempo che passa e che ci cancella. Eppure – e questa è la cosa bella – in questo spettacolo c’è ancora tanta speranza di futuro e nella capacità del genere umano di reinventare sé stesso e affrontare le sfide che si presenteranno nel tempo.

Il lungo applauso del pubblico è dunque un doveroso riconoscimento a un autore che tiene ancora in vita straordinariamente bene il teatro di parola, sperando che altri (penso a Mercadini, ma forse ci sono anche figure ancora più giovani) possano raccogliere il testimone.

Voto: 3,5/5

venerdì 4 marzo 2022

Art / Yasmina Reza. Teatro Vascello, 19 febbraio 2022

Ero andata a vedere questo spettacolo piuttosto prevenuta, perché l’ultima volta che ero stata a uno spettacolo tratto da un testo di Yasmina Reza (Bella figura) ero rimasta parecchio delusa. Tra l’altro arrivo al Teatro Vascello molto stanca perché sono le ultime settimane prima del trasloco in un nuovo appartamento e le giornate sono lunghe e piene di cose da fare.

Considerata la trama dello spettacolo (tre amici discutono del fatto che uno di loro ha comprato, per una cifra parecchio importante, un quadro interamente bianco in cui a malapena si intravedono delle striature diagonali sempre bianche), ho paura che il fuoco della narrazione sarà sull’arte contemporanea e le sue “follie”.

E invece lo spettacolo portato in scena da Generazione Disagio, il collettivo artistico creato nel 2013 da Enrico Pittaluga, mi sorprende molto piacevolmente. Innanzitutto, è chiaro fin da subito che il tema di Art è l’amicizia, in particolare quella maschile, ma con tratti e riflessioni che in buona parte riescono a prescindere dal genere.

I protagonisti sono Serge (Graziano Sirressi), Marc (Luca Mammoli) e Yvan (Enrico Pittaluga): il primo è l’appassionato di arte contemporanea che ha acquistato il famigerato quadro; Marc è invece un ingegnere dall’approccio molto razionale che vede questa scelta di Serge come folle e/o snobistica; infine Yvan è un po’ il buono e anche lo sfigato del gruppo, che cerca sempre la terza via nel conflitto anche in virtù della sua insicurezza.

E infatti, a fronte del conflitto che quasi subito divampa tra Serge e Marc, Yvan viene chiamato in causa quasi come un ago della bilancia; peccato che la sua linea morbida finisca per scontentare entrambi gli amici e determinare un’alleanza tra i due contro lo stesso Yvan.

La drammaturgia della Reza prevede momenti di dialogo a due, e altri in cui tutti e tre i protagonisti interagiscono. Tutto questo in un palco vuoto, in cui le diverse situazioni sono gestite attraverso le luci e dove campeggia esclusivamente un grande telo bianco, su cui gli stessi protagonisti proietteranno a un certo punto le loro ombre sia in silhouette nera sia in versione colorata 3D.

Ne viene fuori sia il ritratto individuale di questi tre personaggi, ma soprattutto le dinamiche dell’amicizia declinate nelle diverse specificità prodotte dal rapporto a due o a tre, che inevitabilmente innesca più evidenti giochi di ruolo.

L’effetto è molto divertente, ma anche piuttosto crudele (come del resto la Reza ci ha già fatto assaporare con Carnage), dal momento che in queste dinamiche ciascuna tira fuori il peggio di sé, portando alla luce in molti casi le motivazioni spesso egoistiche e meschine che stanno alla base dell’amicizia. Ma, tanto è facile in una relazione (di amicizia e non solo) ritrovarsi ad alimentare un conflitto, così è altrettanto facile buttarsi tutto alle spalle e ricominciare da dove si era interrotto.

Voto: 4/5

lunedì 10 gennaio 2022

Porte. Prove aperte di un debutto rimandato / Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Teatro Vascello, 16 dicembre 2021

Porte è il nuovo spettacolo che Antonio Rezza e Flavia Mastrella stanno preparando e che porteranno in scena nei teatri italiani nel corso del 2022. A dicembre al Vascello si sono tenute le prove aperte dello spettacolo.

Quando arriviamo il sipario è aperto, alcuni attori sono già sul palco, e a un certo punto sbuca Antonio Rezza, con la sua “divisa” rossa e nera e le sue scarpette da pugile. Ci racconta che, non avendo più a disposizione il posto dove facevano le prove dei loro spettacoli, il Vascello gli ha dato l’opportunità di mettere in scena le prove aperte e che lo spettacolo è in fieri, e dunque ci chiede di essere magnanimi nel giudizio.

Intanto, dal pubblico sono state cooptate due donne che Rezza farà partecipare alla messa in scena.

Buio in sala ed eccoci catapultati in quel turbine che è il teatro di Rezza e Mastrella.

Protagonista è una porta, inizialmente poggiata per terra sul lato lungo a simboleggiare una bara, nella quale c’è disteso Antonio Rezza. Inizia così uno spettacolo che, dentro e fuori del confine di un rettangolo disegnato per terra, costruisce mondi, interni ed esterni, appunto grazie a una porta che viene chiusa e aperta in continuazione, e dietro o davanti alla quale ci sono i protagonisti del “racconto”, i personaggi surreali tipici della narrazione dei due autori.

Il primo atto ci presenta – se così vogliamo dire - tutti i protagonisti, figure che ruotano intorno ad Antonio Rezza e a una giovane ragazza che viene presentata come la sua fidanzata. Tutti gli altri sono parenti e/o amici dell’uno o dell’altro e il cuore del racconto è la conoscenza reciproca delle due famiglie. Mattatore assoluto è Antonio Rezza che con le sue trovate verbali, i giochi di parole, il movimento continuo e la sua presenza scenica ci trascina in un universo assurdo e normale al contempo, un qualcosa che assomiglia alla nostra quotidianità e nello stesso tempo ne è totalmente lontano, e su cui ridiamo per quello che capiamo e anche per quello che non capiamo.

Questo atto termina con Rezza che si denuda completamente al termine di una gag in cui il suo passaggio attraverso la porta diventa il passaggio al metal detector di un aeroporto che lo costringe a togliersi a poco a poco tutto per capire cos’è che lo fa squillare.

Il secondo atto mescola un po’ le carte in tavola, modifica i ruoli dei personaggi, crea situazioni di socialità più complessa (familiare e non), e il fil rouge sotteso alle varie gag risulta meno chiaro e più sfilacciato. Questa seconda parte al momento attuale mi è sembrata più debole e meno riuscita della prima, sebbene il finale in cui la porta sbattuta viene usata come una specie di fucile o mitragliatrice per liberarsi di tutti mi è sembrato un’invenzione strepitosa ed esilarante. Sono curiosa di vedere se e quali cambiamenti saranno apportati al testo e alla messa in scena prima dell’uscita ufficiale dello spettacolo.

In ogni caso il cuore di questo lavoro già c’è e il tema delle “relazioni familiari” mi è sembrato forte e sviluppato in una maniera follemente interessante da Rezza e Mastrella. Quindi per me sono promossi.

E poi vedere a teatro un pubblico di tutte le età, cosa che ormai riesce a pochissimi autori che non siano comici puri, va a ulteriore merito di queste due figure originali del nostro mondo teatrale.

Voto: 3,5/5

lunedì 27 dicembre 2021

Tavola tavola chiodo chiodo / di e con Lino Musella. Teatro Vascello, 30 novembre 2021

Lino Musella l’avevo scoperto insieme a F. qualche anno fa nello spettacolo Orphans di Dennis Kelly, dove faceva la parte di un giovane inquietante e borderline. Abbiamo capito dopo che la parte del cattivo o comunque del personaggio un po’ disturbante è una di quelle che gli si addice particolarmente e nel quale forse è in parte rimasto intrappolato.

Ma Musella è talento a tutto tondo, e lo dimostra come regista e attore di questo spettacolo che prende in prestito il titolo, Tavola tavola chiodo chiodo, dalla lapide eretta in memoria dello storico macchinista del Teatro San Ferdinando, Peppino Mercurio.

Avvalendosi della raffinata e attenta ricerca storica e archivistica realizzata da Maria Procino e accompagnato sul palco dalla chitarra di Marco Vidino, Lino Musella ci racconta e a tratti interpreta il grande Eduardo De Filippo, utilizzando le sue lettere, i discorsi istituzionali, i documenti, che gettano luce su aspetti privati e pubblici della sua vita.

Al centro c’è l’impegno di Eduardo per la ristrutturazione e la riapertura del Teatro San Ferdinando di Napoli, e non a caso all’apertura del sipario, al centro c’è una specie di modellino del teatro che il protagonista sta realizzando e durante tutto lo spettacolo Lino/Eduardo è impegnato in un lavorio continuo mediante il quale fa e disfa, evocando scenari.

Ne emergono cenni alla vita privata, il rapporto con i membri della sua famiglia, la morte della figlia, ma soprattutto il suo amore per il teatro e il suo impegno sociale (ad esempio per i ragazzi incarcerati a Poggioreale o al centro Filangieri), due cose che lo portano spesso alla polemica e all’invettiva politica. Eduardo resta un uomo libero e coerente con le sue idee anche quando entra in Senato dopo essere stato nominato Senatore a vita.

Lino Musella non imita Eduardo, ogni tanto ne accenna qualche movenza e qualche espressione, ne riprende la parlata napoletana, ma nel complesso sceglie di entrare e uscire dal personaggio per non banalizzarlo e proporlo al pubblico in tutta la sua complessità.

Per me che Eduardo lo conosco molto poco, tanti riferimenti e suggerimenti finiscono nel vuoto e probabilmente anche parte della bravura di Musella diventa difficile da cogliere. Ma, nonostante questo, ne colgo e apprezzo il suo modo di tenere il palco, la capacità di combinare il lavoro manuale con la recitazione, quasi che le due cose si rafforzino a vicenda, la bravura nel rendere affascinanti testi che in buona parte non erano nati per essere recitati, e nemmeno in alcuni casi per diventare pubblici.

Al termine dello spettacolo, quando il modellino del teatro crolla su sé stesso e Lino/Eduardo annuncia che dovrà rifare per l’ennesima volta “o presepio”, il pubblico prorompe in un applauso fragoroso e prolungato che sancisce l’apprezzamento per il suo regista e interprete, nonché per un personaggio immortale e insuperato come Eduardo De Filippo.

Voto: 3,5/5

mercoledì 4 novembre 2020

Scannasurice / Enzo Moscato. Teatro Vascello, 22 ottobre 2020

Dopo aver visto Regina Madre al Piccolo Eliseo, cercando in rete notizie sull'inteprete Imma Villa e sul regista Carlo Cerciello, io e F. ci eravamo imbattute in un altro spettacolo che riproponeva la medesima coppia di regia e protagonista. Si trattava appunto di Scannasurice. Da quel momento avevamo cominciato a cercarlo nelle programmazioni romane fino a quando non lo abbiamo individuato nel calendario del Teatro Vascello a marzo 2020. 

Abbiamo preso subito il biglietto ma poi è successo quel che è successo (e che ancora sta succedendo) e tutto è saltato.

In questa breve finestra temporale in cui i teatri avevano iniziato a riavviare la programmazione (prima del nuovo DPCM che li ha nuovamente obbligati alla chiusura) Scannasurice è ricomparso al Vascello e sono riuscita a vederlo nell'ultima settimana prima delle chiusure.

Scannasurice appartiene a quel momento d'oro del teatro napoletano che sono stati gli anni Ottanta (è infatti un testo del 1982) ed è opera di Enzo Moscato, un drammaturgo vivente che proprio negli anni Ottanta andò a popolare la vivace scena teatrale napoletana.

Protagonista di questo monologo è un travestito che abita nei bassifondi dei quartieri spagnoli, popolati di topi, e vive prostituendosi. A questo personaggio Enzo Moscato regala un monologo che alterna trivialità e lirismo, concretezza e magia, e che la straordinaria Imma Villa interpreta con grande maestria, non solo attraverso le parole, ma con una fisicità perfettamente coerente.
Verso il suo personaggio lo spettatore prova a seconda dei momenti ribrezzo, compassione, affetto, partecipazione. 

Scannasurice racconta lo stato di paura e di incertezza determinato da un terremoto reale, quello di Napoli del 1980, ma anche da un terremoto interiore che di fronte alla ricerca di un'identità e di una via di uscita vede il protagonista soccombere a un destino che sembra già scritto.

Voto: 3,5/5