Con la proposta teatrale di Carrozzeria Orfeo, che si avvale della drammaturgia di Gabriele Di Luca e della regia dello stesso Di Luca e del sodale Massimiliano Setti (qui anche autore delle musiche originali), si va sempre sul sicuro.
Così prima ci mando la mia amica I. che ha ricevuto un biglietto di teatro come regalo di compleanno, e poi ci vado io stessa con la mia amica F.
Rispetto ad altri spettacoli di Carrozzeria Orfeo che ho visto, c’è un importante spostamento narrativo, dal momento che da storie di respiro ampio, quasi riflessioni filosofiche – sebbene con il loro inconfondibile stile semiserio – sul futuro dell’umanità, con Misurare il salto delle rane l’attenzione si concentra su un periodo, gli anni Novanta, su un luogo specifico (un piccolo paese in riva a un lago) e sulle dinamiche relazionali tra tre donne (Lori, una donna sessantenne che ha perso la figlia Giò, Betti, una donna di quasi quarant’anni che era molto amica della figlia di Lori e che è stata cresciuta da quest’ultima, e Iris, una giovane donna che è arrivata dall’altra parte del lago per portare notizie di Giò).
Tutto si svolge tra una panchina all’estremità della scogliera che dà sul lago, quella da cui molti si lanciano per suicidarsi, l’interno della casa di Lori (semplice e vecchio stile) e la legnaia esterna.
L’impianto narrativo è quello di una dark comedy, al centro della quale c’è la morte di Giò, il cui mistero si scioglierà solo alla fine come in un vero e proprio giallo. Ma in realtà il vero oggetto della narrazione sta nel dolore che ciascuna delle tre donne, per motivi diversi, si porta dentro e che non riesce a condividere, a comunicare e ad elaborare. Ognuna reagisce a suo modo: Lori (Elsa Bossi) con il silenzio, Betti (Chiara Stoppa) con un profluvio di parole (un personaggio davvero dirompente e incontenibile), Iris (Noemi Apuzzo) con una malinconia difficile da interpretare.
Mentre Betti fa l’allenatrice di rane e porta sempre con sé il suo Froggy, Lori sparisce in lunghe passeggiate, e Iris cerca di incalzarla spingendola a leggere il messaggio in bottiglia che ha trovato sulla riva del lago e che sembrerebbe contenere la verità sulla morte di Giò.
Il senso di malinconia di fondo che attraversa questa storia, e il suo mistero (il personaggio di Iris è reale? Cosa vogliono dire quelle macchie di sangue che Betti le vede per ben due volte sul collo?), sono però attraversate al contempo da una forza dissacrante e da uno humour nero irresistibile di cui si fa interprete soprattutto il personaggio di Betti, odiatrice di maschi e appassionata di M&M’s.
Alla fine tutti i fili si riannodano e molti elementi narrativi trovano una spiegazione, eppure il mistero in parte resta, e probabilmente ha a che fare con quanto Iris dice nella primissima scena, mentre parla al suo registratore, ossia che alla fine siamo un enigma che in qualche modo resta inspiegabile persino per noi stessi.
Scenografia, luci, musiche, tutto molto bello, brave le attrici, soprattutto Chiara Stoppa e Noemi Apuzzo (nel loro essere emotivamente opposte, e in qualche modo complementari). Lo spettacolo dunque funziona e la risposta del pubblico è entusiasta, forse anche perché si tratta di un lavoro – rispetto ad altri – il cui impianto narrativo almeno apparentemente è più lineare, meno visionario, e forse per questo più riconoscibile per il grande pubblico.
Voto: 3,5/5
venerdì 20 febbraio 2026
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