So poco di Dalì e non sono particolarmente appassionata del tipo di arte che rappresenta, ma la mia innata curiosità e la voglia di conoscere mi spingono ad andare a visitare la mostra a lui dedicata da poco conclusa presso il rinnovato Museo del Corso a Palazzo Cipolla.
Si tratta di una mostra articolata sostanzialmente in quattro sezioni. Nella prima ci si sofferma sul rapporto tra Dalì e Picasso che è stato a lungo il punto di riferimento contemporaneo dell’artista di Figueres e a un certo punto è diventato il rivale da superare in grandezza e notorietà.
Le successive tre sezioni sono invece dedicate al rapporto di Dalì con tre grandi artisti del passato, che in svariate occasioni lui stesso ha citato come, secondo la sua valutazione, i più grandi di tutti i tempi, ossia Velasquez, Vermeer e Raffaello.
Con questi artisti e con le loro opere, in particolare con alcune da cui era specificamente attratto (Las meninas di Velasquez, La merlettaia di Vermeer e La scuola di Atene di Raffaello, ma anche l’Autoritratto e molto altro), l’arte di Dalì ha continuato a dialogare nel tempo in modi sempre originali e spesso inattesi.
Com’è inevitabile quando si parla di Dalì, da questo percorso nella sua arte e nelle sue connessioni con la tradizione artistica precedente e contemporanea viene fuori anche il lato umano dell’artista, decisamente eccentrico e compreso nel suo ruolo. In tutta la sua vita, Dalì non ha fatto altro che alimentare il mito di sé stesso, ostentando una enorme considerazione della propria arte e adottando in fondo una strategia di comunicazione e promozione anticipatrice di tanta contemporaneità da social.
Voto: 3/5
martedì 3 febbraio 2026
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