domenica 1 febbraio 2026

Divine Comedy

Chi ha visto Kafka a Teheran, il precedente film di Ali Asgari distribuito in Italia, si ricorderà che uno dei quadri di cui si componeva quel film raccontava di un regista seduto alla scrivania del funzionario ministeriale che deve certificare la conformità del film ai diktat del regime, il quale può concedere o non concedere il permesso per la sua distribuzione in Iran.

Ebbene, con Divine Comedy Asgari riparte proprio da quel quadro e lo amplia al prima e al dopo, costruendo un magistrale racconto metacinematografico. Il protagonista, Bahram Ark - che interpreta sé stesso - ha realizzato un film che, dopo aver circolato al di fuori dell’Iran, vorrebbe ora proiettare anche in patria. Insieme alla sua fidanzata, nonché produttrice, con i capelli blu, gira per le strade di Teheran su una specie di Vespa rosa (che non è una Vespa), prima per andare al Ministero a richiedere il permesso, che ovviamente non ottiene, poi alla ricerca di una strada più o meno legale per organizzare una proiezione del film.

In questo buffo e scombinato on the road, fatto di ironia dal retrogusto un po’ amaro, e in cui il protagonista è un po’ un novello Dante che non si sa se uscirà a rivedere le stelle, Asgari in parte ripete alcuni stilemi del film precedente, ad esempio diverse scene con telecamera fissa in cui sono i personaggi che gli stanno davanti che si muovono e ne entrano ed escono. Se però in Kafka a Teheran il punto di vista della burocrazia e del potere si nascondeva sempre al di qua della telecamera e risultava invisibile allo spettatore, in Divine Comedy tutto il mondo con cui il protagonista si relaziona, tranne il funzionario ministeriale, si svelano e, nello svelarsi, perdono quell’aura di inavvicinabilità e si rivelano esseri umani con le loro piccole meschinità, le debolezze, le passioni, le tenerezze, le follie che ci accomunano tutti.

Ali Asgari – come in parte già si era visto nel precedente film – non punta il dito contro nessuno, riconoscendo che ciascuno a suo modo combatte la sua battaglia e ha le proprie motivazioni nel farlo.

In questo film si fa però un ulteriore passo in avanti, perché si respira un affetto di fondo per l’umanità, anche in un contesto difficile com’è l’Iran contemporaneo, a dimostrare probabilmente che attraverso il cinema e le storie ch’esso racconta possiamo ancora tutti riconoscere quello che ci accomuna piuttosto che quello che ci separa. E una delle cose che ancora ci unisce è forse proprio l’amore per il cinema.

Voto: 3,5/5


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