L’Avversario / Emmanuel Carrère; trad. di Eliana Vicari Fabris. Milano: Adelphi, 2013.
Dopo aver letto Limonov e V13 con grandissimo entusiasmo, decido di tornare indietro nella produzione di Carrère a un libro che lo ha davvero consacrato presso il grande pubblico, anche grazie al film che è stato realizzato a partire da questo libro, interpretato da Daniel Auteuil.
L’Avversario – come forse quasi tutti sanno – è la storia vera di Jean-Claude Romand, l’uomo che, dopo aver smesso di dare esami alla facoltà di medicina a cui era iscritto, aveva inanellato una incredibile serie di menzogne costruendosi una vita con tanto di moglie e figli, ma un lavoro inesistente e immaginario come ricercatore a Ginevra e professore in Francia.
Di fronte al precipitare degli eventi, in particolare a causa della storia extraconiugale con Corinne e dei crescenti problemi economici, Jean-Claude uccise moglie e figli, e poi anche i genitori dando fuoco alla casa d’infanzia mentre era lui stesso all’interno. Si salvò grazie all’intervento dei pompieri - anche se non è mai stato chiaro se abbia fatto in modo di creare le condizioni per salvarsi o sia stato un caso -, e poi fu processato e condannato per gli omicidi.
Carrère, con il suo interesse verso questi personaggi enigmatici e sfaccettati (vedi anche Limonov) e per le vicende giudiziarie complesse (vedi V13), non può che appassionarsi alla storia di quest’uomo, alla sua personalità e agli sviluppi successivi al processo, e lo fa – come spesso accade nei suoi libri – per indagare all’interno dei meandri più oscuri dell’essere umano e capire meglio anche sé stesso.
Nel caso di Jean-Claude Romand, come anche in altre circostanze, Carrère mette in campo la relazione personale con il protagonista di questa vicenda con cui intrattiene un lungo scambio epistolare e che incontra in diverse circostanze durante il processo.
E però, nonostante le molte lettere scambiate e le numerose fonti utilizzate dallo scrittore per raccontare questa storia incredibile e incredibilmente angosciante, Romand rimane un mistero, probabilmente persino per sé stesso, nella (forse!) impossibilità per questo tipo di personalità di accedere alla verità e la tendenza compulsiva a raccontarsi e raccontare storie.
Non posso dire che sia il libro di Carrère che mi è piaciuto di più tra quelli che ho letto, però non c’è dubbio sul fatto che mi abbia angosciato moltissimo, certamente più degli altri due, persino di più di V13, perché mentre in quel caso c’è un orrore motivato ideologicamente, in questo c’è un orrore praticamente gratuito, che affonda le radici in una personalità sfuggente e difficilmente inquadrabile, in cui l’atteggiamento dello scrittore – e di noi lettori – oscilla tra la condanna senza appello e la possibilità di una redenzione.
Da leggere per scavare nelle profondità più recondite della mente umana.
Voto: 3,5/5
giovedì 26 febbraio 2026
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