sabato 7 febbraio 2026

Lo sconosciuto del grande arco

Stéphane Demoustier, regista francese che non conosco anche se a suo tempo avrei voluto vedere Gli amori di Anaïs, si cimenta in un’impresa che a tratti ha dell’impossibile, ossia raccontare la vicenda della costruzione di un’opera pubblica, non tanto dal punto di vista del processo creativo bensì dal punto di vista delle difficoltà burocratiche e realizzative che iniziano nel momento in cui si vince un concorso.

La vicenda, per quanto parzialmente romanzata, è tratto da una storia vera: all’inizio della Presidenza Mitterand, caratterizzata dal tentativo del Presidente di lasciare un segno di grandeur nel tessuto urbano parigino, un concorso internazionale per la realizzazione di un edificio monumentale nel quartiere finanziario della Défence viene vinto dall’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen, uno sconosciuto che fino a quel momento aveva costruito solo la sua casa e quattro chiese in Danimarca.

Il progetto prevedeva la realizzazione di un grande cubo di marmo e vetro, svuotato all’interno, che nel progetto originario era completato anche da cubi più piccoli laterali e da nuvole sospese. Il cubo di von Spreckelsen, oggi conosciuto in Francia come la Grande Arche, era pensato come nuovo monumento iconico della città su un asse urbanistico molto importante che verso il centro arriva all’Arc de Triomphe, agli Champs Elisées, a Place de la Concorde e al Museo del Louvre.

La struttura narrativa del film si sviluppa intorno a cinque personaggi principali, l’architetto von Spreckelsen (Claes Bang) e la moglie (Sidse Babett Knudsen), il Presidente Mitterand (Michel Fau), il Consigliere del Presidente, Subilon (Xavier Dolan) e l’architetto Paul Andreu (Swann Arlaud), che collabora con von Spreckelsen nella direzione dei lavori.

Il tema del film diventa ben presto il conflitto tra l’approccio senza compromessi, “puro” di von Spreckelsen, in parte determinato anche dal contesto culturale dal quale proviene, e la prospettiva più pragmatica e in qualche modo burocratica di Subilon e di Andreu, appartenenti a un contesto culturale e sociale che con questi meccanismi è abituato a convivere da sempre. E, tra questi due mondi, Mitterand che, pur essendo completamente interno alla logica francese, è affascinato e compiaciuto dalla visione senza mezzi termini dell’architetto e la asseconda.

A tratti il film di Demoustier mi ha fatto pensare a The brutalist, e quando von Spreckelsen si reca a Carrara a scegliere il marmo per il suo Cubo non ho potuto fare a meno di pensare al passaggio carrarese del film di Brady Corbet.

Non so se proprio per questa associazione mentale e per effetto della mia idiosincrasia verso i genii solitari, o forse perché la mia esperienza lavorativa mi rende più vicina al funzionamento della burocrazia (che non va necessariamente intesa nella sua accezione negativa), fatto sta che non sono riuscita a empatizzare quasi per nulla con von Spreskelsen e invece, con tutte le cautele del caso, ho compreso molto meglio le posizioni e le difficoltà della sua controparte. E devo dire che leggere che la Grande Arche ha messo in evidenza già dopo i primi 25 anni di vita i suoi limiti strutturali e funzionali mi ha dato una certa qual perversa soddisfazione.

In ogni caso, una storia che ha dell’incredibile e che richiederebbe un approfondimento. E un plauso ai registi francesi che riescono a rendere appassionante una storia che avrebbe potuto essere di una noia mortale.

Voto: 3,5/5


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