Stéphane Demoustier, regista francese che non conosco anche se a suo tempo avrei voluto vedere Gli amori di Anaïs, si cimenta in un’impresa che a tratti ha dell’impossibile, ossia raccontare la vicenda della costruzione di un’opera pubblica, non tanto dal punto di vista del processo creativo bensì dal punto di vista delle difficoltà burocratiche e realizzative che iniziano nel momento in cui si vince un concorso.
La vicenda, per quanto parzialmente romanzata, è tratto da una storia vera: all’inizio della Presidenza Mitterand, caratterizzata dal tentativo del Presidente di lasciare un segno di grandeur nel tessuto urbano parigino, un concorso internazionale per la realizzazione di un edificio monumentale nel quartiere finanziario della Défence viene vinto dall’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen, uno sconosciuto che fino a quel momento aveva costruito solo la sua casa e quattro chiese in Danimarca.
Il progetto prevedeva la realizzazione di un grande cubo di marmo e vetro, svuotato all’interno, che nel progetto originario era completato anche da cubi più piccoli laterali e da nuvole sospese. Il cubo di von Spreckelsen, oggi conosciuto in Francia come la Grande Arche, era pensato come nuovo monumento iconico della città su un asse urbanistico molto importante che verso il centro arriva all’Arc de Triomphe, agli Champs Elisées, a Place de la Concorde e al Museo del Louvre.
La struttura narrativa del film si sviluppa intorno a cinque personaggi principali, l’architetto von Spreckelsen (Claes Bang) e la moglie (Sidse Babett Knudsen), il Presidente Mitterand (Michel Fau), il Consigliere del Presidente, Subilon (Xavier Dolan) e l’architetto Paul Andreu (Swann Arlaud), che collabora con von Spreckelsen nella direzione dei lavori.
Il tema del film diventa ben presto il conflitto tra l’approccio senza compromessi, “puro” di von Spreckelsen, in parte determinato anche dal contesto culturale dal quale proviene, e la prospettiva più pragmatica e in qualche modo burocratica di Subilon e di Andreu, appartenenti a un contesto culturale e sociale che con questi meccanismi è abituato a convivere da sempre. E, tra questi due mondi, Mitterand che, pur essendo completamente interno alla logica francese, è affascinato e compiaciuto dalla visione senza mezzi termini dell’architetto e la asseconda.
A tratti il film di Demoustier mi ha fatto pensare a The brutalist, e quando von Spreckelsen si reca a Carrara a scegliere il marmo per il suo Cubo non ho potuto fare a meno di pensare al passaggio carrarese del film di Brady Corbet.
Non so se proprio per questa associazione mentale e per effetto della mia idiosincrasia verso i genii solitari, o forse perché la mia esperienza lavorativa mi rende più vicina al funzionamento della burocrazia (che non va necessariamente intesa nella sua accezione negativa), fatto sta che non sono riuscita a empatizzare quasi per nulla con von Spreskelsen e invece, con tutte le cautele del caso, ho compreso molto meglio le posizioni e le difficoltà della sua controparte. E devo dire che leggere che la Grande Arche ha messo in evidenza già dopo i primi 25 anni di vita i suoi limiti strutturali e funzionali mi ha dato una certa qual perversa soddisfazione.
In ogni caso, una storia che ha dell’incredibile e che richiederebbe un approfondimento. E un plauso ai registi francesi che riescono a rendere appassionante una storia che avrebbe potuto essere di una noia mortale.
Voto: 3,5/5
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sabato 7 febbraio 2026
martedì 19 aprile 2016
La corte
Xavier Racine (Fabrice Luchini) è il Presidente della Corte d'Assise di Saint-Omer, separato da poco, con un'esistenza grigia (ad eccezione della sciarpa rossa che porta sempre al collo) e abitudini immodificabili, ligio al dovere e alle regole, ma poco incline ai rapporti umani. È noto nell'ambiente giudiziario come "il giudice a due cifre" perché gli imputati non escono mai con meno di 10 anni di condanna dai processi che lui presiede.
In questo caso Racine è chiamato a presiedere il giudizio contro un padre che si presume abbia ucciso la figlia di sette mesi colpendola con i suoi anfibi. Sembrerebbe un caso come un altro, di quelli che - come dice Racine a un certo punto - mettono in evidenza come la giustizia non ambisca a scoprire la verità (perché la verità la sanno solo i genitori che erano presenti alla morte della bambina), ma a far applicare le leggi. L'elemento che spariglia le carte è però la presenza tra i giurati di Ditte Lorensen-Coteret (Sidse Babett Knudsen), l'anestesista che qualche tempo prima si è presa cura di Xavier quando questi era ricoverato in seguito a un incidente.
Ditte è una donna molto bella, e soprattutto è l'opposto di Xavier: sorridente, luminosa, empatica, incline alla relazione con gli altri. Xavier ne è affascinato fin dall'incontro in ospedale, e l'irrompere di Ditte nella fredda aula del tribunale apre una crepa nella prevedibilità e ripetitività dei suoi comportamenti. Una specie di scongelamento che a poco a poco increspa l'apparenza irreprensibile del giudice, in qualche modo anticipata da quella caduta accidentale (causata dall'influenza) che gli sporca il cappotto. E quel sorriso che compare sul volto di Racine alla fine del film è la pennellata perfetta che completa il bozzetto di quest'uomo.
La corte è un film che racconta un solo uomo, il giudice Racine appunto, ma lo fa attraverso gli innumerevoli volti delle persone che popolano l'aula del tribunale: i giurati popolari, gli imputati e i testimoni, che portano ciascuno la propria espressività e specificità, magistralmente trasformata in disegni e acquerelli da un uomo seduto nel pubblico.
In fondo quello di Christian Vincent è un film di ritratti, non ritratti fatti di dettagli, bensì schizzi che colgono l'aspetto caratterizzante di ognuno, senza nessuna presunzione di una conoscenza approfondita. Su tutti il ritratto di Racine, certamente quello più articolato e complesso, ma anch'esso pur sempre uno schizzo che lascia molti interrogativi e dubbi. D'altronde, esattamente come nell'aula di tribunale che Racine presiede, così come al cinema e forse finanche nella vita quando incrociamo per un tempo breve un'altra persona senza poterne approfondire davvero la conoscenza, non ha senso ambire alla verità, bensì dobbiamo sforzarci di cogliere il significato a volte lieve, ma non per questo meno denso di conseguenze, degli incontri, anche di quelli più fuggevoli.
Un film piccolo, sommesso, sottovoce, un acquerello delicato e pieno di sfumature, che non pretende di insegnarci niente, bensì solo di farci apprezzare l'irriducibilità della complessità che ciascuno di noi rappresenta.
Voto: 3,5/5
In questo caso Racine è chiamato a presiedere il giudizio contro un padre che si presume abbia ucciso la figlia di sette mesi colpendola con i suoi anfibi. Sembrerebbe un caso come un altro, di quelli che - come dice Racine a un certo punto - mettono in evidenza come la giustizia non ambisca a scoprire la verità (perché la verità la sanno solo i genitori che erano presenti alla morte della bambina), ma a far applicare le leggi. L'elemento che spariglia le carte è però la presenza tra i giurati di Ditte Lorensen-Coteret (Sidse Babett Knudsen), l'anestesista che qualche tempo prima si è presa cura di Xavier quando questi era ricoverato in seguito a un incidente.
Ditte è una donna molto bella, e soprattutto è l'opposto di Xavier: sorridente, luminosa, empatica, incline alla relazione con gli altri. Xavier ne è affascinato fin dall'incontro in ospedale, e l'irrompere di Ditte nella fredda aula del tribunale apre una crepa nella prevedibilità e ripetitività dei suoi comportamenti. Una specie di scongelamento che a poco a poco increspa l'apparenza irreprensibile del giudice, in qualche modo anticipata da quella caduta accidentale (causata dall'influenza) che gli sporca il cappotto. E quel sorriso che compare sul volto di Racine alla fine del film è la pennellata perfetta che completa il bozzetto di quest'uomo.
La corte è un film che racconta un solo uomo, il giudice Racine appunto, ma lo fa attraverso gli innumerevoli volti delle persone che popolano l'aula del tribunale: i giurati popolari, gli imputati e i testimoni, che portano ciascuno la propria espressività e specificità, magistralmente trasformata in disegni e acquerelli da un uomo seduto nel pubblico.
In fondo quello di Christian Vincent è un film di ritratti, non ritratti fatti di dettagli, bensì schizzi che colgono l'aspetto caratterizzante di ognuno, senza nessuna presunzione di una conoscenza approfondita. Su tutti il ritratto di Racine, certamente quello più articolato e complesso, ma anch'esso pur sempre uno schizzo che lascia molti interrogativi e dubbi. D'altronde, esattamente come nell'aula di tribunale che Racine presiede, così come al cinema e forse finanche nella vita quando incrociamo per un tempo breve un'altra persona senza poterne approfondire davvero la conoscenza, non ha senso ambire alla verità, bensì dobbiamo sforzarci di cogliere il significato a volte lieve, ma non per questo meno denso di conseguenze, degli incontri, anche di quelli più fuggevoli.
Un film piccolo, sommesso, sottovoce, un acquerello delicato e pieno di sfumature, che non pretende di insegnarci niente, bensì solo di farci apprezzare l'irriducibilità della complessità che ciascuno di noi rappresenta.
Voto: 3,5/5
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