lunedì 16 marzo 2026

Miroirs no. 3 – Il segreto di Laura

Conosco pochissimo della filmografia di Christian Petzold, sebbene ne senta parlare da tempo come uno dei migliori registi e sceneggiatori tedeschi in circolazione.

La trama di Miroirs no. 3 (titolo che arriva da una composizione di Ravel che ha un ruolo nella trama del film) mi attira soprattutto per il suo impianto quasi da thriller psicologico.

Non so però bene che cosa aspettarmi veramente dal film e dunque mi predispongo con la massima disponibilità mentale. Al centro ci sono due donne: Laura (interpretata da Paula Beer, che è l’attrice feticcio di Petzold) e Betty (Barbara Auer). Entrambe sono personaggi enigmatici. Laura la vediamo nelle prime scene del film in preda a un malessere difficile da definire, mentre si aggira tra le strade di Berlino; poi quando parte insieme al fidanzato per raggiungere la costa baltica da dove dovrebbero partire per una gita in barca con degli amici, Laura dice di non sentirsi bene e si fa riaccompagnare in stazione. Sulla via del ritorno i due subiscono un incidente in cui Laura resta praticamente illesa mentre il fidanzato muore. Betty vive – da sola? – in una casa di campagna lungo la strada percorsa da Laura e dal fidanzato sia all’andata che al ritorno, ed entrambe le volte i loro sguardi si incrociano.

Dopo l’incidente, Laura viene soccorsa da Betty e, una volta accertato che non si è fatta niente ed è solo scossa, chiede alla sua ospite di poter rimanere per qualche giorno in casa con lei, cosa che trova Betty estremamente favorevole. In questo strano rapporto tra due persone estranee vengono ben presto coinvolti anche gli uomini della famiglia, il marito di Betty, Richard (Matthias Brandt), e suo figlio Max (Enno Trebs). Intorno alla presenza di Laura in questa casa dove tutto sembra essersi rotto si ricompone un nucleo familiare, a sua volta mandato in pezzi da un evento che ben presto verrà a galla.

L’impianto da thriller psicologico, che certamente contribuisce ad un più o meno sotterraneo stato di tensione nello spettatore, è in realtà un espediente narrativo per raccontare due donne in un momento di fragilità affettiva profonda, che per motivi diversi e tutti personali, forse anche strumentali, trovano ciascuna nell’altra la risposta al proprio buco interiore. Di Betty sapremo qual è il vuoto che si porta dentro e che vorrebbe riempire con la presenza di Laura; di Laura non sapremo mai l’origine del malessere.

Gli specchi di Ravel sono la perfetta metafora della dinamica che si crea tra Laura e Betty e che alla fine coinvolge anche gli altri componenti del nucleo familiare. Però, quella che comincia come una relazione per interposta persona finisce per diventare almeno in parte curativa e per aiutare ciascuno, in modi diversi e propri, a fare i conti con le proprie emozioni e a ritrovarle.

Lo stile di Petzold è minimalista, e tutto il film è costruito per sottrazione piuttosto che per accumulo: silenzi, non detti, misteri, che rendono cupa una campagna che per contrasto è spesso piena di quella luce speciale tipica della fine dell’estate.

Film non per tutti i palati, ma che ho trovato a suo modo interessante.

Voto: 3/5


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