venerdì 5 gennaio 2024
L'ammore nun'è ammore / di e con Lino Musella. Teatro Vascello, 3 dicembre 2023
Con questo spettacolo - che scopro essere in giro già da diversi anni con grande successo - Musella si cimenta in quella che potrebbe sembrare un'impresa impossibile: portare in scena 30 sonetti shakespeariani, tradotti in napoletano da Dario Jacobelli, scrittore e poeta napoletano scomparso prematuramente nel 2013.
Jacobelli si cimentò in questo lavoro di traduzione quasi per gioco, senza una finalità editoriale, ma con l'idea di dedicare e regalare via via ciascuna traduzione a un amico o a qualcuno della sua cerchia.
Lino Musella ce li propone tutti di seguito, accompagnato sul palco dalle musiche di Marco Vidino. L'attore napoletano fa un grande lavoro di diversificazione per rendere lo spettacolo il più mosso possibile: si sposta sul palco, si traveste, cambia completamente i toni, interagisce con il musicista, sale su un palco sopraelevato, va in mezzo al pubblico, compare sulla balconata che aggetta sulla platea, gioca con gli spettatori come quando cammina tra le file bendato o quando recita dei sonetti sottovoce per un'unica persona a cui affida l'estremità di un tubo.
Insomma, quello che poteva essere uno spettacolo piatto e forse noioso diventa un'occasione continua di scoperta e una fonte inesauribile di curiosità.
Al centro di tutto ci sono ovviamente i testi di questi sonetti, che ruotano in buona parte intorno al tema dell'amore, delle sue gioie e delle sue pene, ma anche intorno alla tematica del tempo e al ruolo della poesia come strumento capace di donare l'immortalità sia al poeta che le scrive sia all'amato cui si rivolge.
Non sono in grado di fare un confronto erudito tra gli originali shakespeariani e le traduzioni in napoletano, in quanto non conosco quasi per nulla la materia prima. Dunque faccio anche fatica a cogliere e di conseguenza a verbalizzare la differente percezione ed effetto prodotti dai sonetti originali e in napoletano.
Quello che ho pensato, mentre ascoltavo Lino Musella, è che - se non avessi saputo che si trattava dei sonetti di Shakespeare - avrei pensato a poesie napoletane originali, nate dal mondo e dalla cultura napoletani, il che è sorprendente se si pensa qual è la reale origine di questi testi.
Non so se ciò dipenda dalla versatilità e universalità dei versi del Bardo oppure dalla forza identitaria della lingua napoletana. Il risultato però è molto interessante.
Voto: 3,5/5
mercoledì 21 luglio 2021
Romeo e Giulietta. Gigi Proietti Globe Theatre Silvano Toti, 8 luglio 2021
Approfitto della presenza a Roma di mio nipote F., che grazie alla sua innata curiosità è aperto alle proposte più diverse, per prendere i biglietti per lo spettacolo Romeo e Giulietta al Globe Theatre, da poco riaperto e da non molto dedicato - oltre che a Silvano Toti - alla memoria del suo animatore Gigi Proietti.
E questo spettacolo è proprio una delle ultime regie di Proietti, che la sua allora assistente alla regia, Loredana Scaramella, decide di portare sul palco anche per omaggiare il grande Gigi. Non a caso prima dell'inizio dello spettacolo, proprio la Scaramella introduce la proiezione di un breve video che mostra un po' di immagini rubate nel dietro le quinte dello spettacolo durante la preparazione di esso alla presenza dello stesso Proietti. L'applauso lungo e sentito scatta spontaneo.
Dopo una breve pausa, lo spettacolo inizia con la scena dell'incontro tra due gruppi di giovani, vestiti in abiti contemporanei e appartenenti a due bande contrapposte, che si scontrano e si sfidano, mentre il giovane Romeo, unico figlio di una delle due famiglie rivali, vaga per i boschi, perso nei suoi pensieri di amore per Rosalina.
Il Romeo e Giulietta di Proietti inizia contemporaneo con magliette e pantaloni strappati e accenni di rap; poi dopo la partecipazione alla festa in maschera che segna l'incontro tra i due protagonisti e l'inizio della loro storia d'amore si fa un salto nel passato sia a livello di abiti sia a livello di linguaggio, quasi fosse un sogno dopo il quale tutti si risvegliano amaramente con la morte di Romeo e Giulietta che riporta tutti al presente e alla realtà.
L'allestimento è semplice ma godibile, e l'opera di Shakespeare è davvero immortale e capace di conquistare spettatori di ogni età e formazione. Mio nipote apprezza, così come le due ragazzine sedute nella fila accanto alla nostra (sebbene facciano un po' di casino).
Soffriamo solo per il caldo umido che ci attanaglia nei palchi del Globe (e che le quattro gocce di pioggia che cadono a metà dello spettacolo fanno aumentare), per le sedie di legno dalla seduta scomodissima e che in prima fila sono troppo alte per appoggiare i piedi, e per la rumorosità di un pubblico che non sembra abituato al religioso silenzio del teatro.
Però, nonostante l'orario (lo spettacolo finisce a mezzanotte e mezza quasi), siamo contenti di essere venuti e ce ne torniamo a casa piacevolmente stanchi e soddisfatti.
Voto: 3/5
lunedì 12 ottobre 2020
La dodicesima notte (o quel che volete) / William Shakespeare. Globe Theatre, 26 settembre 2020
E però, nonostante il freddo e il virus gastrointestinale che mi assale la notte successiva, sono contenta di aver rivissuto la magia del teatro con questo spettacolo del Silvano Toti Globe Theatre, per la regia di Loredana Scaramella.
La commedia di Shakespeare La dodicesima notte racconta del naufragio della nave su cui viaggiano i gemelli Viola e Sebastiano: entrambi si salvano ma sono tutti e due convinti che l’altro/a sia morto/a. Sebastiano viene aiutato a sopravvivere da Antonio fino a giungere nella stessa città di Viola, mentre quest’ultima travestita da uomo va al servizio di donna Olivia, la quale è corteggiata dal duca Orsino, ma si innamora del suo paggio non sapendo che si tratta di una donna. Viola a sua volta si innamora del duca Orsino senza poter rivelare la sua identità.
Il cugino di Olivia e altri membri della corte nel frattempo tessono una trappola nei confronti dell’attendente di Olivia, Malvolio, facendogli credere che la signora sia innamorata di lui e creando false speranza per una sua scalata sociale.
Su tutto e tra tutti si muove Feste, il Matto, che canta, balla e commenta, a volte filosofeggiando, altre volte rasentando il quasi nonsense.
Il tutto si muove all’interno di una scenografia animata da dodici sedie disposte in cerchio come le dodici ore di un orologio (sebbene io debba confessare che il riferimento all’orologio l’ho colto solo dopo aver letto la presentazione della regista). Quello che invece ho colto fin da subito è stata la scelta di uno stile prevalentemente steampunk, soprattutto ma non solo a livello di costumi, con l’inserto di elementi settecenteschi e di altra ispirazione.
Molti dei protagonisti hanno delle mascherine disegnate sugli occhi, e i movimenti di scena e le coreografie sono tutti ispirati e improntati al cosiddetto “distanziamento sociale”, senza – devo ammettere – incidere negativamente sulla visione, anzi in un certo senso conferendogli – come dice la regista – uno stile quasi bollywoodiano.
Lo spettacolo è frizzante e tiene desta l’attenzione in quel turbinio di equivoci e scambi di persona che è tipico delle commedie shakesperiane più riuscite. A suo tempo avevo visto la versione cinematografica di Trevor Nunn e mi era piaciuta molto, anche se non ricordavo esattamente la trama. Ritrovare Viola, Olivia, Sebastiano e il duca Orsino è stata una piacevole sorpresa.
Bravissimi al Globe sul rispetto delle norme anti-Covid, peccato per il freddo becco che abbiamo dovuto sopportare. Per fortuna l’applauso finale, lunghissimo, aiuta a scongelare gli arti ormai atrofizzati.
Voto: 3,5/5
lunedì 16 ottobre 2017
Much ado about nothing. Globe Theatre, 5 ottobre 2017
Prendo - insieme a F. - il biglietto per la commedia shakespeariana Much ado about nothing in programmazione al Globe Theatre di Roma, il teatro in legno ispirato all'originale elisabettiano che è stato realizzato diversi anni fa a Villa Borghese. La novità sta nel fatto che lo spettacolo è... in inglese!
E dunque, quando i protagonisti della storia shakespeariana (rimando a questo proposito al mio precedente post in cui ne parlavo dopo aver visto lo spettacolo in italiano) salgono sul palco e mettono in scena questa commedia di inganni e di disvelamenti, all'inizio per me è uno shock, perché non capisco quasi nulla (pur conoscendo benino l'inglese).
Gli attori sono quasi tutti madrelingua e - com'è giusto che sia - giocano con la lingua del bardo per valorizzare il testo e rendere più appassionante la messa in scena.
Per la prima mezz'ora abbondante mi cullo nel meraviglioso accento britannico degli attori e mi godo la loro scoppiettante presenza scenica e la loro abilità nell'impersonare personaggi diversi e persino nell'occuparsi della musica dal vivo, dei rumori di scena e del canto.
A poco a poco identifico i personaggi e comincio a ricordare e a seguire la storia di Ero e Claudio, di Benedetto e Beatrice e degli altri personaggi che in alcuni casi impediscono, in altri casi favoriscono il trionfo dell'amore.
È praticamente solo nel secondo tempo che il mio orecchio comincia ad abituarsi agli incomprensibili suoni che gli attori pronunciano e dunque è solo da quel momento in poi che comincio a capire anche parte delle battute!
Si tratta dunque di un'esperienza in qualche modo surreale, in cui non potendo essere pienamente assorbita dall'ascolto e dalla comprensione delle parole, mi immergo nella magia del teatro a 360°. Comprendo così che la parola è solo una delle componenti di uno spettacolo teatrale, che infatti ha molte altre frecce al proprio arco per colpire al cuore lo spettatore.
E questo accade a me con lo spettacolo Much ado about nothing al Globe Theatre.
Voto: 3,5/5
mercoledì 13 gennaio 2016
Macbeth
Io non ricordo se ho mai letto l’opera shakespeariana, né sono sicura di averla mai vista rappresentata; non mi sono d’altro canto neppure premurata di andarmi a riguardare la storia, cosicché arrivo – e forse per fortuna – quasi totalmente digiuna. A dire la verità la decisione di vedere questo film è stata stimolata più dalla presenza di Michael Fassbender e Marion Cotillard che da Shakespeare.
Devo dire però che il film di Justin Kurzel mi conquista nel suo complesso, e non solo per gli attori che mette in campo.
Innanzitutto, da un punto di vista visivo: la bellezza selvaggia, aspra e respingente delle Highlands fa da sfondo visivamente straordinario della storia di Macbeth. Dentro questo scenario che di per sé vale già l’intero film, il regista gioca due carte principali: la fedeltà linguistica al testo letterario (particolarmente apprezzabile in lingua originale) e la traduzione in immagini di un testo cupo e cruento qual è Macbeth.
Il racconto per immagini è infatti letteralmente intriso di sangue, di terra, di fuoco, di carne lacerata, di sporcizia, cui corrispondono sentimenti di ambizione, di crudeltà, di dolore, di lealtà, di follia, di pentimento. E questi uomini e donne così a contatto con le proprie viscere in senso letterale e metaforico sono in realtà burattini nelle mani di un destino (sotto le spoglie delle soprannaturali tre sorelle) che si fa beffe di loro.
Macbeth (Michael Fassbender) è un uomo valoroso, ma debole di fronte alle lusinghe del destino e alle provocazioni della moglie. Lady Macbeth (Marion Cotillard, che sfoggia un bell'accento inglese) è una donna rosa dall’ambizione, vera anima nera della storia, motore primo dell’omicidio efferato del re Duncan, impotente di fronte alla follia sempre più estrema del marito, infine perseguitata fino alla morte dalla scia di sangue che ha provocato.
Il film, anche in questo fedele all’originale shakespeariano, conserva nella narrazione elementi di ambiguità e incertezza, legati sia al ruolo del soprannaturale nell’intreccio sia al non perfetto realismo dei personaggi, che vanno interpretati come tali.
È indubbio che la versione di Justin Kurzel – per quanto fedele allo spirito shakespeariano – si nutra dell’immaginario con cui moltissima cinematografia e letteratura recente (non ultimo la saga de Il trono di spade) hanno alimentato il pubblico, cosicché in alcuni momenti il rischio di straniamento è dietro l’angolo. A me sembra però che questa versione moderna – senza essere modernista – di Macbeth non sarebbe dispiaciuta al grande Bardo. Ma forse è solo che ultimamente sono particolarmente buona.
Voto: 3,5/5
mercoledì 17 settembre 2014
Molto rumore per nulla, Silvano Toti Globe Theatre, Roma, 7 settembre 2014
Innanzitutto, va detto che il posto ha di suo un fascino tutto particolare. Si tratta di un teatro di legno realizzato nello stile dei teatri elisabettiani e non a caso interamente dedicato alla rappresentazione delle opere di Shakespeare.
Il palco è organizzato su due livelli, e il pubblico si divide tra le gallerie e il parterre, dove in questo caso il nome corrisponde alla sostanza, visto che qui ci si siede per terra.
Decido di iniziare il mio rapporto con il Globe Theatre da una commedia frizzante qual è Molto rumore per nulla. In realtà ci arrivo avendo in mente la trama de La dodicesima notte, salvo poi accorgermi invece di non ricordare affatto la trama di questa commedia. Tra l'altro, come spesso accade per le commedie shakespeariane, tutte giocate su equivoci e ribaltamenti, non è una trama semplice da riassumere.
Il principe Pedro e le sue truppe di ritorno dalla guerra si fermano a casa del signor Leonato, che ha una figlia di nome Ero e una nipote bisbetica di nome Beatrice.
Mentre il conte Claudio si innamora di Ero, Beatrice e il duca Benedetto battibeccano, entrambi convinti che il matrimonio sia una trappola nella quale loro non cadranno. Il tutto sarà complicato dall'intervento del fratello del principe, don Juan, che vuole creare zizzania e mettere in cattiva luce suo fratello.
Alla fine per una serie di fortunate coincidenze quella che poteva diventare una tragedia si risolve in un esito positivo per tutti, persino per Beatrice e Benedetto.
La commedia di per se stessa è allegra e gioiosa, ma devo dire che la compagnia che la porta in scena al Globe per la regia di Loredana Scaramella la rende ancora più godibile, accentuandone gli elementi caricaturali e i toni sopra le righe. L'ambientazione salentina (che sostituisce quella originaria siciliana) colora ulteriormente l'atmosfera sulle note della pizzica e della musica popolare.
L'effetto è in parte straniante, ma Shakespeare si presta a tanto, proprio grazie alla sua statura e immortalità. Bella anche la scenografia, minimale, ma molto suggestiva.
Bravi gli attori. Ovazione per il commissario sciroccato dal forte accento napoletano (Carlo Ragone).
Al Globe ci tornerò. Magari questa volta per una tragedia.
Voto: 3,5/5






