Visualizzazione post con etichetta Michael Fassbender. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michael Fassbender. Mostra tutti i post

venerdì 19 maggio 2017

Song to song

Un film che è un tripudio di bellezza che quasi si fa fatica a descriverla.

Bellezza dei paesaggi naturali e urbani, fotografati in modo impeccabile e poetico da Emmanuel Lubezki. Bellezza degli ambienti e degli oggetti: case meravigliose da rivista patinata, abiti di alta moda, jet privati e macchine di lusso. Bellezza degli attori, innanzitutto i protagonisti, il quartetto d'assi formato da Michael Fassbender, Ryan Gosling, Rooney Mara e Natalie Portman, nonché i comprimari tra cui Cate Blanchett e Berenice Marlohe. Bellezza dei camei di Patti Smith soprattutto (che ha anche un ruolo chiave nella trama) e di Iggy Pop. Bellezza della colonna sonora, scelta con un attenzione al dettaglio quasi maniacale e totalmente integrata nel film. Bellezza dei luoghi e delle ambientazioni, dagli Stati Uniti urbani e rurali al Messico. Bellezza delle inquadrature in cui il grandangolo la fa da padrone anche quando la telecamera sta vicinissima al soggetto umano. Bellezza delle interazioni, delle parole e dei pensieri che si mescolano in un montaggio discontinuo che illumina i protagonisti in sequenze da pochi minuti non necessariamente ordinate cronologicamente, ubriacando e disorientando lo spettatore.

Eppure, dopo tutta questa bellezza da rimanere a bocca aperta, non posso dire che il film mi sia piaciuto.

Malick usa questa ubriacatura di bellezza per raccontare il vuoto morale dello showbiz che ruota intorno al mondo della musica, del quale il manovratore nel film è Cook (Michael Fassbender), un impresario senza scrupoli e manipolatore, totalmente immerso nel mondo delle apparenze e alla ricerca di esperienze sempre nuove che spesso comportano la distruzione della vita di altri. Intorno a lui ruotano Faye (Rooney Mara), entrata in questo mondo da piccola al seguito di Cook e sedotta dalle possibilità e dall'esperienzialità senza fine che lo caratterizzano, BV (Ryan Gosling), un aspirante musicista di buoni principi che si innamora di Faye, Rhonda (Natalie Portman), una cameriera che Cook sposa portandola poi all'autodistruzione.

La bellezza e la ricchezza seducono tutti intrappolandoli in vite ed esperienze superficiali e alla fine poco soddisfacenti, ma l'amore di BV per Faye aprirà la strada per un ritorno a sentimenti più sinceri e a una vita più semplice ma non meno piena di bellezza.

Se questo è il senso del film - ma può essere che io non abbia capito qualcosa essendo una persona intellettualmente semplice - a me sembra un po' pochino per giustificare una confezione così pretenziosamente intellettualistica che sfocia in un manierismo che - ripeto - è visivamente e cinematograficamente più che godibile, ma sinceramente non molto più di questo.

A me alla fine Song to song fa l'effetto "film americano di regista americano intellettuale e un po' moralista" in cui - come in The tree of life - a partire da suggestioni autobiografiche (Malick ha anche fatto l'operaio presso i pozzi di petrolio!) - si propongono riflessioni filosofiche sul senso della vita, sulla ricerca della felicità, sulle contraddizioni dei nostri bisogni.

Io però di fronte questo mix tra un documentario del National Geographic, un reportage di viaggio da rivista patinata e un allegato video a un numero di Vogue America faccio fatica a empatizzare; sicuramente non sono all'altezza di comprendere intellettualmente i riferimenti intellettuali ma mi aspetto che un film come questo - toccando corde emotive oltre che intellettuali - dica qualcosa di importante a tutti. E con me non l'ha fatto.

Voto: 3/5

mercoledì 13 gennaio 2016

Macbeth

La serata inizia con una lunghissima coda davanti al cinema dove danno Macbeth in lingua originale (e d’ora in poi prometto che pronuncerò sempre Mek’bef), nella quale davanti a noi c’è un gruppo di tre signore che si sono addirittura portato dietro il libro, mentre dietro di noi ci sono dei ragazzi e uno chiede se si tratta di una “commedia” di Shakespeare

Io non ricordo se ho mai letto l’opera shakespeariana, né sono sicura di averla mai vista rappresentata; non mi sono d’altro canto neppure premurata di andarmi a riguardare la storia, cosicché arrivo – e forse per fortuna – quasi totalmente digiuna. A dire la verità la decisione di vedere questo film è stata stimolata più dalla presenza di Michael Fassbender e Marion Cotillard che da Shakespeare.

Devo dire però che il film di Justin Kurzel mi conquista nel suo complesso, e non solo per gli attori che mette in campo.

Innanzitutto, da un punto di vista visivo: la bellezza selvaggia, aspra e respingente delle Highlands fa da sfondo visivamente straordinario della storia di Macbeth. Dentro questo scenario che di per sé vale già l’intero film, il regista gioca due carte principali: la fedeltà linguistica al testo letterario (particolarmente apprezzabile in lingua originale) e la traduzione in immagini di un testo cupo e cruento qual è Macbeth.

Il racconto per immagini è infatti letteralmente intriso di sangue, di terra, di fuoco, di carne lacerata, di sporcizia, cui corrispondono sentimenti di ambizione, di crudeltà, di dolore, di lealtà, di follia, di pentimento. E questi uomini e donne così a contatto con le proprie viscere in senso letterale e metaforico sono in realtà burattini nelle mani di un destino (sotto le spoglie delle soprannaturali tre sorelle) che si fa beffe di loro.

Macbeth (Michael Fassbender) è un uomo valoroso, ma debole di fronte alle lusinghe del destino e alle provocazioni della moglie. Lady Macbeth (Marion Cotillard, che sfoggia un bell'accento inglese) è una donna rosa dall’ambizione, vera anima nera della storia, motore primo dell’omicidio efferato del re Duncan, impotente di fronte alla follia sempre più estrema del marito, infine perseguitata fino alla morte dalla scia di sangue che ha provocato.

Il film, anche in questo fedele all’originale shakespeariano, conserva nella narrazione elementi di ambiguità e incertezza, legati sia al ruolo del soprannaturale nell’intreccio sia al non perfetto realismo dei personaggi, che vanno interpretati come tali.

È indubbio che la versione di Justin Kurzel – per quanto fedele allo spirito shakespeariano – si nutra dell’immaginario con cui moltissima cinematografia e letteratura recente (non ultimo la saga de Il trono di spade) hanno alimentato il pubblico, cosicché in alcuni momenti il rischio di straniamento è dietro l’angolo. A me sembra però che questa versione moderna – senza essere modernista – di Macbeth non sarebbe dispiaciuta al grande Bardo. Ma forse è solo che ultimamente sono particolarmente buona.

Voto: 3,5/5

martedì 4 marzo 2014

12 anni schiavo

Non ero intenzionata ad andare a vedere l'ultimo film di Steve McQueen, a causa dei pregiudizi in me sollecitati dalla lettura di alcune recensioni e dalla visione del trailer che mi avevano fatto pensare a un prodotto convenzionale e troppo melodrammatico (cosa non del tutto falsa!).

E invece poi - complice un weekend sulle colline marchigiane insieme a M. - ci sono andata perché questo era il film offerto in zona! ;-)

Ebbene, ho dovuto ricredermi.

Certamente si tratta di un film di pura costruzione hollywoodiana, il che è decisamente anomalo per McQueen e forse per questo un po' spiazzante.

A questa confezione hollywoodiana, però, McQueen conferisce la forza emotiva, espressiva e visiva di cui ci ha dato prova nei suoi film precedenti.

Ebbene, a mia memoria nessun film prima di questo era riuscito a raccontare la schiavitù in modo così potente, sfaccettato e complesso. E soprattutto mi pare che per McQueen la storia di Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) sia - pur nella sua rappresentatività di una vicenda storicamente e geograficamente determinata - un'occasione per parlare ancora una volta dell'umanità e per esplorare i meandri più nascosti e profondi della morale umana.

Al di là del piano narrativo, che con tutta evidenza serve principalmente a rendere più leggibile l'analisi sociale e psicologica, su tutto il film aleggiano domande universali e senza tempo.

Di quali orrori e atrocità è capace l'essere umano come singolo e tanto più come appartenente a un gruppo (ovvero una classe sociale, un popolo, una razza) quando considera un altro individuo (o un altro gruppo) non solo inferiore, ma anche privo di qualunque valore, merce di scambio, oggetto di sfruttamento? Si può davvero sopravvivere alla disumanizzazione che una forzata e terribile lotta per la sopravvivenza produce? A quali irrisolvibili dilemmi morali è posto di fronte un uomo che deve scegliere tra la propria vita e la vita di un'altra persona?

La storia di Solomon è un'ulteriore possibile variante delle dinamiche perverse e disumane che si producono quando in un determinato contesto le persone si dividono in aguzzini e vittime, e dentro ognuno di questi ruoli perdono i filtri sociali e morali della convivenza umana e mettono a nudo la propria istintività animale, in una brutale rappresentazione di un darwiniano processo di selezione.

A McQueen interessa in fondo sempre la stessa cosa: l'essenza dell'uomo quando viene messa a nudo dal cadere dei filtri imposti dalla società e dall'educazione. Situazioni estreme che palesano la condanna dell'uomo, in quanto soggetto alla più elementari leggi della natura, ma anche costretto in qualche modo, dalla riflessività sulle proprie azioni, a fare i conti con la propria coscienza.

A tutto questo si aggiungano le prove straordinariamente convincenti di Chiwetel Ejiofor e di Michael Fassbender.

In conclusione, vi aspetta un film di un forte impatto emotivo, che non fa sconti e che farete fatica a non sentire sotto la pelle, se non alzerete barriere difensive di qualche genere.

Abbiate coraggio e andate a vederlo!

Voto: 4/5