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mercoledì 6 novembre 2024

Festa del cinema di Roma, 16-27 ottobre 2024 (Seconda parte)

Leggi anche la prima parte e la terza parte delle recensioni dei film della Festa del cinema.

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Reading Lolita in Tehran = Leggere Lolita a Teheran

Il film di Eran Riklis (il regista israeliano de La sposa siriana e Il giardino di limoni) è la trasposizione cinematografica del libro omonimo di Azar Nafisi, bestseller a livello mondiale.

La storia è appunto quella di Azar che, dopo aver vissuto negli Stati Uniti, rientra nel 1979 a Teheran per insegnare all'Università, con grandi speranze sul futuro del paese dopo la rivoluzione. Purtroppo, sappiamo che l'Iran è andato incontro a una rapidissima islamizzazione, di cui hanno subito le conseguenze (e continuano a subirle) soprattutto le donne, cosicché Azar ha dovuto a un certo punto interrompere l'insegnamento. Per alcuni anni la donna ha organizzato presso la sua casa dei seminari insieme a un gruppo di allieve per leggere alcuni classici della letteratura mondiale e riflettere sulla situazione del paese. Proprio attraverso questi incontri ciascuna di loro ha in qualche modo acquisito consapevolezza della propria condizione, e la stessa Azar ha infine scelto di tornare negli Stati Uniti insieme al marito e ai figli.

Il film non mi è piaciuto, nonostante alcune ottime interpreti tra cui Golshifteh Farahani nei panni di Azar Nafisi e Zar Amir nei panni di una delle sue studentesse, e i motivi sono diversi. Sul piano narrativo l'ho trovato legnoso e poco scorrevole, oltre che molto didascalico (le studentesse sono una specie di catalogo delle varie situazioni in cui si possono trovare le donne iraniane); straniante - anche se dovuto a comprensibili ragioni - l'effetto che produce su noi spettatori italiani il fatto che moltissime scene del film siano girate a Roma (più volte viene ad esempio inquadrata la scalinata di ingresso alla Sapienza che diventa l'ingresso all'Università di Teheran).

Ma soprattutto - al di là della questione iraniana e dell'interesse e dell’empatia che suscita in tutti noi – mi è sembrato che il film non aggiunga molto a quanto già conosciamo, o quanto meno non aiuta a comprendere le complessità, e da questo punto di vista non mi pare che i riferimenti letterari facciano crescere la riflessione. I romanzi sono usati qui quasi come feticci e pretesti, e secondo me questo toglie persino forza al loro potere dirompente. Alcune amiche mi dicono che il romanzo da cui è tratto il film ha i medesimi difetti. Dubito che lo leggerò.

Voto: 2,5/5



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The return = Il ritorno

Uberto Pasolini è un regista che seguo da tempo con attenzione. Avevo amato moltissimo il suo film Still life e avevo apprezzato anche il più melodrammatico Nowhere special. Sicuramente avevo già avuto modo di notare il suo tentativo di non ripetersi e di scegliere sempre strade narrative e cinematografiche differenti.

In questo caso però il regista mi sorprende davvero con questo film dedicato a uno specifico episodio dell’Odissea, ossia il momento del ritorno di Ulisse a Itaca, dove la moglie Penelope e il figlio Telemaco resistono da anni al tentativo dei proci di prendere il potere.

Supportato da un cast di tutto rispetto in cui spiccano Ralph Fiennes nei panni di Ulisse e Juliette Binoche in quelli di Penelope (e c’è anche il nostro Claudio Santamaria nel ruolo di Eumeo), Pasolini si lancia nel classico genere peplum, con grande attenzione alle ricostruzioni e grande dispiego di mezzi.

Non posso dire che il film sia brutto, però non posso che esprimere delle perplessità verso questa operazione, certamente coraggiosa ma per me non particolarmente significativa.

È chiaro che quella di Ulisse è una storia senza tempo che appartiene al nostro bagaglio culturale e al nostro immaginario, però - anche o proprio per questo - affrontarla oggi è una sfida davvero difficile, che si scontra da un lato con quanto già conosciamo e abbiamo già visto e dall'altro con un approccio diverso al cinema che ci rende molto più smaliziati e poco inclini ad accogliere pienamente un film di questo tipo. Se un tempo il peplum suscitava nel pubblico grandi emozioni, oggi secondo me è davvero difficile sospendere l’incredulità di fronte a un film di questo tipo, a meno che non si scelga una strada molto più postmoderna come quella di Matteo Rovere ne Il primo re (che comunque in parte soffre di alcune problematiche simili).

Insomma, spero che Pasolini si ravveda da questa strada che ha imboccato e torni a fare quei film più intimisti che personalmente ho apprezzato molto di più.

Voto: 3/5

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Blitz

Steve McQueen è un regista che seguo ormai da parecchio tempo e di cui ho apprezzato molti lavori, da Hunger e Shame, a 12 anni schiavo fino ad arrivare a Small axe, la miniserie di cui avevo visto tre film alla Festa del cinema di Roma del 2020.

Va detto che McQueen è piuttosto imprevedibile e può fare film molto diversi (vedi ad esempio il film Widows che faccio decisamente più fatica a inserire nella sua filmografia), anche se negli ultimi anni sempre di più la sua attenzione si va concentrando sulle questioni razziali che hanno caratterizzato l'Inghilterra e in modo particolare Londra nelle varie fasi della sua storia.

Siamo proprio in questo filone anche con l'ultimo film da lui realizzato per Apple TV, Blitz, che racconta la storia di George (Elliott Heffernan), un ragazzino di 9 anni che vive nell'East End di Londra con la madre Rita (Saoirse Ronan) e il nonno Gerald (Paul Weller). Del padre sappiamo solo che è un giovane della comunità nera di Londra che a un certo punto è stato arrestato dalla polizia quasi senza motivo, e non si sa che fine abbia fatto. Siamo nel 1940, durante i bombardamenti nazisti sulla città, e Rita decide di mandare il figlio nelle campagne intorno a Londra, presso un'altra famiglia, come molti stanno facendo per mettere al sicuro i loro figli. George però vive questa scelta come un tradimento, quindi salterà giù dal treno sul quale è salito e inizierà un epico viaggio attraverso la Londra bombardata per tornare a casa. Durante questo viaggio dovrà affrontare molte situazioni e avventure, in una classica storia di coming of age, che in questo caso si arricchisce della presa di coscienza da parte del bambino di appartenere a una minoranza discriminata.

Il film è ben fatto, e gli interpreti sono molto bravi a partire dalla Ronan e dal piccolo Heffernan, però devo dire che l'ho trovato un po' troppo prevedibile e poco credibile; i personaggi eccessivamente monodimensionali, e la ricostruzione per quanto interessante un po' troppo estetizzante.

Insomma, per me un pochino un passo falso di McQueen; forse la richiesta eccessiva di contenuti per effetto del moltiplicarsi delle piattaforme non aiuta a garantire un livello sempre adeguato, nemmeno quando di mezzo ci sono grandi nomi.

Voto: 3/5

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The seed of the sacred fig = Il seme del fico selvativo 

Dopo le prime scene del film, mi torna immediatamente in mente il primo episodio del film Il male non esiste, in particolare nella percezione di un forte senso di contraddizione tra presunta normalità del quotidiano ed eccezionalità della situazione politica e sociale. Scoprirò solo dopo - perché evidentemente a suo tempo non avevo memorizzato il nome - che il regista è lo stesso, quel Mohammad Rasoulof che è dovuto scappare dall'Iran per sfuggire alla persecuzione del regime. Ma non è questo che mi ha reso il film così emotivamente vicino, anche perché sono tutte informazioni che ho letto successivamente.

Il titolo del film viene spiegato dopo i titoli di testa e fa riferimento alla pianta il cui nome scientifico è ficus religiosa, la quale si sviluppa su una pianta ospite e alla fine con i suoi rami soffoca la pianta che la ospita. Questa immagine di soffocamento sicuramente rimanda a chi vive in Iran, ma forse anche agli spettatori che durante la visione saranno lentamente risucchiati in uno stato di angoscia crescente.

La storia è quella di una famiglia, padre, madre e due figlie, la più grande che frequenta l'università e la più piccola al liceo. Il padre è un giudice e tutto inizia con la sua promozione a giudice istruttore e la consegna di una pistola che gli servirà come strumento di autodifesa. Questo nuovo incarico coincide con l'avvio delle manifestazioni di piazza che si fanno sempre più frequenti dopo la morte della giovane Mahsa Amini.

Da un lato dunque le due ragazze - grazie ai loro cellulari e alle testimonianze delle loro amiche, nonché alle esperienze che vivono anche in prima persona - acquistano progressivamente consapevolezza della condizione nella quale il paese si trova, dall'altro il loro padre si trova a dover giudicare frettolosamente i moltissimi casi delle persone arrestate e spesso - proprio in seguito a queste sentenze frettolose - mandate a morte. La madre da un lato è felice della promozione del marito che darà alla famiglia la possibilità di spostarsi in una casa più grande e rappresenta comunque un avanzamento di status, dall'altro è preoccupata del contesto che si sta creando e del fatto che le sue figlie sono sempre più critiche nei confronti del loro stesso padre. La situazione deflagra quando scompare la pistola.

Nel film di Rasoulof il dramma politico-sociale del paese diventa dramma familiare, ed è un dramma che ha più coloriture: non è solo uno scontro tra ideologie politiche, concezioni etiche e religiose, bensì anche un scontro tra generazioni (si veda il rapporto tra la madre e le figlie), e tra generi (perché non è indifferente che si stia parlando di figlie femmine alla soglia dell'età adulta).

Come già avevo avuto modo di osservare ne Il male non esiste, la forza del cinema di Rasoulof non sta solo nell'essere un cinema impegnato e di denuncia (qui abbiamo modo di vedere anche i video veri delle proteste di piazza e delle reazioni violente delle forze dell'ordine), ma soprattutto nel non essere in alcun modo didascalico né giudicante. I suoi personaggi sono sempre stratificati e complessi, mai monodimensionali, e soprattutto è sempre piuttosto evidente la pietas con cui il regista guarda alle persone che - in modi e forme diverse - sono tutti vittime di un sistema disumano, di cui talvolta si fanno strumento, anche perché è un sistema che non consente alternative alla fuga. Non è possibile starci all'interno senza essere perseguitati o persecutori.

The seed of the sacred fig è un film da tre ore, in cui personalmente non ho mai sentito alcuna stanchezza, e che è in grado di giocare persino coi generi, come quando nella parte finale vira potentemente verso il thriller e infine forse verso il grottesco.

Grandissimo film. E del resto non a caso ha vinto il Premio speciale della giuria a Cannes.

Voto: 4,5/5


lunedì 26 ottobre 2020

Festa del cinema di Roma, 15-25 ottobre 2020 - Prima parte

Poco prima dell'uscita del nuovo DPCM che ha nuovamente stabilito la chiusura dei cinema e l'interruzione degli eventi, la Festa del cinema di Roma è riuscita a completare la sua 15° edizione che si è svolta in buona parte in presenza. Nonostante alcune defezioni e le difficoltà organizzative legate al rispetto dei protocolli ministeriali, la festa è stata a suo modo un successo, innanzitutto per la qualità dei film che sono stati presentati (molti dei quali erano stati selezionati per il Festival di Cannes che non si è tenuto) e in secondo luogo per l'alto valore simbolico di riportare in sala il mondo professionale che ruota intorno al cinema e i suoi spettatori. Tutti i registi, gli attori e i produttori che sono intervenuti hanno apprezzato il coraggio dell'organizzazione del festival e degli spettatori e hanno ringraziato Roma per questa opportunità ormai rara.

Personalmente sono stata contentissima di questa full immersion nel cinema: non ho mai visto tanti film come quest'anno, forse perché ero in astinenza e in qualche modo temevo - com'è accaduto - che a un certo punto sarebbe di nuovo diventato impossibile chiudersi in una sala cinematografica.

In questi dieci giorni ho potuto immergermi in tante storie, viaggiando nel tempo e nello spazio, cosicché il cinema mi ha offerto tutto quello che in questo momento storico la vita quotidiana ci ha sottratto: l'empatia per le vite degli altri, la vasta gamma dei sentimenti umani, la scoperta di nuovi luoghi, la conoscenza di personaggi lontani da noi nel tempo e nello spazio. E il cinema ha fatto per me ancora una volta il miracolo, ossia mi ha dato la possibilità di trascendere il qui e ora per lasciarmi trasportare in mille dimensioni e in mille narrazioni, dimenticandomi di tutte le preoccupazioni e facendo mie le vite degli altri. 

(Per la seconda e terza parte delle recensioni si veda qui e qui)

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Nadia, Butterfly

Nadia (Katerine Savard, vera vincitrice del bronzo nella staffetta di nuoto alle Olimpiadi di Rio) ha 20 anni ed è una nuotatrice professionista (butterfly, quello che da noi si chiama stile delfino). Con la squadra del suo paese, il Canada, è alle Olimpiadi di Tokyo per le sue ultime gare, quella individuale e i 100 misti.

Nadia ha infatti deciso di ritirarsi per dedicarsi allo studio e diventare medico.

Nella gara individuale arriva quarta, con sua grande delusione, mentre nella 100 misti la squadra canadese vince la medaglia di bronzo, anche grazie a una eccellente prestazione di Nadia.

Dopo l'ubriacatura da vittoria, le ore e i giorni successivi prima del rientro in Canada saranno per Nadia una fase di profonda riflessione e di grande confusione emotiva. Se da un lato la ragazza non vuole più continuare la vita da atleta professionista che la costringe a un impegno a tempo pieno e non le concede spazio per altro, dall'altro lato quello è il mondo che conosce e che frequenta da tutta la vita, lì ha le sue amicizie (in particolare la sua compagna di squadra), e nuotare e allenarsi è quello che sa fare meglio e che forse le potrebbe dare ancora delle soddisfazioni. Al contrario il futuro che l'aspetta è ignoto, pieno di interrogativi e di rischi, le è estraneo e lei ci arriva in ritardo e da outsider.

Per questo Nadia vive una tempesta emotiva perfetta che la metterà profondamente in discussione e le farà attraversare una crisi importante.

Il film di Pascal Plante racconta la fatica e il dietro le quinte di un'atleta professionista, ma soprattutto racconta di chi dopo aver sacrificato una parte importante della vita per un'attività ma avendo tanta altra vita davanti decide di cambiare radicalmente strada con tutte le paure e le incognite che questo comporta, e l'inevitabile richiamo che il noto con le sue certezze esercita.

Voto: 3,5/5

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Time


Il documentario di Garrett Bradley racconta la storia vera di Sybil Fox Richardson, una donna americana di colore, madre di sei figli, che da vent'anni lotta per il rilascio del marito, condannato a 60 anni di carcere dopo una rapina che hanno fatto insieme in un momento di disperazione.

Il film mescola il girato che la stessa Sybil ha realizzato nel corso degli anni per raccontare al marito la propria quotidianità e quella dei suoi figli con il girato realizzato appositamente per il film, tutto rigorosamente in bianco e nero. Ne viene fuori la maestria di questa giovane regista afroamericana (vincitrice con questo film del premio per la regia dei documentari al Sundance Film Festival) la cui telecamera - come dice il direttore del festival di Roma all'inizio del film - è intrisa di umanesimo e ha un tocco di grande sensibilità.

Time è il tempo che passa sul volto di Sybil Fox dove a poco a poco compaiono le rughe e su quelli dei suoi figli su cui spuntano barbe e baffi. Time è il tempo in cui viene messa alla prova la pazienza e la tenacia di Sybil nel difendere la causa del marito e più in generale nel chiedere un sistema carcerario più equo e maggiori diritti per i più deboli.

La storia di Sybil è di grande impatto visivo ed emotivo e la regista la supporta splendidamente. È in fondo una storia che al contempo critica nel profondo il sogno americano e lo rafforza, nella misura in cui questa donna riesce a diventare il simbolo di una lotta che va al di là di suo marito.

Per me l'effetto emotivo è parzialmente ridimensionato da quelle componenti tipicamente americane che sono l'onnipresenza della religione e l'approccio motivazionale e predicatorio che anche lì dove è usato con le migliori intenzioni risulta per me fortemente respingente. Ma è chiaro che questo è un mio problema.

Voto: 3,5/5


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Small axe

Small axe è la miniserie per la tv realizzata da Steve McQueen e composta di 5 film di cui alla Festa del cinema di Roma ne vengono proposti tre. Il fil rouge che attraversa questi film è il fatto di essere ambientati nella comunità caraibica di Londra tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta e di trattare da punti di vista diversi il tema del razzismo, utilizzando storie vere o di fiction, che McQueen ha scritto insieme al drammaturgo di origine giamaicana Courttia Newland.

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Mangrove

Mangrove è la storia vera dei Mangrove Nine, un gruppo di 9 persone della comunità caraibica di Londra che negli anni Settanta furono sottoposti a processo con l'accusa di sommossa e violenza durante una manifestazione.

Il Mangrove era il ristorante di Frank Crichlow, diventato presto punto di riferimento e di incontro della comunità caraibica di Londra a Notting Hill e proprio per questo preso di mira dalla polizia inglese.

Il locale fu più volte perquisito senza motivo, così come il suo proprietario e i suoi frequentatori, alcuni dei quali erano degli attivisti delle Black Panthers.

Il processo divenne un vero e proprio evento simbolico nella faticosa strada della comunità nera verso la stigmatizzazione dell'odio razziale di cui la polizia era intrisa.

Il film di Steve McQueen, oltre a raccontare con attenzione una vicenda storica forse ignota a molti, lo fa con un ritmo sostenuto e con un'attenzione accurata ai sentimenti, alle storie personali e ai punti di vista dei protagonisti, non necessariamente tutti convergenti, oltre che con un amore sincero nei confronti della cultura caraibica, dei suoi balli, della musica, del suo cibo.

Molto bello.

Voto: 4/5

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Lovers rock

Il secondo dei film di McQueen della serie Small axe (nome che deriva da un detto giamaicano ripreso da una canzone di Bob Marley che fa riferimento alla piccola ascia contro il grande albero) è ambientato negli anni Ottanta e si svolge tutto in una notte. Il film è incentrato sulla festa di compleanno di una giovane di origine caraibica, a partire dai preparativi fino alla mattina seguente.

La parte maggiore del film è dedicata alla festa, alla musica giamaicana, ai balli, ai canti, alle storie delle persone che vi partecipano, in particolare una giovane ragazza che forse incontra il ragazzo dei suoi sogni.

Un film decisamente più leggero del precedente, in cui il tema del razzismo è più sotterraneo perché le vicende raccontate sono tutte interne all'ambiente nero. Un film dedicato esplicitamente all'amore e alla musica, una specie di omaggio a una cultura e a un periodo storico.

Nonostante qualche lungaggine secondo me di troppo e qualche insistenza eccessiva soprattutto nelle lunghe sequenze dei balli, il film è gradevole e apre una finestra su un mondo che alla fine probabilmente nella sostanza non è molto diverso dagli altri, se non per le connotazioni più strettamente culturali.

Voto: 3/5

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Red, white and blue

Il terzo film della serie racconta la storia la storia di Leroy (John Boyega), figlio di un padre giamaicano che ha voluto a tutti i costi che lui studiasse e lo ha educato alla massima rettitudine morale per dargli la possibilità di non sentirsi diverso o inferiore rispetto agli inglesi. Il risultato è che Leroy dopo essersi brillantemente laureato decide di entrare nella scuola di polizia, con l'idea di poter cambiare il mondo dall'interno e mettersi al servizio della sua comunità. Dovrà però fare i conti con il razzismo presente nel corpo di polizia e il suo radicale idealismo vacillerà di fronte a una realtà più complessa in cui si troverà a essere osteggiato sia dai suoi colleghi in quanto nero sia dalla sua comunità in quanto poliziotto.

In una storia di per sé già molto interessante e attraversata - come gli altri film della serie - da una strepitosa colonna sonora, McQueen ci aggiunge il suo tocco da maestro con inquadrature sghembe e originali, dettagli e sguardi d'insieme che accendono ancora di più l'attenzione dello spettatore. 

Da vedere.

Voto: 3,5/5



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Las mejores familias

La mia intensa seconda giornata del festival si conclude con questa frizzante commedia peruviana di Javier Fuentes-Leon, presente in sala insieme al produttore del film, che affronta il tema classico della famiglia come luogo di ipocrisia e conflitto nel quale si celano molteplici segreti.

Ne Las mejores familias il regista però ci offre anche la possibilità di riflettere sulle profonde differenze di condizione economica e sociale che caratterizzano il Perù.

Tutto infatti comincia in una specie di baraccopoli dove vivono Peta e Luzmila, due sorelle, le quali dopo un lungo viaggio con vari mezzi raggiungono le case (con proprietà confinanti) delle famiglie dove lavorano, in una zona residenziale di Lima. La narrazione si svolge in una giornata e - come spesso accade in questo tipo di storie - le verità taciute vengono a galla intorno a un tavolo durante un pranzo o una cena. È il compleanno della signora Carmen che ha invitato a pranzo tutta la sua famiglia, figli e consorti, nonché la sua vicina di casa anch'essa con la famiglia al completo.

L'arrivo del figlio di Carmen, fin lì considerato gay, con la sua nuova fidanzata spagnola scombinerà gli equilibri portando a galla un segreto a lungo taciuto e rivelando la verità dietro l'opulenza di queste due famiglie.

Il film di Fuentes-Leon sceglie il linguaggio dell'ironia per raccontare le disfunzionalità familiari che altri hanno raccontato con toni drammatici, e ci offre sequenze davvero esilaranti senza per questo togliere forza alla rilevanza dei temi trattati. Il terremoto familiare che attraversa questi due nuclei è solo la rappresentazione in piccolo del terremoto che attraversa una società apparentemente sempre più moderna e all'avanguardia ma nella quale le disuguaglianze e il malcontento crescono a causa di una polarizzazione economica e sociale sempre più inaccettabile.

Divertente, ben girato e ben recitato.

Voto: 3,5/5

lunedì 16 marzo 2020

La ferrovia sotterranea / Colson Whitehead

La ferrovia sotterranea / Colson Whitehead; trad. di Martina Testa. Roma: SUR, 2017.

Il romanzo di Colson Whitehead è la storia delle peripezie della schiava Cora per conquistare la libertà. Cora nasce nella tenuta dei Randall, dove molti anni prima è arrivata dall'Africa, in catene, la nonna, venduta sul mercato degli schiavi e destinata a coltivare le piantagioni del Sud dell'America. La madre di Cora, Mabel, è fuggita dalla piantagione quando la bambina era ancora piccola e nessuno l'ha più ritrovata.

Cora invece non ha mai pensato di fuggire; si accontenta di coltivare un piccolissimo pezzo di terra che nonna e madre le hanno lasciato in eredità, e cerca di sopravvivere come può alle angherie che subisce nella piantagione, insieme agli altri schiavi.

Un giorno, però, Caesar le propone di fuggire e Cora, che inizialmente non ne ha la minima intenzione, presto cambia idea e decide di tentare questa fuga verso la libertà. Dopo aver attraversato la palude, superata la notte, Cora e i suoi compagni di viaggio devono affrontare le prime difficoltà e, di fronte al rischio di essere catturati da un gruppo di cacciatori di schiavi, Cora uccide un adolescente e, nella nuova condizione di assassina fuggitiva, i rischi legati a una sua cattura si moltiplicano.

Grazie alla ferrovia sotterranea, un sistema di collegamento realizzato dagli abolizionisti, Cora e Caesar raggiungono prima la Carolina del Sud, dove si fermano a vivere per un periodo. Poi, inseguiti dal cacciatore Ridgeway, Caesar viene catturato e ucciso e Cora continua da sola la sua fuga prima in Carolina del Nord, dove viene catturata. Riesce nuovamente a fuggire, grazie all'intervento di alcuni schiavi fuggitivi in Tennessee, e qui vive una fattoria dove i neri hanno la possibilità di coltivare la propria terra e di vivere liberi. Ma anche qui arriva Ridgeway e Cora dovrà fuggire ancora sfruttando ancora una volta un ramo apparentemente morto della ferrovia sotterranea.

Il libro di Colson Whitehead, che mi ha ricordato a tratti il film 12 anni schiavo di Steve McQueen, è una specie di manifesto della storia - neanche tanto passata - dei neri in America, delle indicibili sofferenze che hanno dovuto subire, della condizione di schiavitù nella quale hanno dovuto vivere, dei mille soprusi che hanno ricevuto all'interno di un sistema politico-economico-sociale che si basava sulla presunta inferiorità dei neri e sul loro sfruttamento, condizione considerata normale dalla maggioranza della popolazione bianca. L'invenzione della "ferrovia sotterranea" che Whitehead introduce nel libro fa riferimento alla rete degli abolizionisti che nei diversi stati del Paese mettevano a rischio la propria vita per consentire agli schiavi di fuggire e di trovare una vita libera e dignitosa altrove.

La storia di Cora è narrata in terza persona con un linguaggio molto piano e scorrevole, certamente voluto dal suo autore per far arrivare la sua storia dritta al cuore del lettore. La lettura di questo romanzo certamente rappresenta una tappa obbligata per chi vuole comprendere l'insanabile frattura tra bianchi e neri che ancora oggi infiamma la società americana (e non solo) e contrappone queste due anime della nazione.

Quello che i neri hanno subito per lunghi decenni a opera dei bianchi, a seguito delle deportazioni dei loro antenati dall'Africa, è una ferita mai del tutto rimarginata, che si infetta e suppura ogni qualvolta si manifestano segnali di intolleranza e forme più o meno conclamate di razzismo.

Essere stati trattati come delle bestie - se non peggio -  e ritrovarsi ancora oggi, pur avendo contribuito in maniera determinante e spesso con il proprio sangue al progresso e alla ricchezza della nazione, a subire forme di discriminazione non può che gridare vendetta. La ferita dell'enorme ingiustizia subito alimenta il fuoco della rivolta che cova costantemente sotto la cenere di un'apparentemente pacifica convivenza civile, ed è certamente uno delle micce più pericolose che attraversano la già molto tesa realtà americana.

Una lettura che ci riporta nel passato per farci capire meglio il presente.

Voto: 3,5/5

lunedì 19 novembre 2018

Widows - Eredità criminale

Succede così in quelle serate in cui non c’è un film che si vuole assolutamente vedere e si continua a rimanere indecisi su cosa scegliere. Alla fine si sceglie sulla base di parametri quasi insondabili e spesso si rimane delusi.

È quello che è accaduto a me nell’andare a vedere Widows. Qualche sospetto mi era già venuto leggendo la trama, però - considerato che il regista è Steve McQueen, quello di Hunger, Shame e 12 anni schiavo - ho ritenuto di potermi aspettare qualche sorpresa e di poter apprezzare qualcosa che non è esattamente nelle mie corde.

E così eccomi a vedere quello che ho imparato essere un “heist o caper movie”, praticamente quel sottogenere cinematografico in cui al centro della trama c’è un grosso colpo, ossia una banda di criminali e una rapina con un bottino molto consistente.

In quest’ultimo film di McQueen la banda c’è: è formata da tre donne (che poi diventano quattro), mogli di tre rapinatori che a loro volta formavano una banda e sono morti durante l’ultimo colpo non riuscito. Il bottino pure c’è: si tratta dei 5 milioni di dollari che sono conservati in una stanza blindata della casa dove vive il candidato bianco al Consiglio comunale di un quartiere nero di Chicago Jack Mulligan (Colin Farrell) con suo padre Tom, lui pure politico (Robert Duvall).

Il motivo per cui le donne si imbarcano in questa impresa è perché nel colpo in cui sono morti i loro mariti sono stati rubati e poi andati in fumo nell’incendio successivo due milioni di dollari appartenenti a Jamal Manning, anch’egli candidato al Consiglio comunale, e a suo fratello Jatemme, due boss neri della zona, che a questo punto rivogliono indietro i loro soldi.

Fin qui si potrebbe dire che si tratta di un intreccio classico e già visto più volte al cinema, sebbene il fatto che le protagoniste siano tutte donne che prima di reinventarsi ladre svolgevano vite più o meno normali rappresenti certamente un elemento di sorpresa e originalità.

In realtà il plot si rivela via via più complesso e articolato e le cose mostrano il loro vero volto che non sempre è quello che appare. C’è però qualcosa in questo intreccio che per me è risultato un po’ faticoso e soprattutto poco credibile, così come ho trovato a più riprese i dialoghi poco convincenti e discontinui, nel senso che ci sono pezzi di sceneggiatura anche molto belli che però appaiono in qualche modo appiccicati alla trama.

Dentro il film confluiscono generi cinematografici diversi, dal succitato heist movie all’action movie, dal pulp tarantiniano all’affresco sociale fino alla più classica delle storie di riscatto e rivendicazione femminile; non mancano nemmeno gli inserti ironici. Ma tutto questo a me non è sembrato che trovasse una piena armonia.

Non c’è dubbio che l’elemento più interessante e originale del film stia in alcune scelte e invenzioni registiche: l’incipit è un vero e proprio colpo da maestro, nell’alternarsi delle fasi della rapina e di una scena di intimità tra due dei protagonisti, Harry (Liam Neeson) e sua moglie Veronica (Viola Davis); anche il percorso in macchina del candidato Jack Mulligan in cui ascoltiamo il dialogo con la sua assistente, ma in un lungo piano sequenza vediamo scorrere le immagini del quartiere da una telecamera posizionata sul cofano della macchina è decisamente una scelta originale. Solo per limitarsi alle cose che colpiscono di più.

Però un film non si può reggere solo sul virtuosismo registico quando manca un’armonia tra tutte le altre sue componenti. E a me è mancata appunto quest’armonia che mi ha fatto vivere la visione in maniera quasi sincopata e poco partecipe. Magari non era la sera giusta per vederlo, considerato che le recensioni sembrano essere tutte piuttosto positive. Ma tant’è!

Voto: 2,5/5


martedì 4 marzo 2014

12 anni schiavo

Non ero intenzionata ad andare a vedere l'ultimo film di Steve McQueen, a causa dei pregiudizi in me sollecitati dalla lettura di alcune recensioni e dalla visione del trailer che mi avevano fatto pensare a un prodotto convenzionale e troppo melodrammatico (cosa non del tutto falsa!).

E invece poi - complice un weekend sulle colline marchigiane insieme a M. - ci sono andata perché questo era il film offerto in zona! ;-)

Ebbene, ho dovuto ricredermi.

Certamente si tratta di un film di pura costruzione hollywoodiana, il che è decisamente anomalo per McQueen e forse per questo un po' spiazzante.

A questa confezione hollywoodiana, però, McQueen conferisce la forza emotiva, espressiva e visiva di cui ci ha dato prova nei suoi film precedenti.

Ebbene, a mia memoria nessun film prima di questo era riuscito a raccontare la schiavitù in modo così potente, sfaccettato e complesso. E soprattutto mi pare che per McQueen la storia di Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) sia - pur nella sua rappresentatività di una vicenda storicamente e geograficamente determinata - un'occasione per parlare ancora una volta dell'umanità e per esplorare i meandri più nascosti e profondi della morale umana.

Al di là del piano narrativo, che con tutta evidenza serve principalmente a rendere più leggibile l'analisi sociale e psicologica, su tutto il film aleggiano domande universali e senza tempo.

Di quali orrori e atrocità è capace l'essere umano come singolo e tanto più come appartenente a un gruppo (ovvero una classe sociale, un popolo, una razza) quando considera un altro individuo (o un altro gruppo) non solo inferiore, ma anche privo di qualunque valore, merce di scambio, oggetto di sfruttamento? Si può davvero sopravvivere alla disumanizzazione che una forzata e terribile lotta per la sopravvivenza produce? A quali irrisolvibili dilemmi morali è posto di fronte un uomo che deve scegliere tra la propria vita e la vita di un'altra persona?

La storia di Solomon è un'ulteriore possibile variante delle dinamiche perverse e disumane che si producono quando in un determinato contesto le persone si dividono in aguzzini e vittime, e dentro ognuno di questi ruoli perdono i filtri sociali e morali della convivenza umana e mettono a nudo la propria istintività animale, in una brutale rappresentazione di un darwiniano processo di selezione.

A McQueen interessa in fondo sempre la stessa cosa: l'essenza dell'uomo quando viene messa a nudo dal cadere dei filtri imposti dalla società e dall'educazione. Situazioni estreme che palesano la condanna dell'uomo, in quanto soggetto alla più elementari leggi della natura, ma anche costretto in qualche modo, dalla riflessività sulle proprie azioni, a fare i conti con la propria coscienza.

A tutto questo si aggiungano le prove straordinariamente convincenti di Chiwetel Ejiofor e di Michael Fassbender.

In conclusione, vi aspetta un film di un forte impatto emotivo, che non fa sconti e che farete fatica a non sentire sotto la pelle, se non alzerete barriere difensive di qualche genere.

Abbiate coraggio e andate a vederlo!

Voto: 4/5