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lunedì 8 novembre 2021

Festa del cinema di Roma, 14-24 ottobre 2021 - Seconda parte

 (Per la prima e la terza parte delle recensioni si veda qui e qui) 

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C’mon C’mon

Joaquin Phoenix non sbaglia un colpo. Così, dopo aver interpretato Joker nel film omonimo (che a lui deve gran parte del suo successo), torna sul grande schermo in un film dal taglio molto più intimista, ma non per questo meno interessato ai grandi temi e alla dimensione ideale.

In C'mon C'mon di Mike Mills un Phoenix decisamente più in carne interpreta Johnny, un giornalista radiofonico che sta realizzando in giro per l'America delle interviste con bambini e giovani per raccontare la loro idea di futuro.

Dopo una telefonata con la sorella Viv (Gaby Hoffmann), con cui Johnny parla poco dopo alcune divergenze emerse durante la malattia della madre e in seguito alla morte di quest'ultima, Johnny decide di prendersi cura di suo nipote di nove anni, Jesse (Woody Norman) per aiutare sua sorella che invece deve occuparsi dei problemi mentali di suo marito.

Così, Johnny, che non solo non ha figli ma nemmeno una compagna, si trova a sperimentare le gioie e i dolori della genitorialità, e la complessità di un rapporto intimo con un bambino tra l'altro particolarmente consapevole e precoce (e forse è questo uno degli aspetti più deboli e meno credibili del film).

Poiché Viv è costretta a rimanere lontana da casa più a lungo del previsto, Johnny decide di portare Jesse con sé in giro per l'America per continuare le sue interviste: da Los Angeles si sposteranno dunque a New York e infine a New Orleans. Ai dialoghi e alle scene private che vedono protagonisti Johnny e Jesse si alternano i viaggi con la troupe e i momenti delle interviste con bambini e ragazzi di varia provenienza. Questi due filoni narrativi si richiamano vicendevolmente e si integrano: da un lato viene mostrato il volto privato della relazione tra adulti e bambini in una contemporaneità in cui mentre i genitori puntano sempre più sul dialogo e sulla comprensione, i bambini oscillano invece tra una consapevolezza financo eccessiva e la necessità di essere infantili e forse inevitabilmente viziati. Dall'altro lato si dà voce al punto di vista "in pubblico" di bambini e ragazzi, che pure mette in evidenza una inedita lucidità sui problemi della contemporaneità (tra cui centrale il tema del cambiamento climatico) e l'inevitabile disillusione che porta con sé, e insieme la spontaneità e le preoccupazioni più tipiche dell'età.

A fare da trait d'union tra questi due mondi narrativi, il personaggio magistralmente interpretato da Phoenix, che alla fine emerge come quello più vero, con la sua difficoltà a verbalizzare i sentimenti, le sue confessioni private al proprio microfono, le sue tenerezze, le sue arrabbiature, i suoi pentimenti, le sue incertezze e la sensazione di non essere all'altezza delle aspettative della vita.

Dentro un bianco e nero pulito e luminoso (davvero godibile alla vista), viaggiamo insieme a Johnny e Jesse, e un po' tifiamo per loro, un po' ci commuoviamo, un po' ci arrabbiamo, ma soprattutto speriamo - noi vecchi - di poter lasciare questo mondo in buone mani, e se così non sarà di potercene andare in pace con la nostra coscienza.

Un film certamente da vedere, sebbene non privo di difetti: oltre a quelli già citati, sicuramente l'essere a tratti troppo didascalico (si vedano le letture di citazioni tratti da saggi e romanzi sul tema della genitorialità) e una colonna sonora decisamente un po' troppo scontata, su cui si poteva fare molto di più.

Voto: 4/5 



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Belfast

La rassegna Alice nella città quest'anno è impreziosita dalla proiezione dell'ultimo film di Kenneth Branagh, con il quale il regista fa letteralmente un'operazione di ricostruzione della memoria, con una forte componente nostalgica.

Siamo infatti nella sua città natale, Belfast, e questa è sostanzialmente la storia di come e perché lui e la sua famiglia si sono trasferiti in Inghilterra alla fine degli anni Sessanta.

Dalla visione panoramica e a colori della città di Belfast com'è oggi - e con cui si apre il film - ci si immerge a poco a poco nelle sue strade e dietro un muro si scopre un mondo in bianco e nero e un quartiere che non c'è più. Si tratta del quartiere dove vive Buddy (Jude Hill), un ragazzino di nove anni che passa le sue giornate tra la scuola (innamorato della bionda seduta al primo banco), i giochi per strada con i vicini, le chiacchierate con i nonni (Judi Dench e Ciarán Hinds), le funzioni religiose (con le omelie terrificanti del pastore), la televisione dove guarda soprattutto film western, la vita in famiglia (in particolare con la madre e il fratello, visto che il padre lavora come carpentiere in Inghilterra).

In questa vita tutto sommato ordinaria irrompe il conflitto religioso e il quartiere dove abita Buddy e dove convivono pacificamente da generazioni cattolici e protestanti viene preso di mira da chi non vede di buon occhio questa convivenza e decide di scegliere la strada della violenza.

Mentre per le strade divampa il conflitto, anche all'interno del nucleo familiare di Buddy si innesca una serie di eventi destinata a portare grandi cambiamenti: il nonno si ammala, mentre la madre e il padre discutono se lasciare o meno il quartiere e la città dove hanno sempre vissuto.

Sarà proprio questo cambiamento a segnare per Buddy la fine della spensieratezza dell'infanzia e il passaggio a una nuova fase della vita, che passerà attraverso addii dolorosi e a volte inevitabili per aprirsi al nuovo.

Un film quello di Branagh intriso di amarcord, che sa essere tenero, divertente e drammatico allo stesso tempo, e in cui emerge la capacità del regista di conquistare il pubblico con trovate interessanti (per esempio le scene al cinema, in cui tutto è in bianco e nero, come il resto del film, tranne quello che viene proiettato sul grande schermo).

C'è sicuramente del mestiere in questa operazione, e qualche elemento di piacioneria (a tratti si ha la sensazione di un ricordo non solo nostalgico ma anche edulcorato), però alla fine il risultato è gradevole e secondo me destinato al successo.

Voto: 3,5/5



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Mi novia es la revolución


Siamo in Messico negli anni Novanta. Sofia (Sofia Islas Herrerias) ha 15 anni e si è da poco trasferita insieme alla madre e alla sorella più piccola in una nuova città, dove non conosce nessuno e fa fatica a integrarsi. Davanti a sé ha la prospettiva della quinceañera, la festa del passaggio all'età adulta tipica del mondo sudamericano, e che la madre vuole organizzare in maniera molto tradizionale.

Sofia è una ragazza introversa e apparentemente conformista, come emerge da una delle prime sequenze del film in cui si dà lo smalto sulle unghie e balla guardando un video di musica pop.

Mentre la madre litiga al telefono con il padre per motivi economici e intanto frequenta un giro di amiche che fanno commerci spregiudicati con prodotti statunitensi, Sofia guarda al mondo con distacco e quasi repulsione, fino a quando non incontra Eva (Ana Valeria Becerril), una giovane ribelle e anticonformista, che non solo ascolta musica rock e diserta la scuola, ma si intrufola nelle case altrui per rubare.

Sofia si trova così catapultata in una dimensione completamente nuova di fronte alla quale prima si muove con timidezza e paura, e poi con sempre maggiore spregiudicatezza e al contempo consapevolezza crescente della propria identità e dei propri desideri. La ragazza dovrà fare i conti con le gioie e i dolori dell'innamoramento, e anche con la necessità di far fronte alle conseguenze delle proprie azioni. Apparentemente il suo percorso di ribellione, che passerà anche attraverso l'allontanamento da Eva, si concluderà con un ritorno alla "normalità", ma in realtà è evidente dalla conclusione del film che Sofia va incontro al futuro con uno spirito indipendente e intraprendente, ben diverso e lontano dai modelli familiari in cui è cresciuta.

Ancora un film di coming of age, con un impianto piuttosto classico, ma impreziosito da un'ambientazione interessante (a livello sia spaziale che temporale), che si lascia guardare con affetto.

Voto: 3/5


martedì 2 novembre 2021

Festa del cinema di Roma, 14-24 ottobre 2021 - Prima parte

L'anno scorso lo svolgimento della festa del cinema di Roma era coinciso con un periodo di relativa calma nell'andamento della pandemia, ma con il passare dei giorni la situazione dei contagi era andata peggiorando al punto che la conclusione della kermesse era stata quasi contemporanea all'inizio di un nuovo lockdown.

Quest'anno per fortuna la situazione appare complessivamente più tranquilla e, sebbene sulla carta il programma sembra meno interessante che in passato, alla fine il festival convince e conquista un po' tutti sia sul piano dei contenuti che su quello dell'atmosfera di "rinascita" che si respira.

Io perdo purtroppo il primo weekend di programmazione, cosicché i nove film che alla fine riesco a vedere sono tutti concentrati tra il lunedì e il sabato, in un'abbuffata da cui esco esausta ma felice.

Nei film che riesco a vedere è molto presente il tema dei bambini e dei ragazzi nelle sue diverse accezioni e sfumature: il coming of age, il rapporto con il mondo adulto, le paure e l'idea di futuro. Non dimentichiamo del resto che ormai da tanti anni il festival del cinema di Roma va a braccetto con la rassegna Alice nella città, che proprio sui giovani ha la sua focalizzazione e che negli anni ha saputo scovare e valorizzare moltissimi film a essi dedicati. 

(Per la seconda e la terza parte delle recensioni si veda qui e qui)

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One second

Zhang Yimou è un regista cinese che in Italia ricordiamo soprattutto per film come Lanterne rosse (1991) e Hero (2002). Con questo suo ultimo film, One second, il regista torna a farsi notare a livello internazionale, anche per la polemica che lo ha riguardato in patria a seguito delle critiche del governo cinese.

Il perché di queste critiche è presto detto: One second è ambientato nel periodo della rivoluzione culturale cinese e all'interno di un contesto in cui la propaganda la fa da padrona, le delazioni ai "poliziotti" di regime sono all'ordine del giorno e i lavori forzati sono una pratica comune.

Però il cuore del film non è questo, e - come è stato già detto da altri - One second è una specie di Nuovo cinema paradiso cinese, un omaggio commosso alla forza evocativa del cinema e alla sua capacità di creare comunità.

Siamo nel deserto del Gansu, tra dune dorate a perdita d'occhio. Qui si aggira il protagonista del film, Zhang (Zhang Yi), il quale è fuggito a un campo di lavori forzati all'inseguimento di una pizza, ovvero una pellicola cinematografica che contiene il film Heroic sons and daughters, ma soprattutto un cinegiornale nel quale per "un secondo" compare la figlia che non vede ormai da moltissimi anni.

Nell'avvicinarsi al villaggio dove Mr Movie (Fan Wei), organizzerà la proiezione, Zhang assiste al furto della pellicola da parte della piccola Liu (Liu Haocun), un'orfana che si prende cura del fratello più piccolo e che con la pellicola vuole realizzare una copia della lampada che il fratello ha involontariamente rotto.

Inizia qui una serie di scene rocambolesche e di gag che a tratti fanno pensare al cinema muto di inizio novecento e ad alcune interpretazioni di Buster Keaton e Charlie Chaplin. Alla fine la pellicola arriverà nelle mani di Mr Movie, che dovrà coinvolgere però l'intera comunità in una delicata operazione di lavaggio e ripulitura del nastro per consentirne la proiezione, attesa da tutti con trepidazione e partecipazione. Sarà sempre lo stesso Mr Movie a offrire infine a Zhang la possibilità di rivedere in loop sempre lo stesso spezzone riempiendo gli occhi dell'uomo dell'immagine di questa figlia che non vede da anni, anche a rischio di essere catturato.

Zhang e Liu troveranno entrambi quello che cercano, e forse anche qualcosa di più, ossia la comprensione reciproca dei sentimenti, nonché la solidarietà sull'importanza della memoria che anche un frammento di pellicola che dura solo un secondo può portare con sé.

Un film delicato, divertente e commovente al tempo stesso, con un sapore di cinema del passato che fa bene al cuore, soprattutto in un momento come questo in cui lo spostamento verso la dimensione privata della visione dei film sembra mettere in discussione e in minoranza l'importanza e la straordinarietà del rito collettivo.

Voto: 3,5/5

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Libertad

Libertad è il film di Clara Roquet che racconta l'estate della quindicenne Nora, magnificamente interpretata dalla bravissima Maria Morera Colomer. Siamo pienamente nel topos (letterario e non solo) dell'estate del coming of age, quella in cui gli eventi fanno sì che un/una protagonista ancora legato/a al mondo dell'infanzia faccia il salto verso il mondo degli adulti.

Come all'inizio di tutte le estati, Nora si trasferisce insieme alla madre e alla sorella nella casa del mare, dove vive la nonna, malata di Alzheimer, insieme alla badante Rosalia. Per Nora si tratta dell'ennesima estate con giornate tutte uguali a loro stesse, tra piscina e gite in barca, estati in cui non succede nulla di memorabile, fino a quando un evento non modifica l'andamento delle cose. L'evento è l'arrivo di Libertad (Nicolle García), la figlia di Rosalia che viveva in Colombia. Libertad, pur essendo sostanzialmente coetanea di Nora, è molto più disinibita e ribelle. La ragazza si oppone alle imposizioni della madre e in generale alle regole, e nonostante la diffidenza inizia nei confronti di Nora, le due diventano presto amiche e complici in alcune scorribande in paese: Nora fa alcune delle sue prime esperienze di autonomia, e a poco a poco anche il suo sguardo sulla sua famiglia e sul contesto circostante cambia.

Ben presto Nora scopre che il rapporto tra i suoi genitori è in crisi, e che la madre vive con difficoltà il degrado cognitivo della nonna, da cui non si è mai pienamente sentita amata e accolta. Improvvisamente il mondo degli adulti, fin lì confuso e indistinto, si mostra in tutta la sua complessità agli occhi di Nora, e anche l'amicizia estiva con Libertad dovrà fare i conti con tutte le sovrastrutture che lo sguardo degli adulti porta con sé, ad esempio la differenza di classe. La stessa Libertad ne è molto più consapevole di Nora, e pur volendole sinceramente bene sa che la loro amicizia è destinata a durare il tempo di un'estate.

Quella del film di Clara Roquet non è una storia del tutto originale, ma certamente la giovane interprete aggiunge spessore alla sceneggiatura, così come è apprezzabile il registro che oscilla continuamente tra il leggero e il drammatico. Un film che fa riflettere, senza dover necessariamente pigiare sul tasto del melodramma a tutti i costi.

Voto: 3,5/5



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Lamb (ATTENZIONE: SPOILER!)


Quando ho guardato il programma di Alice nella città, ho scelto Lamb quasi senza nemmeno leggere la trama. L'idea di un film ambientato in terra islandese ha infatti rappresentato per me un'attrattiva capace di andare anche al di là dei contenuti. Poi leggendo la trama e qualche commento qua e là mi sono resa conto di aver selezionato un film quanto meno originale.

In sala c'è il regista, Valdimar Jóhannsson, il quale sostanzialmente ci dice che l'obiettivo era quello di realizzare qualcosa di completamente diverso da quanto già visto fin qui al cinema, nonché quello di affidare allo spettatore il compito di dare un significato, essendo il film aperto a molte interpretazioni.

La storia raccontata è quella di Ingvar (Hilmir Snær Guðnason) e Maria (Noomi Rapace), una coppia di agricoltori e allevatori che vivono in una fattoria isolata tra le montagne islandesi, dove il clima è estremo e la nebbia spesso inghiotte tutto il paesaggio circostante. La vita della coppia procede apparentemente tranquilla, sebbene tra i due si percepisce una freddezza e distanza, risultato del dolore ancora non elaborato per la morte della loro bambina.

Un giorno, una delle loro pecore partorisce un essere molto particolare, metà agnello e metà bambina. I due decidono di tenerla e crescerla come fosse la loro figlia, e vivono questa situazione come un dono e l'inizio di una nuova felicità, che nel tempo però dimostrerà di avere un prezzo particolarmente salato.

In Lamb ci sono tanti temi che si intrecciano: una natura sovrabbondante e incombente, rispetto alla quale l'essere umano appare minuscolo e impotente; la condizione di isolamento e solitudine di questa coppia che da un lato ne amplifica il dolore e dall'altro consente loro di percorrere strade originali al di fuori del giudizio sociale; la hybris umana nello sfidare la natura appropriandosi di ciò che non gli appartiene e le conseguenze che ne derivano. Certamente riecheggiano in questa storia anche le narrazioni della mitologia del Nord Europa che è popolata di esseri ibridi e più in generale da un'atmosfera misteriosa e un po' inquietante.

Un film che forse nella normale programmazione annuale non avrei scelto di vedere, ma che nel contesto della festa del cinema sono contenta di aver visto.

Voto: 3/5


lunedì 26 ottobre 2020

Festa del cinema di Roma, 15-25 ottobre 2020 - Prima parte

Poco prima dell'uscita del nuovo DPCM che ha nuovamente stabilito la chiusura dei cinema e l'interruzione degli eventi, la Festa del cinema di Roma è riuscita a completare la sua 15° edizione che si è svolta in buona parte in presenza. Nonostante alcune defezioni e le difficoltà organizzative legate al rispetto dei protocolli ministeriali, la festa è stata a suo modo un successo, innanzitutto per la qualità dei film che sono stati presentati (molti dei quali erano stati selezionati per il Festival di Cannes che non si è tenuto) e in secondo luogo per l'alto valore simbolico di riportare in sala il mondo professionale che ruota intorno al cinema e i suoi spettatori. Tutti i registi, gli attori e i produttori che sono intervenuti hanno apprezzato il coraggio dell'organizzazione del festival e degli spettatori e hanno ringraziato Roma per questa opportunità ormai rara.

Personalmente sono stata contentissima di questa full immersion nel cinema: non ho mai visto tanti film come quest'anno, forse perché ero in astinenza e in qualche modo temevo - com'è accaduto - che a un certo punto sarebbe di nuovo diventato impossibile chiudersi in una sala cinematografica.

In questi dieci giorni ho potuto immergermi in tante storie, viaggiando nel tempo e nello spazio, cosicché il cinema mi ha offerto tutto quello che in questo momento storico la vita quotidiana ci ha sottratto: l'empatia per le vite degli altri, la vasta gamma dei sentimenti umani, la scoperta di nuovi luoghi, la conoscenza di personaggi lontani da noi nel tempo e nello spazio. E il cinema ha fatto per me ancora una volta il miracolo, ossia mi ha dato la possibilità di trascendere il qui e ora per lasciarmi trasportare in mille dimensioni e in mille narrazioni, dimenticandomi di tutte le preoccupazioni e facendo mie le vite degli altri. 

(Per la seconda e terza parte delle recensioni si veda qui e qui)

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Nadia, Butterfly

Nadia (Katerine Savard, vera vincitrice del bronzo nella staffetta di nuoto alle Olimpiadi di Rio) ha 20 anni ed è una nuotatrice professionista (butterfly, quello che da noi si chiama stile delfino). Con la squadra del suo paese, il Canada, è alle Olimpiadi di Tokyo per le sue ultime gare, quella individuale e i 100 misti.

Nadia ha infatti deciso di ritirarsi per dedicarsi allo studio e diventare medico.

Nella gara individuale arriva quarta, con sua grande delusione, mentre nella 100 misti la squadra canadese vince la medaglia di bronzo, anche grazie a una eccellente prestazione di Nadia.

Dopo l'ubriacatura da vittoria, le ore e i giorni successivi prima del rientro in Canada saranno per Nadia una fase di profonda riflessione e di grande confusione emotiva. Se da un lato la ragazza non vuole più continuare la vita da atleta professionista che la costringe a un impegno a tempo pieno e non le concede spazio per altro, dall'altro lato quello è il mondo che conosce e che frequenta da tutta la vita, lì ha le sue amicizie (in particolare la sua compagna di squadra), e nuotare e allenarsi è quello che sa fare meglio e che forse le potrebbe dare ancora delle soddisfazioni. Al contrario il futuro che l'aspetta è ignoto, pieno di interrogativi e di rischi, le è estraneo e lei ci arriva in ritardo e da outsider.

Per questo Nadia vive una tempesta emotiva perfetta che la metterà profondamente in discussione e le farà attraversare una crisi importante.

Il film di Pascal Plante racconta la fatica e il dietro le quinte di un'atleta professionista, ma soprattutto racconta di chi dopo aver sacrificato una parte importante della vita per un'attività ma avendo tanta altra vita davanti decide di cambiare radicalmente strada con tutte le paure e le incognite che questo comporta, e l'inevitabile richiamo che il noto con le sue certezze esercita.

Voto: 3,5/5

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Time


Il documentario di Garrett Bradley racconta la storia vera di Sybil Fox Richardson, una donna americana di colore, madre di sei figli, che da vent'anni lotta per il rilascio del marito, condannato a 60 anni di carcere dopo una rapina che hanno fatto insieme in un momento di disperazione.

Il film mescola il girato che la stessa Sybil ha realizzato nel corso degli anni per raccontare al marito la propria quotidianità e quella dei suoi figli con il girato realizzato appositamente per il film, tutto rigorosamente in bianco e nero. Ne viene fuori la maestria di questa giovane regista afroamericana (vincitrice con questo film del premio per la regia dei documentari al Sundance Film Festival) la cui telecamera - come dice il direttore del festival di Roma all'inizio del film - è intrisa di umanesimo e ha un tocco di grande sensibilità.

Time è il tempo che passa sul volto di Sybil Fox dove a poco a poco compaiono le rughe e su quelli dei suoi figli su cui spuntano barbe e baffi. Time è il tempo in cui viene messa alla prova la pazienza e la tenacia di Sybil nel difendere la causa del marito e più in generale nel chiedere un sistema carcerario più equo e maggiori diritti per i più deboli.

La storia di Sybil è di grande impatto visivo ed emotivo e la regista la supporta splendidamente. È in fondo una storia che al contempo critica nel profondo il sogno americano e lo rafforza, nella misura in cui questa donna riesce a diventare il simbolo di una lotta che va al di là di suo marito.

Per me l'effetto emotivo è parzialmente ridimensionato da quelle componenti tipicamente americane che sono l'onnipresenza della religione e l'approccio motivazionale e predicatorio che anche lì dove è usato con le migliori intenzioni risulta per me fortemente respingente. Ma è chiaro che questo è un mio problema.

Voto: 3,5/5


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Small axe

Small axe è la miniserie per la tv realizzata da Steve McQueen e composta di 5 film di cui alla Festa del cinema di Roma ne vengono proposti tre. Il fil rouge che attraversa questi film è il fatto di essere ambientati nella comunità caraibica di Londra tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta e di trattare da punti di vista diversi il tema del razzismo, utilizzando storie vere o di fiction, che McQueen ha scritto insieme al drammaturgo di origine giamaicana Courttia Newland.

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Mangrove

Mangrove è la storia vera dei Mangrove Nine, un gruppo di 9 persone della comunità caraibica di Londra che negli anni Settanta furono sottoposti a processo con l'accusa di sommossa e violenza durante una manifestazione.

Il Mangrove era il ristorante di Frank Crichlow, diventato presto punto di riferimento e di incontro della comunità caraibica di Londra a Notting Hill e proprio per questo preso di mira dalla polizia inglese.

Il locale fu più volte perquisito senza motivo, così come il suo proprietario e i suoi frequentatori, alcuni dei quali erano degli attivisti delle Black Panthers.

Il processo divenne un vero e proprio evento simbolico nella faticosa strada della comunità nera verso la stigmatizzazione dell'odio razziale di cui la polizia era intrisa.

Il film di Steve McQueen, oltre a raccontare con attenzione una vicenda storica forse ignota a molti, lo fa con un ritmo sostenuto e con un'attenzione accurata ai sentimenti, alle storie personali e ai punti di vista dei protagonisti, non necessariamente tutti convergenti, oltre che con un amore sincero nei confronti della cultura caraibica, dei suoi balli, della musica, del suo cibo.

Molto bello.

Voto: 4/5

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Lovers rock

Il secondo dei film di McQueen della serie Small axe (nome che deriva da un detto giamaicano ripreso da una canzone di Bob Marley che fa riferimento alla piccola ascia contro il grande albero) è ambientato negli anni Ottanta e si svolge tutto in una notte. Il film è incentrato sulla festa di compleanno di una giovane di origine caraibica, a partire dai preparativi fino alla mattina seguente.

La parte maggiore del film è dedicata alla festa, alla musica giamaicana, ai balli, ai canti, alle storie delle persone che vi partecipano, in particolare una giovane ragazza che forse incontra il ragazzo dei suoi sogni.

Un film decisamente più leggero del precedente, in cui il tema del razzismo è più sotterraneo perché le vicende raccontate sono tutte interne all'ambiente nero. Un film dedicato esplicitamente all'amore e alla musica, una specie di omaggio a una cultura e a un periodo storico.

Nonostante qualche lungaggine secondo me di troppo e qualche insistenza eccessiva soprattutto nelle lunghe sequenze dei balli, il film è gradevole e apre una finestra su un mondo che alla fine probabilmente nella sostanza non è molto diverso dagli altri, se non per le connotazioni più strettamente culturali.

Voto: 3/5

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Red, white and blue

Il terzo film della serie racconta la storia la storia di Leroy (John Boyega), figlio di un padre giamaicano che ha voluto a tutti i costi che lui studiasse e lo ha educato alla massima rettitudine morale per dargli la possibilità di non sentirsi diverso o inferiore rispetto agli inglesi. Il risultato è che Leroy dopo essersi brillantemente laureato decide di entrare nella scuola di polizia, con l'idea di poter cambiare il mondo dall'interno e mettersi al servizio della sua comunità. Dovrà però fare i conti con il razzismo presente nel corpo di polizia e il suo radicale idealismo vacillerà di fronte a una realtà più complessa in cui si troverà a essere osteggiato sia dai suoi colleghi in quanto nero sia dalla sua comunità in quanto poliziotto.

In una storia di per sé già molto interessante e attraversata - come gli altri film della serie - da una strepitosa colonna sonora, McQueen ci aggiunge il suo tocco da maestro con inquadrature sghembe e originali, dettagli e sguardi d'insieme che accendono ancora di più l'attenzione dello spettatore. 

Da vedere.

Voto: 3,5/5



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Las mejores familias

La mia intensa seconda giornata del festival si conclude con questa frizzante commedia peruviana di Javier Fuentes-Leon, presente in sala insieme al produttore del film, che affronta il tema classico della famiglia come luogo di ipocrisia e conflitto nel quale si celano molteplici segreti.

Ne Las mejores familias il regista però ci offre anche la possibilità di riflettere sulle profonde differenze di condizione economica e sociale che caratterizzano il Perù.

Tutto infatti comincia in una specie di baraccopoli dove vivono Peta e Luzmila, due sorelle, le quali dopo un lungo viaggio con vari mezzi raggiungono le case (con proprietà confinanti) delle famiglie dove lavorano, in una zona residenziale di Lima. La narrazione si svolge in una giornata e - come spesso accade in questo tipo di storie - le verità taciute vengono a galla intorno a un tavolo durante un pranzo o una cena. È il compleanno della signora Carmen che ha invitato a pranzo tutta la sua famiglia, figli e consorti, nonché la sua vicina di casa anch'essa con la famiglia al completo.

L'arrivo del figlio di Carmen, fin lì considerato gay, con la sua nuova fidanzata spagnola scombinerà gli equilibri portando a galla un segreto a lungo taciuto e rivelando la verità dietro l'opulenza di queste due famiglie.

Il film di Fuentes-Leon sceglie il linguaggio dell'ironia per raccontare le disfunzionalità familiari che altri hanno raccontato con toni drammatici, e ci offre sequenze davvero esilaranti senza per questo togliere forza alla rilevanza dei temi trattati. Il terremoto familiare che attraversa questi due nuclei è solo la rappresentazione in piccolo del terremoto che attraversa una società apparentemente sempre più moderna e all'avanguardia ma nella quale le disuguaglianze e il malcontento crescono a causa di una polarizzazione economica e sociale sempre più inaccettabile.

Divertente, ben girato e ben recitato.

Voto: 3,5/5

mercoledì 23 ottobre 2019

Motherless Brooklyn. Antigone. 1982. Festa del cinema di Roma, 17-27 ottobre 2019

Ed eccomi al tanto atteso (almeno per me!) appuntamento con la Festa del cinema di Roma, 14° edizione. Mi rendo conto che non si tratta di un vero festival (non c'è nemmeno una giuria) e che, rispetto agli appuntamenti più blasonati e con maggiore tradizione, stiamo parlando di una kermesse decisamente di secondo livello per selezione dei film e organizzazione. Però, questo festival abbiamo a Roma e io cerco di godermelo al massimo grado per quanto possibile.

Quest'anno il mio programma è stato davvero battagliero, e credo di essere riuscita a vedere molti più film che negli anni passati (pubblico qui le prime tre recensioni e le prossime in successivi post), nonostante il fatto che le mie sortite alla Festa si siano concentrate in meno di una settimana. Mi spiace solo aver visto pochi film della rassegna Alice nella città, quella che propone film con protagonisti bambini, adolescenti e giovani e che spesso riserva belle sorprese, ma gli orari nei giorni in cui potevo andare erano praticamente impossibili.

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Motherless Brooklyn - I segreti di una città

Il primo film che vado a vedere - che è poi anche il film di apertura della Festa - è Motherless Brooklyn, di e con Edward Norton, che tra l'altro è stato protagonista anche del primo degli "Incontri ravvicinati".

Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Jonathan Lethem che Norton - oltre che girare e interpretare - ha adattato per il grande schermo. È una classica detective story che il regista, discostandosi in questo caso dal romanzo, ha deciso di ambientare nella New York degli anni Cinquanta, in pieno boom edilizio dopo la fine della guerra, ma attraversata da forti tensioni razziali, e non solo.

Il protagonista è Lionel Essrog, un detective privato che lavora per Frank Musso (Bruce Willis), il quale non è solo il suo capo ma anche - dopo averlo tirato fuori dall'istituto di suore dove viveva in quanto orfano - il suo mentore e il suo unico amico. Lionel è affetto dalla sindrome di Tourette: come dice lui stesso nel film, è come avere un anarchico incontrollabile che governa una parte del tuo cervello, e per di più questo anarchico ha l'ossessione per l'ordine. Lionel - che Frank chiama Motherless Brooklyn - è pieno di tic e allergico alle relazioni sociali, nelle quali la sua sindrome crea situazioni imbarazzanti, ma ha anche un dono particolare nel ricordare le cose e dunque è molto bravo a ricostruire frammenti di vicende come fossero puzzle.

Quando, durante un'operazione che sta seguendo, Frank viene ucciso, Lionel - anche in preda al senso di colpa per non averlo saputo salvare - decide di scoprire chi lo ha ucciso e perché. A poco a poco scoprirà che l'indagine di Frank riguardava un potente uomo politico di New York, Moses Randolph (Alec Baldwin), da molti anni sulla scena politica e protagonista delle grandi trasformazioni che stanno cambiando il volto della città, e una giovane donna di colore, Laura (Gugu Mbatha-Raw), che è coinvolta nelle proteste dei neri della città contro le espropriazioni e per la difesa dei loro quartieri.

Non sarebbe giusto rivelare di più della trama del film che si sviluppa come una classica indagine investigativa, probabilmente con qualche lungaggine che avrebbe dovuto essere gestita meglio a livello di sceneggiatura, ma impreziosito dalla rappresentazione di quelle realtà sotterranee della città nelle quali in quegli anni si esibivano quelli che sarebbero diventati i grandi nomi del jazz internazionale. Nel film di Norton del resto la musica ha un ruolo centrale e molta cura è stata posta sull'intera colonna sonora, che è stata affidata al compositore Daniel Pemberton e nella quale, oltre alle sonorità jazz, trova posto un brano inedito di Thom Yorke, Daily battles.

Il film si lascia vedere volentieri e tiene alta l'attenzione dello spettatore, pur non potendo esibire nessun elemento di particolare originalità, a parte la curiosa sindrome del protagonista che strappa qualche sorriso qua e là, con i suoi giochi di parole pressoché intraducibili.

L'aspetto che personalmente ho trovato più interessante è la riflessione sullo sviluppo della città di New York e in generale sulla tensione tra la spinta - spesso anche mossa da secondi fini e intenzioni non esattamente lodevoli - verso il progresso e l'innovazione e la necessità di rispettare gli individui e preservare l'esistente. Il discorso che Moses Randolph fa a Lionel quando tenta di portarlo dalla sua parte e in cui porta l'esempio della realizzazione di Central Park è per me uno dei momenti più interessanti e densi di riflessione di un film che per il resto scivola via gradevole ma senza lasciare grosse tracce.

Voto: 3/5



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Antigone

Il film della giovane regista canadese di lingua francese Sophie Deraspe è un coraggioso tentativo di trasporre la storia di Antigone, la figlia di Edipo protagonista della tragedia di Sofocle, ai giorni nostri e di farne una specie di manifesto politico-sociale.

Antigone Hippoméne (Nahéma Ricci) si è trasferita parecchi anni prima dal Libano in Québec insieme alla nonna Meni e ai tre fratelli Etéocle, Polynice e Ismene, a seguito dell'uccisione in frangenti non meglio precisati dei due genitori.

Mentre i fratelli Etéocle e Polynice frequentano giri non proprio raccomandabili e la sorella Ismene lavora in un istituto di bellezza, Antigone è molto integrata nella società canadese e molto brava a scuola. Un giorno, durante una retata della polizia in cui viene arrestato Polynice, Etéocle viene ucciso dalla pallottola di un poliziotto.

A questo punto Antigone decide di attuare un piano per salvare suo fratello dalla galera: con l'aiuto della nonna effettua uno scambio di persona che consente a Polynice di fuggire auspicabilmente negli Stati Uniti, mentre Antigone dovrà affrontare il processo.

Durante la lunga causa che la vede protagonista, Antigone è sostenuta da Hémon, il ragazzo che ama e da cui è ricambiata, figlio di un importante politico locale.

Di fronte alla scoperta dell'affiliazione dei suoi fratelli alla gang degli Habibi e alla prospettiva di perdere qualunque futuro per sé, Antigone continuerà a scegliere la fedeltà all'affetto fraterno e il cuore rispetto al calcolo della ragione, ribellandosi a una giustizia ch'ella considera ingiusta.

Rapidamente Antigone diventa - anche grazie al ruolo attivo di Hémon e alla scelta del suo avvocato d'ufficio di trasformare il suo caso in un evento mediatico - un simbolo della protesta dei deboli e degli emarginati delle periferie contro il potere della legge e dei più forti, nonché della vittoria della passione contro la fredda legge degli uomini. Il coro di questa Antigone sono i social, dove le frasi da lei pronunciate diventano slogan di Twitter e Facebook, la sua immagine viene trasformata in icona per le stories, e la sua vicenda si trasforma in video rap su YouTube.

L'effetto complessivo è a mio avviso piuttosto straniante e lo spettatore - forse inevitabilmente - fa fatica a immedesimarsi in un personaggio oggettivamente fuori dal tempo per le sue posizioni inscalfibili. Nonostante la bravura di Nahéma Ricci, il suo personaggio risulta alla fine poco empatico e a noi umanità post-moderna questa lettura, sì libera nello sviluppo narrativo, ma fedele allo spirito se vogliamo monolitico della protagonista della tragedia sofoclea, appare un po' rigida e poco credibile, soprattutto quando si mescola con questo prepotente affacciarsi dei temi e degli stilemi della contemporaneità.

Voto: 2,5/5



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1982

Il film di Oualid Mouaness affonda fortemente le radici nell'autobiografia del regista, che nel 1982 aveva 11 anni come il protagonista del film e, insieme ai suoi compagni, fu fatto evacuare dalla scuola inglese che frequentava nella zona Est di Beirut a seguito dell'inizio della prima guerra del Libano.

Il film sceglie una quasi perfetta unità di tempo e di luogo, raccontando una giornata solo apparentemente normale nella vita dei suoi protagonisti.

Sono gli ultimissimi giorni di scuola e, durante la giornata, sono previsti gli esami per i bambini delle ultime classi. Wissam (magnificamente interpretato da Mohamad Dalli) è bravo a scuola e ha un talento particolare per il disegno; è molto amico dell'occhialuto Majid e innamorato della sua compagna di classe Joanna, cui vorrebbe dichiarare il suo amore prima che cominci l'estate.

L'insegnante Yasmine (Nadine Labaki) viene accompagnata a scuola dal fratello ed è preoccupata perché quest'ultimo ha deciso di arruolarsi nella milizia libanese. A scuola ha un diverbio con Joseph, un altro insegnante e suo fidanzato, per la difficoltà di condividere le relative posizioni politiche.

Mentre la giornata scolastica comincia apparentemente in modo normale, fin da subito è evidente che una tensione attraversa le vite di tutti. Wissam osserva la presenza dei piccioni sui davanzali della scuola e si chiede da quand'è che ci sono. Joseph ha l'orecchio continuamente attaccato a una radiolina per ascoltare le ultime notizie sull'invasione israeliana. Yasmine riceve alcune telefonate da casa, dove suo padre non sta bene e tutti sono preoccupati per suo fratello.

Mentre da lontano cominciano a sentirsi i boati dei bombardamenti e a poco a poco i segnali dell'inizio della guerra si fanno sempre più evidenti (i caccia militari attraversano il cielo e in mare all'orizzonte si vedono le navi da guerra), la giornata scolastica va avanti e, mentre gli insegnanti, la segretaria della scuola e il preside sono sempre più preoccupati perché consapevoli di quello che sta accadendo, i bambini e i ragazzi sono presi dalle loro attività usuali, come giocare a biglie e disegnare, e dalla gestione delle dinamiche relazionali, tra litigi, avvicinamenti, pettegolezzi e confidenze.

Wissam ancora non è riuscito a dichiararsi a Joanna quando i bombardamenti si fanno sempre più vicini e la scuola viene evacuata: alcuni bambini vengono portati via dei genitori, altri vengono caricati nei pulmini che li riporteranno a casa, altri ancora restano a scuola in attesa che qualcuno delle famiglie si faccia vivo.

Sul tema della prima guerra del Libano e dell'atmosfera nel paese immediatamente precedente e successiva alla conclusione del conflitto ho ormai visto e letto diverse cose (ricordo in particolare di recente Jeedar El-Sot e prima L'insulto, ma non va dimenticato nemmeno Valzer con Bashir) e il film di Mouaness mi offre un ulteriore punto di vista, anzi più d'uno. Lo scoppio della guerra qui è guardato non solo con gli occhi dei bambini, ma anche di bambini se vogliamo privilegiati, provenienti da famiglie benestanti e che non a caso frequentano una scuola internazionale. Se da un lato la loro condizione non li sottrae ai pericoli del conflitto, dall'altro nel loro sguardo si mescolano la paura che li accomuna ai grandi, ma anche l'ingenuità e la fantasia risolutrice che li caratterizza.

Le due scene finali del film - quella di Wissam e Joanna che guardano dall'alto Beirut sotto i bombardamenti mentre dal mare arriva Tigron, il grande robot che Wissam disegna così bene, a salvare l'umanità, e quella della classe vuota con i banchi in disordine e le sedie rovesciate mentre ormai i piccioni hanno preso possesso degli ambienti - sono in un certo senso la sintesi dei complessi e contraddittori stati d'animo che si mescolano nel film e che una volta di più contribuiscono a mostrare l'assurdità della guerra e la resilienza della normalità.

Voto: 4/5





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Per le recensioni degli altri film che ho visto quest'anno, vedi qui e qui.


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lunedì 29 ottobre 2018

The miseducation of Cameron Post. Behold my heart

Quest'anno la mia partecipazione alla Festa del cinema di Roma è stata più limitata e concentrata in pochi giorni, un po' per impegni che si sono andati a sovrapporre, un po' perché la selezione operata dagli organizzatori mi è sembrata meno originale rispetto ad altre volte.

In particolare, mi pare che alla Festa di Roma prevalgano sempre di più film la cui uscita è prevista entro qualche settimana, rendendo dunque la spesa dei biglietti per il festival poco giustificabile, a parte che per la possibilità di vedere i film in lingua originale (cosa non sempre possibile nei circuiti normali) e per la presenza (non sempre però) delle delegazioni, ossia di registi, produttori e attori.

Continua a fare eccezione il Festival parallelo "Alice nella città", che secondo me resta il vero valore aggiunto della Festa del cinema, al punto tale che le mie scelte negli ultimi anni si stanno sempre più spostando in questa direzione.

Per il primo weekend di programmazione riesco a vedere solo due film: The miseducation of Cameron Post e Behold my heart. Avevo in programma anche la visione di Fahrenheit 11/9 di Michael Moore, ma il nubifragio che ha colpito la città domenica sera ha reso impossibile per me muovermi verso il cinema. E comunque il film di Moore esce a brevissimo in sala, quindi lo recupererò. Peccato solo per i 12 euro persi.

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The miseducation of Cameron Post

Siamo nel 1993. Cameron (Chloë Grace Moretz) è una studentessa di liceo che ha una storia con l'amica Coley, anche se ufficialmente ha un fidanzato brufoloso. Alla festa di fine anno viene scoperta a fare sesso con l'amica e la zia Ruth, con cui vive da quando i genitori sono morti, decide di mandarla al God's promise, un centro di rieducazione per ragazzi e ragazze omosessuali finalizzato a correggerne l'orientamento.

Qui Cameron farà la conoscenza della direttrice del centro, che i ragazzi vedono come la strega dell'universo disneyano, e di suo fratello Rick, che è un 'ex omosessuale' ricondotto sulla retta via, nonché degli altri ragazzi e ragazze che - provenendo da storie individuali le più varie - sono finiti anch'essi iscritti al programma di rieducazione. Qui Cameron troverà chi si ribella, chi ci prova con tutte le sue forze, chi soffre in silenzio: ognuno reagisce a modo suo alla violenza emotiva e psicologica di rinnegare sé stesso.

A partire dal best seller di Emily Danforth, la regista Desiree Akhavan sceglie di raccontare questa storia puntando principalmente sul registro ironico, pur non tacendo dei risvolti tragici che essa può portare con sé. E lo fa attraverso una protagonista credibile e molto in parte.

Perciò, durante la visione di The miseducation of Cameron Post un po' si soffre per lo spaesamento e la confusione di questi adolescenti, cui in qualche modo viene negata la possibilità stessa di una confusione, però dall'altro lato si ride e si sorride, anche perché i ragazzi sono capaci di trovare vie di fuga e spensieratezza anche lì dove è apparentemente impossibile. Cameron che canta What's going on in piedi sul tavolo della cucina imitando Cindy Lauper è certamente una delle vette del film.

Va aggiunto che la regista riesce a evitare anche le contrapposizioni manichee e a non demonizzare i due responsabili del centro che non sono cattive persone e probabilmente - dentro il loro orizzonte ideologico - sono anche in buona fede, ma sono a loro volta le prime vittime di un indottrinamento pericoloso individualmente e socialmente.

E alla fine del film ci si trova a pensare che forse questa è una storia del passato e che oggi le cose sono diverse, ma quando poi si legge che "L’amministrazione Trump starebbe valutando una radicale eliminazione dei diritti delle persone transgender: un memo del dipartimento della Sanità e dei servizi umani definisce il sesso di una persona come una condizione biologica e immutabile, determinata solo sulla base dei genitali alla nascita" si capisce che la guardia deve rimanere alta e che forse oggi più che mai bisogna vigilare perché non si rimettano in discussione i diritti individuali e i progressi sociali acquisiti in anni di lotte.

Voto: 3,5/5




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Behold my heart

Margareth (Marisa Tomei), Steven (Timothy Olyphant) e Marcus (Charlie Plummer) sono una famiglia come tante, con i suoi equilibri forse imperfetti, ma pur sempre felice. Margareth è colei che porta a casa i soldi, lavorando tutto il giorno in una società di marketing, Steven fa il musicista e si occupa della casa e in buona parte anche del figlio adolescente Marcus. Quando una sera Steven viene ucciso da Jack, un reduce di guerra, spesso ubriaco e fuori di testa, la vita di Margareth e Marcus va in pezzi.

Margareth in particolare si lascia completamente andare, ricorrendo all'alcol per affrontare il dolore, mentre Marcus oscilla tra il tentativo di occupare il posto del padre, prendendosi cura di sua madre, e il desiderio di vivere la propria vita di adolescente, fatta di amori, amicizie e uscite. Ma ben presto dovrà fare i conti da un lato con la difficoltà di tirare fuori sua madre dal baratro nel quale è caduta, dall'altro con il proprio stesso dolore che prende forme diverse man mano che i giorni passano e si somma con la fatica di essere adolescente.

Quando Marcus va via di casa e, dopo essere stato per un periodo dall'amico Seamus, decide di andare a vivere nei boschi, Margareth - che, dopo aver toccato il fondo, si sta faticosamente rialzando anche per amore del figlio - lo segue e si installa a poca distanza da lui.

Madre e figlio si ritroveranno proprio in quel dolore che li ha allontanati e da lì ripartiranno verso la ricostruzione delle loro vite come singoli e come famiglia.

Il film diretto e sceneggiato da Joshua Leonard è articolato in capitoli che corrispondono sostanzialmente alle fasi dell'elaborazione del dolore, quelle che però ognuno in base al proprio carattere, all'età della vita e ad altri fattori di contesto vive in modo personale e individuale.

Anche i percorsi di Margareth e Marcus sono diversi, ma alla fine si ritroveranno nel rispetto reciproco e nell'amore per la vita.

Un film a suo modo minimale che affronta con delicatezza e non senza ironia temi importanti - tra tutti l'adolescenza e gli equilibri familiari -, e lo fa non solo attraverso i due protagonisti, ma anche attraverso una serie di figure di contorno particolarmente riuscite.

Voto: 3,5/5

martedì 14 novembre 2017

Porcupine Lake. Saturday Church

I miei personali day#2 e day#3 della Festa del Cinema di Roma sono stati dedicati a due film della rassegna Alice nella città, il festival parallelo che ha per protagonista bambini e ragazzi e che gli scorsi anni mi ha sempre dato grandi soddisfazioni.

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Porcupine Lake

Il film della regista Ingrid Veninger racconta la storia di un'estate della pre-adolescenza di Bea (Charlotte Salisbury) e Kate (Lucinda Armstrong Hall), secondo uno dei topoi più classici dei romanzi di formazione.

Bea vive con la madre a Toronto, mentre suo padre gestisce un piccolo ristorante in un paesino di campagna affacciato su un lago dove le due si trasferiscono per l'estate. La madre di Bea è molto ansiosa, a livelli direi  patologici, il padre - apparentemente più rilassato - soffre invece un po' della sindrome di Peter Pan e ama bere. Tra i due le cose non funzionano più già da un po' e questa estate è l'occasione per verificare se c'è ancora spazio per un rapporto.

Bea è una ragazzina bella, ma molto impacciata e piena di paure, com'è inevitabile che sia dal momento che sua madre la tiene sotto una campana di vetro. Quando incontra Kate ne viene letteralmente travolta.

Kate viene da una famiglia disastrata: un padre che non c'è, una madre assente, un fratello violento, una sorella con una figlia piccolissima, un fratello più piccolo. In casa di Kate bisogna imparare a sopravvivere e Kate lo ha imparato benissimo. La sua storia e il suo carattere curioso hanno fatto sì che Kate comprenda della vita molto di più di quello che alla sua età ci si aspetterebbe.

Per Bea Kate è una rivelazione continua, e una sfida a superare i propri limiti e le proprie paure. Kate la trascina in avventure pericolose con una semplicità e un'incoscienza disarmanti e le dimostra un affetto - una sorta di amore preadolescenziale, in cui la malizia comincia ad affacciarsi ma non del tutto - che la conquista. L'incontro con Kate e le vicende che le accadono intorno daranno una definitiva accelerata alla vita di Bea e alla sua comprensione del mondo.

Il mondo di Bea è un mondo contratto, in cui la tensione si taglia col coltello ma non si scioglie mai. Quello di Kate è un mondo in cui qualunque briglia è stata sciolta, in maniera financo eccessiva e pericolosa. Il film riflette quest'alternanza di stati d'animo che trovano rari momenti di equilibrio quando Bea e Kate sono sole nel loro mondo, un mondo dove fanno capolino una tenerezza e una delicatezza a tratti sorprendenti.

Voto: 3,5/5



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Saturday church 

Il film di Damon Cardasis è delicato come una carezza sul volto e leggero come una brezza di vento primaverile. A fronte delle numerose occasioni in cui il tema dell'omosessualità e dei transgender diventa oggetto di conflitti urlati ovvero di vicende cupe e tragiche, Saturday church riesce a raccontare la storia di Ulysses (Luka Kain) con una grazia squisita.

Ulysses è un adolescente efebico molto bello: vive con sua madre, con suo fratello minore e - da quando suo padre è morto in una delle guerre dell'America contemporanea - con la zia che si occupa di loro quando la madre lavora. Si tratta di un ragazzo responsabile, ma molto taciturno, che vive con fatica la sua identità sessuale e il desiderio di indossare abiti femminili. Questa sua tendenza è fortemente osteggiata in famiglia e lo rende oggetto di scherno a scuola. Un giorno Ulysses comincia a frequentare la comunità transgender che ruota intorno al Saturday Church Program e finalmente si sente a casa. Questo inevitabilmente aprirà presto un conflitto con la famiglia e la necessità di un confronto dagli esiti non scontati.

La storia di Ulysses ci viene raccontata innanzitutto attraverso la bravura del suo straordinario protagonista, in secondo luogo attraverso i balletti e le canzoni che inframmezzano la narrazione conferendole un tocco di levità nei momenti emotivamente più intensi.

Il risultato è un film equilibrato, forse un po' troppo semplice per certi versi, ma sicuramente apprezzabile per lo sforzo di affrontare un tema delicato con altrettanta delicatezza.

Voto: 4/5

lunedì 2 novembre 2015

Four kings = 4 könige

Andare alla proiezione del film vincitore della rassegna Alice nella città, collegata alla Festa del cinema di Roma, è sempre una garanzia, sia perché la scelta viene effettuata tra film – spesso opere prime – i cui protagonisti sono bambini e ragazzi sia perché la stessa giuria che sceglie è formata di ragazzi.

Quest'anno il vincitore è questo intenso film tedesco di Theresa Von Eltz. Protagonisti sono quattro adolescenti problematici: Lara (Jella Haase), una ragazza con problemi di droga, Alex (Paula Beer), una ragazza con i genitori separati e una madre depressa, Fedja (Moritz Leu), un georgiano timido picchiato dai suoi compagni di scuola, e Timo (Jannis Niewöhner), un bullo che ha scatti d'ira improvvisi e violenti. I quattro ragazzi sono in un centro di recupero psichiatrico seguiti dal dottor Wolff, un giovane medico che crede nella possibilità di un'azione terapeutica basata sulla fiducia e sull'autonomia, e per questo certamente rischiosa.

Il Natale si sta avvicinando e i quattro giovani si preparano a viverlo nell'ospedale psichiatrico, in una condizione di tensione crescente legata ai significati, in buona parte angoscianti, che ciascuno di loro attribuisce al Natale a causa delle esperienze negative vissute in famiglia.

Questo improbabile gruppo di esseri umani, che nell'età più difficile della vita ha vissuto traumi insopportabili e che non ha altro modo se non quello aggressivo o passivo di rispondere a un mondo circostante ostile, conoscerà la possibilità dell'amicizia e intravedrà il senso di un'umanità che la loro sensibilità esasperata ha conosciuto solo nelle sue manifestazioni deteriori, all'interno di contesti familiari o sociali difficili o disfunzionali.

Ma il lieto fine vero non è per questa adolescenza intensa e perdente, che però ha la dignità e la forza della regalità. Straordinarie le interpretazioni dei quattro ragazzi protagonisti, che nelle loro parole e soprattutto nei loro silenzi e attraverso i loro sguardi impauriti o strafottenti comunicano un infinito bisogno di affetto e la necessità di essere salvati da se stessi.

Un film con una sceneggiatura potente, un impianto narrativo compatto, degli attori di grande intensità. Un'opera prima di grande spessore, capace di suscitare commozione e tenerezza, di usare registri comunicativi differenti, senza mai essere condiscendente e banale.

Questo è stato il mio ultimo film per quest’anno alla Festa del cinema di Roma. Una maratona che mi ha indubbiamente stancata, ma che - tra film bellissimi, belli e meno belli - mi ha sicuramente resa felice.

Voto: 4/5