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lunedì 2 novembre 2015

Four kings = 4 könige

Andare alla proiezione del film vincitore della rassegna Alice nella città, collegata alla Festa del cinema di Roma, è sempre una garanzia, sia perché la scelta viene effettuata tra film – spesso opere prime – i cui protagonisti sono bambini e ragazzi sia perché la stessa giuria che sceglie è formata di ragazzi.

Quest'anno il vincitore è questo intenso film tedesco di Theresa Von Eltz. Protagonisti sono quattro adolescenti problematici: Lara (Jella Haase), una ragazza con problemi di droga, Alex (Paula Beer), una ragazza con i genitori separati e una madre depressa, Fedja (Moritz Leu), un georgiano timido picchiato dai suoi compagni di scuola, e Timo (Jannis Niewöhner), un bullo che ha scatti d'ira improvvisi e violenti. I quattro ragazzi sono in un centro di recupero psichiatrico seguiti dal dottor Wolff, un giovane medico che crede nella possibilità di un'azione terapeutica basata sulla fiducia e sull'autonomia, e per questo certamente rischiosa.

Il Natale si sta avvicinando e i quattro giovani si preparano a viverlo nell'ospedale psichiatrico, in una condizione di tensione crescente legata ai significati, in buona parte angoscianti, che ciascuno di loro attribuisce al Natale a causa delle esperienze negative vissute in famiglia.

Questo improbabile gruppo di esseri umani, che nell'età più difficile della vita ha vissuto traumi insopportabili e che non ha altro modo se non quello aggressivo o passivo di rispondere a un mondo circostante ostile, conoscerà la possibilità dell'amicizia e intravedrà il senso di un'umanità che la loro sensibilità esasperata ha conosciuto solo nelle sue manifestazioni deteriori, all'interno di contesti familiari o sociali difficili o disfunzionali.

Ma il lieto fine vero non è per questa adolescenza intensa e perdente, che però ha la dignità e la forza della regalità. Straordinarie le interpretazioni dei quattro ragazzi protagonisti, che nelle loro parole e soprattutto nei loro silenzi e attraverso i loro sguardi impauriti o strafottenti comunicano un infinito bisogno di affetto e la necessità di essere salvati da se stessi.

Un film con una sceneggiatura potente, un impianto narrativo compatto, degli attori di grande intensità. Un'opera prima di grande spessore, capace di suscitare commozione e tenerezza, di usare registri comunicativi differenti, senza mai essere condiscendente e banale.

Questo è stato il mio ultimo film per quest’anno alla Festa del cinema di Roma. Una maratona che mi ha indubbiamente stancata, ma che - tra film bellissimi, belli e meno belli - mi ha sicuramente resa felice.

Voto: 4/5

sabato 31 ottobre 2015

Girls lost = Pojkarna

Siamo in un piccolo paese della Svezia. Kim (Tuva Jagell), Momo (Louise Nyvall) e Bella (Wilma Holmén) sono tre amiche adolescenti, la cui “diversità” dagli altri ragazzi della scuola che frequentano le espone alle angherie, alle sopraffazioni e alle prese in giro degli altri.

La sera le tre ragazze si incontrano nella serra dove Bella si dedica al giardinaggio e qui chiacchierano e giocano. Un giorno nella serra di Bella nasce una strana pianta dal fiore nero, che trasuda uno strano liquido che odora di vaniglia. Le ragazze decidono di assaggiarlo e magicamente si trasformano in ragazzi.

Questa possibilità crea in loro una straordinaria eccitazione per le possibilità che tale magia apre loro davanti e perché nella loro temporanea identità maschile non solo nessuno le prende in giro, ma molte cose che erano loro precluse diventano possibili. 

Il cambio di sesso - che per Momo e Bella è un gioco che perde rapidamente di interesse - per Kim diventa invece straordinaria occasione di conoscenza di sé e di ricerca della propria reale identità. Kim nei suoi panni maschili trova la propria vera natura e il corpo cui sente veramente di appartenere, sebbene la ritrovata unità tra mente e corpo non necessariamente porti con sé un'identità sessuale altrettanto definita e conseguente. 

L'amicizia tra le tre ragazze viene messa in discussione da questa vicenda, mentre Kim procede in solitudine il suo percorso di scoperta che è però anche un percorso di smarrimento di sé. Le dinamiche relazionali si complicano in un inseguirsi di possibilità identitarie che sembrano non trovare quadrature. Quando la pianta magica muore e Momo – per porre fine a quello che è diventato un gioco sempre più pericoloso - dà fuoco alla serra in cui la pianta è conservata, chi resta intrappolata in un assurdo mondo di mezzo è Kim che di fronte a un corpo nel quale non si riconosce è ormai in un vicolo cieco.

L'idea di questo film di Alexandra-Therese Keining è molto interessante e devo dire che, quando a suo tempo avevo studiato il programma della Festa del cinema, la lettura della trama mi aveva immediatamente incuriosita. Al termine della visione devo riconoscere che si tratta di un film coraggioso, che sul tema dell'identità di genere è capace di sfidare qualunque categorizzazione e modello acquisito (altro che stupidaggini sulla teoria gender di cui si parla tanto in Italia ultimamente). Anche sul piano cinematografico è certamente un film ambizioso che si muove in quel terreno che sta tra i film a tematica adolescenziale e quelli un po' fanta-gotici. 

Alla fine però la sensazione che la regista abbia voluto osare troppo e calcare un po' troppo la mano è forte e inevitabilmente il film ne risulta squilibrato sul piano sia visivo sia narrativo (sarebbe interessante verificare se altrettanto si può dire del romanzo da cui è tratta la sceneggiatura del film). Come se il volume alzato un po' troppo avesse in qualche modo distorto il suono di una melodia che invece avrebbe potuto essere molto bella e interessante.

Voto: 3/5


martedì 27 ottobre 2015

Monogamish

Sempre grazie alla Festa del cinema di Roma, vado a vedere (gratis!) questo documentario di Tao Ruspoli. Sì, è proprio lui, il discendente della famiglia nobiliare dei Ruspoli, qui in veste di regista per interrogarsi su come si sono evoluti nel tempo i rapporti di coppia, a partire dalla dolorosa esperienza personale del divorzio dalla moglie.

L'idea nasce dalla corrispondenza che, dopo la separazione, Tao aveva avviato con l'editorialista americano Dan Savage (che in Italia viene tradotto in una rubrica della rivista Internazionale), sostenitore della necessità di rivedere il modello tradizionale della coppia totalmente monogama, nella convinzione che esiste un paradosso non eliminabile tra il bisogno di stabilità, di sicurezza e di accudimento che porta l'essere umano a scegliere il matrimonio o comunque un rapporto di coppia stabile e l'altrettanto innato bisogno di novità e scoperta che ci avvicina relazionalmente e fisicamente ad altre persone. A Dan Savage il regista è debitore anche per il titolo del documentario, che è un'espressione appunto coniata da Savage per fare riferimento a una monogamia che non è più assoluta, ma tendenziale e i cui confini sono in qualche modo definiti dalla coppia stessa.

È a partire da queste premesse che Tao Ruspoli comincia una vera e propria indagine fatta di interviste a membri della propria famiglia, a esperti in tema di matrimonio e sessualità, a psicologi e terapisti di coppia, a storici della vita quotidiana, nonché a numerose persone e coppie che hanno vissuto e avuto esperienze diverse in campo sentimentale.

La domanda che accomuna tutte queste interviste e indagini sul campo è se l'essere umano è biologicamente fatto per la monogamia, ovvero se la monogamia è fondamentalmente una costruzione sociale e culturale. Il dato che emerge da questo viaggio è che nella vita di coppia – come in molti altri aspetti dell'esistenza – non esiste un modello che vada bene per tutti e che, in ogni caso, la monogamia non è totalmente naturale per l'essere umano, ma - pur rispondendo a delle necessità che ci sono proprie - è fondamentalmente un costrutto sociale. La conferma arriva dal fatto che quando si vanno a indagare le coppie dall'interno le situazioni che si incontrano sono molto più mobili e variegate di quanto non appaiano all'esterno e di quanto non venga reso pubblico. E così se da un lato esistono i monogami “volta per volta”, ossia coloro che nella vita chiudono una storia e ne aprono un'altra quando nasce un sentimento per un'altra persona (il che significa accettare la almeno parziale distruzione e la necessaria ricostruzione di reti sociali), dall'altro esistono coloro che, pur essendo impegnati in una relazione stabile, lasciano nella propria vita di coppia – in accordo con il partner – lo spazio per altre relazioni. Così come esistono persone che non riuscendo a trovare equilibri adeguati scelgono di non avere legami stabili ovvero persone che - pur adottando il modello della monogamia – si trovano a un certo punto a fare i conti con il paradosso di cui si diceva prima.

Il documentario non dà una risposta, e probabilmente non esiste una risposta a questioni così complesse e delicate come quelle che hanno a che fare con i sentimenti umani, bensì si limita ad accompagnare Tao Ruspoli nel suo percorso sentimentale che in quattro anni dopo la separazione lo porta a un equilibrio nuovo e certamente imprevisto.

Cinematograficamente il risultato è godibile e, nonostante la delicatezza del tema la trattazione, riesce ad essere sempre leggera e ironica, ma non per questo banale né superficiale, sebbene a mio avviso la scelta delle immagini di commento alle parole non sempre sia appropriata e anzi talvolta risulti fuorviante. Personalmente l'ho comunque trovata un'operazione coraggiosa, che sfida pregiudizi e perbenismo e che non ha paura di riflettere su un dogma che noi tutti riteniamo indiscutibile, ma con cui tutti nella vita ci troviamo a fare più o meno pesantemente i conti, con esiti spesso devastanti sulle vite individuali.

Sinceramente non so se la società sia pronta a una riflessione così dirompente rispetto ai modelli consolidati, ma bene che se ne cominci a parlare e che qualcuno abbia il coraggio di dire che non esiste un solo modello possibile e che anche in questo campo moralismi e chiusura mentale sono spesso causa di forzature e infelicità. L'alternativa è complessa e non scontata, ma è giusto che ognuno cerchi la propria strada come singolo e come coppia.

Voto: 4/5

sabato 24 ottobre 2015

Mistress America

Noah Baumbach, il regista di Frances Ha, torna al cinema con un nuovo film (presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma), che pur non avendo ufficialmente niente a che fare con il precedente, ne è in qualche modo l'ideale continuazione.

Stessa ambientazione, stessa protagonista, stesso contesto divertente e stralunato. Ma... qualche anno dopo.

Affidandosi ancora una volta alla sua attrice feticcio, Greta Gerwig (qui anche sceneggiatrice del film), Baumbach porta sullo schermo una giovane donna, Brooke, piena di vitalità e di charme, mondana e attiva come si conviene alla frenetica New York, ma che a trent'anni vive ancora in una perenne fase di transizione verso la realizzazione di qualcosa che non si realizza mai.

Dopo la visione di questo secondo film sempre di più penso a Baumbach come a un Woody Allen del terzo millennio, che per fortuna non si mette davanti alla macchina da presa, sebbene di fatto utilizzi allo scopo il suo alter ego femminile Greta Gerwig, e che ci racconta storie tutto sommato piccole e di persone piccole, ma lo fa con dialoghi brillanti e strampalati, acuti e surreali, dialoghi a volte banali, a volte capaci di rivelare - con una semplicità imbarazzante - grandi verità della vita.

Mistress America è il nome della supereroina in cui si trasforma di notte la protagonista del racconto che la giovane matricola Tracy (Lola Kirke) scrive per poter entrare nella Società letteraria del College e per il quale trova ispirazione proprio dopo aver incontrato Brooke.

Tracy si è da poco trasferita nella Grande Mela e non riesce a integrarsi nell'ambiente del college né a sfruttare le potenzialità di una città come New York, almeno fino a quando non conosce Brooke, sua futura sorellastra. Brooke la introduce alla frenesia della città con le sue mille possibilità, affascinandola con i suoi folli progetti e trascinandola nella sua vita scoppiettante, ma inconcludente.

Quest'amicizia non solo darà a Tracy l'ispirazione alla scrittura, ma la costringerà a confrontarsi con la verità - in buona parte triste - che sta dietro il sogno di una donna libera, moderna, piena di interessi e di fascino, ma perennemente incompiuta.

A tre anni dall'uscita americana di Frances Ha (era il 2012, anche se in Italia il film è uscito solo l'anno scorso), Noah Baumbach sembra volerci dire che quella ventisettenne alla ricerca di se stessa è ancora sulla soglia della realizzazione dei propri sogni e si ostina a non guardare in faccia la realtà. Figli del carpe diem, del mordere la vita, della socialità e della radicalità delle scelte, brillanti e anticonformisti, i trentenni come Brooke faticano a dismettere il filtro adolescenziale che portano sugli occhi, e appaiono paradossalmente molto più adolescenti della diciannovenne Tracy, più disincantata e - seppure sociopatica - più in contatto con il mondo reale e alla fine anche con se stessa.

Nel frattempo si ride, si sorride, si pensa, si apprezza l'arguzia e l'intelligenza che il meglio di questa generazione ci regala, ma al contempo si compatisce la totale astrazione che la caratterizza. Come andrà avanti questa saga?

Voto: 3,5/5

mercoledì 21 ottobre 2015

Freeheld = Amore, giustizia, uguaglianza

È iniziata la Festa del cinema di Roma e io mi sono dotata di un certo numero di biglietti che occuperanno quasi tutto il mio tempo libero della settimana dal 17 al 24 ottobre.

Ad alcuni film che volevo vedere ho dovuto rinunciare perché non erano compatibili con il resto della mia vita, in altri casi ho dovuto accettare un compromesso nella scelta, ma alla fine sono felicissima che la mia settimana cinematografica abbia avuto inizio.

Il primo film che vado a vedere è l'americano Freeheld, che il regista Peter Sollett ha tratto dal documentario omonimo dedicato alla storia vera di Laurel Hester, una detective cui nel 2002 venne diagnosticato un cancro incurabile ai polmoni e decise di avviare una battaglia legale contro la Contea affinché i benefits pensionistici fossero trasferiti alla sua giovane compagna, Stacie Andree.

Freeheld appartiene di diritto alla categoria dei film "stand up for your rights" in versione melodramma. Ora, sia chiaro, qui non c'è nulla di inventato veramente, e la vicenda di queste due donne - richiamata anche dalle foto vere che passano sui titoli di coda - è stata un passo importante nella storia del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali negli Stati Uniti fino al recente pronunciamento della Corte Suprema che ha esteso il diritto al matrimonio a tutti, e dunque anche a persone dello stesso sesso.

E dunque, in quanto operazione di advocacy sempre necessaria ovunque, credo si tratti di un film che merita un plauso. Però, dovendo parlare anche dell'aspetto cinematografico, non posso tacere dei suoi limiti.

Julianne Moore ed Ellen Page sono molto brave nei loro ruoli (direi la prima soprattutto nella parte drammatica del film, la seconda invece molto meglio nella parte iniziale, più leggera), per quanto improbabili come coppia e, per vari motivi, poco coinvolgenti (anche se poi a guardare le foto delle due donne reali protagoniste di questa storia l'inverosimilità si ridimensiona enormemente).

Il film ci prova anche a non essere solo un melodrammone per far piangere la sala (cosa che riesce a fare benissimo), e dunque nonostante la drammaticità del tema e della situazione durante il film si ride anche parecchio, e non solo grazie all'ebreo attivista gay interpretato da Steve Carell.

Il tutto rimane però fortemente convenzionale nell'impianto, nonché piuttosto monodimensionale e prevedibile nella rappresentazione psicologica dei protagonisti del film, senza guizzi né alcun gioco di luce e ombra.

I giusti si sa dove sono e i cattivi pure; e quando i cattivi cedono non si può far a meno di far partire l'applauso. Insomma, come ho già detto, un'operazione educativa, ma non certo grande cinema.


Voto: 3/5

P.S. Ma Julianne Moore si sta specializzando in ruoli da malata terminale? Comincio a pensare che la sua sia una forma di scaramanzia ;-)

lunedì 3 novembre 2014

La prochaine fois je viserai le coeur

Eccomi all'ultimo appuntamento di quest’anno con il Festival internazionale del film di Roma. Un festival sinceramente un po’ sottotono non solo – e non tanto – per la qualità dei film presentati, quanto per il clima complessivo che si respira. Però a me piace sempre poter fare queste abbuffate di film dalle quali esco stanca ma soddisfatta…

Per questa ultima giornata innanzitutto decido che non posso far chiudere il Festival senza assaggiare i supplì dello stand di Supplizio del patron Arcangelo Dandini. E vengo premiata non solo da un supplì e una crema fritta buonissimi (da leccarsi i baffi), ma dalla presenza dello stesso Dandini che mi porta persino dei tovagliolini lì dove mi sono seduta a mangiare.

Entro dunque al cinema di umore ottimo e pronta a questo noir francese che ho scelto soprattutto perché trovo che il protagonista, Guillaume Canet, sia bravissimo come attore (e anche come regista).

Quello di Cèdric Anger è un anomalo film francese, fors'anche perché si tratta di una storia vera che alla fine degli anni Settanta ha sconvolto un piccolo paese di provincia dell’Oise e ha avuto parecchia risonanza sulla stampa francese. Comunque, dimenticate i film francesi in cui si parla troppo e non succede nulla, quelli con protagonisti uomini e donne di mezza età che però sono ancora rimasti adolescenti; dimenticate gli amori un po’ sfortunati e lamentosi, i sentimenti inespressi e il male di vivere.

Qui siamo di fronte a un noir poliziesco classico la cui storia potrebbe stare bene in un romanzo di Fred Vargas.

Franck è un gendarme timido, che vive da solo in una casa buia e che si trova a indagare insieme alla sua pattuglia sugli omicidi insensati di ragazze che stanno angosciando l’Oise. In realtà Franck è l’autore di questi crimini (e non vi rivelo niente, perché la verità è già nota fin dal primo istante): uccide giovani donne dalle quali – come dice L. che è con me all'anteprima – si sente sfidato. In realtà Franck ha seri problemi nelle relazioni con l’altro sesso e anche la giovane Sophie (Ana Girardot) che si innamora di lui e gli si avvicina finirà per comprenderne il tormento patologico.

Franck si sottopone a prove di forza assurde: fa il bagno in una vasca riempita di acqua gelida, dorme in una tenda all’aperto, si autoflagella e usa filo spinato per farsi del male. È un folle calcolatore, maniaco della pulizia personale, la cui personalità è totalmente sdoppiata.

Il film ne segue con occhio esterno ed obiettivo la parabola, non dimenticando una forma di pietas per un uomo disturbato e infelice, ma anche non tacendo la brutalità che a volte si nasconde dietro l’apparente normalità e che proprio per questo facciamo fatica a riconoscere anche di fronte all’evidenza.

Un bel film. Avvincente e sincero, che in fondo ci fa sentire la Francia e i francesi per una volta più simili a noi.

Voto: 3,5/5

mercoledì 29 ottobre 2014

Gone girl - L'amore bugiardo

David Fincher è uno che ha idee e intuizioni, come ha già dimostrato in molti dei suoi film precedenti tra cui i miei preferiti restano Seven, Fight club e The social network. Ma ha anche molto mestiere e dunque è capace di trasformare le idee in puro spettacolo cinematografico, capace di avvincere lo spettatore (anche quando la visione - come nel mio caso - avviene alle 22,15 dopo una lunga giornata di lavoro e il film dura 2 ore e un quarto).

Nel caso di Gone girl (per il quale il regista ha riadattato per il grande schermo il romanzo di Gillian Flynn) di idee dentro ce ne sono molte, nonché di spunti cui il regista non vuole rinunciare. E probabilmente - alla fine - è proprio questo il limite del nuovo lavoro di Fincher.

Gone girl è principalmente la storia di due persone, quella di Nick (Ben Affleck) ed Amy (Rosamund Pike), che si sono innamorati, sposati e poi trasferiti da New York al Missouri per stare vicini alla madre morente di lui. Il racconto inizia quando Amy scompare nel giorno dell'anniversario del loro matrimonio. Quando si capisce che la sparizione è l'esito di un evento traumatico i sospetti cominciano a concentrarsi sul marito Nick, man mano che viene fuori l'immagine di un matrimonio ormai all'ultimo stadio. Ma non tutto è come appare.

Nel film di Fincher c'è sicuramente un'amara riflessione sul matrimonio e su certe sue inevitabili conseguenze. C'è anche una "straordinaria" protagonista femminile che è il vero motore dell'intero ordito narrativo, "the amazing Amy" (e chi vedrà il film capirà il riferimento), una donna brillante, simpatica e intelligente, capace di manipolare le persone e confezionare verità e soprattutto percezioni della verità.

Dal mio punto di vista, però, il cuore del film sta nella contrapposizione e nel confronto tra la realtà e la sua rappresentazione. L'estremizzazione del personaggio di Amy (decisamente sopra le righe e verso la fine del film non del tutto realistico) serve a rendere palese che la narrazione di sé è un'arma potentissima che può addomesticare la realtà agli occhi del mondo esterno. Fincher sembra volerci comunicare che la possibilità di ricostruire la realtà come ci piacerebbe - cosa che l'uomo ha sempre fatto attraverso la parola scritta e orale (e che nel film è in qualche modo rappresentata dai racconti per bambini scritti dalla madre di Amy ispirandosi alla figlia) - è stata potentemente amplificata dai media, quelli tradizionali ovviamente (la televisione, la radio ecc.), ma ancora di più quelli di nuova generazione che la rete ci mette a disposizione. Un uso sapiente e spietato di questi strumenti è in grado di manipolare le coscienze, di suscitare reazioni, di produrre convincimenti in buona parte determinati da suggestioni emotive.

Nessuno può sottrarsi alla spettacolarizzazione delle esistenze e alla loro riscrittura ad uso e consumo di un pubblico che è affamato di storie. Non a caso - e sempre più spesso - non è alla nostra coscienza e al nostro privato che dobbiamo rendere conto, bensì a un intorno sempre più ampio, a quei veri e propri fan e seguaci delle nostre vite cui noi stessi ci siamo volontariamente dati in pasto.

Il confine tra i personaggi pubblici e le persone "comuni" si fa sempre più labile, così come il confine tra la sfera pubblica e quella privata. La costruzione della propria immagine pubblica - molto spesso a scapito della verità - è ormai uno sport mondiale.

Mi è tornato in mente l'esperimento di una ragazza che quest'estate ha costruito attraverso Facebook una finta vacanza in Thailandia, Cambogia e Laos, ma in realtà non si è mai mossa da casa, ingannando praticamente tutti.

C'è molto da riflettere.

Voto: 4/5

lunedì 27 ottobre 2014

I milionari

Alessandro Piva mi ha conquistata fin dai tempi de LaCapaGira. Sarà perché è un mio conterraneo (di adozione), sarà perché LaCapaGira è un bel film, sarà perché ho avuto modo di conoscerlo anni fa quando abbiamo girato un piccolo documentario sulla biblioteca e lui ci ha fatto da regista. Sta di fatto che il mio sguardo nei suoi confronti è molto benevolo.

E devo dire che lo aspettavo con un nuovo lavoro, visto che dopo LaCapaGira e Mio cognato, ha avuto un lungo periodo di assenza dal grande schermo e il suo ritorno con Henry l'avevo perso.

Così mi sono fiondata al Festival del film di Roma a vedere il suo nuovo lavoro cinematografico, la cui sceneggiatura è tratta dal libro omonimo, ispirato alla storia del boss di camorra Paolo Di Lauro.

Ne I milionari Piva racconta trent'anni della malavita napoletana attraverso l'angolo di visuale di Marcello Cavani (Francesco Scianna), la cui famiglia - dopo la morte improvvisa del padre e grazie all'intraprendenza del fratello Antonio - per evitare di perdere la casa ipotecata entra nel giro di un boss locale della camorra.

Antonio sembra nato per fare la vita da camorrista. Marcello, detto Alendelòn, ci si adatta malvolentieri, ma considera la camorra la strada più veloce per raggiungere i propri obiettivi, ossia quello di conquistare Rosaria (Valentina Lodovini), l'amore della sua vita, e poi di offrire alla sua famiglia e a se stesso una vita borghese e agiata.

Marcello finirà così per trovarsi invischiato sempre più a doppio filo nel meccanismo stritolante della malavita che lo porterà più volte in carcere e lo vedrà perdere i suoi fratelli per un regolamento di conti.

Nel film di Piva non c'è un approccio particolarmente innovativo e certamente il regista non esce dai binari del genere, che tra l'altro negli ultimi tempi è diventato particolarmente di moda. Però la bravura di Scianna e il marchio inconfondibile del regista - rappresentato da alcuni inserti ironici ed elementi un po' macchiettistici - conferiscono al prodotto una leggerezza e gradevolezza di insieme che si fanno apprezzare.

E - seppure in modo se vogliamo tangente - anche il racconto delle sorti di una città, nei suoi esterni non convenzionali e negli interni delle case di questi uomini troppo ricchi, ma anche troppo ignoranti, è un valore da non trascurare.

Insomma, I milionari non cambierà la storia del cinema, ma per quanto mi riguarda si può considerare promosso.

Voto: 3/5

sabato 25 ottobre 2014

Dolares de arena

Cose che succedono soltanto a Roma.

La proiezione del film Dolares de arena, in concorso al Festival internazionale del film di Roma, è prevista per le 19,30 in sala Petrassi. La sala si va riempiendo lentamente e alla 19,30 ancora arrivano persone alla spicciolata. Intanto il tempo passa e - come spesso accade in questi casi - il pubblico rumoreggia per incitare l'inizio del film. Ma sono le 20 e ancora non accade nulla. Un messaggio in altoparlante si scusa per il ritardo. La gente comincia a innervosirsi, qualcuno si alza in piedi e suggerisce di chiedere il rimborso del biglietto, qualcun altro propone di uscire in massa dalla sala. Una delle persone addette alla sala discute con un signore seduto accanto a me e dice: "Stiamo aspettando la delegazione del film. Voi non sapete cosa è successo!". Al che un po' di gente comincia a chiedere: "Ma cosa è successo?". E l'omino: "C'è la partita della Roma!".

La vicenda diventa quasi surreale...

Alla fine la delegazione - che ho immaginato bloccata nel traffico romano a causa della partita - arriva più o meno alle 20,20. Il pubblico fischia e fa "buuu" mentre attori e registi vengono presentati. E io penso che 'sti poveracci non stanno capendo in che mondo si ritrovano, costretti a subire la rabbia - anche giusta - delle persone per un'organizzazione che certamente non eccelle.

Insomma, mi viene da pensare, noi italiani (e i romani in particolare) non ce la possiamo fare.

Fine della storiella. Passiamo al film.

Il film è interessante. Siamo ai Caraibi. Cieli drammatici e spettacolari, mare onnipresente e dai mille umori, foreste verdissime, piccoli paesi in cui la povertà e l'assenza di prospettive sembra affogata in nottate di balli e canti caraibici, alberghi extralusso per ricchi occidentali che cercano ai Caraibi una seconda possibilità di vita dopo la pensione.

Questa è la storia di Noeli (Yanet Mojica), giovanissima dominicana che vive facendo da accompagnatrice a questi ricchi occidentali e finge che il suo ragazzo sia in realtà suo fratello. In particolare la ragazza frequenta da circa tre anni Anne, una donna anziana (Geraldine Chaplin), che è innamorata di lei e vorrebbe portarla con sé in Europa.

I registi, Laura Amelia Guzman Conde e Israel Cardenas, sembrano portare sullo schermo l'irriducibilità di questi due mondi e la loro sostanziale incomunicabilità, che solo in particolari circostanze viene superata dall'umana e universale propensione ad affezionarsi a chi in qualche modo si prende cura di noi. Perché in fondo Noeli si prende cura di Anne almeno tanto quanto (seppure in modo diverso) Anne si prende cura di Noeli.

Di Anne non sappiamo molto e tante cose restano senza risposta: il perché suo figlio non le voglia parlare, il motivo per cui ha deciso di lasciare la Francia, i rapporti con gli occidentali che frequenta sull'isola. Sappiamo solo che Anne crede veramente - o forse vuole credere - nell'amore di Noeli e a questa giovane donna si aggrappa per trovare ancora una gioia forse perduta da tempo.

Noeli è anch'esso un personaggio sfuggente. Evidentemente mossa prima di tutto dai bisogni materiali che prendono il sopravvento sui sentimenti di affetto e di lealtà verso il mondo circostante. Anche lei però un personaggio dolente, divisa tra un fidanzato che accetta che lei si prostituisca e che - pur forse amandola - la sfrutta e una donna che sembra disposta a darle qualunque cosa in cambio del suo amore.

Anne e Noeli rappresentano due mondi che non si incontreranno mai, ciascuno costretto a fare i conti con i propri limiti, quello occidentale con la sua ricchezza decadente e triste, quello caraibico con i suoi suoni e i suoi colori che nascondono l'assenza della speranza.

Voto: 3/5


giovedì 14 novembre 2013

Her


Vedere un film di Spike Jonze è un'esperienza che non può lasciare indifferenti. E il suo ultimo lavoro presentato al Festival del film di Roma, Her, non smentisce questa affermazione.

Partiamo innanzitutto dalla confezione del film, perché Jonze ambienta la sua storia in una Los Angeles del futuro prossimo venturo, una realtà che riconosciamo in tutte le sue caratteristiche perché è in buona parte identica a quella nella quale viviamo, ma dove alcuni tratti hanno subito una significativa accelerazione tecnologica. Un mondo nel quale la comunicazione visuale è predominante, la tecnologia è pervasiva, l'interazione con le macchine è vocale e basata sul linguaggio naturale. Un mondo nel quale gli appartamenti sono bellissimi, con grandi vetrate a dominare queste enormi città di vetro e cemento che sono un monumento all'opera dell'uomo, ma dove gli edifici sono anonimi come degli alberghi. Un mondo dove le persone vivono perennemente connesse e interagiscono in maniera fluida con le tecnologie, ma vestono in maniera "vintage" e si circondano di pezzi di arredamento che li rimandano a un passato pre-tecnologico. Un mondo popolato di un'umanità sempre più affastellata (la scena sulla spiaggia è straordinaria), ma nel quale i singoli sono sempre più soli e isolati dal contesto, causa e conseguenza dell'essere sempre impegnati in conversazioni virtuali.

Una specie di futuro distopico, ma non del tutto improbabile.

Theodore Twombly (un maestoso Joaquin Phoenix) è un moderno Cyrano, uno che per lavoro scrive lettere (a dire la verità le detta a un computer che le traduce nella scrittura della persona che l'ha richiesta) per conto di chi non ha le parole per esprimere i propri sentimenti.

Theodore è un uomo dotato di una spiccata sensibilità, che soffre della separazione in corso con la moglie amatissima, Catherine (Rooney Mara), e cerca - come tutti - la propria personale via d'uscita alla solitudine, trovandola in Samantha (la sensualissima voce di Scarlett Johansson), il sistema operativo basato sull'intelligenza artificiale che apprende dalla relazione con l'essere umano diventando a sua volta sempre più "umana".

Ed eccoci al cuore del film. Le parole e i sentimenti. La solitudine e le relazioni. Il mistero inesauribile ed inestricabile della nostra dimensione affettiva.

Se - come dice Theodore - innamorarsi è una forma di follia socialmente accettabile, resta da chiedersi perché ci innamoriamo e di cosa ci innamoriamo per arrivare a capire chi siamo. E Theodore di fronte a una personalità senza fisicità com'è quella di Samantha è costretto a mettersi a nudo.

Esiste una separazione tra le parole che veicolano i sentimenti e la fisicità nella quale si incarnano? E le parole sono in grado di tradurre qualunque moto interiore?

Oppure di un legame vero con una persona restano principalmente le sensazioni fisiche, la condivisione di esperienze, il contatto, ovvero tutto ciò che l'interiorità di Theodore continuamente porta a galla del rapporto con la sua ex moglie?

E anche ammettendo che la fisicità sia un dato complementare, ma non indispensabile, le parole che accendono le nostre emozioni provengono realmente dall'esterno, o sono piuttosto la proiezione del nostro io composito, l'esplicitazione e l'esternalizzazione della nostra conversazione interiore, quella attraverso la quale cresciamo come persone e ci evolviamo nel tempo?

Non sarà forse che da sempre e per sempre siamo e saremo impegnati a cercare una persona al di fuori di noi che dia linfa a questo dialogo e che ci crei l'illusione di poter entrare in una connessione profonda con qualcuno che non siamo noi stessi?

Non sarà forse che innamorarsi significa riconoscere in un'altra persona una parte di sé ancora non esplicita e percorrere un pezzo di strada insieme? E che la fine di un amore coincida con la naturale evoluzione del proprio sé attraverso le esperienze che abbiamo vissuto e che inevitabilmente ci hanno cambiato?

Queste domande, in buona parte senza risposta, attraversano tutto il film di Jonze, declinandosi in tutta la gamma possibile di sfumature che va dall'esilarante al malinconico.

Riferendosi alla storia con Catherine e alle proprie prospettive emotive, Theodore dice: "Mi sembra di aver già vissuto tutto con la massima intensità. E che ogni emozione che proverò di qui in avanti sarà solo una copia sbiadita di ciò che ho già vissuto". Ma la storia che Jonze ci racconta sembra dimostrare che non è così. La coazione a ripetere quel processo che si chiama innamoramento nasce dalla novità del proprio sé all'interno del percorso che in ogni istante ci fa essere differenti dall'istante precedente.

Accettare che ogni persona che abbiamo amato è una parte di noi e del nostro cammino significa fare dolorosamente - e al contempo serenamente - pace con i propri sentimenti e con l'inafferrabilità della nostra complessità.

Sceneggiatura quasi senza sbavature. Merita persino una seconda visione.

Menzione speciale per la colonna sonora degli Arcade Fire.

Voto: 4/5

domenica 10 novembre 2013

Il carattere italiano


Il film di Angelo Bozzolini è un entusiasmante viaggio alla scoperta dello spirito di un’orchestra, l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ma è anche un viaggio all’interno della musica, della sua magia e del suo mistero imperscrutabile che respira attraverso le persone che danno voce agli strumenti.

Un viaggio che riesce a colorarsi di mille sfumature come la musica che ne è l’anima pulsante: un viaggio a volte commovente, a volte potente ed energetico, a volte ironico e lieve.

Il regista riesce a mantenere un mirabile equilibrio tra il dietro le quinte, mostrandoci parte delle vite private dei musicisti, i loro hobby, le loro idiosincrasie, i loro sogni e i loro incubi, e il davanti le quinte, lì dove – nelle prove o negli spettacoli o in ogni occasione in cui il musicista si esprime attraverso il suo strumento – la quotidianità scompare, le parole vengono annullate e perdono completamente di significato di fronte al dialogo muto tra il direttore e la sua orchestra e alla metacomunicazione tra gli strumenti, innanzitutto tra il solista e l’orchestra, e ovviamente all’interno dell’orchestra.

Ne viene fuori la sensazione che la musica è certamente passione, sacrificio e determinazione, ma anche che il suo statuto più vero appartiene a un piano inesplicabile, spirituale, un piano che mette in relazione la nostra finitezza umana con quella scintilla di eterno che ci portiamo dentro, la nostra pochezza e imperfezione individuale con l’indicibile bellezza dell’universo. La musica distilla i nostri sentimenti, rendendoli più veri e più puri.

In questo senso, la ricerca infinita di una grande orchestra consiste nell'afferrare al suo interno e nel rapporto con chi ascolta quell’inesplorata sfumatura delle note che parla un linguaggio universale e al contempo personale.

Bellissimo. Strappa l'applauso.

E poi poter vedere questo film nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium alla presenza dei musicisti dell’orchestra è un privilegio speciale per cui ringraziare il Festival internazionale del film di Roma.

Voto: 4/5

mercoledì 21 novembre 2012

Nel nome di Martha Argerich

Fino a un mese fa circa, data la mia già denunciata ignoranza in materia di musica classica, non sapevo neppure chi fosse Martha Argerich. Poi, su suggerimento esterno, compro i biglietti per il concerto al Santa Cecilia in cui la Argerich suona Schumann.

E qui cominciano i miei ascolti che culminano nel weekend in cui, il giorno prima di andare ad ascoltare il concerto, vado a vedere al Festival internazionale del film di Roma il film-documentario Bloody daughter che Stephanie Argerich ha realizzato per raccontare dei suoi genitori, entrambi pianisti, in particolare di sua madre Martha.
  
Bloody daughter non è un documentario di grandissime pretese artistiche, né concettuali, però è perfetto nel mettere in contatto con la personalità complessa di Martha Argerich e per guardare a questa grande pianista con l’occhio privato e affettuoso di sua figlia. Ne viene fuori il ritratto di una donna che ha dedicato la sua vita al pianoforte e alla musica, i cui amori più grandi sono certamente stati Beethoven e Schumann, ma la cui vita è stata anche attraversata ed è abitata da molte persone importanti: una madre dotata di un carattere fortissimo e soverchiante, i tre uomini dai quali ha avuto le sue tre figlie, appunto le tre figlie che hanno segnato periodi importanti e spesso difficili della sua vita, i nipotini, il suo manager che è una specie di amico fraterno, i fan cui Martha ha sempre dedicato molto tempo.
Al centro della vita di Martha c’è però sempre stato il palcoscenico, cui la lega un rapporto di amore e di odio: luogo della vita più vera per una pianista che solo nell’esecuzione della musica, nella performance musicale, realizza se stessa, ma anche luogo simbolico della paura più grande di tutte, quella di non essere all’altezza. E ovviamente il pianoforte che sembra per la Argerich l'unica vera maniera di esprimersi, tanto che di fronte alle domande della figlia spesso non riesce a completare le frasi e ne conclude che le parole non bastano, che è difficile spiegare le cose verbalmente.

È sorprendente scoprire che una musicista di questo livello continui a sentirsi annichilita ogni volta che sta per salire sul palco, mentre quando ne discende sembra aver succhiato la linfa direttamente dell’albero della vita.  

Così, se è vero che la giovane e timida ragazza dai capelli corvini ha lasciato il posto a una signora dalla folta chioma grigia, lo stesso miracolo sembra accadere il giorno dopo la visione del film, quando, nell’ambito del Schumann Fest, dopo il Nachtlied op. 108 eseguito dal coro e dall’orchestra diretta del maestro Antonio Pappano, Martha Argerich si siede al pianoforte dialogando con l’orchestra nell’op. 54 (concerto per pianoforte e orchestra in La minore). 

La più che settantenne Argerich non solo è più volte richiamata sul palco dal pubblico, ma alla fine concede un piccolo bis per la gioia di tutti i presenti.

Segue la sinfonia n. 2 che chiude in bellezza questa serata dedicata a Schumann.

Ne esco contenta, appagata. E, il giorno dopo, la mia personale biblioteca di musica classica si arricchisce di altri 4-5 CD :-)

lunedì 19 novembre 2012

Main dans la main

Ogni anno una puntatina al Festival internazionale del film di Roma mi piace farla. Sì, perché si tratta di andare al cinema a vedere un film, ma anche di partecipare a un evento con tutti gli annessi e connessi: la presenza di regista, attori e produttori in sala, battiti di mani o fischi alla fine del film (in questo caso c'è stato un applauso persino durante il film dopo una scena quasi epica!), la presenza massiccia della stampa, il febbrile lavoro che si svolge dietro il vetro della sala stampa, il tappeto rosso su cui si fanno fotografare protagonisti del mondo del cinema (più o meno famosi).

Quest'anno scelgo di andare a vedere un film francese, Main dans la main, per il quale la proiezione romana rappresenta l'anteprima mondiale (addirittura!). In sala ci sono la regista Valérie Donzelli (che aveva riscosso un certo successo con il suo precedente film, La guerra è dichiarata, che non ho visto e a questo punto vorrei recuperare), i due attori protagonisti (Jérémie Elkaïm, prima compagno della Donzelli nella vita, ora separato, e Valérie Lemercier) e due produttori.

Il film utilizza il genere della commedia per raccontare una storia surreale.

Joachim (Jérémie Elkaïm, premio per la migliore interpretazione maschile) fa il vetraio, ama andare in skateboard, e vive nella casa della sorella (interpretata dalla stessa Valérie Donzelli) insieme al cognato, alle tre figlie e alla nonna centenaria.

Hélène (Valérie Lemercier) dirige la scuola di danza dell'Opera di Parigi. Vive con Constance, a cui la lega un rapporto di complicità e l'esigenza di superare le rispettive solitudini.

Un giorno Joachim viene mandato all'Opera a sostituire un vetro; lì incontra Hélène e dopo un bacio rubato i due sono legati indissolubilmente da una specie di incantesimo: non solo diventano inseparabili, ma i loro corpi rispondono agli input della volontà dell'uno o dell'altro a seconda di chi di volta in volta si impone.

Questa situazione manda in tilt gli equilibri che ciascuno di loro aveva costruito nella propria vita e mette in discussione tutti i legami precedenti.

La vicenda è comica da molteplici punti di vista; si ride moltissimo per le numerose situazioni imbarazzanti e surreali in cui i due si vengono a trovare. Ma - sotto questa apparenza da commedia - si affronta un tema molto serio e importante: quello del sé nel rapporto a due.

In questa storia ci sono molti rapporti a due: quello tra Joachim e sua sorella (che si dicono indivisibili), quello tra Hélène e Constance (che non riescono a fare nulla separatamente), infine quello tra Joachim ed Hélène, che sono forzati all'indivisibilità. Alla fine, tutti questi rapporti - indipendentemente dalla motivazione che li anima - hanno una caratteristica comune, quella di limitare l'espressione del singolo e la piena realizzazione di sé e della propria volontà.

Con una sceneggiatura molto francese, ossia molto parlata, Valérie Donzelli sembra volerci dire che spesso sono l'insicurezza, la solitudine, la paura a spingerci verso legami simbiotici che da un lato ci stanno stretti, ma dall'altro ci danno sicurezza.

La regista chiude però il film con una grande apertura di speranza, fors'anche un po' forzata e sdolcinata, dimostrando che la solitudine è innaturale, ma la simbiosi non è l'unica risposta. È nella faticosa ricerca di sé, nel riconoscimento della necessità di una realizzazione personale, nella consapevolezza della bellezza del condividere senza essere dipendenti che si apre una speranza di vita a due che possa aspirare a evitare la prigione del bisogno che spesso ci scegliamo.

Protagonisti molto in vena, regia brillante, bella colonna sonora. Fastidiosi soltanto l'intervento di una specie di narratore che commenta e fa da eco ai protagonisti e la virata un po' troppo romanticheggiante dell'ultima parte del film, che forse avrebbe funzionato meglio senza un cambio di tono così repentino ed eccessivo.

Voto: 3,5