Il nuovo film di Almodovar, La stanza accanto, vincitore del Leone d’oro a Venezia, è il primo lungometraggio americano del regista spagnolo.
Dunque, dentro un involucro in cui si riconoscono molti elementi dell’estetica e della poetica almodovariana (in particolare gli arredi, i colori, le musiche, alcune tematiche), il film segna una cesura rispetto alla sua cinematografia spagnola, non foss’altro perché ambientato negli Stati Uniti (New York e dintorni, sebbene le location siano in parte spagnole) ed è recitato in inglese da due attrici di lingua inglese, Julianne Moore e Tilda Swinton.
La storia è presto detta. Martha (Tilda Swinton) ha un cancro che – dopo vari tentativi di cure alternative – non le lascia scampo, e dunque ha deciso di morire prima che sia la malattia a portarla via. Lei che è stata corrispondente di guerra e ha visto in faccia la morte tante volte ma mai da sola, vuole affrontare questo momento avendo qualcuno accanto. Esclusa la figlia con cui non ha un buon rapporto e le amiche più intime che non accettano questo ruolo, si rivolge a Ingrid (Julianne Moore), una vecchia amica che ha rincontrato da poco. Nonostante Ingrid abbia appena scritto un libro in cui esprime la sua paura della morte, la donna accetta. Così Martha e Ingrid si trasferiscono in una casa a due ore dalla città, in mezzo ai boschi, che sarà l’ultima dimora di Martha perché lei lì deciderà il momento in cui prendere la pillola che si è procurata.
La stanza accanto è una specie di manifesto “politico” di Almodovar, innanzitutto sul tema della libertà di scelta rispetto alla morte, ma il regista si esprime anche su temi quali il cambiamento climatico, il neoliberismo senza freni, l’ascesa delle forze ultraortodosse e conservatrici. Si parla di morte individuale, ma anche di declino sociale, e questo rende inevitabilmente l’atmosfera cupa e – complice la colonna sonora di Alberto Iglesias – a tratti quasi hitchcockiana. Alla fine però, di fronte all’evento vero e proprio, la morte appare molto più naturale e meno temibile di quello che pensiamo, e in fondo il percorso narrativo è quasi riconciliante e alla fine anche pieno di speranza.
Il personaggio di Martha è granitico, inossidabile nelle sue convinzioni, parla sempre come dichiarasse una tesi precisa, e la recitazione ingessata – forse volutamente – di Tilda Swinton accentua questa sensazione, però rende questo personaggio poco realistico e in fondo poco empatico.
Il vero personaggio cruciale del film di Almodovar secondo me è quello di Ingrid, e rispetto a lei si può davvero parlare di un romanzo di formazione, che in questo caso non è – come siamo abituati – il passaggio alla vita adulta, ma quel passaggio altrettanto fondamentale nella vita individuale che è l’accettazione della morte. Il coming of age classico consiste nell’accettare la “morte” del proprio sé bambino, questo coming of age adulto consiste nell’accettare la fine della propria vita.
Da questo punto di vista Julianne Moore è strepitosa nel rappresentare attraverso il suo corpo e il suo volto questo percorso. E questa per me è la parte migliore del film.
Se però allargo lo sguardo al di là della figura di Ingrid e dell’interpretazione della Moore, mi sembra che il film di Almodovar perda mordente, si faccia didascalico e rigido, lontano anni luce dai film che personalmente ho amato di più, come ad esempio Dolor y gloria.
Credo che il Leone d’oro veneziano – come hanno detto altri – sia primariamente un omaggio alla carriera del regista; pur avendo apprezzato La stanza accanto, non lo ritengo il film migliore del regista, regista che comunque dal mio punto di vista non è di quelli che o si amano o si odiano, bensì ha offerto nella sua carriera tante versioni diverse del suo cinema, pur mantenendo una sostanziale coerenza di fondo. E di questo gli va dato atto.
Voto: 3,5/5
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lunedì 30 dicembre 2024
venerdì 4 agosto 2023
May December
Con May December Todd Haynes torna a quella che secondo me è la sua vena più autentica o quanto meno quella che produce il suo cinema migliore, ossia si muove dalle parti di Lontano dal paradiso (con cui non a caso condivide la protagonista Julianne Moore) e anche di Carol.
Si tratta, in tutti e tre i casi, di storie che indagano lo scarto tra la morale borghese e i sentimenti individuali e che analizzano la risposta emotiva e psicologica dei singoli a situazioni che li espongono al giudizio sociale.
In May December (espressione che fa riferimento a una coppia nella quale c'è una grande differenza di età tra i due partner) Haynes - ispirandosi alla storia vera di Mary Kay Letourneau - ci fa entrare nella famiglia Atherton-Yoo, formata da Gracie (Julianne Moore) e Joe (Charles Melton) e i loro figli. Oltre vent'anni prima i due erano stati protagonisti di un grosso scandalo, dopo essere stati scoperti - lui ancora tredicenne, lei madre di famiglia - a fare sesso nel retro del magazzino del negozio dove Gracie lavorava. Dopo la prigione e il raggiungimento della maggiore età di Joe, i due si erano sposati e avevano legalizzato la loro unione, da cui nel frattempo erano nati tre figli, una ragazza e due gemelli. Nel presente raccontato dal film, quella di Gracie e Joe è una famiglia modello, ben inserita nella piccola comunità di Savannah dove vivono.
A smuovere la superficie di questa famiglia che sembra aver trovato un mirabile equilibrio nonostante la difficile partenza è l'arrivo di Elizabeth (Natalie Portman), un'attrice che interpreterà Gracie in un film di cui stanno per iniziare le riprese e che ha chiesto di poter conoscere Gracie e la sua famiglia per meglio indirizzare la sua interpretazione.
Ben presto la vita perfetta degli Atherton-Yoo, fatta di barbecue con gli amici, dolci sfornati da Gracie per i vicini, figli che stanno per diplomarsi con successo, manifestazioni di affetto in pubblico, comincia a mostrare il suo lato oscuro e nascosto, rispetto al quale la apparentemente gentile Elisabeth assume un atteggiamento via via più cinico e morboso, favorendo l'innescarsi di una serie di azioni a catena.
Todd Haynes costruisce questo dramma sociale e psicologico come fosse un vero e proprio thriller (basti ascoltare la musica già sui titoli di testa), disseminando qua e là indizi talvolta piuttosto espliciti, altre volte ambigui e passibili di interpretazioni differenti.
A poco a poco diventa evidente che la storia tra Gracie e Joe ha inevitabilmente generato storture e compressioni psicologiche, condannando molte persone all'infelicità, a partire dagli stessi protagonisti fino ad arrivare ai loro figli, e alle famiglie di provenienza. E in questo campo di battaglia Elizabeth si muove come una falena attirata dalla luce.
La bravura di Haynes sta nell'evitare di tracciare confini netti tra il bene e il male: non ci sono buoni e cattivi tagliati con l'accetta, non ci sono vittime e carnefici una volta per tutte. Ognuno dei protagonisti di questa storia risponde come meglio può a una vicenda decisamente abnorme, un flagello che ognuno a suo modo ha cercato di normalizzare raccontandosi la propria storia e spesso perdendo di vista la realtà. Il personaggio certamente più conturbante e complesso è quello di Gracie, donna fragile con l'ossessione del controllo, ma anche dotata di una straordinaria capacità di seduzione e manipolazione.
Dentro una confezione che appare fin troppo retrò per gli anni in cui la storia è ambientata (è il 2016 ma Haynes sceglie di raccontarcela con immagini molto "rumorose"), il regista propone un dilemma morale senza tempo che ci interroga ma non ci dà risposte nette né elementi informativi sufficienti. Ognuno è dunque chiamato a costruirsi il proprio punto di vista, ma sapendo di non avere certezze suffragate integralmente dai fatti.
Avrei forse evitato alcune scelte narrative che dal mio punto di vista sono metafore troppo smaccate e banali: ad esempio, Joe che alleva farfalle monarca e che - nel momento in cui acquista consapevolezza di una vita che non ha scelto - decide di far spiccare il volo ad una di esse appena uscita dalla crisalide mi è sembrata una scelta invero un po' stucchevole.
Per il resto ottimo film, attori perfetti e molto in bolla.
Voto: 3,5/5
Si tratta, in tutti e tre i casi, di storie che indagano lo scarto tra la morale borghese e i sentimenti individuali e che analizzano la risposta emotiva e psicologica dei singoli a situazioni che li espongono al giudizio sociale.
In May December (espressione che fa riferimento a una coppia nella quale c'è una grande differenza di età tra i due partner) Haynes - ispirandosi alla storia vera di Mary Kay Letourneau - ci fa entrare nella famiglia Atherton-Yoo, formata da Gracie (Julianne Moore) e Joe (Charles Melton) e i loro figli. Oltre vent'anni prima i due erano stati protagonisti di un grosso scandalo, dopo essere stati scoperti - lui ancora tredicenne, lei madre di famiglia - a fare sesso nel retro del magazzino del negozio dove Gracie lavorava. Dopo la prigione e il raggiungimento della maggiore età di Joe, i due si erano sposati e avevano legalizzato la loro unione, da cui nel frattempo erano nati tre figli, una ragazza e due gemelli. Nel presente raccontato dal film, quella di Gracie e Joe è una famiglia modello, ben inserita nella piccola comunità di Savannah dove vivono.
A smuovere la superficie di questa famiglia che sembra aver trovato un mirabile equilibrio nonostante la difficile partenza è l'arrivo di Elizabeth (Natalie Portman), un'attrice che interpreterà Gracie in un film di cui stanno per iniziare le riprese e che ha chiesto di poter conoscere Gracie e la sua famiglia per meglio indirizzare la sua interpretazione.
Ben presto la vita perfetta degli Atherton-Yoo, fatta di barbecue con gli amici, dolci sfornati da Gracie per i vicini, figli che stanno per diplomarsi con successo, manifestazioni di affetto in pubblico, comincia a mostrare il suo lato oscuro e nascosto, rispetto al quale la apparentemente gentile Elisabeth assume un atteggiamento via via più cinico e morboso, favorendo l'innescarsi di una serie di azioni a catena.
Todd Haynes costruisce questo dramma sociale e psicologico come fosse un vero e proprio thriller (basti ascoltare la musica già sui titoli di testa), disseminando qua e là indizi talvolta piuttosto espliciti, altre volte ambigui e passibili di interpretazioni differenti.
A poco a poco diventa evidente che la storia tra Gracie e Joe ha inevitabilmente generato storture e compressioni psicologiche, condannando molte persone all'infelicità, a partire dagli stessi protagonisti fino ad arrivare ai loro figli, e alle famiglie di provenienza. E in questo campo di battaglia Elizabeth si muove come una falena attirata dalla luce.
La bravura di Haynes sta nell'evitare di tracciare confini netti tra il bene e il male: non ci sono buoni e cattivi tagliati con l'accetta, non ci sono vittime e carnefici una volta per tutte. Ognuno dei protagonisti di questa storia risponde come meglio può a una vicenda decisamente abnorme, un flagello che ognuno a suo modo ha cercato di normalizzare raccontandosi la propria storia e spesso perdendo di vista la realtà. Il personaggio certamente più conturbante e complesso è quello di Gracie, donna fragile con l'ossessione del controllo, ma anche dotata di una straordinaria capacità di seduzione e manipolazione.
Dentro una confezione che appare fin troppo retrò per gli anni in cui la storia è ambientata (è il 2016 ma Haynes sceglie di raccontarcela con immagini molto "rumorose"), il regista propone un dilemma morale senza tempo che ci interroga ma non ci dà risposte nette né elementi informativi sufficienti. Ognuno è dunque chiamato a costruirsi il proprio punto di vista, ma sapendo di non avere certezze suffragate integralmente dai fatti.
Avrei forse evitato alcune scelte narrative che dal mio punto di vista sono metafore troppo smaccate e banali: ad esempio, Joe che alleva farfalle monarca e che - nel momento in cui acquista consapevolezza di una vita che non ha scelto - decide di far spiccare il volo ad una di esse appena uscita dalla crisalide mi è sembrata una scelta invero un po' stucchevole.
Per il resto ottimo film, attori perfetti e molto in bolla.
Voto: 3,5/5
venerdì 15 marzo 2019
Gloria Bell
Pare (o almeno così ho letto!) che Julianne Moore, dopo aver visto il film del 2013 di Sebastián Lelio, Gloria, si sia innamorata del personaggio e abbia chiesto al regista di farne un remake di ambientazione americana e contemporanea.
Ed eccoci qua a partecipare di nuovo alla vita di questa donna di mezza età, divorziata da più di dieci anni, con figli ormai grandi e autonomi e che hanno fatto le loro scelte di vita, che ama ballare e vorrebbe trovare qualcuno con cui condividere questa nuova fase della vita. Una donna che con tutta evidenza ama la vita ed è ancora capace di godere appieno di tutte le occasioni che le si presentano, ma deve fare i conti con l'inevitabile malinconia e la solitudine che a volte si affacciano in una fase dell'esistenza in cui i grandi progetti e obiettivi sono stati realizzati e la quotidianità non è più sovraffollata di impegni. È dunque il momento in cui - se non lo si è fatto prima - bisogna imparare soprattutto a godere dei piccoli piaceri e a star bene con sé stessi prima ancora che con gli altri.
Gloria è naturalmente empatica: ci conquista quando balla in pista, quando canta a squarciagola o a mezza bocca alla guida della sua macchina, quando partecipa ai corsi di yoga e a quelli per liberare la risata, quando chiacchiera con le amiche, quando ancora fa il ruolo di mamma e soprattutto quando non smette di cercare e di essere sé stessa.
L'incontro con Arnold (John Turturro), anche lui separato, le farà ritrovare la bellezza di condividere e le darà l'occasione di poter esprimere i propri desideri, anche sessuali, nient'affatto sopiti, come a volte si tende a pensare quando si parla di quell'età della vita.
Purtroppo Arnold, pur nella sua apparenza di galantuomo, si rivelerà profondamente dipendente dalla sua ex moglie e dalle figlie e incapace - per vigliaccheria o altro - di affrontare le situazioni difficili e di essere sincero con Gloria. E per questo Gloria, dopo avergli concesso un paio di occasioni di riscatto, romperà la relazione e si vendicherà a modo suo.
L'immagine finale di Gloria che al matrimonio della figlia di una sua amica rifiuta un invito a ballare, ma scende poi in pista da sola, godendosi il momento e disinteressandosi del mondo circostante, è una specie di dichiarazione di intenti, nonché la dichiarazione più diretta del fatto che non possiamo far dipendere il nostro benessere da nessun'altro se non da noi stessi.
Ovviamente, come sempre accade nei remake, la tentazione del confronto con il precedente è forte, anche se, nel mio caso, dell'originale di Lelio ricordo la sensazione che mi aveva trasmesso, ma non il dettaglio. È evidente che tra la Paulína Garcia nel contesto sudamericano del primo film e la Julianne Moore nella Los Angeles di oggi c'è una grossa distanza e differenza, ma personalmente sono più incline a vedere la continuità tra le due attraverso la rappresentazione - magari con accenti parzialmente diversi - di una fase della vita di una donna che è trasversale ai luoghi e al tempo.
Un film che resta godibile, credibile e tenero al contempo, anche se per chi ha già visto il primo si perde un po' la sorpresa data dall'originalità della trattazione che Lelio ci propone. Forse un remake che ha poco significato per noi, ma molto per un mercato americano ben più autoreferenziale e dove probabilmente i film stranieri trovano uno spazio ridottissimo. E bisogna rendere merito a Julianne Moore di aver portato agli americani questo personaggio.
Voto: 3,5/5
Ed eccoci qua a partecipare di nuovo alla vita di questa donna di mezza età, divorziata da più di dieci anni, con figli ormai grandi e autonomi e che hanno fatto le loro scelte di vita, che ama ballare e vorrebbe trovare qualcuno con cui condividere questa nuova fase della vita. Una donna che con tutta evidenza ama la vita ed è ancora capace di godere appieno di tutte le occasioni che le si presentano, ma deve fare i conti con l'inevitabile malinconia e la solitudine che a volte si affacciano in una fase dell'esistenza in cui i grandi progetti e obiettivi sono stati realizzati e la quotidianità non è più sovraffollata di impegni. È dunque il momento in cui - se non lo si è fatto prima - bisogna imparare soprattutto a godere dei piccoli piaceri e a star bene con sé stessi prima ancora che con gli altri.
Gloria è naturalmente empatica: ci conquista quando balla in pista, quando canta a squarciagola o a mezza bocca alla guida della sua macchina, quando partecipa ai corsi di yoga e a quelli per liberare la risata, quando chiacchiera con le amiche, quando ancora fa il ruolo di mamma e soprattutto quando non smette di cercare e di essere sé stessa.
L'incontro con Arnold (John Turturro), anche lui separato, le farà ritrovare la bellezza di condividere e le darà l'occasione di poter esprimere i propri desideri, anche sessuali, nient'affatto sopiti, come a volte si tende a pensare quando si parla di quell'età della vita.
Purtroppo Arnold, pur nella sua apparenza di galantuomo, si rivelerà profondamente dipendente dalla sua ex moglie e dalle figlie e incapace - per vigliaccheria o altro - di affrontare le situazioni difficili e di essere sincero con Gloria. E per questo Gloria, dopo avergli concesso un paio di occasioni di riscatto, romperà la relazione e si vendicherà a modo suo.
L'immagine finale di Gloria che al matrimonio della figlia di una sua amica rifiuta un invito a ballare, ma scende poi in pista da sola, godendosi il momento e disinteressandosi del mondo circostante, è una specie di dichiarazione di intenti, nonché la dichiarazione più diretta del fatto che non possiamo far dipendere il nostro benessere da nessun'altro se non da noi stessi.
Ovviamente, come sempre accade nei remake, la tentazione del confronto con il precedente è forte, anche se, nel mio caso, dell'originale di Lelio ricordo la sensazione che mi aveva trasmesso, ma non il dettaglio. È evidente che tra la Paulína Garcia nel contesto sudamericano del primo film e la Julianne Moore nella Los Angeles di oggi c'è una grossa distanza e differenza, ma personalmente sono più incline a vedere la continuità tra le due attraverso la rappresentazione - magari con accenti parzialmente diversi - di una fase della vita di una donna che è trasversale ai luoghi e al tempo.
Un film che resta godibile, credibile e tenero al contempo, anche se per chi ha già visto il primo si perde un po' la sorpresa data dall'originalità della trattazione che Lelio ci propone. Forse un remake che ha poco significato per noi, ma molto per un mercato americano ben più autoreferenziale e dove probabilmente i film stranieri trovano uno spazio ridottissimo. E bisogna rendere merito a Julianne Moore di aver portato agli americani questo personaggio.
Voto: 3,5/5
mercoledì 6 luglio 2016
Il piano di Maggie
Siamo a New York, in un ambiente upper class e decisamente intellettuale. Maggie (una sempre solida Greta Gerwig) è un'insegnante di arte e management, che non riesce ad avere relazioni durature ed è decisa ad avere un bambino grazie alla donazione di sperma di un ex compagno di scuola. John (un sempre splendido Ethan Hawke) e Georgette (una esilarante Julianne Moore dall'accento russo, apprezzabile soprattutto in lingua originale) sono una coppia di accademici con due figli, con una dinamica relazionale che vede Georgette donna in carriera e John necessitato a occuparsi dei figli e della casa. Proprio quando Maggie sta procedendo all'inseminazione, incontra John all'università dove entrambi insegnano e da un'amicizia nasce una storia d'amore, che consente a Maggie di realizzare il suo sogno di avere una figlia senza ricorrere a un donatore.
Ma le dinamiche sentimentali e relazionali tra Maggie, John e Georgette saranno molto meno prevedibili e lineari di quanto potremmo immaginare, mettendo a nudo la fragilità di tutti i nostri modelli e ideali romantici dell'innamoramento, della coppia e della famiglia.
La sceneggiatrice e regista Rebecca Miller si muove a proprio agio in un terreno che confina da un lato con il mondo ironico e strampalato di Noah Baumbach (di cui la Miller utilizza anche l'attrice feticcio Greta Gerwig) e dall'altro con l'intellettualismo brillante e divertente del migliore Woody Allen (a cui l'ambientazione e alcuni passaggi della sceneggiatura rendono omaggio).
Il risultato è un film certamente godibile e spassoso, ma decisamente rivolto ai trenta-quarantenni presunti intellettuali e radical chic di cui rispecchia gusti e idiosincrasie. L'equilibrio tra riflessioni di spessore, anche se presentate in maniera leggera, e divertissement puro funziona per quasi tutto il film, anche grazie alla straordinaria bravura degli attori che rendono credibili, umani e riconoscibili questi personaggi stralunati e fragili; talvolta però si avverte qualche sfilacciamento e qualche nota stonata o eccessiva che lasciano un po' perplessi, così come in taluni casi la riconoscibilità dei riferimenti cinematografici è tale da creare una parziale impressione di già visto o sentito.
Nel complesso una commedia divertente e non banale che tutto sommato rappresenta un regalo non da poco in una stagione, quella estiva, che cinematograficamente di solito in Italia appare piuttosto avara.
Voto: 3,5/5
mercoledì 21 ottobre 2015
Freeheld = Amore, giustizia, uguaglianza
È iniziata la Festa del cinema di Roma e io mi sono dotata di un certo numero di biglietti che occuperanno quasi tutto il mio tempo libero della settimana dal 17 al 24 ottobre.
Ad alcuni film che volevo vedere ho dovuto rinunciare perché non erano compatibili con il resto della mia vita, in altri casi ho dovuto accettare un compromesso nella scelta, ma alla fine sono felicissima che la mia settimana cinematografica abbia avuto inizio.
Il primo film che vado a vedere è l'americano Freeheld, che il regista Peter Sollett ha tratto dal documentario omonimo dedicato alla storia vera di Laurel Hester, una detective cui nel 2002 venne diagnosticato un cancro incurabile ai polmoni e decise di avviare una battaglia legale contro la Contea affinché i benefits pensionistici fossero trasferiti alla sua giovane compagna, Stacie Andree.
Freeheld appartiene di diritto alla categoria dei film "stand up for your rights" in versione melodramma. Ora, sia chiaro, qui non c'è nulla di inventato veramente, e la vicenda di queste due donne - richiamata anche dalle foto vere che passano sui titoli di coda - è stata un passo importante nella storia del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali negli Stati Uniti fino al recente pronunciamento della Corte Suprema che ha esteso il diritto al matrimonio a tutti, e dunque anche a persone dello stesso sesso.
E dunque, in quanto operazione di advocacy sempre necessaria ovunque, credo si tratti di un film che merita un plauso. Però, dovendo parlare anche dell'aspetto cinematografico, non posso tacere dei suoi limiti.
Julianne Moore ed Ellen Page sono molto brave nei loro ruoli (direi la prima soprattutto nella parte drammatica del film, la seconda invece molto meglio nella parte iniziale, più leggera), per quanto improbabili come coppia e, per vari motivi, poco coinvolgenti (anche se poi a guardare le foto delle due donne reali protagoniste di questa storia l'inverosimilità si ridimensiona enormemente).
Il film ci prova anche a non essere solo un melodrammone per far piangere la sala (cosa che riesce a fare benissimo), e dunque nonostante la drammaticità del tema e della situazione durante il film si ride anche parecchio, e non solo grazie all'ebreo attivista gay interpretato da Steve Carell.
Il tutto rimane però fortemente convenzionale nell'impianto, nonché piuttosto monodimensionale e prevedibile nella rappresentazione psicologica dei protagonisti del film, senza guizzi né alcun gioco di luce e ombra.
I giusti si sa dove sono e i cattivi pure; e quando i cattivi cedono non si può far a meno di far partire l'applauso. Insomma, come ho già detto, un'operazione educativa, ma non certo grande cinema.
Voto: 3/5
P.S. Ma Julianne Moore si sta specializzando in ruoli da malata terminale? Comincio a pensare che la sua sia una forma di scaramanzia ;-)
Ad alcuni film che volevo vedere ho dovuto rinunciare perché non erano compatibili con il resto della mia vita, in altri casi ho dovuto accettare un compromesso nella scelta, ma alla fine sono felicissima che la mia settimana cinematografica abbia avuto inizio.
Il primo film che vado a vedere è l'americano Freeheld, che il regista Peter Sollett ha tratto dal documentario omonimo dedicato alla storia vera di Laurel Hester, una detective cui nel 2002 venne diagnosticato un cancro incurabile ai polmoni e decise di avviare una battaglia legale contro la Contea affinché i benefits pensionistici fossero trasferiti alla sua giovane compagna, Stacie Andree.
Freeheld appartiene di diritto alla categoria dei film "stand up for your rights" in versione melodramma. Ora, sia chiaro, qui non c'è nulla di inventato veramente, e la vicenda di queste due donne - richiamata anche dalle foto vere che passano sui titoli di coda - è stata un passo importante nella storia del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali negli Stati Uniti fino al recente pronunciamento della Corte Suprema che ha esteso il diritto al matrimonio a tutti, e dunque anche a persone dello stesso sesso.
E dunque, in quanto operazione di advocacy sempre necessaria ovunque, credo si tratti di un film che merita un plauso. Però, dovendo parlare anche dell'aspetto cinematografico, non posso tacere dei suoi limiti.
Julianne Moore ed Ellen Page sono molto brave nei loro ruoli (direi la prima soprattutto nella parte drammatica del film, la seconda invece molto meglio nella parte iniziale, più leggera), per quanto improbabili come coppia e, per vari motivi, poco coinvolgenti (anche se poi a guardare le foto delle due donne reali protagoniste di questa storia l'inverosimilità si ridimensiona enormemente).
Il film ci prova anche a non essere solo un melodrammone per far piangere la sala (cosa che riesce a fare benissimo), e dunque nonostante la drammaticità del tema e della situazione durante il film si ride anche parecchio, e non solo grazie all'ebreo attivista gay interpretato da Steve Carell.
Il tutto rimane però fortemente convenzionale nell'impianto, nonché piuttosto monodimensionale e prevedibile nella rappresentazione psicologica dei protagonisti del film, senza guizzi né alcun gioco di luce e ombra.
I giusti si sa dove sono e i cattivi pure; e quando i cattivi cedono non si può far a meno di far partire l'applauso. Insomma, come ho già detto, un'operazione educativa, ma non certo grande cinema.
Voto: 3/5
P.S. Ma Julianne Moore si sta specializzando in ruoli da malata terminale? Comincio a pensare che la sua sia una forma di scaramanzia ;-)
domenica 13 marzo 2011
I ragazzi stanno bene
Com'è San Francisco-centered il film di Lisa Chodolenko! Eh sì, perché protagonista è una coppia di donne gay, Jules (Julianne Moore) e Nic (Annette Bening), sposate con due figli adolescenti, tipica espressione di una realtà geografico-culturale in cui la comunità gay è sempre stata particolarmente presente e forte (vi ricordate il film Milk?).
Perché una delle due, Jules, fa trasparire un passato da hippie e figlia dei fiori, che ne caratterizza modo di vestire e comportamenti anche in un presente in cui ha ormai 50 anni. E certamente anche questa comunità è stata ed è fortemente rappresentata nella città californiana.
Ancora, perché Paul (un fascinosissimo Mark Ruffalo), il donatore di sperma che Joni (Mia Wasikowska, l'Alice di Tim Burton) e Laser (John Hutcherson) chiameranno in causa curiosi di conoscere il loro padre biologico, gestisce una piccola coltivazione e un ristorante biologici. E qui c'è tutta la passione che negli ultimi anni l'anima alternativa di certa parte della California esprime per i concetti di local e organic.
E infine perché vediamo Paul sfrecciare con la sua motocicletta BMW sulle ripide discese delle colline di San Francisco, che tanto caratterizzano questa città.
Il tutto descrive un preciso contesto culturale e trasmette l'idea di una normalità e di una perfetta integrazione sociale di questa famiglia non convenzionale, in cui nessuno sembra patire le conseguenze e soffrire del proprio essere non convenzionali, bensì solo dei problemi che è possibile riconoscere in ogni matrimonio che duri da più di 20 anni e che si confronti con due adolescenti di oggi.
L'adolescente non cresciuto, l'impenitente scapolo che porterà lo scompiglio negli equilibri di questa famiglia sarà Paul, ma sarà lui stesso l'unico ad accorgersi di non avere qualcosa, di essere fondamentalmente solo.
Nic, Jules, Joni e Laser confliggono, si alleano, si scontrano, si allontanano, ma li tiene insieme l'affetto che hanno saputo costruire come famiglia. I momenti in cui a turno - tranne il taciturno Laser - chiamano a raccolta gli altri per vere e proprie riunioni di famiglia sono tra i momenti più commoventi e - al contempo - più esilaranti del film.
Si capisce l'intento di Lisa Chodolenko, porre l'accento sulla normalità, e certamente ci riesce, facendoci pensare, sorridere, partecipare, senza costringere nessuno a prese di posizione ideologiche.
Si capisce la voglia di normalità e di integrazione della comunità gay che la regista descrive. Personalmente, però, ho trovato l'operazione un po' buonista - per quanto utilmente universalizzante e opportunamente leggibile dal mondo etero.
San Francisco è stata la città non solo delle battaglie per i diritti, ma anche della rivendicazione delle differenze e del loro essere parte integrante di una società realmente democratica.
Integrazione non è necessariamente sinonimo di uniformazione, come - tra le righe - sembra emergere da questo film. I modelli possibili sono infiniti e tutti devono poter trovare uno spazio in un mondo libero, fondato sul rispetto dell'altro e sulla convivenza pacifica. Quello di Nic e Jules è solo uno dei modelli possibili.
Voto: 3/5
P.S. Visto in lingua originale. Sempre un'esperienza con una marcia in più.
mercoledì 17 marzo 2010
Chloe
Chloe è il remake del film francese Nathalie, che purtroppo non ho visto, ma che a questo punto potrei anche decidermi a recuperare. Nonostante questo, capisco perfettamente cosa abbia spinto Atom Egoyan a interessarsi di questa trama. Il regista è infatti particolarmente a suo agio con le atmosfere torbide, le mezze verità e l'angoscia dell'incertezza, come altri suoi film - più o meno riusciti -, ad esempio Il viaggio di Felicia o False verità, dimostrano.
E così, trasferita la storia a Toronto, città che Egoyan conosce molto bene (visto che ci ha studiato) e affidati i ruoli principali a Julianne Moore (la moglie), a Liam Neeson (il marito) e ad Amanda Seyfried (quello di Chloe, la prostituta assoldata per sedurre il marito e farsi raccontare i dettagli degli incontri amorosi), il regista di origine armena mette in scena questo thriller psicologico, in cui la cosa più importante non è svelare l'inganno (che volendo si capisce piuttosto presto), ma seguire dall'interno la parabola psicologica di Catherine (Julianne Moore).
Mezza età, apparentemente glaciale (e lo si mette in chiaro quasi subito quando lei, ginecologa, dice a una sua paziente che un orgasmo è solo una contrazione muscolare, e dunque in esso non c'è niente di magico o misterioso), profondamente insicura di sé e delle sue relazioni (si sente poco desiderata dal marito e ormai rifiutata dal giovane figlio), dunque estremamente vulnerabile, vittima predestinata di una seduzione manipolatrice come è quella che Chloe mette in atto.
Dall'altro lato, Chloe appunto, giovanissima, bellissima, prostituta d'alto bordo, cerca nei rapporti con i suoi clienti qualcosa di bello da trattenere per sé, ma è fondamentalmente chiusa nel suo bozzolo in cui sentimenti e amore sono praticamente assenti.
Intorno a questi due personaggi si costruirà il gioco perverso della seduzione, rispetto al quale tutti gli altri restano figure piuttosto sfocate e inconsistenti. Assistiamo così all'innestarsi del bisogno morboso di "possesso" di Chloe nelle pieghe dell'insicurezza di Catherine, vorremmo gridarle "Lascia perdere, ti succhierà il sangue e ti distruggerà l'esistenza", ma lei prosegue dritta giù lungo la china...
Si accorgerà troppo tardi della spirale in cui è finita, arrivando a mettere in gioco e in pericolo se stessa e la sua vita. Ma fino a che punto la vittima è realmente tale e non invece complice in fondo consapevole? E fino a che punto la carnefice Chloe non è invece a sua volta vittima, irrimediabilmente catturata dal fascino di Catherine e realmente innamorata di lei?
Nella serenità della nostra poltrona e dall'alto della nostra razionalità e del nostro punto di vista esterno pensiamo che tutto ciò è assurdo e che nella vita reale non potrebbe accadere, tanto meno a noi, ma quando usciamo dal cinema un dubbio sottile ci è rimasto in fondo al cuore. Siamo proprio così sicuri di noi stessi?
P.S. Che meraviglia vederlo in lingua originale...
Voto: 3,5/5
domenica 17 gennaio 2010
A single man
Che dire? A single man mi è piaciuto, anche se altrettanto facilmente avrebbe potuto non piacermi, perché è una linea sottile quella che separa il piacere dal non piacere in film come questi.La storia, tratta dal romanzo Un uomo solo di Christopher Isherwood, racconta una giornata della vita del professor George Falconer (Colin Firth), esattamente il 30 novembre 1962, il giorno che lui ha deciso di togliersi la vita, incapace di ritrovare un senso alle sue giornate dopo la morte in un incidente stradale del suo compagno per sedici anni, Jim (Matthew Goode). La giornata trascorrerà più o meno come al solito: la sveglia e la colazione in una casa bellissima, ma vuota, la lezione all'università, le commissioni del pomeriggio, l'incontro casuale con un ragazzo spagnolo bellissimo, la serata a casa della vicina e amica Charlotte (Julianne Moore), da sempre innamorata di lui, il dopo cena a prendere un whisky nel solito locale dove - non casualmente - la sua strada incrocia quella del suo seducente e ambiguo studente Kenny (Nicholas Hoult), che lo trascinerà in una pericolosa nuotata notturna. In questa normale giornata, la differenza è che George porta con sé la pistola con cui la farà finita e vive ogni momento come occasione di memoria della sua storia con Jim. Fin qui la storia.
Non possiamo poi passare sotto silenzio la confezione di questo film, di cui si è tanto parlato per sottolinearne la cura calligrafica del particolare, la scelta più che attenta di ogni inquadratura, la perfezione formale di una ricostruzione quasi maniacale degli anni Sessanta (arredi, trucco, pettinature etc.). Aggiungerei la scelta di una pellicola sgranata, l'alternanza - secondo me non casuale - di colori spenti e colori troppo accesi (com'era tipico dei film anni Sessanta), la scelta di una musica di sottofondo un po' demodè, le citazioni filmiche (il grande cartellone di Psycho) e musicali. Fin dall'apertura hai la sensazione di essere volontariamente risucchiata indietro nel tempo e tutto ciò è altamente godibile.
Ma è proprio nel rapporto tra la narrazione e la confezione formale che si sofferma la maggior parte delle critiche, a sottolineare che - nonostante la straordinaria interpretazione di Colin Firth (vincitore della Coppa Volpi al Festival di Venezia) - il film resta freddo, non riesce a muovere emozioni e partecipazione. Il che è vero.
Personalmente, credo però che questa freddezza, questo senso di sospensione e di distacco, questa vena depressa, quest'atmosfera ovattata che caratterizzano tutto il film siano assolutamente voluti e ricercati dal regista e dagli attori e, non a caso, il film comincia e finisce con l'immagine del corpo nudo del professor Falconer che fluttua senza volontà nell'acqua. E ancora non a caso la memoria di Jim è quasi sempre associata al mettere in evidenza la contrapposizione tra questo ragazzo ottimista e che sa sorridere alla vita e George, appesantito dall'essere in bilico tra il sensato e l'insensato, oppresso dalla presenza oscura della morte, bisognoso di un progetto e di una prospettiva, tutte sensazioni che apparentemente la morte del suo compagno ha determinato, ma che forse George si porta dentro da sempre e Jim è riuscito solo per un po' a smorzare.
In uno dei flashback, forse il più bel momento del film, George e Jim sono sul divano a leggere con i cani che sonnecchiano ai loro piedi. Jim parla di un episodio accaduto con il suo cane e ne trae motivo per osservare che i cani hanno capito tutto su come vivere la vita. George banalizza la cosa aggiungendo che ciò dipende dal fatto che sono creature semplici, come alcune persone, al che Jim aggiunge che la forza delle creature semplici è la capacità di saper vivere pienamente il presente senza proiettarsi costantemente nel futuro e che in fondo sarebbe bello essere come una farfalla che vive solo tre giorni, ma in quei pochi giorni racchiude tutta la bellezza dell'esistenza.
L'ultima giornata di George è la presunta dimostrazione di questo assioma: l'inutile trascorrere del tempo nell'insensatezza di una vita la cui componente sociale quasi sempre è una proiezione del personaggio che decidiamo di recitare, la solitudine esistenziale e senza rimedio, l'inevitabile incomunicabilità della nostra esistenza e del nostro essere che ci portiamo appresso. Una vita che si accende solo in quei rari momenti in cui riusciamo a creare un contatto con un'altra persona, in cui sappiamo guardare le cose con stupore, in cui tutto sembra ricominciare con rinnovata vitalità. Quei momenti che cerchi di afferrare e preservare, ma poi inevitabilmente e rapidamente svaniscono. La condanna di non essere esseri semplici, di essere dotati di un complesso mondo interiore e di una mente che è costantemente proiettata sul futuro e che inesorabilmente conosce il proprio destino di morte.
Se dunque cercate un film che parli di amore e di passione cambiate sala, piuttosto questo film parla dell'insensata ricerca di un senso della vita e della morte.
Insomma, un film che, nel farsi bandiera di un posizionamento nel passato, come il libro dal quale è tratto, appare invece concettualmente di una modernità sconcertante ed è in grado di esprimere tutta l'inquietudine del nostro essere postmoderni. Sarei curiosa a questo punto di leggere il libro di Isherwood per capire se questa sensazione nasce dalla sua scrittura o è il colore che Tom Ford ha voluto dare a questo personaggio e a questa storia (qui la sua intervista a Che tempo che fa).
Voto: 4/5
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