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venerdì 4 agosto 2023

May December

Con May December Todd Haynes torna a quella che secondo me è la sua vena più autentica o quanto meno quella che produce il suo cinema migliore, ossia si muove dalle parti di Lontano dal paradiso (con cui non a caso condivide la protagonista Julianne Moore) e anche di Carol.

Si tratta, in tutti e tre i casi, di storie che indagano lo scarto tra la morale borghese e i sentimenti individuali e che analizzano la risposta emotiva e psicologica dei singoli a situazioni che li espongono al giudizio sociale.

In May December (espressione che fa riferimento a una coppia nella quale c'è una grande differenza di età tra i due partner) Haynes - ispirandosi alla storia vera di Mary Kay Letourneau - ci fa entrare nella famiglia Atherton-Yoo, formata da Gracie (Julianne Moore) e Joe (Charles Melton) e i loro figli. Oltre vent'anni prima i due erano stati protagonisti di un grosso scandalo, dopo essere stati scoperti - lui ancora tredicenne, lei madre di famiglia - a fare sesso nel retro del magazzino del negozio dove Gracie lavorava. Dopo la prigione e il raggiungimento della maggiore età di Joe, i due si erano sposati e avevano legalizzato la loro unione, da cui nel frattempo erano nati tre figli, una ragazza e due gemelli. Nel presente raccontato dal film, quella di Gracie e Joe è una famiglia modello, ben inserita nella piccola comunità di Savannah dove vivono.

A smuovere la superficie di questa famiglia che sembra aver trovato un mirabile equilibrio nonostante la difficile partenza è l'arrivo di Elizabeth (Natalie Portman), un'attrice che interpreterà Gracie in un film di cui stanno per iniziare le riprese e che ha chiesto di poter conoscere Gracie e la sua famiglia per meglio indirizzare la sua interpretazione.

Ben presto la vita perfetta degli Atherton-Yoo, fatta di barbecue con gli amici, dolci sfornati da Gracie per i vicini, figli che stanno per diplomarsi con successo, manifestazioni di affetto in pubblico, comincia a mostrare il suo lato oscuro e nascosto, rispetto al quale la apparentemente gentile Elisabeth assume un atteggiamento via via più cinico e morboso, favorendo l'innescarsi di una serie di azioni a catena.

Todd Haynes costruisce questo dramma sociale e psicologico come fosse un vero e proprio thriller (basti ascoltare la musica già sui titoli di testa), disseminando qua e là indizi talvolta piuttosto espliciti, altre volte ambigui e passibili di interpretazioni differenti.

A poco a poco diventa evidente che la storia tra Gracie e Joe ha inevitabilmente generato storture e compressioni psicologiche, condannando molte persone all'infelicità, a partire dagli stessi protagonisti fino ad arrivare ai loro figli, e alle famiglie di provenienza. E in questo campo di battaglia Elizabeth si muove come una falena attirata dalla luce.

La bravura di Haynes sta nell'evitare di tracciare confini netti tra il bene e il male: non ci sono buoni e cattivi tagliati con l'accetta, non ci sono vittime e carnefici una volta per tutte. Ognuno dei protagonisti di questa storia risponde come meglio può a una vicenda decisamente abnorme, un flagello che ognuno a suo modo ha cercato di normalizzare raccontandosi la propria storia e spesso perdendo di vista la realtà. Il personaggio certamente più conturbante e complesso è quello di Gracie, donna fragile con l'ossessione del controllo, ma anche dotata di una straordinaria capacità di seduzione e manipolazione.

Dentro una confezione che appare fin troppo retrò per gli anni in cui la storia è ambientata (è il 2016 ma Haynes sceglie di raccontarcela con immagini molto "rumorose"), il regista propone un dilemma morale senza tempo che ci interroga ma non ci dà risposte nette né elementi informativi sufficienti. Ognuno è dunque chiamato a costruirsi il proprio punto di vista, ma sapendo di non avere certezze suffragate integralmente dai fatti.

Avrei forse evitato alcune scelte narrative che dal mio punto di vista sono metafore troppo smaccate e banali: ad esempio, Joe che alleva farfalle monarca e che - nel momento in cui acquista consapevolezza di una vita che non ha scelto - decide di far spiccare il volo ad una di esse appena uscita dalla crisalide mi è sembrata una scelta invero un po' stucchevole.

Per il resto ottimo film, attori perfetti e molto in bolla.

Voto: 3,5/5

lunedì 7 marzo 2016

Carol / Patricia Highsmith

Carol / Patricia Highsmith; trad. di Hilia Brinis. Milano: Bompiani, 1995.

Subito dopo essere andata a vedere il film omonimo di Todd Haynes ed essere rimasta affascinata dall’universo rarefatto lì rappresentato e da una sceneggiatura perfettamente in equilibrio tra pieni e vuoti, mi ero ripromessa di leggere il libro da cui il film è stato tratto, ossia il romanzo pubblicato per la prima volta da Patricia Highsmith nel 1952 con il titolo The price of salt sotto lo pseudonimo di Claire Morgan, e poi ripubblicato più avanti con il titolo di Carol.

Il romanzo della Highsmith non solo conferma ma rafforza l’idea che la vera protagonista di questa storia è la giovane Therese, il cui punto di vista è quello assunto nel libro (sebbene con l’utilizzo della terza persona). Alla fine della lettura non ho potuto fare a meno di apprezzare ulteriormente la sceneggiatura di Phyllis Nagy, che davvero fa un’operazione di riscrittura raffinata, in cui pur modificando eventi e situazioni per renderli più adatti al grande schermo, non solo cita e riutilizza dettagli e particolari significativi del romanzo, ma mantiene inalterato lo spirito e l’atmosfera emotiva di questa storia.

Chi ha trovato il film emotivamente non coinvolgente e narrativamente non dirompente, leggendo il libro troverà almeno parzialmente la risposta a queste sensazioni. La storia di Therese e l’amore tra lei e Carol viene raccontato dalla Highsmith senza clamori: pur essendo chiaro che all’epoca in cui il romanzo fu scritto l’omosessualità esisteva solo in modo sotterraneo ed era fortemente stigmatizzata dalla società, il sentimento che nasce tra Therese e Carol viene presentato in modo estremamente naturale. Therese non è devastata interiormente dal fatto di accorgersi di amare una donna, bensì dal fatto di perderla, e l'amore tra Therese e Carol non è mai lo strumento di una battaglia sociale, se non quella imposta a Carol da fattori assolutamente personali, quali la separazione dal marito e l'affidamento della figlia.

Il libro - come il film - è fatto di molti silenzi, con la differenza però che la parola scritta consente di tradurli e renderli espliciti. Dunque, il libro forse ci permette di comprendere molto di più di Therese, per quanto non ne risulti alterata l'immagine che ne viene fuori, mentre gli altri personaggi nel libro escono parzialmente dal punto di vista di Therese per acquisire vita propria e per sottoporsi alla nostra visione e interpretazione.

Il personaggio di Carol è in un certo senso quello che rimane più coerente tra il piano letterario e quello cinematografico: Carol resta parzialmente insondabile nelle sue reazioni anche per noi lettori e spettatori, non solo per Therese. L'amore per Therese, così fortemente difeso anche a costo di rinunciare ad altre parti importanti della propria vita, viene fuori quasi improvviso in un atteggiamento di fondo che nasconde preoccupazione e ansia dietro un'apparenza composta e fredda. Così la vede Therese, così la vediamo noi, questa donna affascinante, eppure a volte sfuggente.

Non so che effetto mi avrebbe fatto leggere questo libro indipendentemente dalla visione del film; direi che non sono in grado di dirlo. Leggerlo dopo averne visto una trasposizione cinematografica così attenta, rispettosa e al contempo autonoma, è stata un'esperienza di grandissima ricchezza e per quanto mi riguarda unica nel suo genere.

Voto: 3,5/5

venerdì 8 gennaio 2016

Carol

Innanzitutto va detto che Carol è un film stilisticamente meraviglioso.

Dopo Lontano dal paradiso, Todd Haynes dimostra con questo film di avere un feeling particolare con l'atmosfera degli anni Cinquanta in America. La ricostruzione della New York di quegli anni relativamente a interni, esterni, abbigliamento e colonna sonora è studiata nei minimi dettagli ed è esteticamente di grande impatto. E per questo suggerisco di non perdere l'occasione di vederlo in lingua originale, affinché l'immersione possa essere ancora più profonda e avvolgente, come la voce caldissima di Cate Blanchett.

Il film di Todd Haynes non è, però, solo un involucro bellissimo di un regalo deludente, anzi è dentro questo contenitore che i personaggi di Carol (una Cate Blanchett perfettamente calata nel tempo e nella parte) e di Therese (una Rooney Mara che aggiunge un tocco di contemporaneità all'insieme) risplendono nella storicità dei loro modi e contemporaneamente nell'universalità dei loro sentimenti.

Carol è un film fatto principalmente di silenzi, di pensieri e di sguardi, e non a caso il personaggio principale, che - nonostante il titolo del film - è Therese, è anche quello cui sono affidate meno battute, ma i cui silenzi e i cui occhi sono straordinariamente eloquenti.

Carol è il motore immobile, Therese è l'universo in divenire. Una ragazza giovanissima, risucchiata nell'area gravitazionale di una donna adulta, madre di una bambina, che sta uscendo faticosamente da un matrimonio e dall'influenza di suo marito e della di lui famiglia, e che non vuole scendere a compromessi rispetto alla propria vita e alla propria identità.

Therese la conosciamo mite, accondiscente, che subisce l'umanità che la circonda più che sceglierla, però con gli occhi e il cuore curiosi e aperti sul mondo, come il suo interesse e talento per la fotografia dimostrano, con un lampo di selvatichezza e anticonformismo che guizza dietro quell'aspetto composto. Therese è all'inizio totalmente assorbita dal fascino magnetico di Carol, trascinata da un'attrazione e un desiderio crescenti cui non sa e non vuole sottrarsi.

La separazione forzata da Carol ci riconsegna una Therese che a poco a poco scopre se stessa di fronte al mondo e prende in mano le fila della propria vita, avviandosi sulla strada della ricerca della propria identità professionale e sentimentale. Solo a quel punto l'amore che bussa ancora alle sue porte potrà avere una risposta che viene da un posto più profondo della sua anima.

Quella di Carol e Therese è una bellissima storia d'amore, la cui intensità è resa esplosiva dal suo essere stretta tra le maglie personali, sociali e storiche, un po' come la sensualità di Carol è dirompente nelle gonne e nei vestiti fasciati dell'epoca che limitano i movimenti e costringono ai piccoli passi.

In definitiva, il film di Todd Haynes (grazie anche alla sceneggiatura al femminile di Phyllis Nagy, che probabilmente apprezzerò ancora di più dopo la lettura del libro della Highsmith) è un piccolo capolavoro di misura e di raffinatezza, un film che ha il passo elegante dei classici e la freschezza della modernità, le radici nel passato e lo sguardo sul presente, come nella felice sintesi tra Carol e Therese.

Voto: 4/5


lunedì 2 febbraio 2009

Revolutionary road


Dall'autore di American Beauty, Sam Mendes, non ci si poteva certo aspettare una scelta diversa dal dimenticato romanzo di Richard Yates, Revolutionary road.
E' infatti nelle corde del regista la riflessione e la critica nei confronti del modello della famiglia borghese americana e delle sue nevrosi. Diciamo che, rispetto ad American Beauty, qui si torna alle origini di quella nevrosi, a quegli anni Cinquanta che, superata la crisi della guerra mondiale, videro un inaspettato benessere economico e una ricerca spasmodica di una tranquillità suburbana, destinata a diventare prototipale dello stile di vita americano.
Il film mi ha ricordato anche Lontano dal paradiso, di Todd Haynes, altro dramma familiare ambientato negli anni Cinquanta, altro regista particolarmente attento alle contraddizioni della società americana.
Il film ha un impianto quasi teatrale, si coglie perfettamente che nasce da un testo letterario. Probabilmente il regista ne ha simbolicamente accentuato il carattere claustrofobico per comunicare il senso di ingabbiamento dei protagonisti.
Bella la rappresentazione di questa borghesia americana vestita tutta uguale, che abita in casette bellissime ma tutte uguali, che prende il treno tutte le mattine allo stesso orario per raggiungere il proprio cubicolo impiegatizio.
Bella la rappresentazione di una società di scontenti che fanno tutti finta di essere felici, e quando non fanno più finta e esprimono il desiderio di qualcosa di diverso vengono additati come pazzi o infantili.
Certo, la sceneggiatura manca un po' della profondità e del carattere introspettivo del testo letterario e per quanto bravi possano essere gli attori il risultato non è sempre all'altezza. Kate Winslet e Leonardo di Caprio, ma anche i comprimari, sono bravi e contribuiscono a creare quel senso di angoscia, a trasmettere quella mancanza di vie di uscita, a far presagire la tragedia fin dalla prima scena.
E alla fine del film ci chiediamo tutti quanti compromessi siamo disposti ad accettare e qual e' il limite da non travalicare per non rinunciare al nostro futuro e alla vita che desideravamo.
Voto: 3,5/5