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mercoledì 29 marzo 2023

Empire of light

E anche Sam Mendes porta in sala il suo personale omaggio al potere salvifico e riparatore del cinema (inteso come insieme di contenitore - la sala cinematografica - e di contenuto - i film), e lo fa attraverso la figura di Hilary (una sempre straordinaria Olivia Colman, che vale molto più della metà del valore complessivo del film), una donna che lavora presso il cinema Empire, sul lungomare della cittadina di Margate, sulla costa sud dell'Inghilterra.

Siamo nei primissimi anni Ottanta. La Gran Bretagna vive una pesante fase di recessione, come contraccolpo della crisi economica della fine degli anni Settanta. Al potere è salita Margaret Thatcher, con il suo programma liberista e conservatore, mentre il malessere sociale alimenta un rigurgito razzista.

Il cinema Empire, diretto da Mr Ellis (un Colin Firth in un ruolo per lui insolito), è in declino, ma Hilary svolge il suo lavoro di manager del personale con grandissimo scrupolo e attenzione, oltre a sottostare ai desideri - anche e soprattutto sessuali - del suo capo. Nella vita privata Hilary è profondamente sola, e si porta dietro una sofferenza psichica non meglio identificata.

Un giorno entra nello staff Stephen (Micheal Ward II), un giovane ragazzo di colore che porta una ventata di freschezza e di novità nell'ambiente stantio del cinema. Presto tra Hilary e Stephen nasce una storia apparentemente impossibile, che però sarà determinante - in modi diversi - per le future scelte di entrambi.

Empire of light è un film visivamente superbo: la fotografia di Roger Deakins è straordinaria in ogni singolo fotogramma, dalle inquadrature ai colori, all'utilizzo di quella luce che fin dal titolo è protagonista di questo film, perché è l'anima pulsante del cinema (e della fotografia).

Per quanto mi riguarda l'interpretazione di Olivia Colman e la fotografia di Deakins, assolutamente pensata per il grande schermo, valgono da soli il prezzo del biglietto, e anche di più. Per il resto, il film di Mendes si guarda piacevolmente e anche con qualche commozione, soprattutto in riferimento al personaggio di Hilary, però sul piano narrativo non appare secondo me del tutto risolto, soprattutto nel tentativo - che per certi versi appare un po' forzato - di utilizzare il cinema come strumento "curativo" dei disturbi di Hilary e delle incertezze di Stephen, grazie anche al personaggio-ponte del proiezionista Norman (Toby Jones).

In definitiva, anche Sam Mendes ci propone la sua personale versione di una lettera d'amore al cinema, riportandoci agli anni della sua adolescenza e celebrando i suoi miti del passato, nonché il suo amore per un luogo, la sala cinematografica, che già allora mostrava i segni della crisi.

In Mendes non c'è trionfalismo né proiezione verso il futuro, bensì un sentimento dolceamaro che non fornisce risposte né indica strade da percorrere.

Voto: 3/5 (ma darei molto di più a Olivia Colman e al direttore della fotografia)


lunedì 3 febbraio 2020

1917

Il film di Sam Mendes (che per me rimarrà sempre e soprattutto il regista di American Beauty) ha già vinto due Golden Globe (miglior film drammatico e miglior regista) e ha ben 10 candidature agli Oscar, dunque arriva al botteghino in Italia carico di riconoscimenti, e in un certo senso già premasticato da una critica che ha già avuto modo ampiamente di esprimersi su di esso, spaccandosi più o meno a metà tra coloro che gridano al capolavoro e coloro che lo considerano un freddo esercizio di stile.

Non potevo dunque farmi sfuggire l'occasione di andare a vederlo (in lingua originale) per potermene fare un'idea personale. La storia è presto detta (ed è basata - come ha dichiarato il regista - sui racconti di suo nonno): due caporali britannici, Blake (Dean-Charles Chapman) e Schofield (George MacKay, visto in Captain Fantastic), vengono chiamati dal generale per una delicata missione: devo consegnare una lettera a un altro plotone di 1600 uomini che si appresta a sferrare un attacco ai tedeschi apparentemente in ritirata, ma che in realtà si sono riorganizzati con più armi e più forze e hanno attirato gli inglesi in un tranello.

Da questo momento è solo questione di tempo: Blake e Schofield devo uscire dalla trincea, attraversare la "terra di nessuno" e, a seguire, il territorio (prima?) occupato dal nemico e poi raggiungere il colonnello dell'altro plotone prima dell'attacco. La missione assume anche un significato personale perché in quel plotone c'è anche il tenente Blake, fratello del caporale.

Come avrete già letto, la particolarità e anche la grandiosità del film (e il motivo per cui va assolutamente visto sul grande schermo!) consiste nel fatto che è girato come fosse un unico piano-sequenza, apparentemente senza montaggio né cesure (se non in un paio di occasioni, in cui però lo schermo che si oscura è funzionale a quanto avviene nella storia, come nel caso della caduta di Schofield dalle scale a seguito della quale perde i sensi risvegliandosi quando è ormai notte). La scelta è di sicuro effetto perché crea questa incredibile illusione che le poco meno di 24 ore in cui si svolge la storia corrispondano - per qualche arcana magia - alle circa due ore in cui siamo seduti in poltrona. A questo si aggiunga che la telecamera che segue i due soldati si muove quasi sempre alla loro altezza, come se fosse un terzo personaggio dell'azione che osserva da vicino - direi meglio dall'interno - quello che accade ai due protagonisti, poggiando lo sguardo su di loro, intorno a loro e oltre loro. Com'è stato da più parti osservato, Sam Mendes sembra ispirarsi al tipo di visione che caratterizza videogiochi di guerra come Battlefield e Call of Duty, cosa che molti hanno interpretato come un elemento svilente, ma che a mio parere dimostra una capacità di padroneggiare linguaggi differenti e di utilizzarli mettendoli al servizio delle proprie finalità narrative.

Certo è che Sam Mendes riesce nella non certo facile impresa di trasformare una guerra di posizione e di attesa come la prima guerra mondiale, una guerra difficilissima da rappresentare al cinema anche per la minore portata emotiva e simbolica che la caratterizza rispetto alla seconda guerra mondiale, in un racconto teso e vibrante, immersivo - come è stato detto -, trascinando lo spettatore nel fango, tra i topi, sotto le macerie, nel mirino di un cecchino. A rafforzare tutto questo una fotografia di altissimo livello che rende davvero epiche alcune scene, anche se talvolta a scapito di una piena credibilità. E alcuni momenti, vedi la scena del soldato che canta Wayfaring stranger in piedi con tutti i suoi commilitoni intorno seduti a terra tra gli alberi, sono anche particolarmente poetici.

Sul piano dunque della confezione cinematografica siamo decisamente ad altissimi livelli, dalle parti di altri grandi film di guerra, non lontani dalle vette del Dunkirk di Nolan.

Qualcuno però ha sottolineato che questa perfezione stilistica manca di pathos e di empatia, e che il film, una volta spogliato della sua confezione, mette in evidenza l'esilità dei suoi contenuti e rivela l'inconsistenza del suo messaggio. Anche su questo però non sono del tutto d'accordo. Sam Mendes utilizza un elemento narrativo tipico dei film di guerra, quello dell'eroe che sacrifica sé stesso per salvare altre vite, ma a poco a poco ne rivela l'insensatezza. Quando siamo pronti finalmente a celebrare l'eroe e a portarlo in trionfo al compimento della sua impresa, il colonnello MacKenzie (che come altri alti gradi dell'esercito è interpretato da un attore famoso, Benedict Cumberbatch, ma dice pochissime battute ed è assolutamente marginale e forse anche estraneo all'azione) con una semplice frase rivela l'inutilità di questo eroismo perché le vite umane salvate sono destinate a essere sacrificate al prossimo ordine di attacco. Emerge così in tutta la sua dirompenza l'orrore di una guerra che Mendes mostra sì attraverso le immagini, ma soprattutto ci suggerisce, facendoci riflettere sul sacrificio insensato di milioni di giovani in una ripetizione di massacri e morte fino alla consunzione delle forze in campo, lasciando un intero continente devastato materialmente e moralmente. Rispetto ad altri film in cui la retorica dell'eroe in battaglia viene portata fino in fondo e mai messa in discussione, mi pare che Mendes si assuma la responsabilità - dopo averla cavalcata - di metterla in crisi e capovolgerla, assestandole dunque un duro colpo.

Voto: 4/5

lunedì 10 gennaio 2011

American life = Away we go

Tre sono, secondo me, le cose più belle di questo film, il tutto condensato nella ben riuscita locandina:

- la splendida coppia di protagonisti, Burt (John Krasinski) e Verona (Maya Rudolph), facce belle (non necessariamente in senso tecnico), comunicative, espressive. Due ragazzoni di una generazione criticamente di mezzo (lui ha 33 anni, lei 34) che vivono insieme (senza essere sposati perché lei non crede nel matrimonio) e aspettano una bambina; a tratti un po' ingenui e adolescenziali, certamente confusi ma animati di buone intenzioni; giocherelloni, ma anche capaci di trovare risorse e forza dentro di sé; innamorati certamente, romantici, con un feeling speciale all'interno della coppia. Era tanto che non vedevo al cinema una coppia di attori e personaggi funzionare così bene!

- i primi esilaranti incontri dei due con altre coppie durante il loro on the road; in particolare l'incontro con la coppia disfunzionale di Phoenix (Lily e Lowell) con i figli obesi e quella con la coppia hippie/new age di Madison (LN, interpretata dalla splendida e bravissima Maggie Gyllenhall, e Roderick) che segue il culto del cavalluccio marino e ha una vera idiosincrasia nei confronti dei passeggini. In questa prima parte, tutta un po' sopra la righe e giocata su una sceneggiatura brillante, il film mi ha ricordato E morì con un felafel in mano, per il tono un po' scanzonato e canzonatorio al tempo stesso. E non so se è un caso, ma i due film condividono anche una canzone della colonna sonora, precisamente Golden Brown dei The Stranglers, che nel film australiano è elemento portato e qui è praticamente una citazione, visto che scorre in sottofondo durante il pranzo con la coppia di Madison.

- infine, appunto, la colonna sonora, prevalentemente affidata ad Alexi Murdoch, uno che in qualche modo si colloca a metà strada tra Nick Drake e Dave Matthews e che ci sta perfettamente in un road movie che inizia scoppiettante per poi virare sul melò. In un viaggio tra i paesaggi pieni di cactus dell'Arizona e i boschi verdi del Colorado (come quelli che si vedono nel film) io questa colonna sonora la sparerei ad alto volume in macchina con i finestrini abbassati.

Anche solo per questi tre motivi sfido chiunque a credere che il film è diretto da Sam Mendes. Sì, lui, lo stesso di American Beauty e di Revolutionary Road, bellissimi film, certo, ma duri come macigni e spietati come rasoi affilati.
Sarà dunque che Mendes a cuor leggero proprio non ci riesce ad esserlo, ma il limite più grande di questo film è proprio la piega melodrammatica (ma pur sempre poco realistica) che prende nella seconda parte, quando non si riesce più a ridere delle stranezze del mondo e delle persone che lo abitano, ma si finisce per guardarli ottusamente dall'interno.

Anche quella necessità tutta americana di risolvere spaesamento e confusione con un indistinto ritorno alle radici e alla famiglia risulta infine un po' stucchevole. Forse avrei chiuso il tutto con quel dialogo bello, leggero e commovente tra Burt e Verona, distesi sul tappeto elastico.

Infine, piccola annotazione. Va bene che il titolo American life scelto per la versione italiana del film è forse più intellegibile e più direttamente comprensibile (pur essendo lo stesso in inglese) per il pubblico di casa nostra, però mi spiegate perché non lasciare l'originale Away we go?

Voto: 3/5
(4 per la prima metà del film)

Il trailer propone il meglio della prima parte, censurando furbescamente tutto il resto!

lunedì 2 febbraio 2009

Revolutionary road


Dall'autore di American Beauty, Sam Mendes, non ci si poteva certo aspettare una scelta diversa dal dimenticato romanzo di Richard Yates, Revolutionary road.
E' infatti nelle corde del regista la riflessione e la critica nei confronti del modello della famiglia borghese americana e delle sue nevrosi. Diciamo che, rispetto ad American Beauty, qui si torna alle origini di quella nevrosi, a quegli anni Cinquanta che, superata la crisi della guerra mondiale, videro un inaspettato benessere economico e una ricerca spasmodica di una tranquillità suburbana, destinata a diventare prototipale dello stile di vita americano.
Il film mi ha ricordato anche Lontano dal paradiso, di Todd Haynes, altro dramma familiare ambientato negli anni Cinquanta, altro regista particolarmente attento alle contraddizioni della società americana.
Il film ha un impianto quasi teatrale, si coglie perfettamente che nasce da un testo letterario. Probabilmente il regista ne ha simbolicamente accentuato il carattere claustrofobico per comunicare il senso di ingabbiamento dei protagonisti.
Bella la rappresentazione di questa borghesia americana vestita tutta uguale, che abita in casette bellissime ma tutte uguali, che prende il treno tutte le mattine allo stesso orario per raggiungere il proprio cubicolo impiegatizio.
Bella la rappresentazione di una società di scontenti che fanno tutti finta di essere felici, e quando non fanno più finta e esprimono il desiderio di qualcosa di diverso vengono additati come pazzi o infantili.
Certo, la sceneggiatura manca un po' della profondità e del carattere introspettivo del testo letterario e per quanto bravi possano essere gli attori il risultato non è sempre all'altezza. Kate Winslet e Leonardo di Caprio, ma anche i comprimari, sono bravi e contribuiscono a creare quel senso di angoscia, a trasmettere quella mancanza di vie di uscita, a far presagire la tragedia fin dalla prima scena.
E alla fine del film ci chiediamo tutti quanti compromessi siamo disposti ad accettare e qual e' il limite da non travalicare per non rinunciare al nostro futuro e alla vita che desideravamo.
Voto: 3,5/5