Uno degli ultimi spettacoli che vedo a teatro per questa stagione è La vegetariana, tratto dal romanzo della scrittrice nordcoreana Premio Nobel Han Kang, di cui conosco poco la produzione avendo letto solo Atti umani, con sensazioni a dire la verità un po’ contraddittorie.
La mia amica M. però ci tiene particolarmente a vedere questo spettacolo in quanto ha letto il romanzo ed è curiosa di capire come è stato trasposto sul palcoscenico, e io ben volentieri partecipo a questa esperienza.
Sul palco del Vascello una scenografia fatta con una parete di fondo e due pareti oblique su cui si aprono due porte che conducono – come vedremo - in due piccoli ambienti, un bagno e una cucina. Le pareti sono scrostate e l’atmosfera complessiva è piuttosto squallida.
Il primo personaggio con cui facciamo conoscenza è il marito della protagonista che fin da subito ci anticipa quello che ci aspetta. Ci dice che la moglie Yeong-hye è una donna ordinaria e scialba, che lui l'ha scelta appositamente per queste caratteristiche, garanzia di un rapporto duraturo. Tutto però è cambiato quando, a seguito di un sogno fatto di sangue, pezzi di carne e violenza, la donna ha deciso di diventare vegetariana, di eliminare completamente la carne dalla sua vita, carne che è centrale nella cucina tradizionale della Corea del Sud.
Questa scelta innesca una serie di conseguenze sia su Yeong-hye, la quale si radicalizza sempre di più nella sua scelta fino a sviluppare una specie di rigetto verso i corpi compreso il proprio, sia sulle persone che la circondano, il marito, i genitori, la sorella e suo marito. Le reazioni degli altri oscillano tra la rabbia, la repulsione, la paura e l’attrazione quasi morbosa.
Mentre il matrimonio di Yeong-hye va a rotoli, suo cognato – un artista – sviluppa quasi un’ossessione per lei che mescola desiderio di fare del corpo della donna un oggetto su cui intervenire artisticamente, ma anche di possederlo carnalmente.
Il deflagrare finale della situazione e l’emergere di verità sepolte che riguardano l’infanzia di Yeong-hye e i traumi che si porta dentro porteranno all’apice il crescendo di angoscia, senza dare sollievo allo spettatore, cosa del resto tipica della scrittura di Han Kang.
Non posso fare paragoni con il romanzo, però certamente posso dire che la drammaturgia, l’allestimento e la regia di questo spettacolo sono molto efficaci nel trasmettere sensazioni e atmosfere, e gli attori (oltre a Daria Deflorian, anche regista e come attrice nei panni della sorella della protagonista, ma anche Paolo Musio, Monica Piseddu, che letteralmente si mette a nudo di fronte al pubblico, e Gabriele Portoghese) riescono a trasmettere e ad amplificare sentimenti contraddittori, che oscillano tra il dimesso e il violento. La recitazione un po’ strascicata alla lunga mi ha un pochino infastidita, ma certamente si è trattato di una precisa scelta interpretativa.
Anche se a tratti l’ho trovato un po’ pesante, nel complesso lo spettacolo è riuscito a tenere desta e viva l’attenzione, grazie anche al fondo di angoscia, non solo in me, ma persino in mio padre, che durante la sua permanenza romana si è sorbito un po’ di spettacoli insieme a me.
Voto: 3,5/5
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martedì 26 maggio 2026
mercoledì 18 marzo 2026
Atti umani / Han Kang
Atti umani / Han Kang; trad. di Milena Zemira Ciccimarra. Milano: Adelphi, 2017.
Eccomi al primo libro da me letto della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Premio nobel per la letteratura nel 2024. Sono partita da questo e non dal più famoso La vegetariana perché di Atti umani mi aveva parlato una delle lettrici più affezionate a questo blog e mi sono fidata del suo consiglio.
Il romanzo della Kang racconta, a partire dalla storia di un ragazzino di quindici anni, Dong-ho, protagonista del primo capitolo del libro, una vicenda centrale nella storia recente della Corea del Sud, ossia il massacro avvenuto a Gwangju il 18 maggio 1980. A seguito di una rivolta popolare alla quale partecipavano operai, lavoratori e studenti, anche molto giovani, il dittatore Chun Doo-hwan, salito al potere nel dicembre del 1979 con un colpo di stato, diede ordine all’esercito di procedere a una violenta repressione che produsse un’escalation della rivolta, portando all’uccisione di migliaia di persone e all’incarcerazione di molte altre, spesso sottoposte a violenze fisiche e verbali.
Si tratta di una pagina nera della storia della Corea, e il primo merito di Han Kang è quello di aver fatto conoscere questa vicenda ben al di fuori dei confini del paese, portandola all’attenzione mondiale.
Il racconto della scrittrice si articola in sette parti, corrispondenti ad altrettanti capitoli, di cui – come anticipato – il primo è dedicato al giovane Dong-ho, un ragazzino che andando in cerca dell’amico Jeong-dae, si ritrova di fronte all’Ufficio provinciale dove si stanno accumulando i cadaveri delle persone uccise dall’esercito, controllate a vista da persone solidali con la rivolta affinché i parenti possano ritrovare i propri cari e l’esercito non possa avvicinarsi e trasferirli nelle fosse comuni.
Di fronte a questa vista, Dong-ho resta talmente colpito che decide di rimanere all’Ufficio provinciale a fare i turni di sorveglianza, anche quando arriva la notizia che l’esercito si sta avvicinando e che è male intenzionato.
Il cerchio si chiude nell’ultimo capitolo in cui la scrittrice stessa richiama i propri ricordi d’infanzia – aveva 8 anni all’epoca della strage – e spiega come e perché ha deciso di riportare alla luce questa vicenda e, nello specifico, perché si è concentrata sulla figura di Dong-ho, che è il fil rouge della narrazione anche negli altri cinque capitoli dedicati ad altri personaggi (l’amico di Dong-ho, la redattrice, il prigioniero, l’operaia, la madre del ragazzo).
Il racconto si dipana dal primo all’ultimo capitolo in ordine cronologico, però all’interno di ciascun racconto si va avanti e indietro nel tempo, attraverso i ricordi di quello che si è visto o che si è vissuto, e delle conseguenze successive di quell’esperienza.
La scrittura di Han Kang è un perfetto mix tra dimensione emotiva e ricostruzione razionale, uno strumento usato chirurgicamente come una lama affilata per descrivere un pezzo di storia, ma anche per far sentire sulla pelle del lettore sentimenti ed emozioni in maniera quasi fisica, grazie alla vividezza e al contempo alla evocatività di alcune immagini.
Non è stata per me una lettura facile, ma sono molto contenta di aver aggiunto questa lettura al mio bagaglio.
Voto: 3,5/5
Eccomi al primo libro da me letto della scrittrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Premio nobel per la letteratura nel 2024. Sono partita da questo e non dal più famoso La vegetariana perché di Atti umani mi aveva parlato una delle lettrici più affezionate a questo blog e mi sono fidata del suo consiglio.
Il romanzo della Kang racconta, a partire dalla storia di un ragazzino di quindici anni, Dong-ho, protagonista del primo capitolo del libro, una vicenda centrale nella storia recente della Corea del Sud, ossia il massacro avvenuto a Gwangju il 18 maggio 1980. A seguito di una rivolta popolare alla quale partecipavano operai, lavoratori e studenti, anche molto giovani, il dittatore Chun Doo-hwan, salito al potere nel dicembre del 1979 con un colpo di stato, diede ordine all’esercito di procedere a una violenta repressione che produsse un’escalation della rivolta, portando all’uccisione di migliaia di persone e all’incarcerazione di molte altre, spesso sottoposte a violenze fisiche e verbali.
Si tratta di una pagina nera della storia della Corea, e il primo merito di Han Kang è quello di aver fatto conoscere questa vicenda ben al di fuori dei confini del paese, portandola all’attenzione mondiale.
Il racconto della scrittrice si articola in sette parti, corrispondenti ad altrettanti capitoli, di cui – come anticipato – il primo è dedicato al giovane Dong-ho, un ragazzino che andando in cerca dell’amico Jeong-dae, si ritrova di fronte all’Ufficio provinciale dove si stanno accumulando i cadaveri delle persone uccise dall’esercito, controllate a vista da persone solidali con la rivolta affinché i parenti possano ritrovare i propri cari e l’esercito non possa avvicinarsi e trasferirli nelle fosse comuni.
Di fronte a questa vista, Dong-ho resta talmente colpito che decide di rimanere all’Ufficio provinciale a fare i turni di sorveglianza, anche quando arriva la notizia che l’esercito si sta avvicinando e che è male intenzionato.
Il cerchio si chiude nell’ultimo capitolo in cui la scrittrice stessa richiama i propri ricordi d’infanzia – aveva 8 anni all’epoca della strage – e spiega come e perché ha deciso di riportare alla luce questa vicenda e, nello specifico, perché si è concentrata sulla figura di Dong-ho, che è il fil rouge della narrazione anche negli altri cinque capitoli dedicati ad altri personaggi (l’amico di Dong-ho, la redattrice, il prigioniero, l’operaia, la madre del ragazzo).
Il racconto si dipana dal primo all’ultimo capitolo in ordine cronologico, però all’interno di ciascun racconto si va avanti e indietro nel tempo, attraverso i ricordi di quello che si è visto o che si è vissuto, e delle conseguenze successive di quell’esperienza.
La scrittura di Han Kang è un perfetto mix tra dimensione emotiva e ricostruzione razionale, uno strumento usato chirurgicamente come una lama affilata per descrivere un pezzo di storia, ma anche per far sentire sulla pelle del lettore sentimenti ed emozioni in maniera quasi fisica, grazie alla vividezza e al contempo alla evocatività di alcune immagini.
Non è stata per me una lettura facile, ma sono molto contenta di aver aggiunto questa lettura al mio bagaglio.
Voto: 3,5/5
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