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lunedì 13 febbraio 2023

Un bel mattino = Un beau matin

Dopo la parentesi un po' meno intimista - e secondo me meno riuscita - del film Sull'isola di Bergman, Mia Hansen-Løve torna alle atmosfere de L'avenir (Le cose che verranno), e lo fa con un film profondamente autobiografico.

Al centro di questo racconto c'è una donna, Sandra (una credibile Léa Seydoux), che si divide tra il lavoro (fa la traduttrice, anche simultanea), la figlia (di una decina di anni), e il padre Georg (Pascal Greggory), ex professore di filosofia, a cui è stata diagnosticata la Sindrome di Benson, una malattia neurodegenerativa che lo sta rendendo non autonomo e sempre più confuso. Intorno a lei ruotano la sorella, insieme alla quale si occupa del padre, la madre - con cui il padre è separato da tanto tempo -, Leila, la nuova compagna del padre, la bisnonna ancora in discreta salute.

Un giorno al parco, Sandra incontra Clément (Melvil Poupaud), un amico che è stato via a lungo per lavoro, e tra i due scocca la scintilla dell'attrazione e inizia una storia d'amore. Clément però è sposato e ha un figlio, quindi la storia attraversa tutte le fasi tipiche dei rapporti clandestini.

Sandra si trova da un lato a fare i conti con l'impatto psicologico e pratico della malattia del padre, insieme alla necessità di trasferirlo in una struttura di cura e di svuotare la casa dei suoi tantissimi libri, dall'altro a vivere la felicità incontenibile dell'amore ritrovato dopo la morte del marito, ma anche la sofferenza degli inevitabili allontanamenti di Clément, oltre al rapporto con una figlia che sta crescendo e che diventa portatrice di esigenze e domande sempre più complesse.

Come nel precedente L'avenir, Mia Hansen-Løve sceglie uno stile sommesso, quasi sussurrato. C'è tutto in questo film: c'è il dolore, la paura, la speranza, l'empatia, la sofferenza, la gioia, la preoccupazione, l'amore, e tutti questi sentimenti sono intrecciati e talvolta sovrapposti nelle stesse giornate e nella stessa persona.

La regista scava e legge nelle pieghe dell'esistenza senza la presunzione di tirarne fuori delle grandi verità o insegnamenti, ma 'semplicemente' descrivendo le contraddizioni della vita, e interrogandosi - ancora una volta - sul senso della nostra esistenza, o forse sull'assenza di un senso che vada al di là dei cicli infinitamente ripetuti di esistenze individuali e delle emozioni con cui ognuno di noi la riempie.

Il titolo Un beau matin non è soltanto una citazione da Prévert - come qualcuno ha fatto notare - ma anche il titolo di un racconto che il padre della Hansen-Løve ha scritto per parlare della sua malattia, di cui alcuni passi entrano nella sceneggiatura del film.

Non c'è niente di strumentalmente melodrammatico in questo film, e però una intensità e una verità che è difficile trovare in altri film su temi analoghi. Quello di Sandra è un personaggio femminile di una tridimensionalità sorprendente: una donna che affronta con razionalità e senso pratico i problemi che molte di noi si trovano a vivere, ma non si difende dalle emozioni di fronte allo 'svanire' del padre - che lascia dietro di sé solo migliaia di libri - e al comparire imprevisto di un amore.

Con la canzone Love will remain di Bill Fay che parte sull'ultimo fotogramma del film, la Hansen-Løve sembra volerci indicare una possibile risposta, ma forse anche questa è una risposta persino eccessiva per un film che in fondo fa del relativismo e della sobrietà emotiva la sua bandiera.

Voto: 3,5/5


giovedì 30 dicembre 2021

Sull’isola di Bergman

In realtà io e S. volevamo andare a vedere Caro Evan Hansen, ma quando arriviamo al cinema scopriamo che avevo guardato male la programmazione e il film non c’è più. A quel punto cerchiamo un’alternativa e l’unica soluzione compatibile come orario e come distanza è l’ultimo film di Mia Hansen-Løve, Sull’isola di Bergman. 

Io della giovane regista francese avevo visto – con una certa qual soddisfazione – alcuni film precedenti e ne avevo apprezzato lo sguardo, attento in particolare al ruolo femminile all’interno della famiglia, e dunque speravo in un nuovo lavoro interessante. 
Come suggerisce già il titolo, la storia qui narrata è ambientata nell’isola svedese che Bergman scelse come suo luogo di vita e di lavoro, ossia l’isola di Fårö. Qui arriva una coppia di registi, Chris (Vicky Krieps) e Tony (Tim Roth) per trascorrere un’estate, proprio in quella che a suo tempo era stata la casa di Bergman e dove i due intendono portare avanti la scrittura delle storie che diventeranno i loro prossimi film. 
Tony è un regista già molto affermato, ha una grande facilità di scrittura e si immerge nell’ambiente di Bergman con grande naturalezza e senza turbamenti. Chris, molto più giovane di lui, è sicuramente meno famosa, ha una scrittura più faticosa e molti fattori di insoddisfazione e frustrazione, in particolare la difficoltà di conciliare e armonizzare vita privata e lavoro, che in parte è responsabile di una commistione, sovrapposizione e sostituzione tra vita reale e narrazione. 
Il rapporto tra Tony e Chris è certamente tenero e affettuoso, ed entrambi amano profondamente la loro figlia, ma la loro è diventata quasi un’amicizia, in cui il desiderio sessuale è ormai assente ed entrambi lo trasferiscono nella narrazione. 
È così che a un certo punto, quando Chris comincia a raccontare a Tony la storia che sta scrivendo, questa vicenda, ambientata proprio a Fårö prende vita sullo schermo e i suoi due protagonisti, Amy (Mia Wasikowska) e Joseph (Anders Danielsen Lie), in un’estate in cui si incontrano per il matrimonio di un’amica, rivivono la loro passione mai sopita, che li avvicina e poi li allontana nuovamente, soffocata dall’impossibilità di essere effettivamente vissuta. 
Il film nel film che sullo schermo prende il posto della vita vissuta da Chris e Tony a un certo punto sembra invadere la narrazione principale, nel sovrapporsi di sentimenti e protagonisti. 
Su tutto aleggia il nume tutelare dell’isola, Ingmar Bergman, che è ovunque e impregna di sé qualunque azione e scelta. 
Nel complesso ne viene fuori un film in cui i livelli di rispecchiamento sono tanti: non è strano pensare che i protagonisti del film siano un po’ l’alter ego della stessa regista e di suo marito, Olivier Assayas, ma poi - come abbiamo visto - questi stessi protagonisti a loro volta si rispecchiano nei personaggi delle storie da loro narrate, mentre negli interstizi si infilano frammenti della vita reale di Bergman e delle storie da lui raccontate nei suoi film. Il rischio di una possibile e sostanziale autoreferenzialità è fortissimo, con la quasi inevitabile conseguenza di creare una certa distanza degli spettatori dai personaggi (a qualunque livello si collochino), anche in conseguenza di una palpabile rigidità dello sviluppo narrativo (forse accentuata anche dal per me ormai insopportabile doppiaggio). 
Mia Hansen-Løve prosegue nella sua indagine molto personale sui sentimenti, osservandoli molto da vicino su sé stessa e sulle storie della propria famiglia, ma in questo caso a mio modesto avviso la regista, nel tentativo di introdurre dei filtri, si allontana un po’ dall’autenticità dei sentimenti. 
Voto: 3/5

martedì 11 aprile 2017

L'avenir - Le cose che verranno

L'ormai tradizionale appuntamento annuale con il Festival Rendez vous - Nuovo cinema francese è un'occasione bella per vedere film che arriveranno solo più avanti o non arriveranno mai nelle sale italiane, e per vederli in lingua originale e commentarli con i protagonisti (registi e attori).

Quest'anno il mio primo film del festival (dopo aver mancato la visione di Planétarium perché quando sono arrivata in cassa i posti erano appena finiti) è stato L'avenir - Le cose che verranno, il film della giovane regista Mia Hansen-Løve, che alla fine dello spettacolo ha risposto alle domande dell'intervistatrice e del pubblico con grazia, attenzione e rispetto.

L'avenir è la storia di Nathalie (una Isabelle Huppert che incontro spesso ultimamente nelle mie escursioni cinematografiche), una donna di mezza età che insegna filosofia in un liceo, è sposata da 25 anni con Heinz, ha due figli, una madre depressa che la vuole fare finita con la vita, e un ex allievo brillante che ha scelto la strada del rifiuto del modello borghese e si è rifugiato a vivere con alcuni compagni in un isolato casale in montagna.

La vita di Nathalie scorre serena, tra riflessioni filosofiche a casa e con i suoi studenti, e gestione quotidiana dei problemi familiari dentro un appartamento pieno di libri. Il mondo di Nathalie sembra rovesciarsi e crollare quando suo marito le confessa di amare un'altra e che la lascia per andare a vivere con lei, sua madre muore e la casa editrice per cui scrive e cui fa da consulente decide di tagliare la collana di filosofia perché poco redditizia.

Nathalie si ritrova in poco tempo in una casa in cui metà dei libri sono stati portati via dal marito e a gestire il gatto della madre che talvolta sparisce nei posti più impensati.

A quel punto dovrà fare i conti con una realtà che non è quella cui si era aggrappata per tanti anni e in cui le cose sono diverse da come aveva sempre voluto credere che fossero; dovrà fronteggiare il fallimento delle aspettative, le sue nei confronti degli altri e quelle degli altri nei suoi confronti.

La vita però, nella sua straordinaria e sorprendente inerzia, va avanti e l'inarrestabile ciclo degli eventi è in fondo una garanzia che qualunque disequilibrio si riassesterà in un nuovo equilibrio e che attraversare la sofferenza non preclude mai la possibilità di ritrovare piccoli piaceri quotidiani e grandi gioie.

Il film di Mia Hansen-Løve - come spesso accade per i film francesi - è un film suonato in sordina, in cui niente è urlato e dirompente, e gli eventi - persino quelli più sconvolgenti - fluiscono nella corrente, anche quando ne increspano la superficie.

Un film che - come la vita - a volte strappa il sorriso, altre volte stringe il cuore, altre volte ha un sapore amaro, e altre volte ancora è un balsamo che massaggia l'anima, donandoci quel conforto che la regista traduce in immagine attraverso l'ultimo fotogramma con cui si chiude L'avenir.

Se vi piacciono i film agrodolci e sussurrati, quelli in cui non tutto viene esplicitato, e le cose non sempre avvengono seguendo una traccia coerente, dove non ci sono buoni né cattivi, ma solo persone che fanno i conti con le proprie emozioni e i propri stati d'animo, L'avenir è un film che vi consiglio di andare a vedere.

Voto: 3,5/5