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mercoledì 15 marzo 2023

Pour un oui ou pour un non / con Franco Branciaroli e Umberto Orsini. Teatro Argentina, 1 marzo 2023

Pour un oui ou pour un non è un testo del 1982 di Nathalie Sarraute, scrittrice francese di origine russa che non conoscevo prima di questa circostanza, ma che scopro essere una delle grandi voci del teatro - e non solo - francese.

Sono due mostri sacri del teatro italiano, Franco Branciaroli e Umberto Orsini, diretti da Pier Luigi Pizzi, a portare in scena per il pubblico italiano questo lavoro, che racconta il momento di rottura di una amicizia di vecchia data. I due protagonisti, dopo un periodo di allontanamento, si ritrovano a casa di uno dei due (una casa con grandi librerie piene di libri) per confrontarsi sui motivi che li hanno allontanati. L'ospite (Franco Branciaroli) cerca - più o meno bonariamente - di indagare sui motivi dell'allontanamento dell'amico, mentre il padrone di casa (Umberto Orsini) appare reticente. A poco a poco i contorni di questo allontanamento si svelano: al centro non c'è un evento eclatante, ma quella che potrebbe essere un'incomprensione (un nonnulla, come l'espressione francese che dà il titolo all'opera Pour un oui ou pour un non suggerisce), su cui si sono costruiti rancori, illazioni, sensi di colpa e molto altro. La conversazione, che finisce per coinvolgere anche un'altra coppia di amici, cui i due si rivolgono telefonicamente, diventa sempre più tesa e ambigua, fino all'inquietante epilogo.

Il tema è molto interessante, e il testo sicuramente affascinante. Tra l'altro è una conversazione in cui mi sarei tranquillamente potuta immedesimare. Purtroppo però tutto ciò non accade. Il modo di recitare di Branciaroli mi risulta eccessivamente impostato e teatrale fin dal principio, e pure la recitazione di Orsini - sicuramente un po' più realistica - non mi convince del tutto. In generale il loro modo di stare sul palco e di interagire mi risulta un po' rigido e tutto sommato non perfettamente coerente con il testo.

Leggo che i due hanno voluto moltissimo portare quest'opera a teatro da protagonisti. E di questo certamente bisogna riconoscergli il merito. Però personalmente nei due ruoli ci avrei visto degli attori di mezza età, perché - non so se per una mia non corretta interpretazione - mi è sembrato che l'autrice a quel tipo di figura facesse riferimento nella scrittura.

Sicuramente la capacità di Branciaroli e soprattutto di Orsini (che ha quasi 89 anni) di tenere da soli il palco, mostrando un'agilità e una capacità recitativa ammirevoli, non va taciuta. Purtroppo però il risultato è che lo spettacolo mi è scivolato addosso senza lasciarmi molto.

Voto: 2,5/5

giovedì 27 dicembre 2018

Copenhagen / Michael Frayn. Teatro Argentina, 16 dicembre 2018

Per il secondo anno consecutivo il Teatro Argentina porta in scena Copenhagen, l'opera teatrale di Michael Frayn (lo stesso autore della celebre commedia Rumori fuori scena), dedicata all'incontro che avvenne nel 1941 tra i due fisici Niels Bohr, danese di origine ebrea, e Werner Heisenberg, tedesco, nella capitale danese occupata dai nazisti.

Se dell'incontro si è storicamente certi, non se ne conosce invece la motivazione e il contenuto. Il testo di Frayn ruota appunto intorno a questa domanda: perché Heisenberg raggiunse Bohr a Copenhagen e per dirgli cosa?

In scena, all'interno di un allestimento nero con pareti che sembrano - e sono - lavagne per scrivere, completamente ricoperte di formule matematiche, ci sono tre personaggi: Bohr (Umberto Orsini), Heisenberg (Massimo Popolizio) e Margrethe, la moglie di Bohr (Giuliana Lojodice). I tre personaggi parlano tra di loro di quanto accaduto quando erano ancora vivi, in particolare dagli anni Venti, quando Bohr e Heisenberg si incontrarono la prima volta (come insegnante e allievo) fino alla metà degli anni Quaranta e precisamente fino allo scoppio della bomba atomica in Giappone.

Il testo di Frayn si sviluppa quasi come un thriller, andando a indagare - attraverso le voci dei protagonisti - sul percorso che condusse gli studi e le ricerche sulla fisica atomica all'esito devastante che tutti conosciamo.

Mediante un dialogo dal ritmo serrato e intenso, via via scopriamo come Bohr e Heisenberg si incontrarono e - prima come maestro e allievo, poi come colleghi - costruirono un'amicizia e un sodalizio scientifico grazie al quale furono elaborati principi importanti della fisica, come quello di Indeterminazione e della Complementarietà. Lo scoppio della guerra pose fine a questo sodalizio e anche probabilmente all'amicizia, appartenendo i due ai fronti opposti e Bohr, in quanto ebreo, perseguitato sulla base delle leggi razziali.

Sul palco, dei due uomini ci vengono mostrate differenze nei caratteri e nei tratti psicologici (più esuberante Heisenberg, più pacato Bohr), ma anche la comune passione per la scienza e per la ricerca, e in fondo la comune ambizione, cose che da un lato contribuirono a rafforzare il legame tra i due, e dall'altro rappresentarono un motivo di spiccata competizione. A osservarli, facendo quasi da arbitro e da testimone, la moglie di Bohr, Margrethe, che riconduce i due uomini alla realtà lì dove i due uomini ricostruiscono il ricordo in modo soggettivo e poco rispondente al vero.

Ne viene fuori il ritratto di un'epoca e un effetto immersivo nel dibattito scientifico del tempo, reso accessibile anche allo spettatore digiuno di fisica grazie a una scrittura molto esemplificativa e divulgativa, ma non per questo sciatta. La pièce non dà risposte alla domanda che si pone, bensì avanza ipotesi e interpretazioni, lasciando a ciascuno spettatore il compito di fare le proprie deduzioni e ragionamenti, nella consapevolezza condivisa che la verità non è necessariamente unica e oggettiva, ma fortemente condizionata dal punto di vista.

Interessante anche la riflessione sul complesso rapporto tra scienza e politica e sui dilemmi etici relativi al possibile utilizzo in chiave bellica e distruttiva degli esiti delle ricerche scientifiche.

Pur riconoscendo la qualità del testo e della messa in scena di Mauro Avogadro e nonostante l'alto livello attoriale (sebbene abbia trovato Popolizio un po' eccessivo ed enfatico), personalmente non sono riuscita a entrare in sintonia con lo spettacolo: nel primo atto ho fatto persino fatica a seguire, qualche curiosità in più me l'ha suscitata il secondo atto, ma nell'insieme non sono riuscita a superare un senso di estraneità.

Uno spettacolo che sono dunque contenta di aver visto, ma che temo non resterà scolpito nella mia memoria perché non mi ha catturato sul piano emotivo e intellettivo.

Voto: 3/5