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venerdì 7 febbraio 2020

Si nota all’imbrunire / con Silvio Orlando. Teatro Quirino, 24 gennaio 2020

Silvio (Orlando) è un vedovo che si è ritirato a vivere in una casa di campagna in un paesino di pochi abitanti. La sua è diventata un’esistenza prevalentemente statica (Silvio sta per la maggior parte del tempo seduto) e costruita intorno a specifiche abitudini e piccole manie, che nella maggior parte dei casi non contemplano, anzi escludono l’interazione con altre persone.

In occasione però del suo compleanno e dell’anniversario della morte della moglie, arrivano a casa i figli, Maria (Maria Laura Rondanini), Alice (Redini) e Riccardo (Vincenzo Nemolato), nonché il fratello Roberto (Nobile).

Questa convivenza (più o meno forzata) porta alla luce tutte le dinamiche familiari, quella relativa al rapporto tra padre e figli, quella tra i fratelli Silvio e Roberto e, infine, quella tra i figli, ormai adulti, ognuno con la propria vita e le proprie complessità. Maria è pedante e depressa, convinta di poter salvare il mondo, Alice ha ambizioni da poetessa ma è frustrata da una sostanziale mancanza di creatività e si rifugia in un atteggiamento un po’ infantile, Riccardo vuole fare i soldi facilmente e senza lavorare; ognuno di loro alterna momenti di sintonia e altri di conflittualità con gli altri componenti della famiglia, a tratti rifugge e poi ritorna all’alveo familiare in una danza infinita che oscilla tra autonomia e dipendenza. Tutti hanno qualcosa da dire al loro padre, di cui non condividono la scelta di isolamento, esattamente come il fratello di lui, Roberto, sempre pronto a rintuzzare Silvio.

Lo spettacolo – in perfetto stile dramedy - si muove tra momenti leggeri e ironici, che fanno ridere e sorridere (anche grazie alla bella interpretazione di Silvio Orlando), e momenti drammatici e malinconici, che fanno riflettere e in cui tutti potranno riconoscere dinamiche familiari note e personali.

Il testo di Lucia Calamaro (che è anche la regista dello spettacolo) ha vinto il premio Ubu come miglior testo o nuovo progetto drammaturgico ed è anche una pubblicazione di Marsilio con il titolo Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato).

La sua forza si gioca, oltre che sull’equilibrio tra ironia e malinconia, sul colpo di scena finale che in parte ribalta l’interpretazione della storia raccontata e conferisce a quanto visto e ascoltato un significato forse più complesso e sicuramente meno consolatorio, puntando l’attenzione sui rischi dell’isolamento sociale delle persone che si trovano nella condizione di Silvio.

A me il testo è piaciuto però molto di più nelle parti dedicate alla disamina dei rapporti familiari, agli approfondimenti dei profili psicologici individuali e ai rischi prodotti sugli equilibri familiari dall’irrisolutezza individuale e dal mancato rispetto verso le scelte altrui. La frase che a un certo punto Silvio dice in merito al fatto che bisognerebbe smettere di essere genitori e figli quando questi ultimi hanno 30-40 anni e diventare semmai parenti alla lontana o conoscenti è qualcosa di profondamente vero e su cui forse non si è ancora riflettuto abbastanza.

Molto meno mi sono piaciute le digressioni diciamo “di puro intrattenimento”, in particolare alcuni piccoli monologhi affidati al fratello Roberto, fors’anche perché non amo la recitazione molto spinta sulla macchietta di Roberto Nobile (già visto insieme a Silvio Orlando nella messa in scena di Lacci di Starnone).

Nel complesso un testo per me un po’ discontinuo, ma con diversi punti forti e vette narrative non certo scontate, e con una messa in scena pulita e registicamente efficace.
Osservo con F. che deve esserci in questo periodo la moda delle scenografie con le quinte (delle pareti semitrasparenti su cui si aprono porte e che simulano ambienti diversi e livelli narrativi a volte differenti), perché ultimamente ne abbiamo viste a teatro almeno tre (in questo spettacolo, in Zero e in Ditegli sempre di sì): belle, ma magari meglio non esagerare ;-)

Voto: 3,5/5

lunedì 7 novembre 2011

La kryptonite nella borsa

Quello di Ivan Cotroneo non è certamente un nome nuovo. Personalmente lo associo al romanzo Cronaca di un disamore che avevo letto un po’ di anni fa a seguito della fine di una storia e che avevo trovato bello, anche se un pochino deprimente, ma anche alle numerose sceneggiature firmate per importanti film di importanti registi italiani, non ultima quella di Mine vaganti di Ferzan Ozpetek.

Con La kryptonite nella borsa Cotroneo fa il salto dalla storia scritta a quella raccontata per immagini e si cimenta – con ottimi risultati – dietro la macchina da presa, sostenuto da una sceneggiatura scritta da lui stesso e da un gruppo di lavoro di grande qualità e mestiere: dal cast formato da attori quali Luca Zingaretti, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Cristiana Capotondi e Libero De Rienzo, a un direttore della fotografia del calibro di Luca Bigazzi (che ha dato poco firmato anche il film di Sorrentino) a una colonna sonora sempre accattivante come è quella degli anni ’70.

Non so se ci sia qualcosa di autobiografico nella storia raccontata in questo film, certo è che Cotroneo è nato negli anni ’60 a Napoli, esattamente come Peppino, il protagonista del film (magnificamente interpretato da Luigi Catani), e dunque conosce molto bene il contesto che racconta. Non è nuova per Cotroneo neppure l’idea di raccontare la storia di un personaggio che - a suo modo - è diverso dal contesto che lo circonda e che dovrà trovare la forza e la consapevolezza di sé per andare per la sua strada.

In questo caso si tratta di Peppino, nato nel 1964 a Napoli in una famiglia che non si fa fatica a definire disfunzionale. Della vita di Peppino ci viene raccontato il 1973, anno in cui lui, capellone, grossi occhiali da miope, preso in giro dai suoi compagni di classe, si trova a fare i conti con un momento familiare difficile. Sua madre Rosaria (una dolente Valeria Golino) scopre che suo marito (uno straordinario Luca Zingaretti) la tradisce con la figlia della tabaccaia nella Seicento familiare che usa per andare a lavorare nel negozio di macchine da cucire, e cade in depressione, trascorrendo intere giornate a letto. Gli equilibri familiari già piuttosto precari vengono ulteriormente messi in discussione.
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E così Peppino trascorre di volta in volta le sue giornate con suo padre che un po’ goffamente tenta di svolgere un ruolo rispetto al quale non si sente del tutto all’altezza, con i suoi nonni, un po’ duri e autoritari e, soprattutto, molto presenti in questa famiglia allargata, con i suoi due zii “scapoli” (Titina, interpretata da Cristiana Capotondi, e Salvatore, molto ben rappresentato da Libero De Rienzo) che trascorrono le giornate tra discoteche, collettivi femministi, musica, festivi dalle fantasie e dai colori optical, esperienze sessuali e acidi, e infine con Assunta (la collega di lavoro di Rosaria, interpretata da Monica Nappo) che viene da una famiglia poverissima e che è ossessionata dalla ricerca di un fidanzato.

Su tutto volteggia (e il termine non è casuale) il cugino Gennaro (Vincenzo Nemolato), un ragazzo ritardato che va in giro vestito – ma con i colori un po’ slavati - da Superman (ed è convinto che il suo punto debole - come per il supereroe - sia la kryptonite). Gennaro/Superman muore sotto un autobus, ma Peppino lo adotta come guida spirituale nei suoi sogni ad occhi aperti e con lui prenderà il volo dalla sua infanzia.

Definirei quella di Cotroneo una “commedia malinconica”, in cui si ride e si sorride, ma in fondo al cuore resta una certa qual tristezza mista a nostalgia. La nostalgia di un mondo passato, riletto in maniera creativa più che documentaristica, un mondo in fondo più essenziale di quello di oggi, con codici più facilmente leggibili; la tristezza di constatare che alcune dinamiche umane sono senza tempo e di condividere la sensazione di spaesamento di Peppino in questo mondo di adulti incerti, insoddisfatti, infantili a loro volta.

Cotroneo dimostra di essere bravo a tenere insieme tutti i pezzi di questa storia composita mantenendo un apprezzabile senso della misura, salvo nella invadente voce fuoricampo iniziale (che – come dice Mereghetti – per fortuna, ma anche incongruamente scompare dopo i primi minuti). Va detto però che la parte più riuscita del film è forse proprio quella eccessiva e un po’ sopra le righe, rappresentata dal mondo degli zii Titina e Salvatore, mentre lì dove la rappresentazione si fa più contenuta e – per quanto possibile – più realistica risulta insoddisfacente perché ci si aspetterebbe una maggiore profondità di analisi e, invece, anche su questo fronte si rimane in qualche modo sulla superficie.

In due parole, un debutto dietro la macchina da presa gradevole e cinematograficamente corretto quello di Cotroneo. Non un capolavoro, ma questo dovrebbe lasciargli aperte più possibilità per le sue prossime prove.

E poi il fidanzato di Assunta mi ricordava troppo mio padre nelle fotografie da giovane!

Voto: 3/5