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giovedì 25 giugno 2026

Il prigioniero = El cautivo

Rispondo all’invito dell’Istituto Cervantes di Roma all’anteprima del film El cautivo (Il prigioniero) di Amenábar, in uscita nelle sale italiane, e ottengo un biglietto omaggio per la partecipazione.

Quando arrivo al cinema Quattro Fontane, dove sono presenti sia il regista sia uno degli interpreti, Alessandro Borghi, c’è un sacco di gente che ne approfitta per foto e selfie.

Prima dell’inizio del film, Andrea Occhipinti di Lucky Red dialoga con il regista e l’attore per comprenderne i retroscena e le fasi preparatorie, e devo dire che mi trovo molto d’accordo con Occhipinti nell’osservare che Amenábar ha una filmografia sempre più imprevedibile e certamente originale, visto che passa da Apri gli occhi a Mare dentro, e da The Others a Il prigioniero, mescolando film drammatici, storici, gotici e chi più ne ha più ne metta. Amenábar risponde che per lui il cinema è il modo di intraprendere un viaggio e che va nelle direzioni che gli suscitano curiosità.

Ne Il prigioniero il regista racconta i cinque anni della vita di Miguel de Cervantes (Julio Peña) che il giovane studente di lettere, poi arruolato e infine fatto prigioniero, trascorre nelle prigioni di Algeri, insieme ad altri cristiani catturati dai mori. A capo di Algeri e delle sue prigioni c’è Hasan Bajà (Alessandro Borghi), detto il Veneziano in quanto nato a Venezia e poi convertito all’Islam in Turchia, un uomo affascinante e crudele al contempo.

Durante il periodo della prigionia, Miguel attinge alla biblioteca di Padre Antonio de Sosa, ed è proprio grazie al suo amore per le lettere, alla sua fantasia e alla sua capacità di raccontare storie che Miguel riesce sia a intrattenere e compattare il gruppo dei prigionieri (ad eccezione di Blanco de Paz, esponente del Sant’Uffizio), che ad attirare l’interesse e conquistare Hasan Bajà.

Il rapporto tra i due sfocerà in una storia d’amore, che Miguel vivrà con molte contraddizioni anche perché proprio i sospetti sulla sua omosessualità lo avevano portato ad arruolarsi, e soprattutto perché dovrà decidere tra il desiderio di scrivere e raccontare storie al mondo e l’amore del Bajà.

Pur apprezzando nel suo complesso il coraggio dell’operazione condotta da Amenábar, devo dire che ho trovato il film meccanico e poco convincente. Una sensazione di finto e poco credibile, oltre che una narrazione un po’ stiracchiata e nel complesso poco coerente, hanno fatto sì che non mi appassionassi granché, sebbene io sia particolarmente sensibile al tema dell’importanza delle storie e della loro capacità di salvarci.

Dal mio punto di vista un’occasione parzialmente mancata, ma pazienza. Ci sta per un regista così multiforme e che batte sempre strade nuove senza mai restare nella sua zona di comfort, come fanno molti altri.

Voto: 2,5/5


mercoledì 27 febbraio 2019

Il primo re

All'interno di un panorama del cinema italiano tendenzialmente ripiegato sulla dimensione privata o sociale e oscillante tra la commedia più o meno impegnata e il registro drammatico, il film di Matteo Rovere (già regista dell'apprezzato Veloce come il vento, che io però non ho visto) rappresenta un'operazione coraggiosa e certamente ambiziosa.

Il primo re racconta infatti la storia di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) e della loro estenuante lotta per la sopravvivenza in un'epoca di feroce violenza e per la conquista di una terra dove fondare una nuova città che diventerà nel giro di qualche secolo il grande impero romano.

Siamo nel I sec. a.C. e l'uomo è ancora totalmente indifeso di fronte a una natura prevalente e minacciosa: Romolo e Remo vengono sopresi da un'alluvione che spazza via la loro terra e li rende prigionieri della popolazione di Alba, lasciando Romolo in fin di vita. Destinati a morte certa, i due fratelli guidano la rivolta dei prigionieri e scappano portando con sé il fuoco sacro e la vestale che lo protegge, alla ricerca di un luogo sicuro dove stanziarsi. Individuano questo luogo sull'altra sponda del Tevere che però, per essere raggiunta, richiede l'attraversamento di una foresta abitata da spiriti maligni e da sanguinari guerrieri.

È il coraggio di Remo che, oltre a proteggere e salvare il fratello in più circostanze, permette a questa "accozzaglia" di derelitti senza patria di sconfiggere i nemici che incontrano sul loro cammino e di raggiungere la "terra promessa". Sui due fratelli incombe però il volere degli dei, presagito grazie all'arte aruspicina, che preannuncia la morte di uno dei due fratelli per mano dell'altro e la nascita del nuovo regno.

Da un lato c'è Remo il cui coraggio, forza, carisma e abnegazione rendono naturalmente capo di questa costituenda comunità (il vero "primo re"), ma che non riconosce la superiorità divina e si fa sempre più tracotante e sprezzante, dall'altro c'è un Romolo debole e sofferente, totalmente sottomesso alla divinità e che finirà per compierne la volontà uccidendo il fratello.

Ironicamente si potrebbe commentare che questa grande civiltà da cui proveniamo poteva nascere da un uomo che credeva in sé stesso e nelle potenzialità dell'umanità piuttosto che in un destino determinato dalla volontà degli dei, e invece è finita nelle mani di un uomo che mette il suo futuro regno sotto la protezione della divinità.

Non sono in grado di dire, né mi interessa particolarmente verificare quanta e quale parte della narrazione de Il primo re corrisponda alla verità storica, anche perché si tratterebbe quasi certamente di un'operazione quasi impossibile visto che parliamo di un'epoca le cui fonti attingono più spesso al mito e alla leggenda che alla realtà di fatti pressoché inconoscibili.

La narrazione di Mattia Rovere appare però convincente e verosimile - entro i limiti del possibile - e ci catapulta in un mondo in cui il confine tra la vita e la morte è incredibilmente labile e la sopravvivenza passa inevitabilmente attraverso la guerra e la violenza degli uomini contro gli uomini, ma anche contro la natura. La scelta delle ambientazioni (con le bellissime immagini di Daniele Ciprì in una foresta dai cui alberi filtra la luce del sole e dal cui terreno sale la nebbia) conferisce a questo film un'atmosfera quasi priva di artificiosità (anni luce lontana ad esempio da film come 300), richiamando alla mente semmai lo stile di alcuni film di Mel Gibson come Apocalypto e anche La passione di Cristo. Anche l'uso di un latino arcaico, sottotitolato in italiano, appare coerente con le scelte di fondo.

Se non amate gli scontri cruenti tra uomini che lottano a mani nude e con armi primitive e lo schizzare del sangue forse non è il film per voi (e in parte non lo è neanche per me), ma l'operazione compiuta da Matteo Rovere - anche grazie ai soldi belgi - riporta il cinema italiano a un genere ormai dimenticato e lo fa con cura e attenzione e senza calcare eccessivamente la mano - a parte pochi passaggi - su un'epicità fine a sé stessa.

Voto: 3,5/5

martedì 16 ottobre 2018

Sulla mia pelle

Venerdì 12 ottobre il CSOA La Strada a Garbatella organizza una proiezione gratuita del film Sulla mia pelle alla presenza della sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, dell’avvocato Fabio Anselmo, del regista Alessio Cremonini, dell’attore Alessandro Borghi e di altre persone che hanno avuto una qualche parte nella vicenda.

Quando io e il mio amico M. arriviamo verso le 18,30 (l’inizio del dibattito è previsto per le 20) c’è già tantissima gente. Il tempo di mangiare un piatto di riso con il pollo e entriamo per prendere posto. A malapena troviamo due sedie dove sederci e nel giro di un’oretta le sale del CSOA sono completamente piene di gente, seduta a terra e sulle sedie e in piedi. Quelli dell’organizzazione ci dicono che fuori c’è altrettanta gente, se non ancora di più. A un certo punto si parla di un migliaio di persone fuori e di un quartiere praticamente bloccato. E questo è di per sé qualcosa che fa venire i brividi.

Alle 20 o poco più sul palco ci sono Ilaria Cucchi, l’avvocato, il regista e gli organizzatori, dopo che un lungo applauso ha accolto il loro arrivo in sala. Si parla del film che stiamo per vedere, e che in qualche modo ha fatto il miracolo di portare il caso Cucchi ben oltre i confini già estesi raggiunti grazie alla caparbietà e alla forza di Ilaria. Ma si parla anche di questa assurda vicenda e della speranza di riuscire a fare emergere anche a livello giudiziario una verità che tutti conosciamo. Nessuno dei partecipanti al dibattito fa sconti a nessuno. E su questa linea si sviluppa anche il film di Alessio Cremonini, un film asciutto e rigoroso strettamente basato sulla lettura delle carte processuali.

Sulla mia pelle (e - come recita uno striscione esposto in sala – “Sulla pelle di uno è sulla pelle di tutti”) è un film che sceglie deliberatamente di non essere morboso rispetto alla violenza, che non ci viene nemmeno mostrata, bensì di essere intimo nel mostrare la sofferenza di un ragazzo che qualcuno ha deciso di lasciare solo a morire, e che probabilmente si sarebbe potuto salvare.

Il film di Cremonini resta appiccicato sulla pelle in modo vischioso, come la resina degli alberi, e continua a lavorare dentro anche dopo la visione. Il regista ha il merito di non santificare Stefano, certamente una testa un po’ calda, con un problema grosso come una casa (il consumo e lo spaccio di droga), e però è fermo nel trasmettere il senso profondo di tutta questa vicenda. Nessun essere umano merita un tale trattamento, nessuna società civile può accettare una sospensione dello stato di diritto come quella che si è verificata in questa vicenda.

L’eredità che la visione del film ha lasciato in me ha lavorato in due direzioni. Mi ha fatto mettere dalla parte di Stefano, della vittima, e mi ha fatto sentire sulla pelle (anzi sotto la pelle) quanta sofferenza abbia dovuto attraversare prima della morte, oltre a farmi pensare che al posto suo ci sarebbe potuto essere chiunque finito per qualche motivo in quell’ingranaggio (perché non è affatto vero – come pensano i perbenisti – che una cosa del genere a noi e alle persone del nostro mondo non potrebbe mai accadere). Ma ancora più sconvolgente è proiettarsi dalla parte dei carnefici, non tanto quelli che materialmente hanno perpetrato il pestaggio, quanto tutti quelli che non hanno mosso un dito, per superficialità, per disinteresse, per pregiudizio, per paura, per non correre rischi o per chissà quali altri motivi. E su questo fronte nessuno può dirsi innocente nella propria vita, perché a tutti è capitato – magari e per fortuna in situazioni molto più piccole di questa – di voltare la testa dall’altro lato per non dover affrontare da soli un sistema che va avanti e funziona sulla base di ricatti e omertà.

Per questo alla fine del film ci si ritrova a sentirsi colpevoli e impotenti di fronte a un mondo in cui nessuno si sente più al sicuro e protetto. Perché la vera mafia di questo paese è il sistema nel quale tutti siamo ingabbiati e di cui non abbiamo più fiducia, un sistema nel quale il singolo non si sente più parte di una collettività con cui condivide valori e battaglie finendo schiacciato dalle sue stesse lotte. E qui va cercata la radice di tante brutture che osserviamo e viviamo tutti i giorni.

Voto: 3,5/5



mercoledì 11 novembre 2015

Non essere cattivo

Al secondo tentativo (il primo era fallito a causa di un problema di audio del cinema) finalmente riesco a vedere l'ultimo film realizzato da Claudio Caligari (l'autore di culto di Amore tossico) prima della sua morte.

Non essere cattivo è la storia di Cesare (un irriconoscibile Luca Marinelli) e di Vittorio (Alessandro Borghi), due amici di infanzia, figli della periferia romana degli anni Ottanta e Novanta (in questo caso siamo a Ostia), una periferia disperata nella quale la droga scorreva a fiumi.

I due vivono facendo dei lavoretti poco puliti per conto di un piccolo criminale locale, Bruno, e trascorrono le loro serate sballandosi di cocaina e pasticche e poi facendo i bulli in un baretto della zona oppure rimorchiando delle ragazze.

Cesare ha perso la sorella, morta di AIDS, e vive con la madre e con la nipotina, anch'essa malata. Di Vittorio non sappiamo molto, ma certamente anche lui è uno che deve fare costantemente i conti con il dolore e la miseria.

Cesare e Vittorio sono due antieroi disperati e fragili, destinati alla sconfitta in ogni caso, sia che tentino di riscattare la propria esistenza come prova a fare Vittorio quando si innamora di Lidia, sia che continuino a vivere una vita irresponsabile e autodistruttiva come Cesare.

Caligari ci porta dentro le vite di personaggi che, sotto la loro aria spavalda e i loro modi "sbruffoni", si rivelano dolenti e teneri al contempo nel cercare disperatamente di strappare alla vita quella felicità di cui essa è stata così avara nei loro confronti.

Il film di Claudio Caligari ci fa fare un vero e proprio tuffo in un passato prossimo che sentiamo ancora fresco sulla nostra pelle, ma che il regista riporta in vita con una sincerità e una compassione rare.

I due attori sono bravissimi nel conferire a Cesare e Vittorio da un lato quei tratti di immaturità e ruvidezza che ne fanno l'espressione tipica dell'ambiente dal quale provengono e dall'altro quella vulnerabilità che fa venir voglia di abbracciarli e sottrarli a un destino inevitabile.

Il mondo di Caligari è un mondo nel quale gli uomini sono rimasti adolescenti e dell'adolescenza si portano dietro la forza e l'indissolubilità dei rapporti amicali, mentre le donne sono le uniche capaci di guardare in faccia la realtà - per quanto brutta - provando a passarci attraverso, senza però per questo riuscire a salvare da se stessi i loro figli, amanti, mariti.

Un film in cui si ride e si sorride, ma con un'amarezza di fondo che trasforma rapidamente il sorriso in lacrime di commozione.

Neppure i cattivi sono davvero cattivi in questo film. Ma non essere cattivi sul serio non è sufficiente a salvarsi.

Voto: 3,5/5