Remake del film sci-fi sudcoreano del 2003 Jigureul jikyeora! di Jang Joon-hwan, l’ultimo lavoro di Yorgos Lanthimos sembra proseguire senza soluzione di continuità quanto iniziato con Kinds of kindness: ancora Emma Stone e Jesse Plemons al centro della narrazione, stesse location e stesse scelte estetiche, e per certi versi tematiche non dissimili, e comunque in linea con il suo gusto per il paradosso.
Il titolo del film, Bugonia, è una parola greca che viene da un episodio delle Georgiche di Virgilio che racconta come dalla carcassa di un bue morto nasca nuova vita sotto forma di uno sciame di api.
E non a caso, al centro del film di Lanthimos, c’è Teddy Gatz (Jesse Plemons) che vive, insieme a suo cugino autistico Don (Aidan Delbis), in una casa isolata in Georgia e con lui gestisce appunto un allevamento di api. Teddy, che ha una storia familiare e personale alle spalle non certo semplice, vive in uno stato di folle paranoia, alimentato da teorie complottiste su cui fa instancabili ricerche, secondo le quali una specie aliena, gli andromediani, si sarebbero mescolati agli umani per farli estinguere, esattamente come sta accadendo con le api.
In questa sua paranoia Teddy è convinto che Michelle Fuller (Emma Stone), dirigente di una grossa multinazionale, sia un’aliena e decide di rapirla per costringerla a rivelare la verità. È così che nel basement della casa inizia questo confronto a due tra Teddy e Michelle, l’uno sempre più folle ed estremo, l’altra intenzionata a usare tutte le armi manipolatorie di cui è dotata.
Ne viene fuori una narrazione dall’impianto quasi teatrale in cui i generi e i registri si mescolano e si confondono, dal grottesco al thriller psicologico, dallo splatter al dramma sociale, dallo sci-fi alla violenza improvvisa e quasi gratuita.
Non c’è dubbio che – come altri registi in questo periodo storico – anche Lanthimos abbia voluto e voglia esplorare alcune dimensioni patologiche della contemporaneità, in particolare lo scontro in atto tra visioni sempre più polarizzate e singolarmente indifendibili, ma mi pare che l’approccio del regista greco, almeno in Bugonia, sia più quello del divertissement che quello del film “impegnato” o comunque alla ricerca di un significato specifico, che è poi ciò che vado pensando e dicendo già da un po’ sulla sua cinematografia.
Lanthimos ha fatto scuola con il suo cinema paradossale e grottescamente allegorico (e anche in questo caso trovo azzeccata la straordinaria mossa ironica di nobilitare in qualche modo il complottismo), ma ormai non è più l’unico e forse nemmeno il più originale su questo piano (si veda Good boy, l’ultimo film di Komasa), e soprattutto ha perso un po’ di sostanza, spostandosi sempre di più verso un manierismo di sé stesso che finisce per non convincere più.
Secondo me Lanthimos ha bisogno di dare una sterzata alla sua cinematografia, di trovare nuovi stimoli e nuove strade, anche se potrebbero essere per lui e per il pubblico meno rassicuranti. Io lo aspetto al varco.
Voto: 3/5
Visualizzazione post con etichetta Yorgos Lanthimos. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Yorgos Lanthimos. Mostra tutti i post
lunedì 24 novembre 2025
venerdì 28 giugno 2024
Kinds of kindness
Ora che con Povere creature! (ma in realtà già con La favorita) Yorgos Lanthimos ha messo al sicuro il suo posto nell'empireo di Hollywood, conquistando il grande pubblico, il regista greco sembra volersi permettere sia di ritornare ad alcune atmosfere proprie dei suoi primi film (e a lavorare con il suo sceneggiatore Efthymis Filippou) sia di utilizzare alcuni di quei registri a scopo di divertissement, anche sfruttando la disponibilità dei grandi attori che ha a disposizione.
E così più o meno contemporaneamente a Povere creature! con lo stesso gruppo di attori (Emma Stone, la sua ormai dichiarata musa, Jesse Plemons, Willem Dafoe, Margaret Qualley, cui qui si aggiungono Hong Chau e Mamoudou Athie) mette in piedi questo film, Kinds of kindness, che in realtà è praticamente la somma di tre mediometraggi, e infatti il tutto dura quasi tre ore.
Matteo Bordone nel suo podcast che ascolto più o meno quotidianamente dice che i tre episodi non hanno un filo conduttore e che sono ciascuno finalizzato a stigmatizzare un fenomeno della vita contemporanea: il servilismo, la paranoia e il settarismo. Pur essendo vero che le tematiche sono quelle citate, personalmente ritengo che il filo conduttore ci sia e non sia soltanto il fantomatico personaggio di R.M.F. che compare in tutti gli episodi, una specie di McGuffin che attraversa il racconto, bensì sia dichiarato fin dai primissimi minuti, quando sui titoli di testa (a partire dalla sequenza di video delle case di produzione che di solito hanno proprie musiche) parte la canzone Sweet dreams degli Eurythmics in cui l'amatissima Annie Lennox a più riprese intona:
Everybody's looking for something
Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused
Ebbene, secondo me questa strofa è la chiave interpretativa del film che ci mostra in fondo diverse storie di manipolazione e abuso, storie nelle quali - come sempre accade in queste derive patologiche - vittime e carnefici sono legati a doppio filo.
Gli attori che interpretano i vari personaggi nei tre episodi sono sempre gli stessi, e la loro prova attoriale è decisamente di grande livello, per la loro capacità trasformativa che li fa immedesimare in ruoli diversi e spesso opposti, senza che questo stoni agli occhi dello spettatore.
Nel primo episodio Jesse Plemons è lo schiavo di Willem Dafoe, con il quale intrattiene anche una relazione sentimentale. La sua vita ogni giorno viene letteralmente scritta dal padrone che prende tutte le decisioni e chiede al suo servo lo svolgimento di prove sempre più impegnative. Quando il padrone chiede allo schiavo di uccidere un uomo il rapporto va in crisi.
Nel secondo episodio Jesse Plemons è un poliziotto la cui moglie, Emma Stone, è dispersa in seguito a un naufragio. Quando viene ritrovata e torna a casa, il marito comincia a coltivare il dubbio che non sia realmente lei e la sottopone a "prove d'amore" sempre più crudeli ed estreme.
Nel terzo episodio Emma Stone è un'adepta di una setta a capo della quale ci sono Dafoe e Hong Chau, e insieme a Jesse Plemons, ha il compito di individuare una specie di messia donna capace di guarire e resuscitare i morti. L'incontro con il marito e la figlia che il personaggio della Stone ha abbandonato per unirsi alla setta innesca una serie di eventi non senza conseguenze.
Kinds of kindness è tutto fuorché un film gentile: la violenza unita a un'ironia macabra producono un mix a volte insostenibile per lo spettatore, ma devo dire che - abituata agli altri film realizzati da Lanthimos insieme a Filippou - la cosa non mi ha sorpreso più di tanto, anzi per certi versi non ho potuto fare a meno di pensare che Lanthimos è tornato a fare Lanthimos, non solo sul piano della narrazione ma anche delle scelte tecniche (abbandonando i fish eye e le pompose scenografie degli ultimi film, e tornando a uno stile più asciutto e minimal). Pur apprezzando il Lanthimos hollywodiano, ho salutato con favore questo ritorno alle origini, anche se - a pensarci a mente più fredda - è un ritorno solo parziale, com'è normale che sia quando si fa un viaggio in altri territori e inevitabilmente si torna cambiati.
Il vero limite di Kinds of kindness secondo me è la sua natura - nemmeno tanto celata - di divertissement registico, in cui in realtà il regista non ha cose particolarmente originali né particolarmente approfondite da comunicare allo spettatore. Anzi, per certi versi il regista si diverte quasi a spese dello spettatore, sottoposto a tre ore di sostanziale sofferenza dalla quale la risata che scatta inevitabile a più riprese non libera, anzi amplifica il disagio.
Voto: 3,5/5
E così più o meno contemporaneamente a Povere creature! con lo stesso gruppo di attori (Emma Stone, la sua ormai dichiarata musa, Jesse Plemons, Willem Dafoe, Margaret Qualley, cui qui si aggiungono Hong Chau e Mamoudou Athie) mette in piedi questo film, Kinds of kindness, che in realtà è praticamente la somma di tre mediometraggi, e infatti il tutto dura quasi tre ore.
Matteo Bordone nel suo podcast che ascolto più o meno quotidianamente dice che i tre episodi non hanno un filo conduttore e che sono ciascuno finalizzato a stigmatizzare un fenomeno della vita contemporanea: il servilismo, la paranoia e il settarismo. Pur essendo vero che le tematiche sono quelle citate, personalmente ritengo che il filo conduttore ci sia e non sia soltanto il fantomatico personaggio di R.M.F. che compare in tutti gli episodi, una specie di McGuffin che attraversa il racconto, bensì sia dichiarato fin dai primissimi minuti, quando sui titoli di testa (a partire dalla sequenza di video delle case di produzione che di solito hanno proprie musiche) parte la canzone Sweet dreams degli Eurythmics in cui l'amatissima Annie Lennox a più riprese intona:
Everybody's looking for something
Some of them want to use you
Some of them want to get used by you
Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused
Ebbene, secondo me questa strofa è la chiave interpretativa del film che ci mostra in fondo diverse storie di manipolazione e abuso, storie nelle quali - come sempre accade in queste derive patologiche - vittime e carnefici sono legati a doppio filo.
Gli attori che interpretano i vari personaggi nei tre episodi sono sempre gli stessi, e la loro prova attoriale è decisamente di grande livello, per la loro capacità trasformativa che li fa immedesimare in ruoli diversi e spesso opposti, senza che questo stoni agli occhi dello spettatore.
Nel primo episodio Jesse Plemons è lo schiavo di Willem Dafoe, con il quale intrattiene anche una relazione sentimentale. La sua vita ogni giorno viene letteralmente scritta dal padrone che prende tutte le decisioni e chiede al suo servo lo svolgimento di prove sempre più impegnative. Quando il padrone chiede allo schiavo di uccidere un uomo il rapporto va in crisi.
Nel secondo episodio Jesse Plemons è un poliziotto la cui moglie, Emma Stone, è dispersa in seguito a un naufragio. Quando viene ritrovata e torna a casa, il marito comincia a coltivare il dubbio che non sia realmente lei e la sottopone a "prove d'amore" sempre più crudeli ed estreme.
Nel terzo episodio Emma Stone è un'adepta di una setta a capo della quale ci sono Dafoe e Hong Chau, e insieme a Jesse Plemons, ha il compito di individuare una specie di messia donna capace di guarire e resuscitare i morti. L'incontro con il marito e la figlia che il personaggio della Stone ha abbandonato per unirsi alla setta innesca una serie di eventi non senza conseguenze.
Kinds of kindness è tutto fuorché un film gentile: la violenza unita a un'ironia macabra producono un mix a volte insostenibile per lo spettatore, ma devo dire che - abituata agli altri film realizzati da Lanthimos insieme a Filippou - la cosa non mi ha sorpreso più di tanto, anzi per certi versi non ho potuto fare a meno di pensare che Lanthimos è tornato a fare Lanthimos, non solo sul piano della narrazione ma anche delle scelte tecniche (abbandonando i fish eye e le pompose scenografie degli ultimi film, e tornando a uno stile più asciutto e minimal). Pur apprezzando il Lanthimos hollywodiano, ho salutato con favore questo ritorno alle origini, anche se - a pensarci a mente più fredda - è un ritorno solo parziale, com'è normale che sia quando si fa un viaggio in altri territori e inevitabilmente si torna cambiati.
Il vero limite di Kinds of kindness secondo me è la sua natura - nemmeno tanto celata - di divertissement registico, in cui in realtà il regista non ha cose particolarmente originali né particolarmente approfondite da comunicare allo spettatore. Anzi, per certi versi il regista si diverte quasi a spese dello spettatore, sottoposto a tre ore di sostanziale sofferenza dalla quale la risata che scatta inevitabile a più riprese non libera, anzi amplifica il disagio.
Voto: 3,5/5
mercoledì 7 febbraio 2024
Povere creature! = Poor things
Con Povere creature! Yorgos Lanthimos continua il suo originale percorso cinematografico portando in qualche modo a sintesi i tanti elementi di cui la sua filmografia è disseminata.
Dopo gli esordi di lingua e ambientazione greca (Kinetta, Dogtooth e Alps) e poi i film di transizione verso il mainstream ma ancora caratterizzati da alcune atmosfere e modalità narrative dei precedenti (The lobster, Il sacrificio del cervo sacro), con La favorita Lanthimos cambia sceneggiatore (Tony McNamara, che è anche lo sceneggiatore di Povere creature!) e volge lo sguardo al passato storico, pur non rinunciando - mutatis mutandis - a indagare con il suo sguardo obliquo le dinamiche contorte e distorte delle relazioni umani e sociali.
Molto de La favorita transita anche in Povere creature!: non solo lo sceneggiatore, ma anche una delle attrici che qui diventa protagonista (Emma Stone), nonché una narrazione che mette al centro figure e punti di vista primariamente femminili, mentre gli uomini vanno a formare un catalogo di tipi umani, non necessariamente negativi, ma certamente ancillari rispetto alla centralità della protagonista, Bella Baxter.
Continua infine con questo film l'uso, qui forse a tratti anche un po' eccessivo, di grandangoli e fisheye, a dare l'impressione di guardare la vita di Bella dallo spioncino di una porta o di stare guardando comunque una realtà deformata e dunque fantastica.
In quest'ultimo film Lanthimos recupera anche l'ambientazione sospesa e indecifrabile della sua prima produzione: in realtà in questo caso siamo ancora di fronte a un film in costume, ma la cui collocazione più che storica è letteraria, in quanto attinge all'universo e all'immaginario steampunk. Abbiamo dunque luoghi in teoria reali (Londra, Lisbona, Parigi), ma scenografie che pur prendendo spunto dall'età vittoriana la ricostruiscono in una maniera che oscilla tra il retrò e il fantascientifico.
Tutto ciò premesso, il vero motore del film di Lanthimos è Bella Baxter (una straordinaria Emma Stone), cervello di bambina impiantato in un corpo di donna dal chirurgo-scienziato un po' matto Godwin (Willem Dafoe), impara e sperimenta la vita senza alcun condizionamento sociale e preconcetto, scegliendo di volta in volta quello che desidera fare e sottraendosi a ogni tentativo di possesso e a ogni limitazione che gli uomini tentano di imporle. Una pura storia di emancipazione femminile, un percorso di affrancamento individuale che passa per il corpo e arriva alla mente, e che ci offre una spudorata e giocosa riflessione sulla libertà individuale.
Il mai sopito interesse di Lanthimos per le dinamiche relazionali tra gli esseri umani e per le storture che le strutture sociali (a partire dalla famiglia) impongono agli individui incontra l'universo strampalato e immaginifico di Alasdair Gray (autore del libro da cui è tratto Povere creature!) e si incarna nel corpo di Bella e nello stupore continuo dei suoi occhi durante una scoperta della realtà senza sovrastrutture.
Il film mi è piaciuto e ne condivido appieno il successo e gli elogi. Però - se posso esprimere un però - il primo Lanthimos, quello di pochi mezzi e tante idee, era forse per me più stupefacente, perché ha rappresentato davvero una rottura che io per prima ho fatto fatica a comprendere.
Quando uscì The lobster - il primo film che ho visto del regista greco - non l'ho apprezzato quanto avrei dovuto perché non avevo gli strumenti per farlo (eppure eravamo già nella fase di avvio del suo cinema mainstream), ma quando ho visto (pochi anni fa) Dogtooth - meritoriamente riportato al cinema - avevo ormai tutti gli elementi e gli strumenti per riconoscere nel suo mondo capovolto e un po' disturbante il segno di un regista che avrebbe fatto scuola e cambiato anche le nostre aspettative sul cinema.
Molti secondo me dei registi più in voga oggi - stranieri e italiani - devono molto a Lanthimos e al suo modo innovativo di raccontare le relazioni umane.
Voto: 3,5/5
Dopo gli esordi di lingua e ambientazione greca (Kinetta, Dogtooth e Alps) e poi i film di transizione verso il mainstream ma ancora caratterizzati da alcune atmosfere e modalità narrative dei precedenti (The lobster, Il sacrificio del cervo sacro), con La favorita Lanthimos cambia sceneggiatore (Tony McNamara, che è anche lo sceneggiatore di Povere creature!) e volge lo sguardo al passato storico, pur non rinunciando - mutatis mutandis - a indagare con il suo sguardo obliquo le dinamiche contorte e distorte delle relazioni umani e sociali.
Molto de La favorita transita anche in Povere creature!: non solo lo sceneggiatore, ma anche una delle attrici che qui diventa protagonista (Emma Stone), nonché una narrazione che mette al centro figure e punti di vista primariamente femminili, mentre gli uomini vanno a formare un catalogo di tipi umani, non necessariamente negativi, ma certamente ancillari rispetto alla centralità della protagonista, Bella Baxter.
Continua infine con questo film l'uso, qui forse a tratti anche un po' eccessivo, di grandangoli e fisheye, a dare l'impressione di guardare la vita di Bella dallo spioncino di una porta o di stare guardando comunque una realtà deformata e dunque fantastica.
In quest'ultimo film Lanthimos recupera anche l'ambientazione sospesa e indecifrabile della sua prima produzione: in realtà in questo caso siamo ancora di fronte a un film in costume, ma la cui collocazione più che storica è letteraria, in quanto attinge all'universo e all'immaginario steampunk. Abbiamo dunque luoghi in teoria reali (Londra, Lisbona, Parigi), ma scenografie che pur prendendo spunto dall'età vittoriana la ricostruiscono in una maniera che oscilla tra il retrò e il fantascientifico.
Tutto ciò premesso, il vero motore del film di Lanthimos è Bella Baxter (una straordinaria Emma Stone), cervello di bambina impiantato in un corpo di donna dal chirurgo-scienziato un po' matto Godwin (Willem Dafoe), impara e sperimenta la vita senza alcun condizionamento sociale e preconcetto, scegliendo di volta in volta quello che desidera fare e sottraendosi a ogni tentativo di possesso e a ogni limitazione che gli uomini tentano di imporle. Una pura storia di emancipazione femminile, un percorso di affrancamento individuale che passa per il corpo e arriva alla mente, e che ci offre una spudorata e giocosa riflessione sulla libertà individuale.
Il mai sopito interesse di Lanthimos per le dinamiche relazionali tra gli esseri umani e per le storture che le strutture sociali (a partire dalla famiglia) impongono agli individui incontra l'universo strampalato e immaginifico di Alasdair Gray (autore del libro da cui è tratto Povere creature!) e si incarna nel corpo di Bella e nello stupore continuo dei suoi occhi durante una scoperta della realtà senza sovrastrutture.
Il film mi è piaciuto e ne condivido appieno il successo e gli elogi. Però - se posso esprimere un però - il primo Lanthimos, quello di pochi mezzi e tante idee, era forse per me più stupefacente, perché ha rappresentato davvero una rottura che io per prima ho fatto fatica a comprendere.
Quando uscì The lobster - il primo film che ho visto del regista greco - non l'ho apprezzato quanto avrei dovuto perché non avevo gli strumenti per farlo (eppure eravamo già nella fase di avvio del suo cinema mainstream), ma quando ho visto (pochi anni fa) Dogtooth - meritoriamente riportato al cinema - avevo ormai tutti gli elementi e gli strumenti per riconoscere nel suo mondo capovolto e un po' disturbante il segno di un regista che avrebbe fatto scuola e cambiato anche le nostre aspettative sul cinema.
Molti secondo me dei registi più in voga oggi - stranieri e italiani - devono molto a Lanthimos e al suo modo innovativo di raccontare le relazioni umane.
Voto: 3,5/5
domenica 21 marzo 2021
Apples = Mila
Sono oltre quattro mesi che non pubblico una recensione di film su questo blog. Dopo il felice rientro al cinema a settembre e l’abbuffata di film per la Festa del cinema di Roma, ho avuto il brutto contraccolpo della chiusura delle sale e della necessità di tornare a vedere i film in quel modo limitato e limitante che è il piccolo schermo (che per quanto grande sarà per me sempre piccolo e soprattutto non mi consentirà di fruire di quell’esperienza pubblica e collettiva che è il cinema).
L’ultimo film recensito era stato Molecole, poi il nulla. Un po’ non mi sembrava che ci fossero in giro in rete cose che valessero la pena (tra l'altro i vari festival cominciano a innervosirmi con le loro mille piattaforme!), un po’ non ne avevo proprio voglia.
Quando MioCinema ha proposto l’anteprima del film Apples (Mila) del regista greco Christos Nikou ho sentito di nuovo la felice spinta verso la visione, e così mi sono prenotata.
Il cinema greco negli ultimi anni ha assunto una identità molto forte e ha sfornato registi e film che sono riusciti a varcare i confini nazionali e a imporsi all’attenzione mondiale. Non parlo solo di Yorgos Lanthimos, ormai regista affermato, ma anche di Makridis e altri, quelli che alcuni considerano i rappresentanti della cosiddetta weird wave greca.
Si tratta di un cinema che ha forti venature distopiche e/o grottesche a seconda dei casi, e che si concentra sui sentimenti e sulle relazioni in maniera non realistica, ma comunque di grande impatto emotivo.
È in questa corrente che si inserisce il film Apples di Christos Nikou.
Siamo in una città greca tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Aris (Aris Servetalis) è un uomo di mezza età che un giorno, dopo essere uscito di casa ed essersi addormentato su un autobus, viene colpito da una amnesia che cancella completamente la sua identità e il suo passato. In realtà, questa situazione non è singolare, visto che gli ospedali sono pieni di persone a cui è successa la medesima cosa.
Coloro i quali non vengono reclamati da nessuno, come nel caso di Aris, vengono inseriti in un programma di ricostruzione dell'identità: gli viene assegnato un appartamento, dati dei vestiti, affidata una Polaroid, e a intervalli regolari ricevono delle cassette con delle istruzioni su attività da fare e compiti da svolgere, che spesso si concludono con una fotografia di documentazione che finirà in un album.
Aris inizia di buona lena questo programma fino a quando l'incontro con una donna nella sua stessa condizione e lo svolgimento di un compito particolarmente impegnativo sul piano emotivo determinano un cortocircuito che lo riporta a fare i conti con quello che ha dimenticato.
Si resta con la domanda se Aris sia stato effettivamente colpito da amnesia ovvero abbia voluto deliberatamente dimenticare qualcosa che non riusciva ad affrontare.
Nel film di Nikou si sommano - e per certi versi si affastellano - molti temi: la solitudine e l'isolamento sociale, l'identità come costruzione posticcia, l'immagine che sostituisce e in un certo senso contraddice l'esperienza, la perdita della memoria come scorciatoia per superare il passato e bypassare il dolore. All’interno del film risuonano echi di una società molto vicina a quella che conosciamo e di fenomeni che sono stati amplificati negli ultimi anni dai social networks.
Ma non ci sono solo sentimenti tristi e negativi nel film di Christou. Anzi, su tutto mi pare che trionfi il potere dell’empatia, o forse più banalmente il potere di quei neuroni specchio che ci fanno riconoscere in quello che vediamo e provare qualcosa che non stiamo vivendo in prima persona, condanna e straordinaria forza dell’umanità, vero motore della sua sopravvivenza.
Un film probabilmente non perfetto, e che soffre di una certa meccanicità e forse anche didascalicità, ma che conferma la visionarietà e le potenzialità narrative dei registi greci, e probabilmente ci parla anche di un paese, la Grecia appunto, che sta vivendo una lunga fase di transizione e di crisi di identità, e guarda con fatica al futuro mentre fa i conti con un passato ingombrante.
Voto: 3,5/5
L’ultimo film recensito era stato Molecole, poi il nulla. Un po’ non mi sembrava che ci fossero in giro in rete cose che valessero la pena (tra l'altro i vari festival cominciano a innervosirmi con le loro mille piattaforme!), un po’ non ne avevo proprio voglia.
Quando MioCinema ha proposto l’anteprima del film Apples (Mila) del regista greco Christos Nikou ho sentito di nuovo la felice spinta verso la visione, e così mi sono prenotata.
Il cinema greco negli ultimi anni ha assunto una identità molto forte e ha sfornato registi e film che sono riusciti a varcare i confini nazionali e a imporsi all’attenzione mondiale. Non parlo solo di Yorgos Lanthimos, ormai regista affermato, ma anche di Makridis e altri, quelli che alcuni considerano i rappresentanti della cosiddetta weird wave greca.
Si tratta di un cinema che ha forti venature distopiche e/o grottesche a seconda dei casi, e che si concentra sui sentimenti e sulle relazioni in maniera non realistica, ma comunque di grande impatto emotivo.
È in questa corrente che si inserisce il film Apples di Christos Nikou.
Siamo in una città greca tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Aris (Aris Servetalis) è un uomo di mezza età che un giorno, dopo essere uscito di casa ed essersi addormentato su un autobus, viene colpito da una amnesia che cancella completamente la sua identità e il suo passato. In realtà, questa situazione non è singolare, visto che gli ospedali sono pieni di persone a cui è successa la medesima cosa.
Coloro i quali non vengono reclamati da nessuno, come nel caso di Aris, vengono inseriti in un programma di ricostruzione dell'identità: gli viene assegnato un appartamento, dati dei vestiti, affidata una Polaroid, e a intervalli regolari ricevono delle cassette con delle istruzioni su attività da fare e compiti da svolgere, che spesso si concludono con una fotografia di documentazione che finirà in un album.
Aris inizia di buona lena questo programma fino a quando l'incontro con una donna nella sua stessa condizione e lo svolgimento di un compito particolarmente impegnativo sul piano emotivo determinano un cortocircuito che lo riporta a fare i conti con quello che ha dimenticato.
Si resta con la domanda se Aris sia stato effettivamente colpito da amnesia ovvero abbia voluto deliberatamente dimenticare qualcosa che non riusciva ad affrontare.
Nel film di Nikou si sommano - e per certi versi si affastellano - molti temi: la solitudine e l'isolamento sociale, l'identità come costruzione posticcia, l'immagine che sostituisce e in un certo senso contraddice l'esperienza, la perdita della memoria come scorciatoia per superare il passato e bypassare il dolore. All’interno del film risuonano echi di una società molto vicina a quella che conosciamo e di fenomeni che sono stati amplificati negli ultimi anni dai social networks.
Ma non ci sono solo sentimenti tristi e negativi nel film di Christou. Anzi, su tutto mi pare che trionfi il potere dell’empatia, o forse più banalmente il potere di quei neuroni specchio che ci fanno riconoscere in quello che vediamo e provare qualcosa che non stiamo vivendo in prima persona, condanna e straordinaria forza dell’umanità, vero motore della sua sopravvivenza.
Un film probabilmente non perfetto, e che soffre di una certa meccanicità e forse anche didascalicità, ma che conferma la visionarietà e le potenzialità narrative dei registi greci, e probabilmente ci parla anche di un paese, la Grecia appunto, che sta vivendo una lunga fase di transizione e di crisi di identità, e guarda con fatica al futuro mentre fa i conti con un passato ingombrante.
Voto: 3,5/5
martedì 15 settembre 2020
Dogtooth = Kynodontas
Il mio sacro fuoco per il cinema – che in questo periodo è particolarmente ravvivato dal fatto di averne dovuto fare a meno per parecchi mesi – mi spinge in sala a vedere questo film di Lanthimos senza prendere nessuna informazione preventiva.
Solo il giorno stesso della visione mi accorgo che si tratta di un film che ha più di dieci anni, l’opera seconda di Lanthimos, con cui il regista greco conquistò il premio Un certain regard del Festival di Cannes imponendosi all’attenzione della scena cinematografica. Solo dopo sarebbero arrivati i successi di The lobster e de La favorita, ma credo che in assenza della visione di questi primi film non si capisce adeguatamente la poetica di questo autore e del suo fedele sceneggiatore Efthymis Filippou (che lavora anche con Babis Makridis). Comincio infatti a pensare di andare a vedere anche Alps, che in questa operazione di recupero che alcuni distributori stanno facendo è anch’esso in sala in questo periodo.
Dogtooth – come abbiamo poi imparato meglio con The lobster – è un racconto dalle marcate caratteristiche grottesche e surreali, i cui sviluppi prendono una piega disturbante e violenta in termini psicologici, ma non solo.
Siamo in una campagna presumibilmente poco fuori una città greca (Atene?) negli anni Settanta: in una grande villa con giardino vive una famiglia composta di padre, madre e tre figli praticamente adulti, un ragazzo e due ragazze. L’unico componente della famiglia autorizzato a uscire dai confini della villa è il padre che fa il manager in una fabbrica; tutti gli altri componenti della famiglia vivono totalmente in questo mondo chiuso e autoreferenziale, in cui la madre appare parzialmente consapevole della scelta ma totalmente sottomessa al marito e i figli sono stati cresciuti nella totale ignoranza e paura del mondo esterno. A loro è stato raccontato che avventurarsi fuori dai confini del giardino prima che gli cada il canino (dente permanente per eccellenza) sarebbe fortemente rischioso, e nel frattempo in casa vengono istruiti e intrattenuti dai genitori con lezioni e giochi che contribuiscono alla loro visione distorta della realtà: a loro viene fatto pensare che gli aerei che volano sopra le loro teste sono giocattoli che ogni tanto cadono in giardino, che i gatti sono creature selvagge e pericolose, e molti oggetti comuni sono identificati con parole di significato non corrispondente (per esempio gli zombie sono dei fiori gialli che crescono in giardino).
L’unico elemento esterno con cui i figli vengono in contatto è Christina, la giovane guardia della sicurezza della fabbrica dove lavora il padre, che quest’ultimo paga per soddisfare le necessità sessuali del figlio e che dunque di tanto in tanto accompagna con gli occhi bendati a casa. E sarà proprio Christina a far saltare gli equilibri di questo mondo autoreferenziale innescando una catena di reazioni dagli esiti non scontati.
Perché tutto questo? Lanthimos e Filippou non ce lo spiegano mai veramente. Si accenna di sfuggita a un certo punto a un quarto figlio che si sarebbe avventurato fuori dai confini della villa, ma non sappiamo se le scelte familiari siano collegate a questo.
È evidente che l’intento del regista e dello sceneggiatore è quello di rappresentare una situazione limite per portare all’evidenza le storture che un mondo chiuso, autoreferenziale e fondato sulla paura e sull’ignoranza può portare con sé e gli effetti devastanti sul piano psicologico che determina sulle persone.
La famiglia è certamente il primo luogo nel quale si possono innescare queste dinamiche, ma in Dogtooth il bersaglio ultimo non è tanto la famiglia, quanto la comunità statuale lì dove essa assuma caratteri dittatoriali, manipolando gli individui e condizionando profondamente la loro capacità di autodeterminazione e di libero arbitrio.
In questo caso il finale è aperto e potrà essere interpretato differentemente da ottimisti e pessimisti, ma non è questa la cosa più importante. È quanto accade prima che merita la riflessione più attenta e Lanthimos ce la sbatte in faccia facendoci ridere nervosamente (vedi il ballo dionisiaco della figlia maggiore in cui riconosceremo la coreografia di Flashdance) ovvero disgustandoci di fronte all’assurdità degli esiti di questa scelta.
Seppur lontamente il film mi ha fatto pensare a Wolfpack, un documentario che raccontava la vicenda dei fratelli Angulo, anch’essi tenuti rinchiusi in casa dal padre con il cinema come unico intrattenimento e unico strumento di conoscenza del mondo esterno. Curiosamente, anche in Dogtooth proprio il cinema – nella forma di due videocassette introdotte in casa da Christina (Rocky e Lo squalo) – avrà un ruolo determinante nella ribellione della figlia maggiore.
Voto: 3,5/5
Solo il giorno stesso della visione mi accorgo che si tratta di un film che ha più di dieci anni, l’opera seconda di Lanthimos, con cui il regista greco conquistò il premio Un certain regard del Festival di Cannes imponendosi all’attenzione della scena cinematografica. Solo dopo sarebbero arrivati i successi di The lobster e de La favorita, ma credo che in assenza della visione di questi primi film non si capisce adeguatamente la poetica di questo autore e del suo fedele sceneggiatore Efthymis Filippou (che lavora anche con Babis Makridis). Comincio infatti a pensare di andare a vedere anche Alps, che in questa operazione di recupero che alcuni distributori stanno facendo è anch’esso in sala in questo periodo.
Dogtooth – come abbiamo poi imparato meglio con The lobster – è un racconto dalle marcate caratteristiche grottesche e surreali, i cui sviluppi prendono una piega disturbante e violenta in termini psicologici, ma non solo.
Siamo in una campagna presumibilmente poco fuori una città greca (Atene?) negli anni Settanta: in una grande villa con giardino vive una famiglia composta di padre, madre e tre figli praticamente adulti, un ragazzo e due ragazze. L’unico componente della famiglia autorizzato a uscire dai confini della villa è il padre che fa il manager in una fabbrica; tutti gli altri componenti della famiglia vivono totalmente in questo mondo chiuso e autoreferenziale, in cui la madre appare parzialmente consapevole della scelta ma totalmente sottomessa al marito e i figli sono stati cresciuti nella totale ignoranza e paura del mondo esterno. A loro è stato raccontato che avventurarsi fuori dai confini del giardino prima che gli cada il canino (dente permanente per eccellenza) sarebbe fortemente rischioso, e nel frattempo in casa vengono istruiti e intrattenuti dai genitori con lezioni e giochi che contribuiscono alla loro visione distorta della realtà: a loro viene fatto pensare che gli aerei che volano sopra le loro teste sono giocattoli che ogni tanto cadono in giardino, che i gatti sono creature selvagge e pericolose, e molti oggetti comuni sono identificati con parole di significato non corrispondente (per esempio gli zombie sono dei fiori gialli che crescono in giardino).
L’unico elemento esterno con cui i figli vengono in contatto è Christina, la giovane guardia della sicurezza della fabbrica dove lavora il padre, che quest’ultimo paga per soddisfare le necessità sessuali del figlio e che dunque di tanto in tanto accompagna con gli occhi bendati a casa. E sarà proprio Christina a far saltare gli equilibri di questo mondo autoreferenziale innescando una catena di reazioni dagli esiti non scontati.
Perché tutto questo? Lanthimos e Filippou non ce lo spiegano mai veramente. Si accenna di sfuggita a un certo punto a un quarto figlio che si sarebbe avventurato fuori dai confini della villa, ma non sappiamo se le scelte familiari siano collegate a questo.
È evidente che l’intento del regista e dello sceneggiatore è quello di rappresentare una situazione limite per portare all’evidenza le storture che un mondo chiuso, autoreferenziale e fondato sulla paura e sull’ignoranza può portare con sé e gli effetti devastanti sul piano psicologico che determina sulle persone.
La famiglia è certamente il primo luogo nel quale si possono innescare queste dinamiche, ma in Dogtooth il bersaglio ultimo non è tanto la famiglia, quanto la comunità statuale lì dove essa assuma caratteri dittatoriali, manipolando gli individui e condizionando profondamente la loro capacità di autodeterminazione e di libero arbitrio.
In questo caso il finale è aperto e potrà essere interpretato differentemente da ottimisti e pessimisti, ma non è questa la cosa più importante. È quanto accade prima che merita la riflessione più attenta e Lanthimos ce la sbatte in faccia facendoci ridere nervosamente (vedi il ballo dionisiaco della figlia maggiore in cui riconosceremo la coreografia di Flashdance) ovvero disgustandoci di fronte all’assurdità degli esiti di questa scelta.
Seppur lontamente il film mi ha fatto pensare a Wolfpack, un documentario che raccontava la vicenda dei fratelli Angulo, anch’essi tenuti rinchiusi in casa dal padre con il cinema come unico intrattenimento e unico strumento di conoscenza del mondo esterno. Curiosamente, anche in Dogtooth proprio il cinema – nella forma di due videocassette introdotte in casa da Christina (Rocky e Lo squalo) – avrà un ruolo determinante nella ribellione della figlia maggiore.
Voto: 3,5/5
martedì 5 novembre 2019
Miserere - Pity
Grazie all'ottima programmazione dell'Apollo 11, istituzione meritoria del panorama cinematografico romano, riesco a recuperare questo film greco del 2018 di Babis Makridis.
Miserere (Pity) si inscrive a pieno in quel filone del nuovo cinema greco cui appartiene anche la cinematografia di Yorgos Lanthimos, con cui Makridis ha condiviso in questo caso lo sceneggiatore Efthymis Filippou (già autore di The Lobster e de Il sacrificio del cervo sacro). Con i film di Lanthimos, in particolare con The Lobster, Miserere condivide il carattere grottesco e quasi surreale degli ambienti e delle situazioni e la rigidità emotiva dei suoi protagonisti; in entrambi i casi, infatti, ci troviamo in un mondo apparentemente simile a quello in cui viviamo, ma in cui sembra essere intervenuta una distorsione distopica che ha determinato delle conseguenze paradossali, oscillanti tra il tragico e il risibile. Rispetto a Lanthimos, Makridis sceglie però più esplicitamente il registro della commedia, per quanto nerissima e tendente a sconfinare nella tragedia.
Siamo nella Grecia post crisi economica. Il protagonista (senza nome) è un avvocato benestante (Yannis Drakopoulos), la cui moglie è in coma a seguito di un incidente. Questo evento ha cambiato la routine giornaliera dell'uomo, che - pur continuando in modo apparentemente normale la sua vita lavorativa e familiare - sperimenta nelle sue giornate delle situazioni nuove: il pianto mattutino (invero quasi compiaciuto) seduto sul letto, la vicina che gli fa dono di una torta ogni mattina, la visita in ospedale alla moglie che si conclude con un bacio sulle labbra, le puntate in lavanderia e le parole di interessamento e compassione del gestore, l'allestimento del letto per la notte con i cuscini sistemati in modo da poter dormire abbracciato a essi nel ricordo della moglie assente.
Sembrerebbe tutto molto triste e doloroso, invece in questa nuova routine l'avvocato si trova a vivere una condizione molto più soddisfacente e rispondente a quanto desidera, una condizione tutto sommato più umana all'interno di un mondo disumanizzato.
In una realtà fatta di case e uffici elegantissimi ma altrettanto freddi, di relazioni cortesi ma profondamente formali, di comportamenti misurati ai limiti della mancanza totale di empatia, il protagonista sperimenta il piacere della propria reazione emotiva e della compassione altrui, una specie di miracolo in un mondo in cui tutti sembrano agire come se non avessero sentimenti, primo fra tutti suo padre che sminuisce e normalizza qualunque situazione potenzialmente dolorosa.
Accade così che, quando sua moglie si sveglia dal coma, la rottura di questo equilibrio rappresenti per il protagonista un vero e proprio trauma. La ritrovata piattezza emotiva e l'assenza di interesse e sentimenti da parte del mondo circostante risultano talmente inaccettabili che l'avvocato, impegnato a seguire per conto dei figli il caso della morte violenta di un anziano signore, proprio ispirato da questo caso si ritroverà a progettare soluzioni estreme.
Durante la visione di Miserere non si può fare a meno di sorridere e in alcuni casi di ridere delle situazioni paradossali che il regista mette in scena, pur essendo consapevoli della profonda angoscia che le attraversa e del quadro a tinte foschissime che ci viene tratteggiato.
Quello di Makridis è un universo in cui l'umanità sembra essere talmente assuefatta a qualunque situazione che la risposta emotiva si è abbassata di tono se non spenta, vivendo dei brevissimi momenti di ripresa in risposta a eventi tragici o dolorosi, salvo poi ritornare alla precedente piattezza non appena l'evento è passato.
C'è sicuramente in Miserere, oltre che la riflessione esemplare sulla vicenda di un singolo, anche un riferimento indiretto ad alcune dinamiche che riguardano le collettività: non escluderei che nella storia dell'avvocato greco si nasconda anche la metafora della storia recente della Grecia, oggetto di empatia e compassione internazionale durante la fase più nera della crisi economica, ma poi - con l'affacciarsi di altre emergenze e notizie che si rincorrono e sovrappongono - ricaduta nel dimenticatoio e lasciata alla sua routine presuntamente normale.
La domanda implicita al fondo del film è: in un mondo sempre più assuefatto e distratto, ai limiti della disumanizzazione, a cosa si sarà costretti a ricorrere per risvegliare i sentimenti dei singoli e della collettività?
Voto: 3,5/5
Miserere (Pity) si inscrive a pieno in quel filone del nuovo cinema greco cui appartiene anche la cinematografia di Yorgos Lanthimos, con cui Makridis ha condiviso in questo caso lo sceneggiatore Efthymis Filippou (già autore di The Lobster e de Il sacrificio del cervo sacro). Con i film di Lanthimos, in particolare con The Lobster, Miserere condivide il carattere grottesco e quasi surreale degli ambienti e delle situazioni e la rigidità emotiva dei suoi protagonisti; in entrambi i casi, infatti, ci troviamo in un mondo apparentemente simile a quello in cui viviamo, ma in cui sembra essere intervenuta una distorsione distopica che ha determinato delle conseguenze paradossali, oscillanti tra il tragico e il risibile. Rispetto a Lanthimos, Makridis sceglie però più esplicitamente il registro della commedia, per quanto nerissima e tendente a sconfinare nella tragedia.
Siamo nella Grecia post crisi economica. Il protagonista (senza nome) è un avvocato benestante (Yannis Drakopoulos), la cui moglie è in coma a seguito di un incidente. Questo evento ha cambiato la routine giornaliera dell'uomo, che - pur continuando in modo apparentemente normale la sua vita lavorativa e familiare - sperimenta nelle sue giornate delle situazioni nuove: il pianto mattutino (invero quasi compiaciuto) seduto sul letto, la vicina che gli fa dono di una torta ogni mattina, la visita in ospedale alla moglie che si conclude con un bacio sulle labbra, le puntate in lavanderia e le parole di interessamento e compassione del gestore, l'allestimento del letto per la notte con i cuscini sistemati in modo da poter dormire abbracciato a essi nel ricordo della moglie assente.
Sembrerebbe tutto molto triste e doloroso, invece in questa nuova routine l'avvocato si trova a vivere una condizione molto più soddisfacente e rispondente a quanto desidera, una condizione tutto sommato più umana all'interno di un mondo disumanizzato.
In una realtà fatta di case e uffici elegantissimi ma altrettanto freddi, di relazioni cortesi ma profondamente formali, di comportamenti misurati ai limiti della mancanza totale di empatia, il protagonista sperimenta il piacere della propria reazione emotiva e della compassione altrui, una specie di miracolo in un mondo in cui tutti sembrano agire come se non avessero sentimenti, primo fra tutti suo padre che sminuisce e normalizza qualunque situazione potenzialmente dolorosa.
Accade così che, quando sua moglie si sveglia dal coma, la rottura di questo equilibrio rappresenti per il protagonista un vero e proprio trauma. La ritrovata piattezza emotiva e l'assenza di interesse e sentimenti da parte del mondo circostante risultano talmente inaccettabili che l'avvocato, impegnato a seguire per conto dei figli il caso della morte violenta di un anziano signore, proprio ispirato da questo caso si ritroverà a progettare soluzioni estreme.
Durante la visione di Miserere non si può fare a meno di sorridere e in alcuni casi di ridere delle situazioni paradossali che il regista mette in scena, pur essendo consapevoli della profonda angoscia che le attraversa e del quadro a tinte foschissime che ci viene tratteggiato.
Quello di Makridis è un universo in cui l'umanità sembra essere talmente assuefatta a qualunque situazione che la risposta emotiva si è abbassata di tono se non spenta, vivendo dei brevissimi momenti di ripresa in risposta a eventi tragici o dolorosi, salvo poi ritornare alla precedente piattezza non appena l'evento è passato.
C'è sicuramente in Miserere, oltre che la riflessione esemplare sulla vicenda di un singolo, anche un riferimento indiretto ad alcune dinamiche che riguardano le collettività: non escluderei che nella storia dell'avvocato greco si nasconda anche la metafora della storia recente della Grecia, oggetto di empatia e compassione internazionale durante la fase più nera della crisi economica, ma poi - con l'affacciarsi di altre emergenze e notizie che si rincorrono e sovrappongono - ricaduta nel dimenticatoio e lasciata alla sua routine presuntamente normale.
La domanda implicita al fondo del film è: in un mondo sempre più assuefatto e distratto, ai limiti della disumanizzazione, a cosa si sarà costretti a ricorrere per risvegliare i sentimenti dei singoli e della collettività?
Voto: 3,5/5
mercoledì 6 febbraio 2019
La favorita = The favourite
Il regista Yorgos Lanthimos con i suoi tutto sommato ancora pochi film all'attivo (di cui io ho visto solo The lobster) ha già acquisito, all'interno del panorama cinematografico, un'identità molto peculiare, che potremmo sintetizzare in una visione caustica dell'umanità, interessata a esplorare i lati oscuri delle nostre personalità e del nostro vivere sociale. È per questo che i suoi film risultano inquietanti e/o destabilizzanti e lasciano generalmente lo spettatore con molte domande senza risposta.
Con La favorita (che ho voluto vedere in lingua originale) Lanthimos - pur fedele alla sua visione del mondo - si inoltra in un terreno per lui nuovo: oltre a essere il primo film di cui non scrive la sceneggiatura (ne sono autori Deborah Davis e Tony McNamara), il regista sceglie di girare un film in costume, ispirato a personaggi reali e a vicende storiche.
Il film è ambientato nella corte inglese della Regina Anna Stuart (Olivia Colman) all'inizio del Settecento, nella fase in cui il regno inglese è in guerra (tanto per cambiare!) con quello francese, e si tratta di decidere - dopo una battaglia vinta - se firmare la pace oppure continuare la guerra fino a una vittoria schiacciante che consentirebbe di imporre condizioni più dure ai francesi.
La regina Anna è una donna fragile e bisognosa di affetto, segnata dalla perdita di numerosi figli e da una serie di acciacchi che le rendono faticoso persino camminare, una donna costantemente alla ricerca di qualcuno che la ami, la rassicuri e soddisfi i suoi desideri, anche sessuali.
La favorita e consigliera di Anna è Sarah Churchill, duchessa di Marlborough (Rachel Weisz), una donna sicura di sé e volitiva cui di fatto la regina - in cambio dell'accudimento - demanda il governo del paese.
Quando a corte arriva Abigail Masham (Emma Stone), la donna - che ha un passato di rango ma è caduta in disgrazia a causa dei comportamenti irresponsabili del padre - comincia la sua manovra di avvicinamento prima alla duchessa e poi alla regina, puntando - con tutti i mezzi leciti e meno leciti - a sostituire Sarah nel ruolo di favorita.
Intorno a loro un mondo di uomini con le facce dipinte di trucchi improbabili e con in testa parrucchoni inguardabili, rappresentati come bambinoni per i quali tutto è un gioco: la corsa delle anatre, il tiro al bersaglio di un uomo di corte con le arance, la conquista di una donna, il ruolo di primo ministro, il governo del paese.
Questi uomini ridotti a caricature di sé stessi sono manipolati e sovrastati dalla perfida astuzia, ma anche dall'intelligenza delle due donne, Sarah e Abigail, che rapidamente diventano le uniche protagoniste della scena e si sfidano in una competizione senza esclusione di colpi. Ne risulta una narrazione godibile, a tratti esilarante, che si alterna - creando un forte contrasto - a una sensazione di strisciante angoscia.
Una colonna sonora molto ben congegnata e le inquadrature tipicamente alla Lanthimos (qui si fa un ampio uso del grandangolo e del fish eye creando un effetto paradossalmente claustrofobico) definiscono i confini di un ambiente malato e decadente, che nonostante le apparenze non è forse poi tanto lontano dalla nostra contemporaneità.
Che Lanthimos ci parli dell'esercizio del potere anche attraverso l'uso del sesso e della manipolazione in un'inedita chiave tutta al femminile è evidente, ma personalmente vedo ulteriori livelli di lettura, meno palesi e forse anche meno definiti. Se la regina Anna suscita una forma di compassione per le sue sofferenze e follie, le motivazioni che spingono Sarah e Abigail a giocare la loro partita - a volte anche crudele - sono completamente diverse: Abigail punta a ripristinare il suo status perduto, ad affrancarsi definitivamente dalla situazione di povertà e minorità nella quale è caduta per colpe altrui, e una volta garantitasi una condizione di benessere e tranquillità non mostra forme vere di affezione; Sarah è un personaggio più difficile da inquadrare: a tratti sembra quasi che la sua affezione per la regina sia sincera e che il suo atteggiamento verso di lei sia genuinamente protettivo, al contempo però è evidente che la duchessa utilizza l'ascendente esercitato sulla regina per svolgere un ruolo di potere che non le spetterebbe e per il quale forza - non sappiamo se in buona o in cattiva fede - persino il volere di Anna, né è chiaro se Sarah abbia in qualche modo anche approfittato economicamente della sua posizione di forza.
Con La favorita lo sguardo obliquo del regista si sposta dall'universo quasi metafisico cui ci ha abituati a un mondo storicamente determinato e caratterizzato da una carnalità quasi sovrabbondante, e in questo passaggio al registro surreale si sostituisce una non meno spietata ironia.
Voto: 3,5/5
Con La favorita (che ho voluto vedere in lingua originale) Lanthimos - pur fedele alla sua visione del mondo - si inoltra in un terreno per lui nuovo: oltre a essere il primo film di cui non scrive la sceneggiatura (ne sono autori Deborah Davis e Tony McNamara), il regista sceglie di girare un film in costume, ispirato a personaggi reali e a vicende storiche.
Il film è ambientato nella corte inglese della Regina Anna Stuart (Olivia Colman) all'inizio del Settecento, nella fase in cui il regno inglese è in guerra (tanto per cambiare!) con quello francese, e si tratta di decidere - dopo una battaglia vinta - se firmare la pace oppure continuare la guerra fino a una vittoria schiacciante che consentirebbe di imporre condizioni più dure ai francesi.
La regina Anna è una donna fragile e bisognosa di affetto, segnata dalla perdita di numerosi figli e da una serie di acciacchi che le rendono faticoso persino camminare, una donna costantemente alla ricerca di qualcuno che la ami, la rassicuri e soddisfi i suoi desideri, anche sessuali.
La favorita e consigliera di Anna è Sarah Churchill, duchessa di Marlborough (Rachel Weisz), una donna sicura di sé e volitiva cui di fatto la regina - in cambio dell'accudimento - demanda il governo del paese.
Quando a corte arriva Abigail Masham (Emma Stone), la donna - che ha un passato di rango ma è caduta in disgrazia a causa dei comportamenti irresponsabili del padre - comincia la sua manovra di avvicinamento prima alla duchessa e poi alla regina, puntando - con tutti i mezzi leciti e meno leciti - a sostituire Sarah nel ruolo di favorita.
Intorno a loro un mondo di uomini con le facce dipinte di trucchi improbabili e con in testa parrucchoni inguardabili, rappresentati come bambinoni per i quali tutto è un gioco: la corsa delle anatre, il tiro al bersaglio di un uomo di corte con le arance, la conquista di una donna, il ruolo di primo ministro, il governo del paese.
Questi uomini ridotti a caricature di sé stessi sono manipolati e sovrastati dalla perfida astuzia, ma anche dall'intelligenza delle due donne, Sarah e Abigail, che rapidamente diventano le uniche protagoniste della scena e si sfidano in una competizione senza esclusione di colpi. Ne risulta una narrazione godibile, a tratti esilarante, che si alterna - creando un forte contrasto - a una sensazione di strisciante angoscia.
Una colonna sonora molto ben congegnata e le inquadrature tipicamente alla Lanthimos (qui si fa un ampio uso del grandangolo e del fish eye creando un effetto paradossalmente claustrofobico) definiscono i confini di un ambiente malato e decadente, che nonostante le apparenze non è forse poi tanto lontano dalla nostra contemporaneità.
Che Lanthimos ci parli dell'esercizio del potere anche attraverso l'uso del sesso e della manipolazione in un'inedita chiave tutta al femminile è evidente, ma personalmente vedo ulteriori livelli di lettura, meno palesi e forse anche meno definiti. Se la regina Anna suscita una forma di compassione per le sue sofferenze e follie, le motivazioni che spingono Sarah e Abigail a giocare la loro partita - a volte anche crudele - sono completamente diverse: Abigail punta a ripristinare il suo status perduto, ad affrancarsi definitivamente dalla situazione di povertà e minorità nella quale è caduta per colpe altrui, e una volta garantitasi una condizione di benessere e tranquillità non mostra forme vere di affezione; Sarah è un personaggio più difficile da inquadrare: a tratti sembra quasi che la sua affezione per la regina sia sincera e che il suo atteggiamento verso di lei sia genuinamente protettivo, al contempo però è evidente che la duchessa utilizza l'ascendente esercitato sulla regina per svolgere un ruolo di potere che non le spetterebbe e per il quale forza - non sappiamo se in buona o in cattiva fede - persino il volere di Anna, né è chiaro se Sarah abbia in qualche modo anche approfittato economicamente della sua posizione di forza.
Con La favorita lo sguardo obliquo del regista si sposta dall'universo quasi metafisico cui ci ha abituati a un mondo storicamente determinato e caratterizzato da una carnalità quasi sovrabbondante, e in questo passaggio al registro surreale si sostituisce una non meno spietata ironia.
Voto: 3,5/5
sabato 12 dicembre 2015
The lobster
Siamo in un futuro distopico (che però almeno all'apparenza si presenta esattamente identico al nostro), in cui l'esistenza umana è concepita solo all'interno di una coppia. Chi, dunque, per qualunque motivo rimanga da solo è perseguito e - una volta individuato - spedito in uno strano albergo dove ha 45 giorni per trovare un/una compagno/a, dopo di che - in caso di fallimento - sarà trasformato in un animale a sua scelta.
Alcuni di coloro che sono stati inviati in questo albergo sono fuggiti e si sono rifugiati nei boschi per avere la possibilità di vivere una vita solitaria, in cui però vigono leggi ancora più ferree, in particolare nei rapporti interpersonali, e sono vietati l'amore e il sesso.
David (Colin Farrell) è stato lasciato dalla moglie e dunque finisce nell'albergo, dove dichiara di voler essere trasformato in un'aragosta se non avrà trovato una compagna dopo il periodo a disposizione. Dopo un tentativo - finito tragicamente - di formare una coppia con una donna senza cuore, si unisce ai solitari. Ma anche qui farà fatica a rispettare le regole del gioco, soprattutto dopo essersi innamorato della donna miope (Rachel Weisz).
Il film di Yorgos Lanthimos si muove su un crinale sottile tra il realistico, il grottesco e il surreale, in un'atmosfera emotivamente glaciale, in cui l'umorismo - che pure pervade soprattutto la prima parte del film - è in buona parte nero.
La metafora di Lanthimos non è solo esplorativa dell'universo di coppia e delle relazioni amorose, bensì più in generale - a mio modo di vedere - dei meccanismi che sovraintendono alle relazioni, attraverso un processo di estremizzazione grazie al quale si porta allo scoperto la brutalità delle dinamiche di appartenenza ai gruppi, sia esso il gruppo minimo della coppia ovvero un gruppo allargato di persone che si trovano in una condizione simile.
Nel mondo distorto di Lanthimos, che però non è tanto dissimile da certe realtà tra l'artificiale e il distillato, come potrebbero essere ad esempio i social network, non esistono mezze misure, né soluzioni intermedie, non ci sono sfumature, né prospettive aperte e cangianti nel tempo. In questo mondo non si può sfuggire alla necessità di "schierarsi", di stare con una persona o con un gruppo di persone, e il legame è basato sulla necessaria condivisione di qualcosa, un difetto fisico, un modo di essere, una caratteristica personale. Un legame affettivo, una relazione non è pensabile senza una qualche forma di somiglianza, e lì dove non c'è va creata forzatamente, qualche volta violentemente, pena la persecuzione, la marginalità, la solitudine estrema e senza speranza.
Il mondo di Lanthimos fa paura perché, nel suo essere completamente surreale, è più vicino alla realtà di quanto vogliamo ammettere.
La prima parte del film - quella per gran parte ambientata nell'albergo - utilizza ampiamente il registro ironico e ci fa riflettere, in parte divertiti, sull'assurdità di un mondo nel quale bisogna essere per forza in coppia. Nella seconda parte, poi, il quadro si fa più fosco, l'ironia lascia il posto a uno sguardo agghiacciato, in cui è evidente che David e la donna miope non solo non sono diversi emotivamente dagli altri, ma come tutti gli altri non hanno alcuno scampo da se stessi.
Molto, nel film del regista greco, resta senza spiegazione, non del tutto comprensibile alla prova della razionalità (perché due personaggi parlino tra loro in francese, come sono le coppie che vivono in città ecc.), e si esce dalla sala in parte perplessi.
A me il film è maturato dentro nei giorni successivi la visione, facendomi interrogare a lungo sui suoi significati. Le domande sono rimaste però - come forse è giusto che sia - molto più numerose delle risposte.
Voto: 3/5
Alcuni di coloro che sono stati inviati in questo albergo sono fuggiti e si sono rifugiati nei boschi per avere la possibilità di vivere una vita solitaria, in cui però vigono leggi ancora più ferree, in particolare nei rapporti interpersonali, e sono vietati l'amore e il sesso.
David (Colin Farrell) è stato lasciato dalla moglie e dunque finisce nell'albergo, dove dichiara di voler essere trasformato in un'aragosta se non avrà trovato una compagna dopo il periodo a disposizione. Dopo un tentativo - finito tragicamente - di formare una coppia con una donna senza cuore, si unisce ai solitari. Ma anche qui farà fatica a rispettare le regole del gioco, soprattutto dopo essersi innamorato della donna miope (Rachel Weisz).
Il film di Yorgos Lanthimos si muove su un crinale sottile tra il realistico, il grottesco e il surreale, in un'atmosfera emotivamente glaciale, in cui l'umorismo - che pure pervade soprattutto la prima parte del film - è in buona parte nero.
La metafora di Lanthimos non è solo esplorativa dell'universo di coppia e delle relazioni amorose, bensì più in generale - a mio modo di vedere - dei meccanismi che sovraintendono alle relazioni, attraverso un processo di estremizzazione grazie al quale si porta allo scoperto la brutalità delle dinamiche di appartenenza ai gruppi, sia esso il gruppo minimo della coppia ovvero un gruppo allargato di persone che si trovano in una condizione simile.
Nel mondo distorto di Lanthimos, che però non è tanto dissimile da certe realtà tra l'artificiale e il distillato, come potrebbero essere ad esempio i social network, non esistono mezze misure, né soluzioni intermedie, non ci sono sfumature, né prospettive aperte e cangianti nel tempo. In questo mondo non si può sfuggire alla necessità di "schierarsi", di stare con una persona o con un gruppo di persone, e il legame è basato sulla necessaria condivisione di qualcosa, un difetto fisico, un modo di essere, una caratteristica personale. Un legame affettivo, una relazione non è pensabile senza una qualche forma di somiglianza, e lì dove non c'è va creata forzatamente, qualche volta violentemente, pena la persecuzione, la marginalità, la solitudine estrema e senza speranza.
Il mondo di Lanthimos fa paura perché, nel suo essere completamente surreale, è più vicino alla realtà di quanto vogliamo ammettere.
La prima parte del film - quella per gran parte ambientata nell'albergo - utilizza ampiamente il registro ironico e ci fa riflettere, in parte divertiti, sull'assurdità di un mondo nel quale bisogna essere per forza in coppia. Nella seconda parte, poi, il quadro si fa più fosco, l'ironia lascia il posto a uno sguardo agghiacciato, in cui è evidente che David e la donna miope non solo non sono diversi emotivamente dagli altri, ma come tutti gli altri non hanno alcuno scampo da se stessi.
Molto, nel film del regista greco, resta senza spiegazione, non del tutto comprensibile alla prova della razionalità (perché due personaggi parlino tra loro in francese, come sono le coppie che vivono in città ecc.), e si esce dalla sala in parte perplessi.
A me il film è maturato dentro nei giorni successivi la visione, facendomi interrogare a lungo sui suoi significati. Le domande sono rimaste però - come forse è giusto che sia - molto più numerose delle risposte.
Voto: 3/5
Iscriviti a:
Post (Atom)







