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mercoledì 22 gennaio 2020

Tolo Tolo

Sulla spinta dei commenti di amici e conoscenti e delle lusinghiere recensioni pubblicate in rete, decido di andare a vedere l'ultimo film di Checco Zalone (al secolo Luca Medici, mio conterraneo molto prossimo: è di Capurso).

Non sono tra quelli pregiudizialmente contrari ai film del comico pugliese (che è anche cantautore, attore e sceneggiatore)  e in passato ne ho visti almeno un paio, però non posso nemmeno dire di essere davvero una fan. La sua comicità - che pure risveglia in me mondi e modalità che conosco molto bene e che molto hanno a che fare con la terra dalla quale provengo - non sempre è pienamente nelle mie corde, soprattutto quando si fa eccessivamente greve o demenziale.

Ciò detto, riconosco in Luca Medici delle qualità non scontate, che si esplicano soprattutto nella sua capacità di portare alla luce del sole - attraverso il personaggio di Checco Zalone - molte delle caratteristiche dell'italiano medio e di farlo in modo nient'affatto snob e spocchioso, bensì empatico e affettuoso.

Ciò che trovo apprezzabile dei film di Checco Zalone è una libertà di pensiero sulla base della quale la sua satira può colpire chiunque e lo fa in modo spesso politicamente scorretto: ad esempio, in Tolo Tolo sotto queste forche caudine passano le forze armate così come le associazioni no-profit pro-migranti.

Abbandonato il tradizionale compagno di scrittura, Gennaro Nunziante (autore e regista per i mitici Toti e Tata), e invece affiancato qui per la prima volta da Paolo Virzì alla sceneggiatura, Luca Medici racconta la storia di Checco, un imprenditore con grandi idee che, dopo il fallimento dell'apertura di un sushi bar a Spinazzola, il suo paese d'origine, pieno di debiti verso parenti e Stato, scappa in Africa a lavorare come cameriere in un resort di lusso, dove finiscono ricchi italiani che hanno o hanno avuto qualche problema col fisco.

Alla ricerca di una crema antirughe nel vicino villaggio insieme all'amico Oumar (Souleymane Silla), Checco si trova coinvolto in un attacco terroristico ed è costretto a fuggire. Deciderà infine di intraprendere il viaggio della speranza con cui i migranti africani tentano di arrivare in Europa e lo farà insieme a Oumar, alla giovane Idjaba (Manda Touré) e al piccolo Doudou, affrontando numerose traversie, mentre in Italia i suoi parenti sperano nella sua morte che azzererebbe il debito e interromperebbe i pignoramenti.

Con lo stile scanzonato e quasi ingenuo che lo caratterizza, Checco indifferentemente conferma o capovolge gli stereotipi, mostrando un punto di vista originale su una questione di tutta attualità e attingendo al repertorio musicale popolare italiano, oltre che a composizioni originali a esso ispirato (per esempio il tormentone Immigrato), nonché addirittura al linguaggio di animazione per affrontare in modo leggero e divertito temi scomodi (come quando deve spiegare ai bambini africani perché sono nati in Africa e non altrove).

Leggo da più parti che in Tolo Tolo Checco Zalone non fa più tanto ridere e invece punta più a far riflettere. Sarà forse che io non mi ricordo perfettamente i film precedenti, ma a me sembra che, a parte la cogente attualità del tema trattato, che è un inevitabile catalizzatore dell'emotività collettiva, l'approccio di Zalone non è cambiato rispetto al passato. Forse accade "semplicemente" che mentre i temi-bersaglio della comicità di Zalone erano in passato più trasversali e condivisibili, questa volta la tematica risulta per sua stessa natura divisiva, e chi arriva in sala sperando di poter ridere delle prese in giro di Zalone potrebbe essere in difficoltà, mentre gli intellettuali del Paese sguazzano nei paragoni con la commedia all'italiana classica.

Se i mali del nostro Paese continuano a trovare un pubblico ricettivo grazie al linguaggio nazionalpopolare di Zalone (il degrado della politica, l'eccesso di burocrazia, il culto dell'apparenza ecc.), il tema degli immigrati presuppone un'evoluzione del "cozzalone" protagonista del film che non è affatto scontata.

A me personalmente il film non dice molto di nuovo (ho trovato adorabile però il cameo autoironico di Nichi Vendola), anzi sconfina a più riprese nel banale, pur facendomi ridere più che altro per gli echi del mio passato che in esso ritrovo, ma sarei molto curiosa di sapere come l'hanno interpretato gli oltre 6 milioni di spettatori che l'hanno visto fin qui (e che certamente non appartengono tutti alla nicchia degli habitué del cinema e che probabilmente sono invece un po' più rappresentativi della popolazione italiana nel suo complesso).

Voto: 3/5

domenica 9 gennaio 2011

Che bella giornata

Inizierò con una precisazione terminologica. Forse non tutti – al di fuori della Puglia, o ancora meglio al di fuori della provincia di Bari – sanno che il nome d’arte scelto da Luca (Pasquale) Medici, ossia Checco Zalone, non è altro che una ricomposizione di una tipica espressione barese, "Che cozzalone!". Si tratta del corrispettivo di un’esclamazione che altrove suonerebbe "Che burino!", "Che zarro!", "Che truzzo!", "Che tamarro!". Ogni regione d’Italia ha il suo "cozzalone" che in parte mantiene caratteristiche comuni ovunque, in parte si definisce in maniera specifica rispetto alle caratteristiche locali.

Il "cozzalone" barese non è solo una persona (più spesso un uomo) di livello socio-culturale piuttosto basso, tanto che parla con un forte accento barese, storpia le parole italiane e straniere e "traduce" alla lettera dal dialetto all’italiano; è anche uno che veste pacchianamente alla moda, ossia sceglie spesso capi firmati taroccati in cui sia visibile la firma prestigiosa (vedi la cinta di Checco nel film), guida macchine di grossa cilindrata di solito usate (vedi la Porsche Carrera del film), ha una gestualità molto tipica (che probabilmente solo un barese può capire integralmente) e, soprattutto, ha una visione del mondo semplificata, essenziale, che risulta alla fine divertente e sottilmente azzeccata nella sua ingenuità. È, infatti, proprio mediante un personaggio le cui caratteristiche principali sono l’ignoranza e l’ingenuità che Checco Zalone mette alla berlina la società contemporanea in tutte le sue componenti e porta allo scoperto i pregiudizi che la parte presuntamente "educata e colta" della società ipocritamente cerca di dissimulare.

In questo caso la storia del film non solo pone al centro il rapporto Nord-Sud, visto che Checco è un giovane barese che vive da molti anni con la famiglia in Brianza, pur mantenendo forti contatti e radici pugliesi, bensì anche il rapporto Occidente-Oriente, dal momento che Checco si innamora di Farah (Nabiha Akkari), giovane e bella maghrebina che in realtà – insieme al fratello – sta preparando un attentato alla Madonnina e utilizza il povero Checco (addetto alla sicurezza del Duomo) per arrivare al suo scopo.

Della storia non dirò altro. Non c’è dubbio però che – dopo una parte iniziale un po’ in sordina – il film decolla e risulta esilarante in maniera quasi liberatoria. Preparatevi, in particolare, alla strepitosa sequenza del battesimo festeggiato ad Alberobello!

Checco Zalone mi ricorda in qualche modo il duo comico pugliese Toti e Tata (al secolo Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo) nel momento di loro massimo splendore, ossia ai tempi di Teledurazzo (mitica l'interpretazione del cantante barese Piero Scamarcio) e della soap opera Filomena Coza Depurada. In modo simile a Checco Zalone, Toti e Tata portavano in scena la quintessenza della baresità, rimanendo mirabilmente in bilico tra stereotipo e realtà.

Nel caso di Checco, l’operazione risulta ancora più riuscita, visto che Toti e Tata non sono mai stati realmente in grado di varcare i confini pugliesi e risultano poco leggibili a un pubblico che non conosce dal di dentro la baresità per averci vissuto a lungo, mentre Checco si rivolge a un pubblico più ampio, portando sulla scena cinematografica il corrispettivo barese del personaggio calabrese di Antonio Albanese, dei numerosi tipi che rappresentano la napoletanità, del prototipo del siciliano.

La sua è in fondo un’operazione sostanzialmente intellettuale, un po’ come quella di Albanese per Cetto Laqualunque (a proposito, è in uscita il film), in cui si ride di gusto grazie a una satira che ci trasmette un preciso messaggio: la quotidianità politica e sociale della nostra Italietta non è poi tanto lontana dalla sua rappresentazione satirica, solo apparentemente estrema e stereotipale.

Insomma, è chiaro che il mio giudizio è nettamente di parte (soprattutto dopo che ho scoperto che Luca Medici ha studiato al Liceo Scientifico "Sante Simone" di Conversano!) e non sono sicura che un non-barese possa ridere così di gusto come ho fatto io durante la visione del film, ma - non ho dubbi - il cinepanzerotto inventato da Checco Zalone mi piace molto, molto, molto di più del cinepanettone.

Voto: 3,5/5