LaPOCAlisse è lo spettacolo teatrale scritto da Makkox e Valerio Aprea, e interpretato da Valerio Aprea, che è nato dalla collaborazione tra i due nel dietro le quinte della trasmissione de La7 Propaganda Live.
Di fatto, lo spettacolo è la somma di quattro monologhi tenuti insieme dal tema generale del declino sociale, politico e umano del nostro mondo e, dunque, dall’idea ch’esso sia ormai avviato verso, appunto, l’apocalisse.
Tutto comincia con un monologo sul Fantacitorio, un immaginario gioco ispirato al Fantasanremo che riguarderebbe invece la politica e ne spiegherebbe alcune delle assurdità. E già questo monologo da solo vale lo spettacolo. Da qui in poi i monologhi si alternano a momenti di metateatro in cui Aprea racconta i retroscena del monologo recitato o anticipa elementi su quello successivo, e soprattutto interagisce con il pubblico ponendo domande che danno l’avvio a forme di improvvisazione comica.
Il risultato è uno spettacolo in cui non ci si annoia nemmeno per un secondo, si ride parecchio sia per quello che dice e fa Aprea sul palco, sia per gli interventi del pubblico, e che ci racconta il nostro mondo in modo divertito e al contempo intelligente, costringendoci in qualche modo a riflettere su noi stessi e sul modo in cui ciascuno di noi partecipa di alcune delle follie e delle idiosincrasie del mondo contemporaneo.
Ciascun frammento dello spettacolo è separato dall’altro dall’immagine di un quadro – prevalentemente di epoca seicentesca – sul tema dell’apocalisse e della morte, mentre durante i monologhi lo sfondo cambia colore, trasformando la figura di Aprea in una silhouette in controluce.
Uno spettacolo semplice, ma scritto bene, in pieno stile Propaganda Live, che mescola comicità e satira sociale, che in alcuni passaggi – come quello della cagnolina Frechete – è destinato a rimanere nella memoria degli spettatori.
Voto: 3,5/5
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sabato 3 gennaio 2026
lunedì 8 gennaio 2024
Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta / con Valerio Aprea. Teatro India, 15 dicembre 2023
Valerio Aprea, più volte attore per Mattia Torre e da me attenzionato proprio per questo, mi piace molto e ormai da parecchio tempo.
Di Sandro Bonvissuto, invece, non ne conoscevo l'esistenza fino a un po' di mesi fa, quando la mia amica e collega L. mi ha regalato il libro La gioia fa parecchio rumore. E lì ho scoperto questo cameriere/scrittore che incarna in qualche modo la parte migliore della romanità. Il romanzo, che racconta il coming of age di un ragazzino che cresce in una famiglia di romanisti sfegatati, è un condensato di romanità, ma - come dicevo - quella buona, che fa sorridere ma anche riflettere.
Quando ho visto che nell'ambito del festival Flautissimo era previsto lo spettacolo Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, tratto appunto da un racconto di Sandro Bonvissuto e interpretato da Valerio Aprea non me lo sono fatto sfuggire.
Si tratta sostanzialmente di un reading in cui tutto è affidato alla bontà del testo di Bonvissuto e alla qualità della recitazione di Aprea.
È il racconto di alcuni giorni di un'estate di molti anni prima, quella in cui il narratore era ancora bambino ed era uno dei pochi del gruppetto di ragazzini con cui giocava a non saper ancora andare in bicicletta. Nelle parole di Bonvissuto si respira l'aria di quei giorni, si visualizzano le situazioni come guardando un film, e si percepiscono chiaramente sentimenti, pensieri e sensazioni che attraversano il protagonista.
Questa seconda esperienza con un testo di Bonvissuto mi conferma la capacità dello scrittore di restituire in particolare il vissuto dell'infanzia, rendendo vividi stati d'animo che per tutti noi sono ormai lontani nel tempo.
A questa dote specifica dell'autore si unisce, amplificando il risultato, la recitazione di Valerio Aprea, che con la voce e i gesti conferisce alle parole una tridimensionalità tale da rendere ancora più forte la sensazione di stare osservando la scena, e non solo di ascoltarla.
L'esperienza è nel complesso molto interessante e apprezzabile, in un panorama in cui per gente come me che vede tantissimo a teatro è sempre più difficile uscire dalla sala davvero soddisfatti.
Voto: 3,5/5
Di Sandro Bonvissuto, invece, non ne conoscevo l'esistenza fino a un po' di mesi fa, quando la mia amica e collega L. mi ha regalato il libro La gioia fa parecchio rumore. E lì ho scoperto questo cameriere/scrittore che incarna in qualche modo la parte migliore della romanità. Il romanzo, che racconta il coming of age di un ragazzino che cresce in una famiglia di romanisti sfegatati, è un condensato di romanità, ma - come dicevo - quella buona, che fa sorridere ma anche riflettere.
Quando ho visto che nell'ambito del festival Flautissimo era previsto lo spettacolo Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, tratto appunto da un racconto di Sandro Bonvissuto e interpretato da Valerio Aprea non me lo sono fatto sfuggire.
Si tratta sostanzialmente di un reading in cui tutto è affidato alla bontà del testo di Bonvissuto e alla qualità della recitazione di Aprea.
È il racconto di alcuni giorni di un'estate di molti anni prima, quella in cui il narratore era ancora bambino ed era uno dei pochi del gruppetto di ragazzini con cui giocava a non saper ancora andare in bicicletta. Nelle parole di Bonvissuto si respira l'aria di quei giorni, si visualizzano le situazioni come guardando un film, e si percepiscono chiaramente sentimenti, pensieri e sensazioni che attraversano il protagonista.
Questa seconda esperienza con un testo di Bonvissuto mi conferma la capacità dello scrittore di restituire in particolare il vissuto dell'infanzia, rendendo vividi stati d'animo che per tutti noi sono ormai lontani nel tempo.
A questa dote specifica dell'autore si unisce, amplificando il risultato, la recitazione di Valerio Aprea, che con la voce e i gesti conferisce alle parole una tridimensionalità tale da rendere ancora più forte la sensazione di stare osservando la scena, e non solo di ascoltarla.
L'esperienza è nel complesso molto interessante e apprezzabile, in un panorama in cui per gente come me che vede tantissimo a teatro è sempre più difficile uscire dalla sala davvero soddisfatti.
Voto: 3,5/5
mercoledì 21 dicembre 2016
Qui e ora / Mattia Torre. Teatro Ambra Jovinelli, 16 dicembre 2016
Diversi mesi fa avevo scoperto che, al Teatro Ambra Jovinelli, la stagione 2016-2017 sarebbe stata impreziosita da una rassegna dedicata a Mattia Torre, consistente nella rappresentazione di tre suoi testi, Qui e ora, Migliore e 456.
Mattia Torre l'avevo conosciuto e apprezzato ai tempi di Boris, sceneggiatore insieme a Ciarrapico e Vendruscolo, poi definitivamente adottato con la lettura dei cinque atti comici raccolti nel libro In mezzo al mare, che mi ha confermato le sue qualità di scrittore dotato di sensibilità e ironia.
Cosicché non ci ho messo molto a convincere alcune amiche a comprare l'abbonamento per questo Progetto Mattia Torre.
Il primo appuntamento arriva subito prima di Natale ed è quello con Qui e ora, interpretato da Valerio Aprea e Paolo Calabresi. La serata inizia già bene, perché da quando nell'area della Cappa Mazzoniana della Stazione Termini, con ingresso da via Giolitti, hanno aperto il Mercato Centrale, andare a teatro all'Ambra Jovinelli è diventato anche l'occasione per una pausa gourmet (in questo caso ho assaggiato il pesce della pescheria mia omonima, Galluzzi, che pare essere una delle migliori di Roma).
Ma eccoci in seconda galleria in un venerdì sera in cui io, F. e P. siamo stanchissime, al punto tale che qualunque altro spettacolo ci avrebbe definitivamente fatte abbandonare tra le braccia di Morfeo. Ma non Mattia Torre.
Lo spettacolo si apre sulla scena di un incidente tra due scooter e due uomini a terra, apparentemente incoscienti, o peggio. Uno si sveglia, chiama l'ambulanza per sé, perché ritiene che l'altro sia morto. Scopriamo presto che si tratta di uno chef che conduce un programma radiofonico e che a breve ha un appuntamento in radio per andare in onda in diretta con il suo programma.
Mentre questi litiga con il 118 per avere un'ambulanza, l'altro riprende conoscenza, nonostante sia messo male. Tra i due uomini si instaura subito una dialettica conflittuale, in cui lo chef/conduttore fa l'aguzzino, umiliando l'altro e maltrattandolo, tra una telefonata e l'altra durante le quali registra il suo programma radiofonico per evitare di essere sostituito.
Lo chef dispiega tutto il suo cinismo e la sua supponenza nei confronti dell'umanità intera, ma in particolare nei confronti dell'uomo che giace sul bordo della strada dell'incidente.
Poco a poco però quest'ultimo riprende le forze e, complice lo scaricamento della batteria del telefonino del'altro e il ripresentarsi di malesseri post-incidente, i ruoli si invertono e colui che sembrava un uomo grigio e dimesso, perseguitato dalle telefonate della madre, dimostra di aver messo in atto un vero e proprio diabolico piano.
Qui e ora, com'è nello stile di Mattia Torre, parla di importanti temi contemporanei, come ad esempio la solitudine e la violenza dei rapporti sociali, usando toni cinici e ironici, anziché drammatici. In conclusione ci propone una riflessione non banale su chi è oggi l'antagonista sociale e sul ruolo che in questo processo giocano i mass media e la tecnologia.
Consigliatissimo.
Voto: 4/5
Mattia Torre l'avevo conosciuto e apprezzato ai tempi di Boris, sceneggiatore insieme a Ciarrapico e Vendruscolo, poi definitivamente adottato con la lettura dei cinque atti comici raccolti nel libro In mezzo al mare, che mi ha confermato le sue qualità di scrittore dotato di sensibilità e ironia.
Cosicché non ci ho messo molto a convincere alcune amiche a comprare l'abbonamento per questo Progetto Mattia Torre.
Il primo appuntamento arriva subito prima di Natale ed è quello con Qui e ora, interpretato da Valerio Aprea e Paolo Calabresi. La serata inizia già bene, perché da quando nell'area della Cappa Mazzoniana della Stazione Termini, con ingresso da via Giolitti, hanno aperto il Mercato Centrale, andare a teatro all'Ambra Jovinelli è diventato anche l'occasione per una pausa gourmet (in questo caso ho assaggiato il pesce della pescheria mia omonima, Galluzzi, che pare essere una delle migliori di Roma).
Ma eccoci in seconda galleria in un venerdì sera in cui io, F. e P. siamo stanchissime, al punto tale che qualunque altro spettacolo ci avrebbe definitivamente fatte abbandonare tra le braccia di Morfeo. Ma non Mattia Torre.
Lo spettacolo si apre sulla scena di un incidente tra due scooter e due uomini a terra, apparentemente incoscienti, o peggio. Uno si sveglia, chiama l'ambulanza per sé, perché ritiene che l'altro sia morto. Scopriamo presto che si tratta di uno chef che conduce un programma radiofonico e che a breve ha un appuntamento in radio per andare in onda in diretta con il suo programma.
Mentre questi litiga con il 118 per avere un'ambulanza, l'altro riprende conoscenza, nonostante sia messo male. Tra i due uomini si instaura subito una dialettica conflittuale, in cui lo chef/conduttore fa l'aguzzino, umiliando l'altro e maltrattandolo, tra una telefonata e l'altra durante le quali registra il suo programma radiofonico per evitare di essere sostituito.
Lo chef dispiega tutto il suo cinismo e la sua supponenza nei confronti dell'umanità intera, ma in particolare nei confronti dell'uomo che giace sul bordo della strada dell'incidente.
Poco a poco però quest'ultimo riprende le forze e, complice lo scaricamento della batteria del telefonino del'altro e il ripresentarsi di malesseri post-incidente, i ruoli si invertono e colui che sembrava un uomo grigio e dimesso, perseguitato dalle telefonate della madre, dimostra di aver messo in atto un vero e proprio diabolico piano.
Qui e ora, com'è nello stile di Mattia Torre, parla di importanti temi contemporanei, come ad esempio la solitudine e la violenza dei rapporti sociali, usando toni cinici e ironici, anziché drammatici. In conclusione ci propone una riflessione non banale su chi è oggi l'antagonista sociale e sul ruolo che in questo processo giocano i mass media e la tecnologia.
Consigliatissimo.
Voto: 4/5
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