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mercoledì 20 maggio 2026

Tutti gli uomini che non sono / di e con Paolo Calabresi. Teatro Ambra Jovinelli, 14 maggio 2026

Vado a vedere questo spettacolo un po’ stanca e un po’ prevenuta perché quest’anno all’Ambra Jovinelli qualche “fregatura” l’ho presa. Però Paolo Calabresi è bravo e la presentazione dello spettacolo mi ha incuriosita.

Tutti gli uomini che non sono è uno spettacolo originale nella sua costruzione, perché racconta una fase vera della vita di Calabresi e la inserisce dentro un contesto teatrale, giocando sulla labilità del confine tra vero e falso.

La parte sicuramente vera, supportata tra l’altro dai video che campeggiano sulla scenografia dello spettacolo, che sembra riprodurre la parete attrezzata in un interno, è quella delle molteplici situazioni in cui in passato Paolo Calabresi si è spacciato per qualcun altro, con effetti paradossali ed esilaranti. Il tutto era cominciato quasi per gioco, ossia poter andare a vedere la partita Milan-Roma a Milano nonostante i biglietti fossero esauriti. E quella volta, senza nemmeno troppo travestimento, nei panni di Nicolas Cage, Calabresi riuscì perfettamente nell’intento. Da lì l’attore romano ripeté l’operazione, interpretando sia personaggi reali come Marilyn Manson, sia personaggi inventati tra cui un cardinale, un presidente di un ente europeo del calcio, un ex cieco, un’autorità istituzionale di uno stato africano.

Obiettivo più o meno dichiarato quello di potersi prendere gioco di persone e organizzazioni, anche ad alti livelli, dimostrando in un certo senso la permeabilità di certi ambienti e anche la credulità delle persone, non solo quelle comuni. E soprattutto, come lo stesso Calabresi ci dice, quanto gli esseri umani siano sensibili e dunque propensi a credere alle storie, se queste sono ben scritte e presentate.

Tutto questo è inserito a sua volta in una storia più ampia, che – anche in questo caso – non sappiamo fino a che punto sia vera, e fa riferimento alla vita personale di Paolo. Il “gioco” dei travestimenti inizia infatti in un momento doloroso, quello della morte ravvicinata di entrambi i genitori, e probabilmente è il modo creativo che inconsciamente l’attore trova per non sentire il dolore e forse per elaborare il lutto. C’è dunque tanto da ridere nei retroscena di questo gioco, ma anche una motivazione psicologica profonda, cosicché se inizialmente i travestimenti diventano una specie di gioco familiare in cui anche moglie e figli vengono coinvolti, man mano l’ossessione di Paolo mette in discussione persino la stabilità del suo matrimonio e il rapporto con i figli, diventati nel frattempo quattro.

Il tono dello spettacolo oscilla dunque costantemente tra il comico e il malinconico, quest'ultimo spesso portato in scena da Carolina Di Domenico che interpreta Fiamma, la moglie di Paolo, e che diventa in qualche modo il suo aggancio con la realtà.

Tutti gli uomini che non sono può sembrare a prima vista un’opera autoreferenziale, nata per rievocare le performance-bravate del passato, e invece diventa in fondo l’occasione per molte altre riflessioni non scontate.

Mi è piaciuto, mi ha fatto ridere e commuovere. E ho trovato molto bravo Paolo Calabresi, e soprattutto Carolina Di Domenico.

Voto: 3,5/5

lunedì 28 gennaio 2019

Bella figura. Teatro Ambra Jovinelli, 24 gennaio 2019

L'altro giorno con la mia amica F. si rifletteva sul fatto che questa stagione teatrale romana stenta ancora a decollare. Vero è che ancora siamo relativamente all'inizio, però ho come la sensazione che, a questa data, l'anno scorso avessimo già visto cose molto interessanti.

Dunque, piene di buone intenzioni e di aspettative, andiamo a vedere Bella figura, lo spettacolo tratto da un testo teatrale di Yasmina Reza, in scena al Teatro Ambra Jovinelli, che secondo noi quest'anno ha il cartellone più promettente.

A me la Reza piace: avevo visto a suo tempo sia a teatro e poi al cinema il suo maggiore successo, Carnage, e recentemente ho letto e apprezzato parecchio il suo ultimo libro, Babilonia.

In Bella figura al centro dell'intreccio - come in Carnage - ci sono due coppie: da un lato Andrea (Anna Foglietta) e Boris (David Sebasti), dall'altro Françoise (Lucia Mascino) ed Eric (Paolo Calabresi). C'è poi il personaggio di Yvonne (Simona Marchini), la madre di Eric, che è motore dell'incontro tra le due coppie e rappresenta il contrappunto svampito, ironico e a volte incredibilmente saggio dei discorsi degli altri protagonisti.

Andrea e Boris sono amanti: la prima è madre single di una bambina di nove anni, il secondo è sposato con Patricia ed è in gravi difficoltà economiche. Una sera sono nel parcheggio di un ristorante di lusso e litigano perché Boris ha fatto una gaffe dicendo che il ristorante è stato consigliato da sua moglie. Mentre vanno via investono, senza conseguenze, Yvonne, che figlio e nuora stanno portando al ristorante per il suo compleanno.

Qui iniziano gli imbarazzi perché Françoise è amica di Patricia e, considerato l'atteggiamento disinibito e seduttivo di Andrea, comprende immediatamente che tipo di rapporto c'è con Boris.

Inizialmente sembra che tutte le attenzioni siano focalizzate su Andrea, un personaggio doloroso e sopra le righe, ma a poco a poco - come spesso accade nei drammi della Reza - ognuno dei protagonisti porta alla luce i suoi lati oscuri e i nodi irrisolti, in un crescendo di tensione non solo drammatica, bensì anche comica, sebbene sempre all'interno di una cornice di amarezza.

La scenografia divide lo spazio del palco in verticale: al piano di sotto siamo, a seconda dei casi, nel parcheggio o nel bar del ristorante, al piano di sopra da un lato c'è la sala del ristorante e dall'altro il bagno, dove a turno tutti si rifugiano per rimanere soli con i propri pensieri e le proprie ossessioni, e sfuggire alla "persecuzione" altrui.

Alla fine, resta la sensazione di trovarsi di fronte a una situazione in cui tutti sono sull'orlo di una crisi di nervi, forse anche accentuata dalla recitazione degli attori che è tendenzialmente sopra le righe, nonché quella che la Reza scriva un po' sempre lo stesso testo, sebbene declinato in modi diversi e soffermandosi su tipi diversi di idiosincrasie umane.

Anche la regia dello spettacolo, di Roberto Andò, non ci risulta del tutto fluida, ma forse ormai la perplessità che è andata montando nel corso della visione ha finito per prendere il sopravvento.

Voto: 2,5/5

mercoledì 21 dicembre 2016

Qui e ora / Mattia Torre. Teatro Ambra Jovinelli, 16 dicembre 2016

Diversi mesi fa avevo scoperto che, al Teatro Ambra Jovinelli, la stagione 2016-2017 sarebbe stata impreziosita da una rassegna dedicata a Mattia Torre, consistente nella rappresentazione di tre suoi testi, Qui e ora, Migliore e 456.

Mattia Torre l'avevo conosciuto e apprezzato ai tempi di Boris, sceneggiatore insieme a Ciarrapico e Vendruscolo, poi definitivamente adottato con la lettura dei cinque atti comici raccolti nel libro In mezzo al mare, che mi ha confermato le sue qualità di scrittore dotato di sensibilità e ironia.

Cosicché non ci ho messo molto a convincere alcune amiche a comprare l'abbonamento per questo Progetto Mattia Torre.

Il primo appuntamento arriva subito prima di Natale ed è quello con Qui e ora, interpretato da Valerio Aprea e Paolo Calabresi. La serata inizia già bene, perché da quando nell'area della Cappa Mazzoniana della Stazione Termini, con ingresso da via Giolitti, hanno aperto il Mercato Centrale, andare a teatro all'Ambra Jovinelli è diventato anche l'occasione per una pausa gourmet (in questo caso ho assaggiato il pesce della pescheria mia omonima, Galluzzi, che pare essere una delle migliori di Roma).

Ma eccoci in seconda galleria in un venerdì sera in cui io, F. e P. siamo stanchissime, al punto tale che qualunque altro spettacolo ci avrebbe definitivamente fatte abbandonare tra le braccia di Morfeo. Ma non Mattia Torre.

Lo spettacolo si apre sulla scena di un incidente tra due scooter e due uomini a terra, apparentemente incoscienti, o peggio. Uno si sveglia, chiama l'ambulanza per sé, perché ritiene che l'altro sia morto. Scopriamo presto che si tratta di uno chef che conduce un programma radiofonico e che a breve ha un appuntamento in radio per andare in onda in diretta con il suo programma.

Mentre questi litiga con il 118 per avere un'ambulanza, l'altro riprende conoscenza, nonostante sia messo male. Tra i due uomini si instaura subito una dialettica conflittuale, in cui lo chef/conduttore fa l'aguzzino, umiliando l'altro e maltrattandolo, tra una telefonata e l'altra durante le quali registra il suo programma radiofonico per evitare di essere sostituito.

Lo chef dispiega tutto il suo cinismo e la sua supponenza nei confronti dell'umanità intera, ma in particolare nei confronti dell'uomo che giace sul bordo della strada dell'incidente.

Poco a poco però quest'ultimo riprende le forze e, complice lo scaricamento della batteria del telefonino del'altro e il ripresentarsi di malesseri post-incidente, i ruoli si invertono e colui che sembrava un uomo grigio e dimesso, perseguitato dalle telefonate della madre, dimostra di aver messo in atto un vero e proprio diabolico piano.

Qui e ora, com'è nello stile di Mattia Torre, parla di importanti temi contemporanei, come ad esempio la solitudine e la violenza dei rapporti sociali, usando toni cinici e ironici, anziché drammatici. In conclusione ci propone una riflessione non banale su chi è oggi l'antagonista sociale e sul ruolo che in questo processo giocano i mass media e la tecnologia.

Consigliatissimo.

Voto: 4/5