giovedì 10 ottobre 2024
Quando muori resta a me / Zerocalcare
Ed eccomi alla lettura dell'ultimo albo di Zerocalcare, quello che tante preoccupazioni aveva suscitato nella personalità nevrotica di Michele Rech convinto che il suo tempo stia passando o sia addirittura passato (se volete farvene un'idea ascoltate il podcast del Post in cui Luca Sofri lo intervista).
Quando muori resta a me appartiene al filone sicuramente più ricco della produzione di Zerocalcare, ossia quello delle storie personali e familiari, che talvolta incrociano storie più ampie ma fondamentalmente appartengono all'universo affettivo di Zero.
La vera novità rispetto agli albi precedenti è il fatto che al centro di questo racconto per la prima volta c'è la figura del padre di Zerocalcare e della famiglia di lui. L'occasione per indagare nel complesso rapporto tra Zero e suo padre è data da un viaggio che i due fanno insieme in un paesino delle Dolomiti dove c'è una piccola casa di famiglia, ereditata dal padre, e a cui è legata una storia che risale ai tempi della prima guerra mondiale, ma che c'entra anche con vicende che invece appartengono al periodo compreso tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta e che vedono coinvolta una donna misteriosa con un occhio bendato.
Come sempre, Zerocalcare è straordinario nel tenerci incollati alle pagine e alla storia, e in questo caso - oltre ad avere ritrovato le sue caratteristiche più tipiche, che si sostanziano in alcune uscite geniali e divertenti, nonché in alcune riflessioni per nulla scontate - ho apprezzato l'affinamento dell'impianto narrativo (forse anche grazie all'esperienza nella realizzazione della serie TV) che produce un'aspettativa e una suspence crescente nel corso della lettura.
Io l'ho divorato in qualche ora di ozio sul divano, in una situazione che con qualunque altra lettura sarebbe probabilmente finita in una 'pennica' pomeridiana. E invece Zerocalcare mi ha tenuto sveglissima fino all'ultima pagina.
Se un difetto devo trovare in questo nuovo albo è forse la sproporzione tra l'aspettativa suscitata dalle linee narrative del racconto e lo scioglimento finale che - anche forse inevitabilmente in quanto ha a che fare con la vita reale delle persone - è molto meno eclatante di quello che ci si potrebbe immaginare.
Alla fine si può dire che la forza di questo racconto sta nello svolgimento, e - come sempre - nelle chicche autoironiche, ironiche, riflessive, paranoiche, esilaranti, commoventi con cui Zerocalcare condisce qualunque narrazione, mettendo sempre davanti a tutto una pietas profonda verso qualunque essere umano, di cui si sforza sempre di comprendere fragilità e debolezze.
Voto: 3,5/5
venerdì 19 aprile 2024
No sleep till Shengal / Zerocalcare
A distanza di sei anni da Kobane calling, e con ormai all'attivo un numero imprecisato di albi e ormai ben due serie tv per Netflix, Zerocalcare torna a parlarci di quell'area del mondo collocata tra Siria, Turchia, Iran e Iraq che è il Kurdistan, ma che come tale non viene riconosciuto da nessuno dei paesi citati e nemmeno da buona parte della comunità internazionale.
A fronte di un mio incontro iniziale piuttosto tiepido con il mondo di Zerocalcare, Kobane calling ha rappresentato per me il momento della svolta, quello che mi ha definitivamente conquistata. La versione graphic journalist di Zerocalcare - ovviamente una versione originale e perfettamente in linea con lo stile di Zero (che a me ricorda un po' Guy Delisle) - è forse quella che mi convince di più o quanto meno quella con cui mi è più facile entrare in sintonia.
E la magia si ripete anche con No sleep till Shengal, che racconta il viaggio compiuto da Zerocalcare tra la primavera e l'estate 2021 nell'area dell'Iraq dove la comunità degli Ezidi rivendica l'autonomia dopo aver messo in piedi una confederazione democratica, ma è oggetto di una persecuzione su vasta scala.
Ancora una volta, dietro il viaggio di Zero c'è la comunità curda di Roma e la necessità di accendere i riflettori su un conflitto volutamente dimenticato. Zerocalcare ce ne parla a modo suo, raccontandoci il viaggio, le traversie, i checkpoint, gli incontri, le paure e i dubbi. E in tutto questo il fumettista romano è sempre lui, con le sue idiosincrasie e le sue pippe mentali, ma anche con sei anni di più, e quindi ancora più idiosincrasie e pippe :-D
In ogni caso, il graphic novel è un buon punto di partenza per incuriosirsi alla vicenda degli Ezidi, popolazione che è stata oggetto di numerosi massacri e tentativi di genocidio durante la sua storia, e che combatte per esistere e sopravvivere. Ovviamente questa è una sintesi semplificata, e - come direbbe Zero - le cose sono molto più complesse di così, e lui è un vero maestro nel mettere in scena - prima di tutto per sé stesso - l'obiezione.
Io me lo sono divorato una sera prima di andare a dormire, e non ho spento la luce finché non ho letto l'ultima pagina, la nota scritta che Zerocalcare pospone all'albo per dire che da quando il viaggio è stato compiuto alla pubblicazione dell'albo è passato circa un anno, e ovviamente le cose sono cambiate e alcune delle persone raccontate non ci sono più, perché questa area del mondo ha un livello di instabilità altissimo e raccontarne le vicende è difficile perché le cose cambiano molto rapidamente. Resta però sempre vero che il Kurdistan e più in generale questa area del mondo non trova pace né equilibrio, non solo per gli interessi vari e contrapposti dei paesi che vi gravitano (primo fra tutti la Turchia), ma anche e soprattutto per l'indifferenza - in buona parte interessata - del mondo occidentale.
Zerocalcare ci aiuta a non dimenticarcelo.
Voto: 3,5/5
mercoledì 4 ottobre 2023
Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia / Zerocalcare
Stavo per cominciare la lettura dell'ultimo graphic novel di Zerocalcare, No sleep til Shengal, quando mi sono accorta che sullo scaffale dei libri da leggere c'era ancora il precedente, Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia, che è in realtà una raccolta di "racconti" già pubblicati sull'Internazionale e sull'Espresso (quello sulle condizioni nelle carceri durante la pandemia, quello sulla condizione degli ezidi in Iraq, quello sulla sanità territoriale e infine quello sulla cancel culture), più un racconto inedito che riguarda la preparazione della prima serie animata realizzata da Zero.
Che dire? Dopo aver recensito una decina di libri del fumettista romano (o in cui compaiono sue storie), aver visto la sua mostra, lo spettacolo teatrale ispirato a Kobane calling, aver guardato su Netflix le sue serie, probabilmente tutto quello che potevo dire su di lui l'ho già detto.
Il mio rapporto con Zerocalcare è iniziato un po' freddo (facevo fatica a entrare nel suo modo di raccontare e a riconoscermi nei suoi riferimenti), poi si è scaldato man mano che il suo lavoro è proseguito e che lui stesso ha abbandonato l'età della giovinezza. Col tempo - si sa - le distanze anagrafiche si accorciano, soprattutto nell'età di mezzo, diciamo l'età adulta, o comunque quella che non è né giovinezza né vecchiaia.
La cosa che al momento attuale apprezzo di più di Zerocalcare è il suo non essere cambiato (o almeno questo è quanto emerge da quello che disegna e scrive). Mi pare semmai che la tendenza, presente fin dal principio, a interrogarsi su sé stesso, a sottoporre ad analisi le proprie posizioni e i propri valori si sia enormemente amplificata, per effetto della vasta esposizione cui è andato incontro in virtù del suo successo. In pratica, ho la sensazione che il "povero" Zerocalcare - sommerso dal profluvio di distinguo e di commenti che sono tipici del nostro tempo - sempre più tenda a prevenire nelle sue storie tutte le obiezioni e a metterle in scena per dare e darsi una risposta, e se del caso confermarsi nei suoi punti di vista, pur consapevole che qualunque punto di vista è soggettivo e parziale.
Resta immutata in lui anche l'autoironia con cui nei suoi fumetti mette a nudo tutte le sue ossessioni e le sue idiosincrasie, riconoscendosele senza giustificarle del tutto, anzi talvolta riuscendo in parte a superarle, almeno sul piano razionale.
Insomma, credo sia difficile non "voler bene" a un personaggio così. Si possono condividere o non condividere i suoi punti di vista, ma certamente si apprezza il metodo di ragionamento, il mettere e mettersi in discussione, ma anche il riportare il dibattito a dei valori da difendere per sé e per gli altri.
Non si possono dunque di certo rimproverare a Zerocalcare alcuni difetti tipici del dibattito pubblico, tra cui retorica, ipocrisia, assenza di contenuti, attacchi gratuiti, e forse per questo il suo lavoro viene percepito come vero e vicino da molte persone, di età e provenienze diverse.
Voto: 3,5/5
mercoledì 25 gennaio 2023
Niente di vero / Veronica Raimo
Molte persone mi avevano parlato del libro di Veronica Raimo, vincitore del Premio Strega Giovani nel 2022. In particolare, diversi amici - a cui avevo raccontato un episodio che un po’ fortuitamente mi aveva messo in contatto con Christian Raimo e che mi aveva lasciato un po’ di amaro in bocca - mi avevano consigliato di leggere questa autobiografia familiare della sorella, perché in essa non solo la stessa Veronica prende corpo e definizione, ma anche gli altri componenti della famiglia, il fratello Christian, la madre e il padre (morto diversi anni fa).
Da più parti avevo avuto riscontri sul fatto che si trattasse di un libro esilarante, e anche l’endorsement di Zerocalcare, presente nella copertina, andava in questa direzione.
Non posso dire che il libro non mi sia piaciuto. La famiglia Raimo e più in generale il mondo che ruota intorno a Veronica vengono tratteggiati con perizia, e soprattutto in modo divertito e divertente, ma al contempo intelligente. Ma forse il limite di questo libro sta proprio qui.
I brevi capitoli che lo compongono (e che sono i pezzi di una narrazione non necessariamente sequenziale ma che procede per ricordi o sensazioni o episodi) sembrano una sequenza di lunghi post di Facebook (dico Facebook perché mi pare - ma non sono un'esperta - che sia rimasto ormai uno dei pochi social network che si incentra ancora sulla parola). Non so se voi avete qualche amico così nella vostra bacheca: io ne ho almeno un paio. Persone che scrivono benissimo, che sanno trasformare eventi e vicende della loro vita e della loro famiglia in piccoli racconti esilaranti che, anche quando sono parecchio lunghi, ti spingono a leggerli fino all’ultima riga. Quel tipo di post sotto i quali non puoi non mettere un “mi piace”, un cuore, un lol, a seconda dei casi. Quel tipo di post che però nel tempo tende a creare assuefazione rispetto a una certa modalità narrativa, e che a un certo punto quasi disturba per il fatto di voler essere troppo smart, di ricercare l’effetto sorpresa o l’elemento esilarante.
Ebbene, il libro della Raimo mi ha fatto esattamente questo effetto. Man mano che andavo avanti nella lettura dei capitoli perdevo interesse e le situazioni raccontate non mi facevano più ridere né mi colpivano particolarmente. Però capisco che il libro possa essere piaciuto e piacere molto ai giovani: è una lettura relativamente semplice, che crea empatia, e il rispecchiamento può essere a tratti molto forte, oltre al fatto che è un tipo di scrittura cui i giovani sono parecchio abituati.
Per me alla fine questo suo essere facile e non richiedere alcun tipo di sforzo nella lettura (che mi ha permesso di leggerlo in un periodo in cui arrivavo a sera stanchissima) non è un pregio, ma un limite, interpretazione che è certamente frutto di quella cultura novecentesca in cui sono immersa e che mi rende un po’ allergica al nuovo (sarà certamente anche la vecchiaia!).
Voto: 3/5
lunedì 26 settembre 2022
Margini
Margini è un film ambientato nel 2008 (non ci sono ancora gli smartphone e i lettori di musica digitale si collegano con un jack all'autoradio) e racconta la storia di tre giovani grossetani, Michele (Francesco Turbanti), Edoardo (Emanuele Linfatti) e Iacopo (Matteo Creatini), che fanno musica street punk e sono stati invitati ad aprire a Bologna il concerto dei Defence, una band americana molto famosa nell'ambiente. Quando il concerto bolognese salta, i tre decidono di tentare il colpaccio, invitando i Defence a esibirsi a Grosseto.
L'idea di portare un gruppo punk rock nella profonda provincia toscana si trasformerà in un'avventura non priva di difficoltà, che metterà a rischio l'amicizia tra i tre giovani, nonché gli equilibri già precari delle loro vite personali, ma in un certo senso costringerà ognuno di loro a fare i conti con i propri sogni e con le cose davvero importanti.
La presenza di Zerocalcare (evocato dai tre protagonisti come l'amico romano che gli ha disegnato la locandina del concerto, ma non risponde mai al telefono, e poi presente con un cameo attraverso un messaggio in segreteria telefonica) è perfettamente coerente e consustanziale al tono e ai contenuti del racconto.
Ne viene fuori - in perfetto stile autenticamente toscano - un film dolceamaro, la cui visione fa ridere tanto, ma che a più riprese fa anche pensare. La provincia appare un mondo in cui i sogni fanno fatica a trovare spazio e a decollare se non al prezzo di enormi compromessi e sacrifici personali. Gli adulti sono rassegnati e disillusi, accartocciati nei loro piccoli mondi, ma non cattivi. I giovani appaiono pieni di energia vitale, ma insicuri e infantili. I maschi in particolare (e in questo caso non solo quelli più giovani) sembrano bisognosi di tenersi aggrappati a forme di giocosità per mitigare le responsabilità e le pesantezze della vita adulta.
Ciò detto, i tre protagonisti sono immediati e sinceri, e non possono che creare empatia anche in chi non viene dalla provincia toscana e non frequenta l'ambiente punk rock, ma che si ritroverà a cantare a squarciagola insieme a loro (e a Massimo Ranieri) un liberatorio Se bruciasse la città.
Voto: 3,5/5
mercoledì 15 dicembre 2021
Strappare lungo i bordi
Zerocalcare, aka Michele Rech, è un grande disegnatore e un grande narratore di storie, e questo gli ha permesso di passare con grande facilità dalle strisce alle narrazioni brevi per arrivare al romanzo grafico e infine alla serie animata. Tutte queste espressioni del suo mondo creativo hanno una coerenza di fondo che si può sintetizzare nella perfetta fusione tra una profondità di riflessione invidiabile su temi di grande respiro e la capacità di analizzare con grande arguzia e con un effetto esilarante le piccole cose della vita, che spesso sono sue personali ma in cui è facile riconoscersi.
Ebbene, per me che di Zerocalcare ho letto praticamente tutto, Strappare lungo i bordi è stata "semplicemente" una conferma. O meglio, Zero dimostra di avere un gusto e una capacità non indifferenti nel trasformare le sue storie, prima fissate sulle pagine, in racconti animati, rimanendo fedele a sé stesso e senza perdere mordente. Cosa questa che non era affatto scontata.
A livello invece di contenuti mi pare che Strappare lungo i bordi parli soprattutto a quelli a cui mancano le puntate precedenti, a chi non lo conosceva o lo aveva sempre snobbato. E in questo senso è un po’ una sintesi del mondo di Zerocalcare, del suo passato, del contesto e della sua filosofia di vita. Ma molte di queste cose noi lettori dei suoi fumetti le sapevamo già. Poi certo qua e là sbuca un’invenzione inattesa, che ci fa ridere a crepapelle o ci fa commuovere, e il fil rouge che tiene insieme il racconto ci dice qualcosa di nuovo, mescola le carte di indizi che Zero aveva lasciato qua e là nei suoi fumetti.
Però, se dovessi dire, mi sembra che a livello di “poetica” individuale e generazionale, i suoi ultimi graphic novel, Macerie prime e Scheletri, rappresentano un passo successivo rispetto a quanto espresso nella serie.
In Strappare lungo i bordi siamo ancora ai trentenni che hanno scoperto di non avere alcun percorso tracciato e spesso su questo cammino tortuoso si perdono o si fermano. In Macerie prime e Scheletri siamo invece agli stessi trentenni (ormai quasi quarantenni) che hanno cominciato a fare i conti con la vita adulta, a tirare qualche somma, a fare qualche bilancio e anche qualche valutazione, in cui ognuno deve cercare la propria quadra.
Ovviamente c’è ampio spazio per stagioni successive della serie che possono riagguantare i traguardi intimi di Macerie prime e Scheletri, e probabilmente andare anche oltre. Il fatto stesso che nell’ultima puntata i suoi amici, prima tutti doppiati da lui, acquistino una voce propria, è in un certo senso il segnale che anticipa un’evoluzione, e in questo caso lo fa sfruttando una caratteristica specifica della serie animata, una voce propria dei personaggi (non più l'unica presente nella testa del lettore).
E però inin questa prima stagione era giusto che si ripartisse dall’inizio, una scelta che ha dato ragione ancora una volta a Zerocalcare, visto il successo straordinario.
Tutte le altre polemiche, la romanità, Biella ecc., sono tutti inutili divertissement da social.
lunedì 20 settembre 2021
Nessun rimorso. Genova 2001-2021 / SupportoLegale; [Alberto Corradi et. al]
A vent'anni dall'ormai famigerato G8 di Genova molte sono state le iniziative per ricordare quei giorni e provare ancora una volta a ricostruire la memoria di un evento denso di conseguenze per il nostro paese e non solo.
Tra queste iniziative non poteva mancare un albo a fumetti che raccoglie le testimonianze e i pensieri di tantissime firme del fumetto italiano, 'capeggiate' da Zerocalcare, da sempre molto sensibile a questo argomento e impegnato a mantenerne viva la memoria.
L'albo si compone di storie brevi o di media lunghezza, ma anche di singole tavole e disegni, in cui ogni fumettista ha operato secondo la sua ispirazione e la sua visione del mondo. C'è chi propone un'unica immagine, chi ricordi, chi la propria assenza, chi storie distopiche, chi grottesche. I disegni sono inframmezzati da testi a cura di SupportoLegale, un progetto nato per sostenere la difesa nei processi genovesi. I testi ricostruiscono alcuni momenti chiave dei giorni di Genova 2001 e soprattutto quello che ne è seguito o non ne è seguito (come nel caso della morte di Carlo Giuliani) a livello giudiziario.
Testi e disegni si completano e si rafforzano a vicenda, contribuendo a tenere accesi i riflettori su una vicenda vergognosa per uno stato di diritto, tanto più vergognosa non solo per quello che è successo in quei giorni ma per l'omertà, i depistaggi, le falsità che hanno caratterizzato le vicende giudiziarie e rispetto alle quali colpisce la connivenza dello Stato e dei suoi rappresentanti.
Non finirò mai di chiedermi se il modo in cui sono andate le cose a Genova sia stato un piano deliberato per tagliare definitivamente le gambe al movimentismo e al dissenso montante nei confronti di un certo modello sociale ed economico, oppure una tragica manifestazione di incapacità organizzativa e di gestione della catena di comando, a fronte del cui fallimento lo Stato anziché cercare i colpevoli si è chiuso a riccio a difesa delle sue emanazioni.
Propenderei per la prima ipotesi, anche se la seconda non è del tutto da escludere. Fa accapponare la pelle l'impunità che a molti dei rappresentanti delle forze dell'ordine coinvolti nella vicenda è stata garantita, per non parlare dei casi in cui gli stessi hanno fatto carriera, e gli enormi ostacoli, le ritorsioni e le calunnie che hanno dovuto affrontare quei pochi che su quel fronte hanno provato a dire la verità. E - se devo essere sincera - è proprio questo 'spirito di corpo' malato e questo clima di intimidazione che mi paiono la cosa più grave e inquietante.
Non può che inevitabilmente terrorizzarci l'ipotesi di finire più o meno per caso in un ingranaggio di questo genere sapendo che la legge non sarà davvero uguale per tutti e che il leviatano difenderà se stesso e dunque anche l'indifendibile fino allo stremo.
Da questo punto di vista la prima ipotesi da me formulata è ancora più plausibile, perché non solo Genova 2001 ma tutto quello che ne è seguito sono diventati una specie di monito collettivo a stare zitti e buoni. E questo è di per sé spaventoso.
Voto: 3,5/5
sabato 21 novembre 2020
Scheletri / Zerocalcare
Scheletri / Zerocalcare. Milano: Bao Publishing, 2020.
Con Scheletri Zerocalcare torna con una storia lunga a fumetti che affonda le radici nel suo passato, più precisamente risale agli anni in cui si iscrisse all’università senza mai frequentarla, bloccato dal senso di inadeguatezza. Incapace di rivelare la verità ai suoi genitori, Zero usciva ogni mattina di casa per “andare a lezione” e invece si infilava nella metro e faceva su e giù per la linea B senza sosta.
È in questa parentesi spazio-temporale che Zero conosce un ragazzo più piccolo di lui, un graffitaro, che entra a far parte della sua comitiva e ne sconvolge gli equilibri, innescando una catena di eventi che fanno virare la storia quasi verso il noir, lasciando domande senza risposta che troveranno il loro scioglimento nel presente, quando alcuni protagonisti ricompariranno da quel passato.
Pur essendo caratterizzata dallo stile tipico di Zerocalcare che ormai conosciamo molto bene e che è capace di farci ridere e sorridere anche di fronte a situazioni di per sé non certo divertenti, questa storia di Zerocalcare risulta meno consolatoria delle sue precedenti, e l’autore appare particolarmente spietato nei propri stessi confronti.
Pur di fronte a una realtà di certo complessa e sfaccettata, in cui la marginalità diffusa non rende sempre facile “separare il grano dal loglio”, Zero evita qualunque forma di autoassoluzione e sembra quasi incolpare sé stesso di un’autoreferenzialità crescente che lo allontana dalla comprensione di ciò che lo circonda.
Come ho detto commentando l’albo con la mia amica S., leggendo Scheletri si ha nettamente la sensazione che questo albo marchi il “passaggio all’età adulta” di Zero, l’avvicinarsi inesorabile dei quarant’anni con tutto quello che portano con sé.
Da parte sua Zero sembra conservare l’umiltà di guardare a sé stesso con onestà e sincerità, e questo dovrebbe preservarlo da involuzioni imprevedibili, però al contempo lo apre alla necessità di fare i conti con quella seconda parte della propria vita che inevitabilmente ci fa vedere le cose in modo diverso, anche se non mette in discussione i nostri princìpi.
Voto: 3,5/5
giovedì 16 luglio 2020
La profezia dell’armadillo / Zerocalcare
Arrivo ben ultima e con un ritardo imperdonabile a leggere e a recensire il primo albo di Zerocalcare da cui nel frattempo è stato tratto un film e di cui è stata realizzata anche una Artist edition.
Devo confessare che quando uscì questo albo ed ebbe subito un enorme successo io - come a volte faccio - lo snobbai un po' e decisi che questo Zerocalcare non mi era tanto simpatico e che aveva un approccio troppo generazionale per i miei gusti. E tutto questo nonostante i giudizi lusinghieri di amiche di cui mi fido.
Solo molto più tardi mi sono decisa a leggerlo per davvero e a non esprimere giudizi senza fondamento e... Zerocalcare ha inevitabilmente conquistato anche me. Così sono ormai tra quelle che leggono tutto ciò che pubblica appena esce e tra i lavori del passato l'unico che mi mancava era proprio La profezia dell'armadillo.
In una serata di depressione da pandemia ho dunque deciso che mi ci voleva proprio lo humour di Zero e ho divorato il fumetto.
La profezia dell'armadillo è composto di una serie di strisce in parte indipendenti le une dalle altre che però sono tenute insieme da una storia di fondo piuttosto malinconica, che si traduce in numerosi flashback intervallati da frammenti di vita quotidiana di Zerocalcare e dei suoi amici, tra cui Secco e altri che ormai ci sono diventati familiari grazie a tutto quello che abbiamo letto dopo.
In questo primo albo di Zero, che poi è stato anche il primo della trilogia della memoria ed è stato seguito da Un polpo alla gola (a proposito l'ho prestato a qualcuno in ascolto? Perché non lo trovo più...) e Dimentica il mio nome, già ci sono tutte le caratteristiche di Zero che impareremo a conoscere bene nel corso del tempo.
L'ironia e soprattutto l'autoironia, la fragilità, l'indolenza, l'umiltà, la malinconia, la genialità nel rendere universale il quotidiano, la leggerezza e la profondità, la romanità e l'umanità. Tutto questo è Zerocalcare fin dal suo esordio e la cosa incredibile è che Zerocalcare è questo anche oggi dopo che un successo pazzesco lo ha travolto. Ma lui sembra non essere cambiato di una virgola. Giusto un po' invecchiato.
Voto: 3,5/5
sabato 11 aprile 2020
La scuola di pizze in faccia del professor Calcare / Zerocalcare
Da quando, con la lettura di Un polpo alla gola, ho cambiato idea in positivo su Zerocalcare e poi ne sono stata definitivamente conquistata con Kobane calling, compro praticamente tutti i suoi libri, anche quelli che raccolgono le sue strisce e le storie brevi.
A questa categoria appartiene l’ultimo albo, La scuola di pizze in faccia del professor Calcare, che contiene una selezione dei fumetti pubblicati sul suo blog, su Wired, su Bestmovie e su altre riviste cartacee o online negli ultimi anni, e si configura quindi come una specie di antologia o di best of.
Non a caso nel volume trovo qualcuna delle storie recenti che ho amato di più, da Quelli che si lasciano e si rimettono insieme (stupendo!) a Il bracciolo poggiagomito (con la mitica suora pescegatto), da Telavevodetto a Quando di notte c’hai freddo ma non vuoi alzarti a prendere la coperta, da Quando i vecchi salgono nella tua macchina a La città del decoro.
Scopro però nel libro strisce che non avevo letto e che ho modo di apprezzare come Lo spostamento dal divano al letto o i 7 contributi fondamentali dei Cavalieri dello Zodiaco.
Il volume si articola in tre parti: la prima è quella che raccoglie le storie divertenti, la seconda è quella che potremmo definire più impegnata, la terza è dedicata alle passioni di Zerocalcare, da Star Wars a Game of Thrones per arrivare appunto alle recensioni dei film di Venezia.
Pur continuando a preferire lo Zerocalcare delle storie lunghe - l’ultima molto bella articolata in due parti, Macerie prime e Macerie prime: Sei mesi dopo - devo dire che leggere i suoi fumetti è sempre un piacere, un divertimento e un’occasione di riflessione, anche quando Zero parla di argomenti di cui a me non interessa assolutamente nulla, come ad esempio Game of Thrones o altre serie tv, ovvero quando fa riferimento a un immaginario che non mi appartiene, ad esempio nel caso dei Cavalieri dello Zodiaco.
Il modo in cui Zero è in grado di mettere a fuoco e tradurre in immagini e pensieri alcune situazioni o atteggiamenti che possono riguardare chiunque e in cui tutti si possono identificare continua a stupirmi e a impressionarmi favorevolmente a distanza di anni, e spero che nonostante tutte le pressioni e le fatiche Zero mantenga viva la sua divertente e brillante creatività ancora a lungo (e non si faccia conquistare dal cinismo diffuso).
Tra l’altro è una delle poche letture che riesco veramente a condividere con i miei nipoti e che, nonostante gli anni, anzi i decenni, che ci separano, entrambi troviamo non solo divertente, ma capace di parlare alle nostre differenti sensibilità ed esperienze di vita.
Dunque, lunga vita a Zerocalcare.
Voto: 3,5/5
mercoledì 18 dicembre 2019
Kobane calling on stage. Teatro Vittoria, 10 dicembre 2019
Tra l'altro, dopo le recenti notizie sul cambiamento degli scenari in quell'area dello scacchiere geopolitico con il rafforzamento ulteriore del ruolo della Turchia di Erdogan e sullo stop alla costituzione di uno stato autonomo curdo, lo spettacolo - che racconta un momento ben diverso della vicenda del Rojava - acquista tutto un altro sapore e lascia un certo qual amaro in bocca.
È per questo che, quando ho letto che Kobane calling diventava uno spettacolo teatrale grazie all'adattamento e alla regia di Nicola Zavagli, mi sono fiondata a comprare i biglietti. La messa in scena, che è stata realizzata anche con la collaborazione dello stesso Zerocalcare, si conferma molto rispettosa dell'opera dalla quale proviene. Sul fondo del palcoscenico vengono proiettati alcuni disegni di Zerocalcare, tratti dal graphic novel o forse anche realizzati in parte appositamente per lo spettacolo, e questi disegni definiscono contesti e richiamano alcuni passaggi narrativi, aiutando lo spettatore a orientarsi in un racconto che non ha altra scenografia all'infuori di questa. Il palco è libero da oggetti, e invece spesso affollato spesso di persone, conferendo alla messa in scena un respiro corale; il racconto si avvale inoltre di musiche originali e di un attento lavoro sulle luci.
Se la narrazione del viaggio, pur avendo le sue difficoltà, costituisce forse la parte più semplice da trasformare in spettacolo teatrale, le digressioni narrative e gli inserti - tipici dei fumetti di Zerocalcare - in cui l'autore dialoga con i suoi demoni interiori (talvolta trasformati in animali o personaggi dei cartoni, ad esempio l'armadillo, il mammuth, George Pig) potevano rappresentare una difficoltà maggiore. Il regista ha scelto soluzioni diverse per rendere questi momenti comprensibili allo spettatore e capaci di trasmettere lo spirito originario: in particolare, nel caso degli interlocutori immaginari, si è scelto di realizzare una specie di grandi copricapi in cartapesta (?) che alcuni attori portano nel momento in cui li impersonano, e devo dire che alcuni di loro sono particolarmente bravi ed efficaci.
Nel complesso uno spettacolo gradevole, anche se non posso tacere che mi ha fatto un effetto un po' strano vedere i personaggi, le storie e i modi di essere di Zerocalcare trasformati in persone reali e in azioni. Lorenzo Parrotto, che interpreta Zerocalcare, è bravo e credibile, anche se la sua lettura del protagonista mi è risultata un po' sopra le righe rispetto alla mia idea di Michele Rech; d'altra parte è vero che Michele, nel suo alter ego a fumetti, dà spazio ad aspetti della sua personalità che non emergono da una conoscenza superficiale della sua persona.
Infine, considerato che Kobane calling on stage è un'opera corale, fatta soprattutto di attori, bisogna rendere merito anche agli altri interpreti, ossia Massimiliano Aceti, Luigi Biava, Fabio Cavalieri, Francesco Giordano, Carlotta Mangione, Alessandro Marmorini, Davide Paciolla, Cristina Poccardi, Marcello Sbigoli, cui si aggiungono anche i giovani attori di Teatri d’Imbarco, Andrea Falli, Martina Gnesini, Jacopo Lunghini, Francois Meshreki, Niccolò Tacchini, Gabriele Tiglio, Matilde Zavagli.
Voto: 3,5/5
mercoledì 28 novembre 2018
Paolo Pellegrin. Un'antologia - Zerocalcare. Scavare fossati nutrire coccodrilli. MAXXI, 25 novembre 2018
La mostra di Pellegrin, fotografo italiano in forza a una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo, la Magnum Photos, è allestita al terzo piano dell'edificio, e si articola sostanzialmente in tre parti: un'area più ampia immersa nell'oscurità e che propone foto in cui prevalgono i neri, una saletta piccola completamente bianca e piena di luce in cui trovano spazio alcune foto in cui i bianchi e la luce la fanno da padroni, infine un corridoio di collegamento tra le due sezioni in cui una grande parete è tappezzata di ritagli di giornale, foto, quaderni di schizzi e appunti, lettere e materiali di lavoro, tutte cose che danno conto da un lato dello scrupoloso e complesso metodo di lavoro del fotografo, dall'altro dell'ampiezza e dell'importanza della sua produzione fotografica.
L'allestimento delle foto nelle diverse sezioni è molto curato e variegato, e ogni scelta sembra fatta per valorizzare al meglio lo spirito delle foto. All'ingresso si trova una grande parete su cui sono stampate in sequenza due grandi foto fatte nella zona di Mosul; su queste stampe a parete ci sono da una parte foto di vario formato, che parlano della guerra nelle sue diverse sfaccettature; sull'altra c'è un piccolo schermo con un video girato nello stesso luogo della fotografia di sfondo. Seguono gruppi di fotografie che antologicamente ci propongono delle selezioni di foto che raccontano vicende che, in alcuni momenti della storia recente, hanno caratterizzato determinati luoghi del mondo (Palestina, Rochester, Kos, Libano ecc.). Alcune fotografie, nello specifico i ritratti fatti in Giappone, sono stampati su grandi teli di stoffa che scendono dal soffitto; altre fotografie sono invece stampate in formato più piccolo e organizzate in gruppi, a rappresentare un unico messaggio espresso con molteplici facce.
Nel percorso si apprezza la maturità di questo fotografo, la cui capacità di raccontare i luoghi e di farlo in modo totalmente personale ed emotivamente forte ha le sue radici in una grande perizia tecnica, una straordinaria chiarezza mentale e un rigoroso metodo di lavoro. Come dice la presentazione della mostra, e come è chiaro ai suoi visitatori grazie e soprattutto alla grande parete tappezzata che illustra il fotografo a tutto tondo e non solo nel risultato finale del suo lavoro, Paolo Pellegrin non cerca la singola foto iconica - anche se alcune lo diventano suo malgrado (penso a quella scattata a Beirut o a quella di Roma) - bensì utilizza le fotografie per raccontare la sua personale visione dei mondi con cui viene a contatto. E la cosa straordinaria è che il suo linguaggio, di volta in volta scelto e calibrato a seconda dei soggetti, ci arriva e ci parla in modo forte e chiaro. L'antologica di Paolo Pellegrin vale una visita, soprattutto per gli aspiranti fotografi e i fotografi amatoriali come me, perché permette di capire che la fotografia non è puro istinto da applicare sul campo, bensì richiede un'attenta preparazione e, in fondo, anche un lavoro di discernimento e di scavo interiore per comprendere quello che di un luogo e di una realtà vogliamo raccontare, nonché la capacità di tradurre tutto questo in un linguaggio fotografico coerente e significativo.
La seconda parte del pomeriggio la dedichiamo alla mostra di Zerocalcare, Scavare fossati nutrire coccodrilli, che è ospitata nello spazio Extra del MAXXI, fuori dall'edificio principale, e che è quella maggiormente presa d'assalto, vista la popolarità del fumettista e anche la novità di una mostra a lui dedicata.
Sebbene di un genere completamente diverso, anche la mostra di Zerocalcare si segnala per la qualità dell'allestimento e dell'organizzazione: lungo le scale, mentre ci si avvicina all'ingresso vero e proprio, si possono leggere le tappe del percorso di Zero dai suoi esordi negli ambienti punk e underground romani fino al sorprendente successo di vendite e di pubblico fino ad arrivare ai progetti presenti e futuri, il tutto raccontato con la consueta ironia e autoironica mista a serietà e rigore che caratterizzano il fumettista romano. Lo spazio espositivo vero e proprio è ricchissimo: c'è la possibilità di vedere e ascoltare le interviste a Michele Rech e ad alcune persone (Ascanio Celestini, Marco Damilano ecc.) che hanno voluto commentare questa mostra, nonché di guardare le tavole stampate su forex e raccolte dentro scatole di legno, vedere un piccolo video realizzato da Zerocalcare, scorrere su uno schermo una selezione dei disegnetti da lui fatti durante le presentazioni dei libri, e poi attraversare la sua produzione.
Un'intera parete raccoglie i manifesti da lui disegnati per gli eventi più vari e le cause che ha voluto sostenere, un'altra è dedicata a locandine, copertine di dischi e tutte le cose non mainstream e frutto di iniziative collettive in cui Zero è stato coinvolto. Le tavole originali delle strisce sono organizzate in quattro spazi, che hanno i seguenti titoli: Pop raccoglie le strisce più famose, tratte soprattutto dal blog, quelle che gli hanno dato la notorietà, Tribù racconta il mondo dal quale Zero proviene e a cui sente di appartenere, Non-Reportage si riferisce ai lavori in cui Zero racconta con i disegni dei luoghi e delle vicende reali, sebbene sempre con il suo stile inconfondibile, infine Lotte e Resistenze è un po' la sezione che spiega tutto il resto e soprattutto dice qual è l'anima del lavoro di Zerocalcare.
Si potrebbero passare le ore a leggere le tavole e le strisce, nonché i commenti scritti da Zero apposta per la mostra. Alcune storie sono famose e sicuramente ciascun visitatore ne troverà qualcuna che ha già letto e che conosce, ma la quantità di materiali da guardare e leggere resta ampia e significativa soprattutto nell'ottica di inquadrare il fenomeno Zerocalcare e capirne la sua natura, che pur essendo diventata mainstream, è invece profondamente antisistema. In un certo senso, trovo coraggioso che Zerocalcare, come dice anche nell'intervista, utilizzi questa mostra per raccontarsi senza infingimenti e per far vedere anche al grande pubblico che gli si è accostato in tempi recenti qual è la sua storia e la sua identità, cose a cui Zero resta fedele e con cui si mantiene profondamente coerente.
Da vedere entrambe.
Voto: 4/5
venerdì 19 ottobre 2018
Macerie prime / Zerocalcare
Macerie prime. Sei mesi dopo / Zerocalcare. Milano: Bao Publishing, 2018.
Macerie prime parla di quella fase della vita in cui si prende atto che la gioventù - con i suoi sogni, le sue speranze e il suo ottimismo - è ormai passata e ha lasciato il posto a un'età adulta in cui bisogna fare i conti con i propri fallimenti, siano essi emotivi, sociali, economici, personali.
Fare i conti con i propri demoni interiori significa opporsi a quel processo che - sottraendoci le idealità - ci spinge a pensare sempre di più a noi stessi e a difenderci dal mondo circostante, rompendo a volte i legami che abbiamo costruito.
E Zerocalcare lo racconta a suo modo: partendo dalla vita reale e dall'esperienza quotidiana, quella sua e del suo gruppo di amici, Cinghiale, Secco, Deprecabile e Katja, Sarah e Giuliacometti, ma utilizzando anche la metafora di un mondo post-devastazione nel quale ognuno ha venduto il proprio pezzetto di anima al proprio demone personale, dando la possibilità allo spirito che incarna l'egoismo di aspirare a dominare il mondo.
Tutto comincia nel momento in cui ci si accorge che qualcosa sta cambiando negli assetti interni al gruppo: Cinghiale si sposa perché aspetta un figlio, Secco ha iniziato a insegnare a scuola nonostante nessuno lo prenda sul serio, Katja vorrebbe un figlio e sente che il tempo sta passando ineluttabilmente, Sarah vorrebbe dare una svolta alla sua vita lasciando un lavoro che detesta, Giuliacometti non si sa bene cosa cerchi. Lo stesso Zerocalcare è sempre più assente, assorbito com'è dal suo lavoro e dal difendersi dagli accolli. Anche Deprecabile - che è l'unico che non desidera alcun cambiamento una volta trovato il proprio equilibrio - vive le conseguenze del fatto che niente è immutabile perché tutto intorno a noi cambia continuamente. Ma quello di Zerocalcare non è solo il racconto di una generazione, bensì anche quello di un'epoca storica nella quale la crisi, con le sue conseguenze non solo economiche ma anche sociali, ha contribuito a devastare il paesaggio umano intorno a noi, precarizzando le vite dei giovani, immobilizzando le vite degli adulti, togliendo il futuro ai ragazzini, e in definitiva alimentando un cinismo diffuso e una conflittualità sociale che ci isolano e ci mettono in competizione gli uni con gli altri. Un'epoca di frustrazione collettiva che ha lasciato e sta lasciando intorno a sé solo macerie.
Per questo il suo monito a non dimenticarsi le cose veramente importanti, a tenersi stretti i legami umani, a non cedere alle sirene dello "sticazzismo sempre e comunque" arriva forte e potente, e alla fine ci commuove tutti, perché ci risuona dentro.
E chissà che nel piccoletto della sottotrama apocalittica non ci sia una qualche speranza vera per il futuro.
Voto: 4/5
lunedì 5 dicembre 2016
La rabbia / a cura di Valerio Bindi e Luca Raffaelli
La rabbia / Bambi Kramer; Filosa e Noce; Hurricane; Nomisake e Trapani; Ratigher; Sonno; Tso e Primosig; Zerocalcare; a cura di Valerio Bindi e Luca Raffaelli. Torino: Einaudi, 2016. La rabbia è una raccolta di racconti a fumetti realizzati da vari esponenti del mondo del fumetto underground, quello che si riunisce intorno al festival autorganizzato Crack! che si svolge al Forte Prenestino, il centro sociale occupato della zona est di Roma.
Il tema è quello dichiarato nel titolo della raccolta, ed è affidato a un gruppo di ragazzi che sono nati tra il 1978 e il 1992 e dunque appartengono a quella generazione senza futuro per cui la rabbia non si è mai trasformata in azione collettiva, bensì si è espressa spesso in frustrazione individuale e crisi di identità.
Per quanto mi riguarda mi sono accostata a questo lavoro principalmente attirata dalla presenza di Zerocalcare, il cui contributo dal titolo Così passi dalla parte del torto in questa raccolta è divertente e tagliente come al solito, ma devo dire che sono rimasta alquanto spiazzata di fronte alle altre storie che compongono il libro: Hordak 128 di Ratigher, krash di Bambi Kramer, Almeno un’ora in più di Annalisa Trapani e Laura Nomisake, Torrespaccata di Vincenzo Filosa e Giusy Noce, Ballate in ritardo di Sonno, Oggetti smarriti di Federico Primosig e Simone Tso, L’attesa di Hurricane. Il tutto si chiude con un breve commento a fumetti di uno dei curatori della raccolta, Valerio Bindi.
Le storie che mi sono piaciute di più, oltre a Zerocalcare, sono quella di Ratigher e quella di Hurricane, ma forse sono soltanto quelle che ho capito di più perché più vicine all’impianto narrativo mainstream dei graphic novel. Gli altri racconti o non hanno affatto un impianto narrativo, come nel caso di Bambi Kramer, oppure ce l’hanno ma oscilla tra il realistico e l’onirico, come nel caso di Filosa e Noce e di Sonno, ovvero tra il realistico e il concettuale come per Trapani/Nomisake e Primosig/Tso. Io che non sono abituata a lasciarmi andare alla forza comunicativa dei disegni e al flusso insensato delle parole ho fatto molta fatica a entrare nello spirito di alcune di queste storie, e in diversi casi non ci sono entrata affatto. Eppure la mia esperienza di lettura di questa raccolta è stata alla fine molto positiva, perché mi ha esposto a quella che potrei chiamare la natura “primordiale” del fumetto, la sua dimensione di strumento espressivo prima ancora che narrativo, più vicino per certi versi all’arte dei murales o alla poesia che ai romanzi. E ho compreso così tutto il potenziale creativo che c’è in questo ambiente e che in qualche modo è indipendente dal desiderio di essere compresi e riconosciuti.
In fondo non c’è niente che possa esprimere meglio di questo fumetto underground la rabbia di questa generazione abbandonata, di cui nessuno si sforza di comprendere le aspirazioni e i desideri, e che proprio per questo si rinchiude su stessa in modalità espressive che a prima vista risultano involute, ma lo sono solo per chi non ha cuore e sensibilità per comprendere.
Voto: 3/5
giovedì 22 settembre 2016
Kobane calling / Zerocalcare
Chi legge il mio blog sa che non sono una fan di Zerocalcare, nel senso che non sono tra coloro che si appostano sul suo blog per leggere per prima le strisce del lunedì, né tra coloro che si sono entusiasmati alla lettura dei suoi albi contenenti le storie lunghe. Le strisce mi piacciono, in alcuni casi abbastanza, in altri casi parecchio, in altri ancora tantissimo. Degli albi con le storie lunghe ne ho letti due, Un polpo alla gola, che mi è piaciuto così così, e Dimentica il mio nome, che mi è piaciuto di più.
Insomma, per sintetizzare non sono di quelli che vanno in visibilio per Zerocalcare, però lo apprezzo molto sia come fumettista sia come personaggio pubblico.
Ebbene, partendo da queste premesse il suo graphic novel Kobane Calling mi ha conquistata. Innanzitutto, devo dirgli grazie perché mi ha consentito di capirci qualche cosa in più di Kobane, del Rojava, della guerra che si combatte tra Iraq, Siria e Turchia, anzi – vi dirò di più – in alcuni casi mi ha fatto conoscere delle cose che non sapevo o su cui avevo le idee confusissime.
Ora – come lui stesso più volte ribadisce – è chiaro che il suo non è un trattato di geopolitica, né un trattato di sociologia o di antropologia, e dunque chi vuole approfondire deve guardare altrove, ma vi assicuro che – grazie ai due viaggi al confine turco-siriano da lui compiuti nel novembre del 2014 e nel luglio del 2015 – Zerocalcare fa un’operazione straordinaria di graphic journalism con risultati eccellenti.
In questo albo lo stile narrativo di Zerocalcare mi ha ricordato il migliore Guy Delisle, anche se l’ironia molto franco-canadese di quest’ultimo è qui sostituita dalla verve comico-romanesca di Zerocalcare che conosciamo molto bene. Risate e commozione si alternano con grandissima naturalezza e tra le une e l’altra transitano molte informazioni e racconti di prima mano importanti e in alcuni momenti illuminanti.
Ho apprezzato sommamente anche l’onestà intellettuale di Zerocalcare, tanto che immagino che non accetterebbe la definizione di graphic journalism che io ho attribuito al suo lavoro. Pagina dopo pagina, infatti, il fumettista non solo si schermisce rispetto a una presunta funzione giornalistica svolta dalle sue tavole, ma puntella il suo racconto di “disclaimer” in cui esplicita tutti i suoi dubbi, le sue domande, le poche certezze, a dimostrazione del fatto che non dà niente per scontato, anzi sembra quasi che cerchi in ogni modo di andare al di là della propria bolla ideologica e di sottoporla a tutte le controprove possibili. Il risultato è dunque certamente un albo pieno di passione politica, ma anche animato dal fortissimo desiderio di capire al di là di qualunque pregiudizio, positivo o negativo.
Certo, poi il racconto e il percorso di comprensione sono fatti nella maniera unica e inimitabile di Zerocalcare, con la sua straordinaria autoironia e la capacità di togliere retorica ed epicità a qualunque situazione tirando fuori il lato comico e “ignorante” della vita, ma sorprendendoci poi con il suo cuore grande in cui c’è il sogno di un mondo più giusto e – come dire – la capacità di prendere posizione, senza per questo risultare acritici.
Kobane calling è un libro che andrebbe fatto leggere in tutte le scuole, almeno dalle medie in poi; sono convinta che Zerocalcare, con il suo stile naturalmente accattivante, potrebbe far venire ai ragazzi delle curiosità su una guerra lontana, ma in fondo anche vicina (per le conseguenze che ha sul nostro mondo occidentale), smontando i luoghi comuni che molti altri canali di comunicazione hanno costruito in questi anni.
Poi è chiaro che le cose sono sempre più complicate di quello che vorremmo (si legga per esempio questo interessante articolo del New York Times) e mai i giudizi e le interpretazioni su quanto accade - soprattutto in realtà così lontane dalla nostra - possono essere netti e definitivi, ma non accontentarsi delle banalità ripetute fino allo sfinimento dai mass media è sempre e comunque sano.
Bravissimo Zerocalcare!
Voto: 4,5/5
lunedì 24 agosto 2015
I kill giants / Joe Kelly e JM Ken Niimura
I kill giants / scritto da Joe Kelly; disegnato da JM Ken Niimura. Milano: Bao Publishing, 2015. Sarà che in questo periodo sono particolarmente "senza pelle", ma l'albo sceneggiato dall'americano Joe Kelly e disegnato dallo spagnolo di origini giapponesi JM Ken Niimura, prima mi ha emozionato e poi mi ha riempito gli occhi di lacrime (salvo poi asciugarmele con la lettura delle tavole finali, in cui i due rappresentano se stessi durante la realizzazione del fumetto con un piglio autoironico veramente strepitoso).
I kill giants è la storia di Barbara, una bambina di quinta elementare un po' maschiaccio, un po' stramba e un po' asociale. Barbara gira con uno strano oggetto sempre con sé che lei ha chiamato Coveleski, come un giocatore di baseball che contribuì in maniera determinante a far riuscire la sua squadra nell'impresa di sconfiggere una squadra enormentemente più forte. Il Coveleski di Barbara è invece un martello per distruggere i giganti, la missione nella quale la bambina è costantemente impegnata.
La piccola vive a casa con la sorella maggiore e un fratello pestifero, e dorme in una tenda che si è costruita in cantina perché non vuole salire al piano di sopra della sua casa.
A scuola Barbara è isolata e subisce il bullismo di chi – più grande e grosso di lei – cerca di ridicolizzarla davanti a tutti per i suoi strani rituali e le sue buffe azioni e di metterla in difficoltà, ma la ragazzina sembra non aver paura di niente e risponde con l'aggressività all'aggressività del mondo, rifiutando qualunque aiuto e affetto: quelli della paziente e affettuosa assistente sociale della scuola, la signora Molle, ovvero quelli di Sophia, la nuova vicina di casa, che vuole diventarle amica. Ma i giganti arriveranno davvero, sotto forma di un tornado che spazzerà via parte del quartiere dove vive Barbara e la costringerà a confrontarsi con i suoi demoni interiori ed esteriori, riconoscendo la propria fragilità e abbracciando le proprie paure per scoprire che "siamo più forti di quanto pensiamo".
Il graphic novel, sponsorizzato in Italia da Zerocalcare (che ha disegnato anche le copertine dell'edizione di Bao Publishing), è divertente nei disegni (che ricordano molto i manga giapponesi, soprattutto nelle buffe espressioni dei personaggi, che a tutti coloro che sono nati dagli anni Settanta in poi ricorderanno quelle dei personaggi dei loro anime preferiti), nonché efficace nella sceneggiatura costruita quasi come fosse il punto di incontro tra un giallo e un libro di avventura.
Uno dei fumetti più belli che io abbia letto in questi ultimissimi tempi. Sfido chiunque a non amarlo.
Voto: 4,5/5
venerdì 5 dicembre 2014
Dimentica il mio nome / Zerocalcare
Come sapete, non sono una fan sfegatata di Zerocalcare.
Apprezzo alcuni dei suoi racconti a fumetti del lunedì (per esempio, tra gli ultimi pubblicati questo, Il bagaglio a mano) e trovo alcune sue invenzioni assolutamente geniali. Epperò c'è qualcosa nei suoi lavori che mi è in qualche modo estraneo e che me lo tiene a una certa distanza.
Devo dire che nel suo ultimo lavoro, Dimentica il mio nome, ho avuto la conferma di tutto quello che avevo pensato dopo la lettura di Un polpo alla gola. Ossia che i graphic novels di Zerocalcare sono traboccanti di parole, al punto che le pagine sembrano il risultato di un vero e proprio horror vacui, che Zero è una specie di fucina di idee, tantissime, fors'anche troppe, che vanno a invadere ed esondare dai suoi racconti, che il doppio disegnato di Zero è la massima espressione di una generazione che non riesce ad affrancarsi da una condizione tardo-adolescenziale anche in età adulta, forse ancora più di quanto non sia accaduto alla mia generazione (che è quella immediatamente precedente).
Tutto ciò detto, questo nuovo lavoro mi è piaciuto molto.
Mi pare che - pur con qualche eccesso narrativo - la storia tenga e sia ben organizzata, oltre che interessante per chi legge. Mi piace anche molto l'idea di una narrazione continua ma organizzata per unità in qualche modo autonome, una specie di approfondimenti o divagazioni, identificate da un titolo proprio, una specie di via di mezzo tra il romanzo a fumetti e la striscia del lunedì.
Alcuni passaggi sono a dir poco esilaranti. E credo che la migliore qualità di Zerocalcare consista nella sua capacità di tradurre in parole e in immagini cose che in qualche modo tutti abbiamo pensato, provato e vissuto. Cosicché Zerocalcare dà una specie di rilevanza universale a quelle esperienze, che pur essendo in buona parte personali e legate al momento storico che si vive, in qualche misura appartengono a tutti.
E così, "depurando" le sue strisce di tutti i riferimenti che appartengono nello specifico all'immaginario collettivo della generazione dell'autore, la sostanza del racconto attiene alle caratteristiche intrinseche dell'umanità tutta, che Zerocalcare rivela e svela con un umorismo e un'autoironia più che apprezzabili.
Per chiudere voglio citare solo alcuni passaggi che mi hanno fatto particolarmente ridere o colpito:
[In riferimento a una incongruenza tra Wikipedia e i ricordi della nonna] Wikipedia a mi nonna je spiccia casa.
[durante la messa, l'amico "Secco"] Sto continuo alzarsi e sederci mi sconcentra. Me pare la lezione di step dei vecchi.
[Zero da piccolo] Mamma, che vuol dire apericena? Non dire quelle parole, figliolo. Prega che spariscano presto.
[Zero, dopo alcune rivelazioni sulla storia passata della sua famiglia] La nostra famiglia è come un film col primo tempo girato da John Woo e il secondo tempo, quando arrivo io, l'ha fatto Terrence Malick.
[Sull'attrazione inevitabile per la tranquillità] È come un baratto. Tu dai un pezzetto di una cosa tua, in cambio di sicurezza, comodità. Ma pezzetto dopo pezzetto, quanto sei disposto a cedere per essere rassicurato?
Dimentica il mio nome è un graphic novel sovrabbondante e forse fin troppo ambizioso, però - a parte qualche sfilacciamento nell'ultima parte - mi pare che dimostri che Zerocalcare sta crescendo in empatia e comunicatività anche nel racconto lungo. Speriamo che sappia coltivare queste qualità, senza farsi sopraffare dalla tendenza a strafare.
Comunque questo lavoro mi ha decisamente riconciliato con lui.
Voto: 4/5
sabato 11 gennaio 2014
Un polpo alla gola / Zerocalcare
Un polpo alla gola / Zerocalcare. Milano: Bao Publishing, 2012. I grandi successi editoriali, così come le mode del momento, mi creano sempre delle resistenze e delle perplessità. Ecco perché quando Zerocalcare è diventato una specie di fenomeno di costume, sulla bocca di chiunque, anche di chi i graphic novels non sa neppure cosa sono, mi sono un po' irrigidita.
Alcune delle storie brevi che Zerocalcare (alias Michele Rech) pubblica sul suo blog sono notevoli e davvero esilaranti (questa qui l'avevo trovata geniale: I vecchi che usano il pc), ma in generale il suo stile un po' tardo adolescenziale, il profluvio di parole che commentano i fumetti e il suo cinismo politicamente scorretto a tutti i costi spesso mi innervosiscono.
Avevo perciò quasi deciso di non comprare nessuno dei suoi recenti successi editoriali, ma non ho resistito. Mi sono detta che non posso parlare finché non tocco con mano. È così ho comprato Un polpo alla gola e mi appresto a comprare anche La profezia dell'armadillo.
Intanto ho letto il primo (che poi è il secondo di Zerocalcare) e non ho cambiato idea. Continuo a pensare che la componente tardo-adolescenziale dei racconti di Zero sia volutamente altissima (e la cosa può piacere ed essere molto divertente, oppure anche no). Zero ci bombarda di parole, nelle quali a volte si finisce per perdersi (soprattutto su una storia lunga come questa). Personalmente risento anche della differenza generazionale, visto che l'immaginario di riferimento di Zerocalcare e del se stesso protagonista del fumetto appartiene alla seconda metà degli anni Ottanta e prima metà dei Novanta e dunque decisamente successivo ai punti di riferimento della mia infanzia-adolescenza (sebbene alcune invenzioni nella rappresentazione della sua coscienza siano davvero straordinarie). Per esempio non ho mai visto una puntata di David Gnomo e sebbene le sue fattezze qualcosa mi ricordino non ho idea di che tipo di personaggio stiamo parlando...
La storia di Un polpo alla gola è una specie di giallo che attraversa tre fasi della vita di Zero: l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza, ed è una storia di sensi di colpa che si scioglieranno soltanto alla fine. La frase chiave sui cui si incentra il racconto è quella che la maestra Arbizzati dice ai suoi allievi: "Non si guarisce mai dalla propria infanzia", frase bellissima e in buona parte condivisibile che getta un'ombra obliqua sul fumetto. Narrativamente si nota qualche sbavatura nel racconto - d'altra parte è la prima prova lunga di Zerocalcare - ma la lettura prende.
In conclusione, l'albo mi è piaciuto ma non mi ha entusiasmato, forse perché la vena un po' ca**ona di Zerocalcare non combacia del tutto con quella mia un po' malinconica che mi porta a preferire approcci diversi a tematiche tutto sommato simili.
Detto ciò ho deciso che leggerò anche La profezia dell'armadillo perché voglio vedere se sulle strisce brevi l'effetto finale è diverso.
Fans di Zerocalcare non me ne vogliate. De gustibus...
Voto: 3/5













